L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 ottobre 2021

Auxus - Presto, molto presto l'Australia si accorgerà che il Patto serve solo a proteggere gli interessi degli Stati Uniti e che la sta usando tenendola al guinzaglio tecnologico, d'altra parte già oggi le contraddizioni si sono innestate

LA STRAORDINARIA SCELTA DELL’AUSTRALIA

Dettaglio di una carta di Laura Canali. La versione integrale nell’articolo.

12/10/2021

Canberra ha stabilito che la Cina è una minaccia e si è stretta agli Usa. Era nella logica strategica. Ma la conversione è stata fulminea, condotta con misure drastiche e sostenuta dalla popolazione. Una corretta interpretazione del patto Aukus.


Pubblicato in: TAIWAN, L'ANTI-CINA - n°9 - 2021

1. In questi anni l’Australia ha preso decisioni di fondamentale importanza. Straordinarie per un paese occidentale. Ha stabilito che la Cina è una minaccia diretta alla sua sicurezza. E l’ha sfidata apertamente. È stata la prima al mondo a mettere fuorilegge Huawei, a pretendere un’inchiesta sulle origini del coronavirus, addirittura precedendo gli Stati Uniti. Ha condannato la repressione di Hong Kong, gli «abusi dei diritti umani» nel Xinjiang, le provocazioni a Taiwan.

Soprattutto, ha accettato di pagarne le conseguenze e ha subìto le durissime ritorsioni commerciali di Pechino con sorprendente compostezza. Infine, si è stretta militarmente all’America, offrendole il proprio territorio e riarmandosi pesantemente. Al punto di cominciare a essere inserita nei piani di guerra per proteggere Taipei da un’invasione cinese, non più così irrealistica.

Sviluppi cruciali per la strategia di Washington, molto preoccupanti per quella di Pechino. Non a caso suggellati dall’accordo fra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, in sigla Aukus, per la fornitura di sottomarini nucleari a Canberra. Il patto incarna la netta presa di posizione australiana. Apre alla sua definitiva integrazione nello schieramento navale anticinese. Dischiude una cooperazione tecnologica che promette di compensare indirettamente il prezzo pagato nella guerra economica con la Repubblica Popolare.

Sbaglia chi se ne stupisce eccessivamente: decidere che la Cina è un nemico e offrirsi agli Stati Uniti è in linea con la cultura strategica dell’Australia. Sbaglia però pure chi se ne stupisce troppo poco. Non era scontato che Canberra assumesse questi atteggiamenti, men che meno con tanta rapidità. La discendenza britannica non genera automaticamente una visione identica delle minacce. L’Anglosfera non è una comunità d’intenti. Fino a ieri, Washington era profondamente scontenta del lassismo australiano nei confronti della Cina. E ancora oggi, nonostante o forse proprio in virtù di Aukus, restano inevitabili frizioni fra i due alleati. Vale dunque la pena ripercorrere la parabola della conversione di Canberra. Per stabilire che cosa sia cambiato tanto velocemente nella sua percezione di Pechino e come Washington intenda usarla, anche a difesa di Taiwan.

2. Per l’Australia, stringersi agli Stati Uniti e antagonizzare la Cina ha perfettamente senso da un punto di vista strategico.

È un’isola, ha un bacino demografico ridotto e difficilmente espandibile, mentre racchiude ricchezze formidabili. Dunque non può assorbire quanto estrae o produce nel mercato interno. Deve vendere l’enorme surplus ed è costretta a farlo via mare. Proteggere le rotte commerciali oceaniche è obbligatorio. Ma non può farlo da sola perché non ha coscienza marittima. Non è affatto un paradosso. Essere isola in senso geopolitico non è dono della natura, è conquista dell’uomo. Per dedicarsi alle onde bisogna aver saziato la fame di conquista su terra, per rivolgerla poi a un elemento più probante. L’Australia continua a dare le spalle al mare perché l’entroterra resta fonte di avventure, di paure ancestrali o più prosaicamente di lucrose materie prime. Vuoto oltre la civiltà, irredento, indomito. Il suo oceano è l’outback, esattamente come la Siberia è l’oceano dei russi.

Stare con la talassocrazia di turno non è una scelta, è pura sopravvivenza. Le riesce più facile perché, da quando esiste, l’egemone dei mari è la madrepatria britannica oppure il cugino americano. Con entrambi ha intessuto strette reti d’intelligence nei circuiti dei Five Eyes. E a entrambi da oltre un secolo versa un notevole tributo di sangue, avendo combattuto prima per gli inglesi e poi per gli statunitensi ai quattro angoli del globo, dalla guerra anglo-boera all’invasione dell’impero ottomano, dalla guerra di Corea a quella in Vietnam, fino all’Iraq e all’Afghanistan.

Tuttavia, la matrice anglo-celtica la rende culturalmente aliena al contesto asiatico. L’esigua popolazione (25,7 milioni di abitanti) è di un ordine di grandezza inferiore rispetto all’Indonesia (273 milioni) o alle Filippine (109 milioni) e di due ordini rispetto alla Cina (1,4 miliardi). Civiltà plurimillenarie come la vietnamita o la sinica non contemplano il timore di sparire; il ceppo ora dominante in Australia sì. Evitare un egemone in Asia è imperativo più urgente che per altre collettività. Non potrebbe affidarsi a una talassocrazia orientale non solo perché troppo vicina ma pure perché ne annullerebbe l’alterità. L’accetterebbe soltanto in caso di occupazione militare o per sostituzione del ceppo dominante.

Carta di Laura Canali – 2021

Tutto molto razionale, eppure insufficiente in assenza della spinta umana. In breve, fino a ieri gli australiani non ritenevano l’ascesa di Pechino una minaccia. Comprensibile per una società occidentale profondamente intrisa di cultura economicistica, convinta della fine della storia, che gli affari avessero ormai espunto l’elemento cruento delle competizioni umane, a cui era necessario presentare ogni intervento militare nelle vicine isolette del Pacifico come missione di pace. Una società abituata a discorsi su questa falsariga: la Cina è il nostro primissimo partner commerciale, non possiamo mettere a repentaglio gli interscambi, Pechino non avrà interesse a colpirci perché dipende dai minerali che le vendiamo, se il nostro pil è cresciuto ininterrottamente per trent’anni è solo grazie agli investimenti cinesi che ci hanno salvato dal crollo di Wall Street nel 2008.

Innegabile, ma profondamente astrategico. Tanto da innervosire gli americani. Solo nel 2017 un esponente dell’establishment, ora alto funzionario dell’amministrazione Biden, definiva l’Australia «un grande alleato degli Stati Uniti ovunque tranne che in Asia». Addirittura, ancora nel 2019 al Congresso ci si chiedeva: «Chi ha perso l’Australia?» 1.

3. Che cosa è cambiato nel frattempo? La Cina ha chiarito che la sua ascesa non avrebbe avuto natura benigna. Sta brutalmente assimilando le province del suo impero. Ha iniziato a intimidire e a prendere di mira i paesi del Sud-Est asiatico. Si è installata o sta provando a farlo lungo tutta la catena di isole fra Nuova Guinea e Figi che chiude il Mar dei Coralli e che Canberra ritiene sua sfera d’influenza esclusiva (carta). Si è dotata per la prima volta della capacità di colpire il territorio australiano, grazie ai missili installati nei castelli di sabbia (Spratly, Paracel) nel Mar Cinese Meridionale.

Decisivo, la Cina si è fatta sentire in casa dell’Australia, diffondendo la sua tecnologia, allacciando intimi rapporti nei suoi partiti, pretendendo la fedeltà della cospicua diaspora, controllando infrastrutture decisive come porti o reti informatiche, perseguitando gli esuli dissidenti. Canberra si è resa conto che Pechino avrebbe impiegato quell’influenza per manipolarla, per imporle la propria volontà. E ha capito che Washington non si sarebbe spesa per aiutarla. Anzi, l’impressione di un satellite manovrato dall’avversario avrebbe soltanto peggiorato la sua immagine presso la superpotenza. Infine, ha realizzato di non poter restare al riparo dal peggioramento della competizione fra americani e cinesi.

Improvvisamente, gli oceani che la separavano dal mondo si sono fatti stretti e bassi. Attraversabili.

Insomma, l’Australia si è mossa quando la Cina l’ha toccata sul fronte interno. E ha preso decisioni sorprendenti nel loro insieme. Ha approvato leggi contro l’interferenza straniera in politica dopo una serie di scandali. Ha bandito il 5G cinese, prima al mondo e prima che gli Stati Uniti ordinassero al Canada di arrestare il capo delle finanze di Huawei. Ha cancellato l’accordo con cui lo Stato di Victoria aveva aderito alle nuove vie della seta. Ha bloccato investimenti in settori sensibili. Ha preso di mira ricercatori cinesi sospettati di legami con le Forze armate e di rubare segreti industriali e militari. Ha attribuito alla Cina la responsabilità degli attacchi cibernetici.

Sul fronte esterno, ha accusato Pechino di violare il diritto internazionale nel Mar Cinese Meridionale e i diritti umani degli hongkonghesi, degli uiguri, dei tibetani, dunque a sua volta interferendo negli affari domestici della Repubblica Popolare. L’ha pubblicamente additata come responsabile dello scoppio dell’epidemia, implicito nella richiesta di un’indagine sulle origini del virus. Ha stretto accordi militari con Giappone, India e Stati Uniti, riesumando con questi paesi il quadrilatero di sicurezza, il Quad, iniziativa che Pechino definisce anticinese – e infatti lo è. Ha iniziato a operare al fianco della Marina americana nel Mar Cinese Meridionale. Infine, quasi raddoppierà il bilancio per la Difesa in un decennio (+87%). Riarmo notevole, platealmente benché non esplicitamente pensato per dissuadere le crescenti capacità del gigante asiatico (missili a lunga gittata, cibernetica, armi per il diniego d’area e per operazioni ad alta intensità).

L’impulso è provenuto dal governo, dagli apparati e da una parte dei think tank, certamente con più di un’imbeccata non solo d’intelligence dai Five Eyes. Ma è illusorio pensare che sia stato interamente pilotato dall’alto, imposto a una altrimenti bonaria collettività. A sostenerlo è stata anche la diffusione di una certa China scare 2, intraducibile se non con «sinofobia» (non ce ne voglia il locale pudore, eredità britannica). Visibile nel crollo delle percezioni popolari: nel 2017, gli australiani che avevano un’opinione negativa della Cina erano il 32%, il dato più basso di sempre; nel giro di soli tre anni sono diventati l’81% 3. Già nel 2019, una netta maggioranza riteneva eccessiva la dipendenza economica da Pechino (74%), urgente resistere alle attività militari cinesi anche a danno degli interscambi (77%) e necessario un impegno della Marina in operazioni per la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale (60%) 4, come poi avvenuto.

Un cambio d’opinione così repentino non può non provenire anche dal fondo del subconscio nazionale. A meno di non considerare gli australiani utili idioti (la decisione è stata presa dall'alto, l'australiano medio non poteva e non ha una visione complessiva per la sua impossibilità materiale di accedere a qualsiasi tipo di comprensione intellettuale, poi ci ha pensato la tecnica della persuasione occulta fatta attraverso le televisioni i mezzi d'informazione tutti a reindirizzarli) .

Carta di Laura Canali – 2021

4. I massimi attori dell’Indo-Pacifico hanno riconosciuto all’Australia la straordinarietà di tanta conversione. Ciascuno a modo proprio.

Potenza di notevole sofisticazione, il Giappone le ha tributato elogi fuori dal comune. Valgano su tutte le dichiarazioni dell’ambasciatore nipponico a Canberra, Yamagami Shingō: «Applaudo il modo in cui l’Australia ha guardato dritte in faccia le tremende pressioni (cinesi). (…) Il Giappone sta facendo meglio dell’Australia nel trattare la Cina? La mia risposta è semplice: assolutamente no. (…) Australia, Giappone, Stati Uniti e altri paesi dalle necessità simili devono unire le forze per affrontare le sfide causate dall’ascesa di questa potenza emergente» 5. Effusioni interessate: Tōkyō vuole la Marina aussie non solo nel Mar Cinese Meridionale, ma pure in quello Orientale, per schierarsi apertamente in difesa di Taiwan. Esattamente come stanno facendo i nipponici.

Quindi, gli Stati Uniti hanno condiviso i sottomarini nucleari, una delle loro armi assolute e più segrete, per la seconda volta nella storia e la prima dal 1958 (allora i prescelti furono i britannici). Non sarebbe mai avvenuto in presenza di dubbi sulla lealtà e sulla risolutezza del satellite.

Infine, anche la Cina a suo modo ha concesso l’eccezionalità delle scelte di Canberra. Tanto rilevanti da attirare minacce clamorose. «La Cina è arrabbiata. Se fai della Cina un nemico, la Cina sarà il tuo nemico», ha sibilato un funzionario pechinese a un giornalista australiano nel consegnargli una lista in 14 punti degli atteggiamenti sgraditi alla Repubblica Popolare 6.

Alle parole la Cina ha abbinato rappresaglie concrete. Dalla primavera 2020 ha lanciato una vera e propria guerra economica contro l’Australia. Non manifesta, nero su bianco, ma fitta di pretesti per colpire l’importazione di otto tipi di merci. Sull’orzo ha imposto dazi dell’80%. Sul vino tasse dal 107% al 212%, trovando improvvisamente calzanti le lamentele dell’associazione nazionale di categoria. Poi rame, cotone e carbone. Quindi ha bloccato il legname citando un fungo nocivo, la carne surgelata diffondendo ad arte il sospetto che vi si potesse annidare il coronavirus 7, le aragoste imponendo la quarantena ai succulenti crostacei fino a farli marcire nei porti.

Il pessimo clima ha ucciso gli investimenti cinesi in Australia, nel 2020 crollati del 94% rispetto al picco del 2016 (778 milioni di dollari contro i 12,8 miliardi di allora) 8. L’embargo però non è stato totale. Ha riguardato solo il 13% dell’interscambio, ha causato mancati introiti per 5,4 miliardi nel primo semestre del 2021, potenzialmente per 23 miliardi su base annua 9. Danni veri, ma un colpo d’avvertimento più che fatale. Anche perché gli australiani hanno piazzato altrove 4 miliardi delle merci invendute (possibilità tuttavia non illimitata e temporanea, dovuta più che altro alle opportunità aperte dal Covid-19). Inoltre, gli stessi cinesi non possono fare del tutto a meno dell’imponente fornitura dei minerali ferrosi, il 60% di tutte le importazioni dall’Australia.

La rilevanza della reazione australiana sta anche nel contegno esibito nella guerra commerciale. Non ha sbandato, non si è piegata per paura di ledere il settore produttivo, non si è cosparsa il capo di cenere, non ha revocato alcuna decisione. Nessuno ne gioisce e anzi diverse aziende potrebbero chiudere. Però, nel comunicare alla nazione il bilancio dell’embargo, il ministro del Tesoro Josh Frydenberg ha spiegato che la competizione strategica è ormai caratteristica strutturale dell’ambiente internazionale e la Cina è sempre più determinata a usare la coercizione economica (non solo contro l’Australia); pertanto gli operatori economici devono imparare a diversificare e a non dipendere da un solo mercato 10. Non risulta che il ministro sia stato linciato.

Carta di Laura Canali – 2021

5. Il patto Aukus è spesso interpretato in modo incompleto. Analisti e commentatori si sono concentrati sui sottomarini nucleari, senza dubbio la componente più rilevante. Ma spostata nel futuro, visto che non saranno operativi prima del 2040. Un’altra dimensione riguarda invece il presente. Per capirlo occorre fare un passo indietro.

Partita la rappresaglia commerciale cinese, gli australiani si sono rivolti agli americani per vendere loro l’invenduto e compensare le perdite. Ma gli interessati hanno fatto orecchie da mercante, a parte annunciare su Twitter pasti a base di vini aussie alla Casa Bianca. Non hanno prestato ascolto nemmeno ad altre due richieste di Canberra. Una è riformare l’Organizzazione mondiale del commercio, che gli statunitensi stanno lasciando andare in malora. L’altra è modificare la tregua commerciale raggiunta con Pechino nel 2020 sotto Trump e confermata da Biden, che danneggia alcuni settori australiani. Washington non ha interesse a farlo; il suo protezionismo è dovuto alla necessità di curare il fronte interno, di alleviare il peso della globalizzazione sulle classi medio-basse che non appoggiano più ogni impresa imperiale dell’America.

Gli Stati Uniti hanno fatto una controproposta, una compensazione indiretta. L’accordo Aukus prevede la condivisione di informazioni scientifiche su cibernetica, intelligenza artificiale, calcolo quantistico. Pochi giorni dopo, nella riunione del Quad, ne è stato siglato un altro per cooperare su semiconduttori, 5G, Spazio eccetera. Tutte tecnologie al centro dell’attuale rivoluzione industrial-digitale. L’Australia sta inoltre cercando di far produrre sul proprio suolo missili a lunga gittata, missili ipersonici e mezzi sottomarini teleguidati. Sono posti di lavoro, ma soprattutto promettono di generare a cascata progresso tecnologico e opportunità imprenditoriali, come sempre accade sulla scia della ricerca e sviluppo militare.

Lo scambio è: voi ci seguite nel contenimento della Cina, noi vi forniamo tecnologia con cui alimentare l’economia. Aderendo a queste iniziative, gli australiani contribuiscono a tagliare fuori la Repubblica Popolare dalle filiere produttive sensibili e d’avanguardia, a rallentare la sua ascesa tecnologica. È esattamente quanto Washington sta provando a negoziare con gli europei, con urgenza ed esiti assai diversi. Gli americani hanno offerto qualcosa che fosse anche nel loro interesse. E di valore assai maggiore di un’aragosta e qualche bottiglia di vino.

6. Letto così, il patto Aukus non è una scelta determinata da fattori culturali o razziali (l’Anglosfera), ma una convergenza di interessi concreti, certo oliata dalla familiarità e dalla consuetudine strategica.

Calarsi nel punto di vista degli Stati Uniti aiuta a cogliere meglio la convergenza di interessi materiali. L’Australia è utile non per la matrice britannica bensì per la geografia strategica. Esattamente come tutti gli altri membri dei Five Eyes, ha il lusso di non sorgere in Eurasia, la massa bicontinentale che è imperativo per gli americani accerchiare per evitare l’emersione di uno o più rivali. È una favolosa piattaforma per affacciarsi su due oceani, pattugliare gli stretti indonesiani in cui imbottigliare i cinesi, tenersi relativamente lontani dal fuoco nemico, allungare lo schieramento militare oltre la prima e la seconda catena di isole del Pacifico. Premio di consolazione di non riuscire a sbarcare sul continente, di non aver nessun paese dell’Indocina disposto a ospitarli: in Asia gli americani sono presenti in massa soltanto sulla penisola coreana e in nessuno vicino della Repubblica Popolare, ora che hanno lasciato l’Afghanistan.

Carta di Laura Canali – 2020

In cambio di un robusto aiuto a riarmarsi, gli americani stanno trasformando l’Australia in un avamposto cruciale nell’Indo-Pacifico. Hanno già accesso a diverse basi: Exmouth, Kojarena, Robertson Barracks, Pine Gap (qui sorge una stazione del Muos essenziale per l’intelligence e le comunicazioni planetarie), più Tindal e Darwin (aeree). Ma, con i soldi dei suoi stessi contribuenti (787 milioni di dollari), Canberra sta ampliando quattro installazioni nelle vicinanze di Darwin per acquartierarvi soldati e mezzi americani: Robertson Barracks, Kangaroo Flats, Mount Bundey, Bradshaw. Ospiterà navi e sottomarini statunitensi nella stazione navale di Sterling, a Perth, per offrire un affaccio sull’Oceano Indiano. Ha attrezzato le basi aeree per accogliere ogni tipo di velivolo militare della superpotenza. Sta creando una brigata congiunta, comandata a rotazione da un generale di una delle due nazioni, la prima di questo tipo. I marines a Darwin sono tornati a quota 2.500, ma di certo il numero di militari americani aumenterà: già nel 2011, quando negoziò l’accesso proprio al porto più settentrionale del paese, Washington chiedeva di stanziarne 7.500. Allora Canberra rifiutò, ora le sarà difficile resistere.

Oltre a usare il suo territorio, gli Stati Uniti stanno inserendo l’Australia nella coalizione per Taiwan. Nel 2021, il ministro della Difesa australiano ha dichiarato che un conflitto a Formosa non può essere escluso e, in una lettera al personale nel giorno delle Forze armate, il dipartimento dell’Interno ha evocato «tamburi di guerra» che tornano a rullare. L’ambasciata americana a Canberra sostiene di stare già discutendo piani di contingenza 11. E sulla stampa filtrano voci delle opzioni sul contributo australiano in caso di aggressione cinese a Taipei: sottomarini e velivoli da ricognizione per controllare gli stretti da Malacca a Lombok, rifornimento in volo, forse caccia in decollo da Guam, Filippine, persino Giappone, incrociatori da inserire nei gruppi navali delle portaerei 12. Insomma, un apporto per nulla trascurabile.

È la stessa Taiwan a implorare aiuto. Per esempio il suo ministro degli Esteri appoggia la retorica anticinese australiana, invoca un accordo di libero scambio, si dice sicuro che nel momento del bisogno (leggi: in guerra) Canberra parlerà a nome dei taiwanesi (leggi: interverrà) 13. Chiede inoltre di approvare la richiesta di aderire al patto commerciale transpacifico (noto con la sigla Cptpp), a cui ha chiesto accesso anche la Cina, braccio di ferro destinato a obbligare gli attori indo-pacifici a chiarire chi sta con chi. Prossimamente, l’Australia potrebbe prendere posizione sull’accordo transpacifico (dunque svuotare di senso la politica di «una sola Cina»). Potrebbe creare un formale ufficio di collegamento militare sull’isola, coinvolgere Formosa in attività securitarie nel Pacifico meridionale o sull’isola di Manus a Papua Nuova Guinea, dove ha una base assieme agli americani. Oltre a creare iniziative comuni sui semiconduttori, di cui i taiwanesi sono fra i leader mondiali.

7. In conclusione, il caso australiano palesa i limiti della Cina. Priva di alleati, a Pechino difetta il potere di sedurre, sprovvista com’è di una missione ecumenica che non sia il poco emozionante rispetto degli affari interni. Così in questi anni ha presentato la propria ascesa come dovuta e inevitabile, in un misto di coercizione e sirene economiche. Già questo ha reso un attore come Canberra meno propenso ad accettarla. Aggredendola sui commerci l’ha poi definitivamente convinta a rompere gli indugi. Voleva colpirla nel suo punto debole, sicura che la sincera fede nel libero scambio l’avrebbe fiaccata. Tragico errore, poiché si è mostrata aggressiva nell’unica dimensione in cui gli australiani erano certi che fosse benevola. Storia simile a quella dell’India, anch’essa spinta nelle braccia degli americani dall’offensiva sinica sull’Himalaya. Punto formidabile a favore degli Stati Uniti, che hanno convinto paesi di assoluta rilevanza della necessità di contenere la Cina nel momento peggiore dell’immagine americana nel mondo.

Carta di Laura Canali – 2021

Illusa di tenerli nell’oceano, Pechino si ritrova gli australiani nei mari di casa, presso Taiwan. Di più, stanziarsi in Australia è per gli americani la risposta ai cinesi stanziati nel Mar Cinese Meridionale. Esattamente come Pechino si è installata in un nulla d’acqua, Washington si sta installando in un nulla di terra, nel Nord dell’Australia quasi disabitato, desertico o tropicale. Là le truppe di Canberra già normalmente si schierano in modalità da spedizione, come se già avessero lasciato la madrepatria per andare a combattere. Ideale trampolino di lancio.

Non è tutto rosa e fiori fra americani e australiani. Aukus segna l’inizio, non la fine di duri negoziati su come concretamente Canberra parteciperà al contenimento navale della Cina e quali contropartite riceverà per la propria sicurezza. Tant’è vero che il Quad non parla ancora di questioni militari, nonostante l’esplicito intento statunitense di farne una Nato indo-pacifica. India, Giappone e Australia hanno stabilito che la Cina è un avversario. E gli ultimi due si stanno pure acconciando, in un misto di reticenza e terrore, a difendere Taiwan. Però tutti e tre sognano un impossibile contenimento statico, che non induca in crisi Pechino, per non subirne le conseguenze.

Lo segnala la stessa opinione pubblica australiana in un recente sondaggio: il 62% degli intervistati ritiene la Cina aggressiva, ma solo il 21% morirebbe per Taipei e il 57% preferirebbe restare neutrale in caso di conflitto 14. Lo dimostrano gli stessi funzionari di Canberra, che spifferano alla stampa rischi di guerra e possibili piani di battaglia. Quando simili dettagli trapelano, vuol dire che fra Stati Uniti e Australia esistono divergenze non trascurabili. Quando si va d’accordo, i segreti restano avvolti nella notte. Come Aukus, presentato a fatto compiuto. Frizioni inevitabili fra alleati, specie se intimi. Incapaci tuttavia di alterare una traiettoria che rema in direzione favorevole all’America. Ma ai quali disperata s’aggrapperà la Cina per guadagnare tempo e dividere il fronte avversario. Per non morire soffocata nelle acque basse dei mari da cui non riesce a uscire. Anche per colpa della straordinaria scelta australiana.

Note:

1. Entrambe le citazioni in J. Curran, «Could the AUKUS Deal Strengthen Deterrence Against China – And Yet Come at a Real Cost to Australia?», Council on Foreign Relations, 20/9/2021.

2. Un buon esempio in tal senso è C. Hamilton, Silent Invasion: China’s Influence in Australia, Richmond, Victoria, Australia 2018, Hardie Grant.

3. L. Silver, K. Devlin, C. Huang, «Unfavorable Views of China Reach Historic Highs in Many Countries», Pew Research Center, 6/10/2020.

4. N. Kassam, «Lowy Institute Poll 2019», Lowy Institute, 26/6/2019.

5. Cit. in S. Dziedzic, «“No way” is Japan handling its China relationship better than Australia, says Japanese ambassador in Canberra», Abc, 23/7/2021.

6. J. Kearsley, E. Bagshaw, A. Galloway, «“If you make China the enemy, China will be the enemy”: Beijing’s fresh threat to Australia», Syndney Morning Herald, 18/11/2020.

7. Zhao Y., Cao S., Fan L., «GT investigates: Could cold-chain imports have sparked Wuhan early COVID-19 outbreak?», Global Times, 6/12/2020.

8. A. Watson, «Chinese investment in Australia plunged last year as tensions worsened», Cnn, 1/3/2021.

9. Cfr. R. Wickes, M. Adams, N. Brown, «Economic Coercion by China: The Impact on Australia’s Merchandise Exports», University of Adelaide, Working Paper, n. 4, luglio 2021.

10. H. Burke, «Australia is on the “frontline” of China’s global strategic competition: Josh Frydenberg», News, 6/9/2021.

11. A. Greene, «Australia discussing “contingency” plans with United States over possible Taiwan conflict», Abc, 1/4/2021.

12. J. Greber, M. Smith, A. Tillett, «Canberra prepares for Taiwan conflict as tensions escalate», Australian Financial Review, 16/4/2021.

13. M. Smith, «Taiwan shores up allies as China threat looms», Australian Financial Review, 6/5/2021.

14. N. Kassam, «Lowy Institute Poll 2021», Lowy Institute, 23/6/2021.

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