L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 ottobre 2021

E' nostra responsabilità di italiani che abbiamo mandato in Parlamento uomini che si sono venduti l'anima ad Euroimbecilandia e difendono gli interessi di questi contro quelli di noi popolo italiano. Il credito d'imposta è MONETA PARALLELA e per questo il governo degli euroimbecilli non lo vuole boicottandolo

Che cosa c’è (e non c’è) nelle risoluzioni parlamentari sulla Nadef


7 ottobre 2021

L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Ieri pomeriggio le Camere hanno votato, con ampia maggioranza, le rispettive risoluzioni relative all’esame della Nadef approvata dal governo qualche giorno fa.

I parlamentari hanno articolato in un elenco di dieci punti gli impegni da porre a carico del governo e – trascurando i passaggi in cui c’è la scolastica trascrizione dei soliti mantra calati da Bruxelles, come “l’aumento delle entrate fiscali attraverso il contrasto all’evasione”, l’attuazione del Green New Deal e della transizione ecologica e l’abito buono per tutte le stagioni degli “interventi a finalizzati a invertire il trend demografico e sostenere il Mezzogiorno e le aree svantaggiate del Paese” – sono degni di nota:
  1. “La proroga dei vari bonus edilizi e, segnatamente, della misura del superbonus del 110%, ivi incluso il rinnovo del cosiddetto “sconto in fattura” e “cedibilità del credito”, valutando di includere altre tipologie di edifici”;
  2. L’azione di contrasto al “caro energia”, con l’adozione di “politiche pubbliche che tutelino e mettano al riparo da oscillazioni eccessive del prezzo dell’energia elettrica, microimprese e clienti finali”, sempre “rispetto degli obiettivi di finanza pubblica della Nadef 2021”. Inoltre si valuta la promozione di “interventi a livello europeo per contenere gli effetti del rincaro dei prezzi delle materie prime, scongiurando il pericolo che detto rincaro possa pregiudicare il conseguimento degli obiettivi stabiliti con il PNRR e le relative funzionalità anticicliche”;
  3. Interventi di “potenziamento del sistema sanitario nazionale” sempre “compatibilmente con gli obiettivi di finanza pubblica della Nadef 2021”.
Sul primo punto è intervenuto subito a raffreddare gli entusiasmi il ministro dell’Economia, Daniele Franco, sottolineando i pericoli per l’equilibrio del bilancio pubblico. Ma dietro questo paravento si nasconde l’atavica contrarietà di Bankitalia (da cui Franco proviene) per strumenti come la cessione del credito che sono di fatto una moneta parallela, in grado di fungere da mezzo di pagamento con effetto liberatorio riconosciuto dalle parti. Gli ultimi due punti si commentano da sé, perché dominati dalla premessa del “rispetto degli obiettivi di finanza pubblica della Nadef” che, tradotto, significa che non c’è un euro.

Hanno invece accuratamente sorvolato sull’”elefante nella stanza” che troneggia al centro della Nadef: il deficit/Pil tendenziale per il 2021 che – grazie al numeratore, sceso per le maggiori entrate e le minori spese rispetto alla previsione di aprile e al denominatore, salito per la crescita del PIL più sostenuta – è sceso dal 11,8% al 9,4%. 2,4% del PIL (circa 40 miliardi) che avrebbe potuto essere usato in questo ultimo scorcio del 2021 per abbassare la pressione fiscale, viene offerto in omaggio alla disciplina di bilancio senza che i parlamentari abbiano battuto un solo colpo. Silenzio assoluto.

Le stesse perplessità sorgono per il 2022: il deficit/PIL tendenziale (cioè a legislazione vigente) ad aprile era pari al 5,9% ma le nuove previsioni lo portano al 4,4% e il governo compie il “titanico” sforzo di portarlo al 5,6% programmatico. Un 1,2% in più, ma sempre meno del 5,9% pianificato ad aprile, i famosi 20-22 miliardi su cui da qualche giorno è scattato l’assalto alla diligenza. Da considerare che il 2022 sarà l’ultimo anno che beneficerà della clausola di salvaguardia che disattiva il Patto di Stabilità. Allora perché non approfittarne per abbassare la pressione fiscale in modo significativo, sia pure con misure di stimolo una tantum? Nella risoluzione regna il silenzio.

Stesso percorso nel 2023 e 2024, quando il deficit/PIL programmatico è previsto al 3,3%, vicino al 3,4% fissato ad aprile. Il rispetto dei desiderata di Bruxelles emerge chiaramente per stessa ammissione dei parlamentari secondo i quali questi nuovi saldi “lasciano inalterato il percorso di avvicinamento del saldo strutturale all’obiettivo di medio termine” (quello caro alla Commissione che, per la cronaca, è pari a un avanzo del 0,5% del PIL, roba da mettere in ginocchio il Paese) e, “ a partire dal 2024, includerà interventi mirati a ridurre il deficit strutturale e ricondurre il debito/PIL intorno al livello precrisi entro il 2030”.

Sembra scritto a Bruxelles, invece è un testo firmato dai nostri parlamentari. Ai quali deve essere sembrato troppo azzardato chiedere un sollievo fiscale di 30/40 miliardi e portare il deficit/Pil del 2021 al 11,8% – già promesso da Draghi ad aprile per il 2021 – a favore di un Paese il cui PIL è ancora al di sotto di quello del 2007 e che ha visto dal 2011 la pressione fiscale aumentare senza sosta e gli investimenti pubblici ridotti al lumicino.

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