L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 ottobre 2021

La Costituzione resta la legge suprema ed Euroimbecilandia, che non è uno stato non c'è l'ha!

Qual è il vero motivo dello scazzo fra Ue e Polonia


24 ottobre 2021

Tra Bruxelles e Varsavia un duello senza vincitori né vinti. Ecco come finirà. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

Il duello tra Ursula Von der Leyen e il premier polacco Mateus Morawiecki, per quanto aspro e divisivo all’interno della stessa Ue, è destinato a restare senza vincitori né vinti.

Il motivo? Semplice: applicare le sanzioni contro la Polonia, minacciate dalla presidente della Commissione Ue nel suo intervento davanti al Parlamento di Strasburgo, quali il blocco dei finanziamenti del Recovery Plan per mancato rispetto dello Stato di diritto, fino alla revoca del diritto di voto in capo alla Polonia, richiederebbe molto tempo, con un iter burocratico e giuridico complesso, dall’esito per nulla scontato. Una battaglia che rischia di congelare la stessa agenda della Commissione Ue, che per attuare le riforme già in programma ha bisogno dell’unanimità dei 27 paesi Ue, e senza il voto della Polonia (e dell’Ungheria, sua alleata) si bloccherebbe tutto.

Per questo, l’unica via di uscita sembra quella suggerita da Angela Merkel all’amica Von der Leyen: calma e gesso, e attendere che la Corte di giustizia europea si pronunci sul ricorso presentato da Polonia e Ungheria, che hanno contestato l’applicazione dello Stato di diritto per bloccare i finanziamenti del Recovery Plan ai loro paesi. Sentenza che difficilmente sarà emessa entro la fine di quest’anno, mentre l’agenda Ue è fitta di problemi da risolvere, in testa il completamento delle normative verdi del «Fit for 55» e la revisione del patto di stabilità.

Dunque, ci sarà tempo per riflettere sulle tesi contrapposte di Bruxelles e Varsavia. La posta in gioco, per Von der Leyen, è il primato della normativa europea su quella nazionale, in particolare sullo stato di diritto e la giustizia, primato che una recente sentenza della Corte costituzionale polacca avrebbe negato. Ma, per Morawiecki, la Corte polacca ha detto altro: il primato della normativa Ue può riferirsi soltanto alle materie che gli Stati membri hanno delegato all’Unione europea con i trattati, e non su materie non delegate, sulle quali la sovranità nazionale rimane intatta. Per questo, sostiene il premier polacco, la Commissione Ue dovrebbe evitare di «ricattare»gli stati membri in base a norme giuridiche inesistenti.

Su quest’ultimo punto, i resoconti di giornaloni e tg, tutti schierati a favore di Von der Leyen, hanno sottolineato con scandalo la parola «ricatto», senza però spiegare perché Morawiecki abbia usato un termine così pesante. Per completezza di informazione, ecco alcuni passaggi del suo discorso, in cui ha tenuto a sottolineare, in risposta a chi ha parlato di Polexit (cioè dell’uscita dalla Polonia dalla Ue), di essere «convinto europeista» da sempre e che la Polonia non ha alcuna intenzione di uscire dall’Ue, poiché «l’Europa è il suo posto e l’integrazione europea è una scelta di civiltà e strategica».

Nel capitolo dedicato allo stato di diritto, Morawiecki afferma: «L’Unione è una grande conquista dei paesi europei. È una forte alleanza economica, politica e sociale. È l’organizzazione internazionale più forte e più sviluppata della storia. Ma l’Unione europea non è uno Stato. Gli Stati sono i 27 membri dell’Unione. Gli Stati sono sovrani europei, sono i padroni dei trattati, e sono gli Stati che definiscono l’ambito delle competenze affidate all’Unione europea. Nei trattati abbiamo affidato all’Unione una gamma molto ampia di competenze. Ma non gli abbiamo affidato tutto. Molte aree di diritto rimangono di competenza degli Stati nazionali. Se le istituzioni previste dai trattati eccedono i loro poteri, gli Stati membri devono disporre degli strumenti per reagire, rispettando la gerarchia delle fonti del diritto. Il diritto dell’Unione precede il diritto nazionale nei settori di competenza attribuiti all’Unione. Ma la Costituzione resta la legge suprema, al vertice dell’ordinamento giuridico interno».

Un principio, quest’ultimo, che è valido non solo in Polonia. Citando le sentenze delle Corti costituzionali di altri paesi Ue, Morawiecki ne ha sottolineato i passaggi chiave: «La Costituzione vieta il trasferimento di poteri in misura tale da far sì che uno Stato non possa essere considerato un paese sovrano e democratico» (Francia); «Il trasferimento di competenze all’Ue non può violare il principio di supremazia della Costituzione e non può violare alcuna disposizione della Costituzione» (Germania). Più avanti: «Potrei citare altre dozzine di sentenze simili di Italia, Spagna, Danimarca, Repubblica Ceca, Romania, Lituania e altri paesi. La dottrina che oggi difendiamo in Polonia è consolidata da anni».

Tuttavia, per Morawiecki, nell’Ue sembra persistere «un doppio standard»tra i paesi più forti e quelli che prima stavano al di là della cortina di ferro: «C’è davvero uguaglianza nelle sentenze e decisioni, estremamente diverse, prese da Bruxelles e Lussemburgo nei confronti di Stati diversi in circostanze simili, che di fatto approfondiscono le divisioni in Stati membri forti e Stati deboli, Stati ricchi e Stati poveri? Fingere che questi problemi non esistano, porta a conseguenze negative». Più avanti: «L’insieme delle regole del gioco deve essere lo stesso per tutti. È inaccettabile estendere i poteri, agire per mezzo di fatti compiuti. È inaccettabile imporre ad altri le proprie decisioni senza una base giuridica. È tanto più inaccettabile usare, a tal fine, il linguaggio del ricatto finanziario, parlare di sanzioni, o usare parole ancora più minacciose contro alcuni Stati membri. Respingo il linguaggio delle minacce e della coercizione. Non accetto che il ricatto diventi un metodo di condotta politica nei confronti di uno Stato membro. Non è così che agiscono le democrazie». Come se ne esce? Per Morawiecki, «non con l’intimidazione, ma con il dialogo».

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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