L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 ottobre 2021

Eurasia, quello che gli analisti non dicono o non vogliono vedere. L'amalgama basata sulla continuità territoriale prosegue, spazzato via il virus statunitense, la tessitura delle relazioni economiche sociali culturali, con mille difficoltà che si incontrano/incontreranno sulla via, si faranno sempre più intense, più passerà il tempo e più il processo si velocizzerà. Concentrandosi sul Pacifico non si vuole vedere la creazione della saldatura del continente più ampio al mondo


23 OTTOBRE 2021

Di fronte al destino dell’Afghanistan, per i funzionari della Nato potrebbe essere allettante l’idea di fare semplicemente spallucce e spronare l’alleanza ad andare avanti, facendosene una ragione. In fin dei conti esistono molte altre minacce, molto più vicine, di cui preoccuparsi. Ma se i leader della Nato intendono ignorare l’Afghanistan, d’altro canto l’Afghanistan non ignorerà però loro. Infatti, le ripercussioni strategiche di questa sconfitta sono soltanto appena iniziate.

L’impegno della Nato nell’operazione in Afghanistan è stato notevole. L’alleanza ha condotto l’International Security Assistance Force dal 2003 al 2014 – una missione che ha visto coinvolti circa 50 membri e partner dell’alleanza, e che al suo apice nel 2012 aveva schierato sul campo 130.000 truppe, di cui quasi la metà provenienti da paesi che non fossero gli Stati Uniti. Nel 2015 la Nato istituì poi la Resolution Support Mission, volta ad offrire al governo afghano un training militare specializzato ed una qualche risorsa di aviazione.

Lo scorso settembre tutto questo venne meno, con l’umiliante ritirata delle forze occidentali dall’Afghanistan e la caotica evacuazione di 120.000 civili vulnerabili, lasciandone innumerevoli ad un futuro incerto all’interno del paese. Il peggior ritiro militare dell’Occidente degli ultimi settant’anni; una drammatica ed innegabile sconfitta strategica per gli Stati Uniti, di cui la Nato deve condividere il disonore.

I veri vincitori della guerra in Afghanistan

Ma riuscire a conviverci va ben oltre accettare di condividerne il disonore. Dal punto di vista geopolitico, ciò rivela come gli Stati Uniti abbiano abbandonato i propri interessi in Asia centrale e come Cina e Russia ne escano vincitrici: da un lato la Cina porta avanti il proprio interesse per i preziosi minerali dell’Afghanistan e per sviluppare ulteriormente la Belt and Road Initiative, da Kashgar in Xinjiang a Gwaidar in Pakistan; dall’altro, la Russia recupera l’influenza politica ceduta agli Stati Uniti in paesi dell’Asia centrale quali Uzbekistan, Tajikistan, Turkmenistan, e ovviamente Kazakistan.

L’Asia centrale potrebbe non trovarsi lungo il perimetro di sicurezza europeo, eppure questi paesi hanno un valore per l’Europa sia da un punto di vista economico che politico. Il Segretario Generale della Nato ha già evidenziato le modalità in cui la Cina minaccia il ruolo mondiale, la sicurezza nazionale ed i prospetti economici delle democrazie occidentali. La sfida russa alla sicurezza europea è stata chiara sin dalla guerra in Georgia del 2008, mentre la sfida cinese è diversa, più recente e più nebulosa – ma non per questo meno minacciosa per la prosperità e la stabilità dell’Europa.

E poi c’è l’effetto della sconfitta in Afghanistan sulle relazioni transatlantiche, il pilastro principale dell’intera alleanza che vi ha dato origine e che sorregge dal 1950. L’amministrazione Biden sosteneva che al termine della presidenza Trump gli Stati Uniti sarebbero “tornati” nel mondo; tuttavia, dal punto di vista europeo, la ritirata dall’Afghanistan non sembra aver cambiato troppo le cose. C’è stato soltanto un po’ più di preavviso rispetto alle tempistiche di Trump, ma comunque nessuna consultazione degli alleati, né tantomeno alcuna chance che Washington avrebbe deviato dalle proprie linee guida prestabilite.

Cosa cambia da Trump a Biden

La stessa dinamica si è ripetuta il mese successivo, in occasione dell’annuncio dell’accordo di difesa Aukus tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito. Una trattativa rapida ed estremamente segreta; ma non per la Cina o la Russia, bensì per la Francia, un alleato chiave degli Stati Uniti ed uno dei maggiori attori per quanto riguarda la sicurezza in Europa. Un episodio di unilateralismo statunitense (con complicità britannica) che la Nato non dimenticherà certamente presto.

L’Europa deve sperare che la presidenza Biden non venga plasmata dalla sconfitta in Afghanistan. Quello che per il presidente Biden era un rischio calcolato all’interno di una decisione difficile si è rivelato un abbaglio politico su larga scala, dal quale potrebbe essere dura riprendersi a livello internazionale. E a livello nazionale, Biden ha già dichiarato che la sua politica estera dovrebbe essere giudicata in base ai benefici per “i cittadini americani”. Sicuramente vi sono delle notevoli differenze tra l’approccio di Biden e quello di Trump al mondo al di fuori degli Stati Uniti (l’impegno nella lotta al cambiamento climatico, ad esempio); ma nella gestione degli alleati Nato i due potrebbero essere più simili di quanto i leader europei vorrebbero sperare.

Quanto è accaduto in Afghanistan sottolinea nuovamente ciò di cui, in realtà, siamo a conoscenza da anni: l’Europa non è più la priorità dell’America. Ora Washington deve preoccuparsi della sicurezza su tre vasti fronti: il Pacifico, l’Artico e l’Europa, e quest’ultimo dovrà – finalmente – arrangiarsi un po’ più da solo, se vuole che Washington rimanga veramente interessata a degli approcci congiunti all’interno del vecchio continente.

Il ruolo della Russia

Da ultimo, ma non meno importante, la sconfitta in Afghanistan potrebbe toccare la Nato più da vicino del previsto se consideriamo l’effetto che ha avuto sulla confidenza del Cremlino, che ha mantenuto a pieno regime la propria agenda in Europa e nel Mediterraneo. Infatti per Putin potrebbe essere difficile resistere alla tentazione di mettere alla prova l’impegno statunitense verso i propri alleati in un momento di tale difficoltà. Per mettere davvero sotto pressione la Nato lungo un confine che si estende attraverso 30 paesi, magari potrebbe dare il via ad una crisi politica tra le minoranze russe per poi militarizzarla, o ancora scavare nell’incombente crisi del Mediterraneo orientale: tutti scenari che per il presidente russo potrebbero diventare sempre più invitanti.

Proprio come la Cina potrebbe pensare che lo scompiglio occidentale rappresenti già ora l’occasione adatta per “riprendersi” Taiwan, allo stesso modo il Cremlino potrebbe credere che la situazione sia ottimale per colpire e affondare politicamente la Nato.

È il momento giusto per prendere decisioni politiche pericolose, e i leader della Nato avranno bisogno di tutte le abilità acquisite nel corso di oltre settant’anni per emergere dalle increspature geostrategiche della sconfitta in Afghanistan – nel caso riuscissero a conviverci sopportandone la vergogna.

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