L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 ottobre 2021

Eurasia sempre più concreta forte e vitale, supera di slancio le sue contraddizioni


6 OTTOBRE 2021

In Siria ci si sta avviando verso una nuova fase politica. La recente apertura delle frontiere con la Giordania e la ripresa dei voli tra Damasco e Amman sembra aver segnato la strada. Il governo siriano del presidente Bashar Al Assad potrebbe già nelle prossime settimane essere nuovamente integrato nella Lega Araba. Da qui era stato espulso nel 2011, all’indomani dello scoppio delle proteste che hanno poi portato alla guerra civile ancora in corso, seppur ampiamente vinta oramai dallo stesso Assad. La Siria, in poche parole, è pronta ad essere “riabilitata” nel contesto internazionale.
Damasco in procinto di rientrare nella Lega Araba

I nuovi accordi con la Giordania non hanno per la Siria soltanto un valore meramente locale. Riaprire le frontiere con il vicino, vuol dire riattivare fondamentali vie commerciali. Vero e proprio ossigeno per Damasco, ancora imbrigliata nelle ragnatele di sanzioni da parte occidentale che le impediscono di far ripartire l’economia. Far viaggiare le proprie merci verso il regno giordano ha anche il sapore di un graduale riavvicinamento con tutti i Paesi dell’area. Per questo c’è già chi, in ambienti diplomatici, vocifera circa un ritorno della Siria nella Lega Araba. Per la verità, da quando è iniziato il conflitto, non è la prima volta che se ne parla. Già nel 2018 ad esempio, alla vigilia di un delicato summit dell’organizzazione fissato a Tunisi, in molti scommettevano circa un reintegro di Bashar Al Assad nella comunità politica araba. Circostanza poi non avvenuta.

I tempi questa volta sembrano essere più maturi. In primo luogo perché il presidente siriano ha in mano i due terzi del Paese e l’esercito è fuori soltanto da alcune porzioni della provincia settentrionale di Idlib. In secondo luogo perché Assad ha dalla sua anche la vittoria elettorale dello scorso 26 maggio. Sono questi elementi che rendono il governo di Damasco legittimato a rappresentare la Siria. Inoltre, dopo l’avanzata talebana in Afghanistan e lo spauracchio della rottura di vecchi e nuovi equilibri in medio oriente, tutti i Paesi dell’area sono ben consapevoli di dover puntare sulla stabilità regionale. In questa ottica, la Siria non può continuare a rimanere a lungo un buco nero diplomatico tra Mediterraneo e Mesopotamia. Dopo i contatti con la Giordania, sono diversi gli incontri di medio e alto rango tra rappresentanti siriani e di altri governi vicini. Non c’è ancora una data, ma il reintegro della Siria nella Lega Araba sarebbe oramai solo questione di tempo.
Il cambio di strategia degli Stati Uniti

Non è un caso che questa nuova fase politica per la Siria sia iniziata dalla Giordania. Amman è alleata di ferro degli Usa in Medio Oriente. A luglio il Re giordano Abdullah II si è recato alla Casa Bianca dove ha incontrato il presidente statunitense Joe Biden. I due hanno discusso anche di Siria. Il sovrano ha parlato apertamente, durante i suoi colloqui a Washington, della necessità di includere nuovamente Damasco nella comunità internazionale. É stata la prima volta che, nella capitale statunitense, è apertamente passata l’idea di tenere normali relazioni con Bashar Al Assad. Il fatto che poche settimane dopo la Giordania ha ristabilito importanti relazioni con la Siria è quindi fortemente indicativo. Appare molto probabile come Biden, o chi per lui, abbia dato il via libera per tentare la strada del dialogo.

Negli Stati Uniti a fare maggiormente paura, prima ancora che Assad, è l’attivismo dell’Iran. Teheran ha aiutato molto il presidente siriano durante il conflitto, anche nell’ottica del progetto della mezzaluna sciita ideato dal generale Soleimani, ucciso da un raid Usa a Baghdad il 3 gennaio 2020. Un progetto mai tramontato. Anzi, oggi più che mai l’Iran ha una presa molto forte sulla Siria. Al pari del movimento libanese sciita Hezbollah, i cui militanti hanno combattuto nei momenti più caldi del conflitto civile siriano. L’obiettivo quindi da parte degli Usa adesso è evitare che Assad, oramai ben saldo al potere, in futuro non rimanga troppo inserito nell’orbita iraniana. Da qui l’idea di arrivare, passo dopo passo, a un allentamento della tensione diplomatica con Damasco. Un percorso iniziato dalla Giordania e che dovrebbe essere proseguito dai Paesi vicini, fino ad arrivare a un possibile ridimensionamento delle sanzioni occidentali. Oltreoceano c’è già chi è arrivato ad azzardare, come nel caso dell’analista Neil Quilliam, di una prossima ritirata Usa dall’est della Siria, territorio dominato dalle forze filo curde dove sono presenti centinaia di soldati americani.

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