L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 27 ottobre 2021

La Cina non ha fretta, Taiwan rientrerà nell'alveo cinese gradualmente è già scritto


27 OTTOBRE 2021

È difficile prevedere quando e se Taiwan tornerà sotto il dominio della Cina. L’argomento è spinoso già in partenza, visto e considerando che per Pechino quell’isolotto situato a circa 150 chilometri dalle proprie coste, è a tutti gli effetti una provincia cinese. Una “provincia ribelle”, ma pur sempre un affare legato a doppia mandata con la storia della Repubblica Popolare. Non la pensa così Taiwan, che al contrario si considera uno Stato indipendente e che, fino a pochi anni fa, quando la Cina non era ancora la potenza globale odierna, a sua volta riteneva di essere l’unico erede legittimo della nazione cinese.

Oggi questa missione è considerata una sorta di velleità, anche perché il Dragone non è più un Paese del terzo mondo e, se solo lo volesse – sostengono gli analisti – potrebbe riprendersi l’intero isolotto di Taiwan in poche ore. Il punto è che una guerra non conviene a nessuno. E non solo perché le guerre rovinano gli affari. Ma anche perché un conflitto bellico potrebbe scatenare la famigerata Terza Guerra Mondiale, chiamando in causa Stati Uniti e altre potenze.

Molto meglio risolvere la contesa per vie pacifiche, pur non essendo chiaro quali siano i contorni delle strade auspicate dallo stesso Xi Jinping. Certo è che finché Taipei, attualmente controllata dal Partito Progressista Democratico di Tsai Ing Wen, rifiuterà ogni proposta di riunificazione, sciogliere il nodo taiwanese appare un’impresa a dir poco complicata.
La barriera di Pechino

C’è chi l’ha definita Grande Muraglia Navale e chi, molto più semplicemente, si è limitato a descrivere la strategia che sta utilizzando la Cina per stringere il cappio attorno al collo di Taiwan senza darle un nome preciso. In ogni caso, appare evidente quale sia l’obiettivo principale di Pechino: non quello di conquistare Taipei boots on the ground – almeno non adesso – quanto piuttosto isolare la suddetta “provincia ribelle” creando una o più barriere marittime.

Infografica di Alberto Bellotto

Questi “serpentoni” hanno a loro volta due scopi: restringere sempre di più il campo d’azione di Taiwan, fino all’inevitabile resa del bersaglio, e, soprattutto, controllare una regione marittima determinante, tanto dal punto di vista commerciale che da quello politico. Commerciale, perché da qui transitano navi stracolme di merci da e per la Cina (e non solo); politico, visto che gli Stati Uniti e le potenze occidentali, di tanto in tanto, solcano queste acque attingendo al principio di “libera navigazione”” (nonostante la Cina consideri quelle acque niente affatto libere di poter essere navigate). Come ha sottolineato Repubblica, da un ventennio abbondante il gigante asiatico sta cementificando atolli corallini per costruirci bunker, piste, moli e radar. Taiwan non può far altro che assistere inerme di fronte alla silenziosa avanzata cinese.
Prevenire il Dragone

Quali mezzi ha a disposizione Taiwan per stoppare, o quanto meno rallentare, l’avanzata di Pechino? Ben pochi a dire il vero. Un confronto militare aperto con la Cina non avrebbe alcuna ragione d’essere, visto il gap tra le due nazioni. La via diplomatica difficilmente porterà a un esito favorevole a Taipei, dato che l’annessione della provincia ribelle rappresenta per il Dragone un compito da portare a termine a ogni costo. L’isola può affidarsi all’ombrello americano, ma resta da capire fino a quando Joe Biden avrà intenzione di coprire l’alleato.

Già, perché una ipotetica guerra tra Cina e Taiwan (evento remoto, a meno di situazioni clamorose) coinvolgerebbe nell’occhio del ciclone anche gli Stati Uniti, e con loro le potenze occidentali. Il Wall Street Journal è stato chiaro, scrivendo che non esiste un modo efficace per garantire che la Cina scelga di non invadere Taiwan, “a meno che non cambieremo la nostra posizione da deterrente a preventiva“. Questo, per gli Stati Uniti, significherebbe rimuovere l’invasione come opzione per l’Esercito Popolare di Liberazione cinese. In tal caso, la fumata bianca dipende dalla collocazione di grandi risorse militari Usa e degli alleati nei pressi dello stretto di Taiwan e sulla stessa Taiwan. Per quanto tempo? Almeno fino a quando Xi Jinping non sarà più in carica. E non è comunque detto che ciò possa bastare per tenere al sicuro Taipei dalle mire del Dragone.

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