L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 ottobre 2021

Come già fatto con l'influenza covid Eurasia si sfila e lascia solo l'Occidente a gestire il CROLLO CLIMATICO il terzo giocatore in campo creato dalla Strategia della Paura nata a New York nel 2001 in quell'11 settembre

Dopo Xi, Putin dice niet alla Cop26. Russia al bivio sulla transizione

Di Gabriele Carrer | 20/10/2021 -


Il Cremlino ha comunicato che il presidente non andrà a Glasgow. Ancora da capire se parteciperà in videoconferenza, come farà per il G20 di Roma. Da una parte l’economia legata a petrolio e gas, dall’altra i timori per il permafrost: il clima è una partita difficile per Mosca

Nel corso della loro terza telefonata negli ultimi tre mesi, il presidente russo Vladimir Putin ha comunicato al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi che parteciperà in videoconferenza al summit dei leader del G20 in agenda il 30 e 31 ottobre prossimi a Roma. A distanza di 24 ore da quel colloquio, il Cremlino ha comunicato che il presidente Putin non sarà neppure a Glasgow per i primi giorni, quelli seguiti direttamente dai capi di Stato e di governi, della Cop26.

Se, come ha spiegato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, la decisione per il vertice di Roma è stata figlia della situazione pandemica, allora c’era da aspettarsi che il presidente russo decidesse di non raggiungere neppure la Scozia per la conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Ancora da capire se parteciperà in videoconferenza. In ogni caso, aveva assicurato pochi giorni fa Andrei Kelin, l’ambasciatore russo nel Regno Unito, alla Bbc, “il governo sarà rappresentato ad alto livello”.

Mosca sembra pronta a impegnarsi pubblicamente, per la prima volta, a raggiungere la neutralità energetica entro il 2060 (lo stesso orizzonte indicato dal presidente cinese Xi Jinping, che sarà assente sia a Roma sia a Glasgow). “Il ruolo del petrolio e del carbone diminuirà”, ha riconosciuto pubblicamente Putin durante la Conferenza sull’Energia organizzata a Mosca.

Ma il governo e il Paese sono davanti a una sfida cruciale posta dalla transizione energetica (su cui spingono forte, verso la Russia quanto verso la Cina, – e forse non è un caso – gli Stati Uniti di Joe Biden).

La Russia è il quarto emettitore di CO2 a livello internazionale, figura tra i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas (che rappresentano il 35% delle entrate del bilancio federale – il dato relativo gli Stati Uniti è dell’8%, per fare un paragone) e ha in queste fonti un’eccellente arma geopolitica. Infatti, è la fonte del 41% delle importazioni di gas dell’Europa e la sua influenza crescerà con l’apertura del gasdotto Nord Stream 2 e lo sviluppo dei mercati in Asia. Si tratta di uno strumento che rende “ridicolo” il piano europeo Fit for 55, ha sostenuto Jarosław Kaczyński, presidente del partito di maggioranza polacco Diritto e giustizia, in un’intervista al settimanale Gazeta Polska.

Dall’altra parte ci sono una popolazione tra le più scettiche al mondo sui cambiamenti climatici e i danni causati dagli stessi, tra foreste in fiamme, inondazioni e rischi legati al possibile cedimento del permafrost su cui si trovano due terzi del Paese. Dal 1976 la temperatura media in Russia è aumentata con un ritmo pari a due volte e mezzo rispetto a quello globale, ha riportato il Wall Street Journal. Ciò ha spinto il governo a ratificare l’accordo di Parigi sul clima nel 2019 e a studiare come limitare le emissioni.

Sebbene le emissioni totali di CO2 della Russia siano inferiori a quelle della Cina, leader mondiale delle emissioni di carbonio, il Paese si ritrova alla ricerca di un difficile compromesso per cercare di ridurre le sue emissioni e mitigare gli effetti del cambiamento climatico sulle città senza ostacolare l’economia.

La Russia è tra i Paesi che devono ancora pubblicare i loro obiettivi, noti come “nationally determined contributions”, attesi prima della Cop26. L’obiettivo del Regno Unito organizzatore, assieme all’Italia, è di impegnare i governi a contenere l’aumento della temperatura di 1,5 °C nel 2030.

Ma l’assenza di Putin, dopo quella di Xi, rischia da una parte di far naufragare gli intenti della conferenza, dall’altra di allargare la spaccatura tra Occidente e Oriente (anche l’India è in bilico verso la Cop26) anche su una tema che, almeno nelle premesse dell’amministrazione Biden, sembrava essere l’unico su cui un dialogo è necessario.

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