L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 ottobre 2021

Difficile che Asimov ci possa aiutare, l'albero della storia è sempre verde

Su “Il mercato rende liberi”

di Gennaro Zezza
15 ottobre 2021

Mauro Gallegati, Il mercato rende liberi. E altre bugie del neoliberismo, Luiss University Press, Roma, 2021, pp.126

Quella che segue è la mia recensione, in pubblicazione su la Rivista Economica del Mezzogiorno.

Per chi non conosce Mauro Gallegati – uno dei maggiori riferimenti internazionali per la letteratura sui modelli ad agenti (agent based models, ABM) – il titolo di questo libro potrebbe far pensare all’ennesimo pamphlet contro gli eccessi del capitalismo finanziario, ed alcuni recensori, alfieri delle virtù dei mercati, hanno infatti lamentato che nel testo non si trovi traccia di una discussione sulla relazione tra mercato e libertà, e neanche si definisca con precisione cosa si intenda per neoliberismo, se non vagamente come quella teoria che “prescrive alle imprese private di creare ricchezza e di lasciare allo Stato l’intervento in economia solo per cercare di risolvere i problemi quando si presentano” (p.18)

Il volume è invece una critica radicale alle teorie economiche su cui si basano le ricette del neoliberismo, che l’A. chiama – a ragione – mainstream, e che fa risalire ai contributi di Arrow e Debreu (p.54).

A ragione, data la assoluta prevalenza di economisti che si riconoscono in questo approccio nelle università, e di conseguenza nelle riviste considerate “fascia A” su cui è necessario pubblicare per intraprendere la carriera universitaria, in un sistema che tende ad auto-perpetrarsi ed emarginare studiosi che si rifanno ad approcci metodologici diversi.

Come l’A. ricorda, e come sottolinea subito nella prefazione Francesco Saraceno, la crisi partita nel 2007 negli Stati Uniti, oggi nota come la Grande Recessione, ha colto di sorpresa il mainstream, mostrato l’inadeguatezza dei modelli macroeconomici basati su queste teorie, ed avviato un salutare processo di ripensamento, ed il volume di Gallegati fornisce un contributo prezioso a questo processo.

Aggiungerei che anche il Mezzogiorno ha pagato un prezzo salato dalle politiche economiche – o meglio dalla assenza di politiche economiche di riequilibrio – degli ultimi decenni, che a mio avviso sono riconducibili alla stessa matrice teorica.

L’introduzione al volume fornisce una interessante ricostruzione dell’evoluzione del pensiero economico che ha portato alle teorie più recenti su cui si basano le ricette neoliberiste. Una ricostruzione ricca di riferimenti ai più importanti contributi nella letteratura scientifica, e che fornisce una ottima base di partenza per chi voglia approfondire l’evoluzione del pensiero economico. Allo stesso tempo, l’A. sottolinea gli aspetti critici di queste teorie, che verranno discussi nei capitoli successivi. Il “peccato originale” è la trasformazione della Political Economy in Economics, sul finire dell’Ottocento con Walras e Pareto: la decisione di mutuare – per l’elaborazione di una scienza sociale come l’economia – le metodologie di analisi e la formalizzazione matematica proprie della fisica e di altre scienze “dure”.

Nel mio corso di introduzione all’economia metto in guardia gli studenti: la microeconomia può sembrare una scienza inutile, se non folle: nei modelli introduttivi si ipotizza che tutti siano onniscienti, e che i mercati siano perfettamente concorrenziali. Queste ipotesi, completamente irrealistiche, servono a poter derivare – con un’algebra relativamente semplice – le implicazioni delle scelte ottimali degli individui, e mostrare che tali decisioni portano al migliore dei mondi possibili. La “scienza economica” costruisce in questo modo un mondo immaginario, e i nuovi contributi scientifici vengono validati non valutando il loro realismo, ma in base alla coerenza formale con l’impianto già consolidato. L’ottimalità dei risultati ottenibili nel mondo immaginario dovrebbe costituire la motivazione dell’approccio, e di conseguenza fornire i suggerimenti di policy: quando nella realtà non si raggiunge la piena occupazione, la stabilità dei prezzi, ecc., le cause vanno cercate nella bassa concorrenzialità dei mercati – in particolare di quello del lavoro – o in altre imperfezioni che possono essere sanate da opportune riforme strutturali. Gli economisti che adottano questa metodologia hanno cercato di colmare Il gap tra il mondo immaginario e la realtà rendendo progressivamente più complessa la descrizione del mondo immaginario, aggiungendo comportamenti strategici tramite la teoria dei giochi, l’eterogeneità degli agenti e quant’altro fosse necessario per rendere conciliabili i risultati dei modelli con gli accadimenti del mondo reale. In questo modo, ex-post – ma solo ex-post! – riescono a spiegare una crisi economica.

Il volume di Gallegati spiega in modo chiaro ed efficace perché questo approccio metodologico non funzioni e non possa funzionare. In primis, perché l’ipotesi che gli agenti economici prendano decisioni ottimali in modo indipendente gli uni dagli altri – ipotesi necessaria per rendere i modelli trattabili formalmente – non corrisponde ai processi non lineari della realtà, caratterizzati da interazioni tra individui che modificano le loro decisioni in base ai risultati delle loro interazioni. In secondo luogo, l’ottimalità dei risultati nel mondo immaginario richiede la conoscenza del futuro, o meglio la formazione di aspettative ottimali, che sono difficilmente conciliabili con il tempo storico. “Il tempo nell’economia di Arrow e Debreu non c’è. E quindi non c’è spazio per le banche, la moneta e il credito” (p.30). E di fatto l’assenza del settore finanziario nei modelli mainstream è stata – ex-post! – universalmente riconosciuta come uno dei motivi per cui i modelli adottati dalle Banche centrali non siano stati in grado di prevedere la Grande Recessione.

Mi sembra che la macroeconomia mainstream stia ignorando le critiche metodologiche profonde avanzate da Gallegati, per privilegiare lo studio di estensioni dei modelli esistenti per incorporare questo o quell’altro aspetto dei mercati finanziari, o della eterogeneità degli agenti, per rattoppare gli strumenti che non hanno funzionato. Condivido invece l’invito di Gallegati ad interrogarsi sulla opportunità di un deciso cambiamento di prospettiva metodologica.

Mentre il volume dell’A. fornisce una utile guida al lettore per approfondire l’evoluzione nel tempo del pensiero mainstream, la parte finale del libro, dedicata alle alternative basate sui modelli ad agenti eterogenei (Agent-Based Models, ABM) non è altrettanto estesa, anche se l’A. fornisce gli elementi di base per invogliare ad ulteriori letture.

Gli ABM sono strumenti utilizzati in diverse discipline, perché consentono di analizzare come dalla interazione tra singoli componenti di un sistema possano scaturire delle proprietà emergenti per il sistema nel suo complesso. E’ un approccio che ha potuto svilupparsi solo in anni relativamente recenti, con la diffusione di sistemi di calcolo computazionale a basso costo. In economia, un ABM può anche essere considerato come la costruzione di un “mondo immaginario” che funziona con regole diverse da quelle del mainstream: gli autori stabiliscono le ipotesi di comportamento, la numerosità degli agenti, la tipologia delle istituzioni, ecc., ma i criteri di validazione del modello dovranno necessariamente basarsi sul realismo, e cioè sul fatto che le proprietà emergenti del modello siano quelle dell’economia del mondo reale.

In economia, gli ABM che hanno incorporato i principii della coerenza macroeconomica stock-flussi, basata sui contributi di Cripps, Godley e Lavoie, e coerente con il sistema dei conti nazionali, hanno fatto un ulteriore salto di qualità, unendo l’analisi microeconomica della complessità dei comportamenti tra agenti che interagiscono con le regole macroeconomiche dei vincoli di bilancio e della coerenza tra decisioni di spesa e risparmio da un lato, e creazione di debiti e crediti dall’altro.

Come Gallegati ammette, è presto per suggerire che gli ABM saranno la base per rifondare la scienza economica con un approccio in grado di trattare la complessità del reale. Come Krugman, anche chi scrive è stato influenzato dalla psicostoria di Hari Seldon, protagonista della famosa saga di Asimov: una scienza in grado di prevedere e influenzare il destino dell’umanità in base a regole suggerite dall’economia, dalla sociologia, dalla psicologia. Mi sembra che l’approccio degli ABM, da questo punto di vista, sia molto più promettente rispetto a quello dell’homo oeconomicus, e anche per questo motivo il volume di Gallegati merita una ampia diffusione.

Nessun commento:

Posta un commento