L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 ottobre 2021

E porteremo a casa del Ministro Cingolani ed eredi le scorie nucleari non trascurando la Exor

Così la Francia ricama sull’apertura di Cingolani al nucleare
Di Chiara Masi | 29/10/2021 -


“Ho notato che per la prima volta dopo decenni un ministro ha posto di nuovo la questione”, dice il titolare del Tesoro di Parigi alla vigilia di G20 e COP26 cercando un alleato (anche contro Berlino)

Sulla scia del caro bollette, la Francia di Emmanuel Macron sta chiedendo di inserire al più presto l’energia nucleare nel quadro della tassonomia europea e nei regolamenti sugli aiuti di Stato. E sembra stia cercando di coinvolgere in questa battaglia anche l’Italia. Lo dimostrano le parole rilasciate da Bruno Le Maire, ministro dell’Economia, al Corriere della Sera alla vigilia del summit G20 di Roma e a pochi giorni dall’inizio della COP26 di Glasgow.

Qual è la dinamica tra Francia e Italia in un dossier che mette i due Paesi in situazioni opposte, visto che l’Italia ha abbandonato il nucleare da decenni?

“Ogni Paese è libero delle sue decisioni in materie energetica. Guardo con attenzione all’evoluzione del dibattito in Europa. In Germania, dove ci si interroga sul buon mix energetico, e anche in Italia. Ho notato che per la prima volta dopo decenni un ministro (Roberto Cingolani, Transizione ecologica, ndr) ha posto di nuovo la questione del nucleare. Le reazioni sono state vive, ma il dibattito si evolve, anche in Francia. Prima, discutevamo della chiusura o meno di certe centrali nucleari. Oggi, parliamo dell’opportunità di aprirne di nuove”.

Ecco cosa scriveva Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sul numero di luglio della rivista Formiche.

Per noi italiani, usciti nel lontano 1987 dal nucleare dopo l’incidente di Chernobyl, vale notare che la Germania ci ha messo molto più tempo prima di uscire da questa tecnologia, mentre la Francia, nella migliore delle ipotesi, comincerà a ridurre la sua produzione nucleare verso il 50% del totale ben oltre il 2035.

Meno male, perché da quando noi italiani siamo usciti dal nucleare, le nostre importazioni sono le più alte in Europa e riguardano potenza che arriva proprio dalle centrali nucleari francesi e senza le quali il nostro sistema elettrico avrebbe problemi ben più seri di quello della transizione ecologica.

“Il nucleare ha unito l’Europa. Ora sta dividendo il club”, osserva l’Economist. Il settimanale guarda in particolare alla Francia, che dice che è verde, e alla Germania, che sostiene l’opposto. E scommette sulla Francia: “vincerà” perché “l’Unione europea è una creatura sempre più omogenea, con meno scorciatoie per coloro che vogliono fare le cose diversamente. Le decisioni collettive hanno risultati collettivi”. E, citando uno dei padri fondatori dell’Unione europea, Jean Monnet, “affrontare il nostro futuro atomico separatamente… sarebbe stato folle”. L’Unione europea “affronterà il suo futuro atomico insieme, che piaccia o meno ad alcuni Paesi”, conclude l’Economist.

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