L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 12 ottobre 2021

Contro corrente - e cinque - Nuova Zelanda, Norvegia, Islanda, Ungheria Russia , aumentano i tassi d'interessi, + 22 paesi emergenti tra cui Brasile, Corea del Sud, Uruguay.

Falchi Colombe
Risalita dei tassi e dubbi sulla natura dell’inflazione
Le strozzature dal lato dell'offerta non aiutano a capire se l'aumento dei prezzi è strutturale

di Donato Masciandaro
11 ottobre 2021

(napa74 - stock.adobe.com)

Quest'anno l'autunno, oltre alla caduta delle foglie, porta la salita dei tassi di interesse. Le banche centrali dei Paesi avanzati stanno decidendo quando e come iniziare la normalizzazione monetaria.

In ciascuna di esse, inclusa la Bce e la Fed, ci saranno due nodi da sciogliere: l’aumento dei prezzi da cosa dipende? Ed è temporaneo? Falchi e colombe già stanno affilando gli artigli.

Da gennaio ad agosto 22 banche centrali dei Paesi emergenti
hanno innalzato i tassi. Ma nei Paesi emergenti la scelta è stata semplificata da tre fatti.

1 La banca centrale ha di fronte una crescita dell’inflazione che appare strutturale;

2 Lo strumento del tasso è spesso l’intervento più efficace
che ha a disposizione;

3 Anche innalzando i tassi, il loro aumento è minore dell’inflazione effettiva; quindi il tasso di interesse reale, che è quello ritenuto rilevante per sostenere la crescita economica, continua a essere ampiamente negativo.

Prendiamo l’Uruguay, che peraltro da febbraio è membro dell’Ocse. La sua banca centrale ad agosto innalzò i tassi di interesse dal 4,5% al 5%, e mercoledì scorso li ha ulteriormente alzati di 25 punti base. Con una inflazione al 7%, la Banca centrale uruguaiana può essere ragionevolmente tranquilla, se la preoccupazione è quella di non avere una politica monetaria troppo restrittiva.

Il caso dei Paesi avanzati è diverso. Giovedì scorso le banche centrali di Nuova Zelanda, Polonia e Islanda hanno alzato i loro tassi di interesse. Mentre per la banca centrale neozelandese è il primo aumento dopo 7 anni, e per quella polacca il primo dopo quasi 10 anni, per quella islandese è il terzo dall’inizio dell’anno. Cosa hanno in comune le tre banche centrali? Almeno due cose: l’aumento dell’inflazione, intrecciato con l’incertezza della natura di questo aumento. Ed è questo intreccio che ciascuna banca centrale dovrà valutare, e decidere se e come modificare l’orientamento finora espansivo della politica monetaria, tassi di interesse inclusi.

Perché per una banca centrale capire la natura del fenomeno inflazionistico è fondamentale per stabilire in che direzione muoversi. E oggi la comprensione della crescita dei prezzi è più difficile del solito, perché stiamo uscendo da una recessione “speciale”, quella pandemica. La recessione pandemica ha avuto una origine non economica, e ha simultaneamente congelato sia l’offerta che la domanda aggregata. La ripresa economica si sta caratterizzando per una serie di strozzature dal lato dell’offerta: trasporti, manodopera, costi delle materie prime. Ora, quando l’inflazione è innescata da tali fattori, tipicamente una banca centrale aspetta, per capire se il fenomeno è temporaneo o meno. La prudenza serve a rinviare una scelta che può implicare uno spiacevole dilemma: una restrizione monetaria può evitare che l’aumento dei prezzi venga incorporato nelle aspettative, consolidandosi; allo stesso tempo, però, può far crescere il rischio di una ricaduta dell’economia in una situazione di stagnazione.

Troviamo questo approccio nelle parole di Mario Draghi, quando nel 2016, da presidente della Bce, osservava che, in presenza di shock dal lato dell’offerta, le banche centrali si astengono dall’intervenire, temendo di creare effetti macroeconomici controproducenti. Ed è lo stesso approccio che troviamo nelle parole di Christine Lagarde dello scorso settembre, con cui segnalava sì un aumento dell’inflazione, ma anche le ragioni per cui tale aumento può essere considerato temporaneo. Due giorni fa, la pubblicazione del resoconto dell’ultima riunione del consiglio Bce ci ha fatto intendere che sul tema i governatori non sono affatto unanimi, con i falchi preoccupati di una sottostima dei rischi inflazionistici. Stesso dibattito sta avvenendo all’interno della Fed. L’approccio di Lagarde è quello di far parlare i dati, cum grano salis. Staremo a vedere.

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