L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 ottobre 2021

La politica estera elevata ad arte, il passaggio tra la Russia sovietica e quella della Federazione. La strategia dell'Eurasia si impone è scritto nella geografia del continente

LA RUSSIA HA UNA VISIONE STRATEGICA PER IL MAR NERO, L’OCCIDENTE NO


25/10/21

Negli anni Quaranta del Noveceno Nicholas John Spykman elaborava il concetto di «rimland»1 la fascia “semipermeabile” marittima e costiera che delimita l’isola-mondo e che ne è contemporaneamente frontiera ed accesso. Questa «cintura di mari marginali» è ciò che permette alla potenza marittima di proiettare le proprie forze verso l’interno dello heartland, e nella competizione tra potenze continentali e potenze marittime è il primo punto di attrito.

È in queste aree che si addensano le manovre diplomatiche e militari delle potenze continentali, e la ragione non sta solo nella naturale tendenza a concentrare il proprio interessamento nell’estero vicino: non può infatti sfuggire la progressiva erosione di potenza che in queste “zone marginali” ha luogo.

La potenza egemone statunitense e, per estensione, i suoi alleati e in primis l’Alleanza Atlantica, vedono continuamente saggiate, in tali contesti, la propria decisione e la propria unità di intenti ed obiettivi; nel tempo le iniziative di vaglio si sono fatte sempre più audaci ed aggressive, come conseguenza del percepito declino degli USA quale potenza leader del blocco occidentale. Questa percezione è del resto condivisa non solo da Russia e Cina, ma anche da altre potenze regionali, come l’Iran e, in una certa misura, la Turchia. Tutte hanno mostrato la tendenza a prendere iniziative volte a testare la volontà e la capacità di risposta di Stati Uniti e NATO nelle aree di influenza limitrofe, zone grigie dove sempre vi è uno sbilanciamento di interessi tra la potenza egemone lontana e le ambizioni dell'attore locale.

Pur essendo chiaro che un’esplicita prova di forza spesso sarebbe solo controproducente, è altresì evidente come l’erosione di potenza sia un processo non sostenibile nel lungo periodo. È un fenomeno che tende ad alimentare sé stesso: la mancanza di possibilità o volontà di spendersi nei confronti di piccoli alleati, o potenziali tali, al margine della sfera di influenza, e il disinteressamento, effettivo o apparente, porta in quel punto ad un riassetto dell’equilibrio; la somma del riassetto degli equilibri locali riduce la potenza in termini assoluti, declinata sia come hardpower che come softpower, e incoraggerà questa tendenza altrove.


Inoltre l’occupazione, diretta o indiretta, delle zone cuscinetto che erano presenti fino a inizio anni Duemila tra gli alleati del blocco occidentale e i suoi competitors ha soffocato gli spazi di manovra e posto molti degli alleati più periferici alle strette. Questi si sono ritrovati a fare i conti con vicini minacciosi ed ingombranti, e non di rado sono stati in questo lasciati a loro stessi. Una situazione simile, se non affrontata, rischia di evolvere in uno di questi due scenari:
  1. Le potenze competitrici dell’Occidente riescono progressivamente ad allargare le zone grigie evitando sempre il confronto diretto, ma aumentando la propria sfera di influenza e la propria rete di alleanze, fino a riuscire ad escludere dal singolo teatro la partecipazione di paesi amici del blocco NATO. Ciò porta, anche senza precipitare in un conflitto, a un attrito continuo con localizzate corse agli armamenti e a interventi di warfare ibrido o cibernetico, e, se mal gestito, a perdere terreno.
  2. Per errore di calcolo o volontà precisa si arriva ad un conflitto aperto, in un teatro operativo in genere sfavorevole per logistica complessa e scarsa motivazione sul fronte interno. Gli Stati Uniti possono continuare a vantare a tutt’oggi una superiorità militare notevole, ma la guerra, direbbe von Clausewitz, è costantemente in rapporto con il caso e la fortuna.2
In entrambi questi scenari l’equilibrio nella politica internazionale andrebbe a spostarsi, non necessariamente a favore dell’Occidente.3

Per questa ragione NATO e Stati Uniti non dovrebbero commettere l’errore di ignorare settori solo apparentemente secondari, perché proprio lì si gioca la partita delle strategie indirette. In particolare la Federazione Russa, che non ha forze economiche e militari tali da porsi alla pari con Cina e Stati Uniti, concentra i propri sforzi in aree in cui sa di poter ottenere risultati validi, senza iper-estendersi.


Sotto questa luce va esaminata l’area del Mar Nero, di cui non va mai dimenticato lo sbocco sul Mediterraneo, e che per completezza di analisi è opportuno considerare, entro certi limiti, un tutt’uno con il Mar Caspio. Questa zona costituisce per la Russia il corridoio di collegamento verso i mari caldi e il Medio Oriente, ed è da secoli un settore in cui i governanti russi hanno voluto, e dovuto, concentrare la propria politica estera. La spinta verso sud costituisce, come è noto, una delle direttrici di fondo della Russia, e l’attenzione verso il Mar Nero ne è una diretta conseguenza.

In termini generali di “grande strategia”, si è storicamente pensato all’Unione Sovietica come estesa su due assi: un asse verticale principale, che va dall’Artico alla linea di faglia del Mar Nero-Mar Caspio, ed uno orizzontale, secondario, che si muove tra il blocco occidentale europeo e la Cina.

Questo assetto è in linea di principio rimasto nella Federazione Russa di oggi, ma con una maggiore equità d’importanza tra i due assi, come in tempi recenti ha reso evidente uno spostamento sull’asse orizzontale, oggi più rilevante che in passato: l’ostilità del blocco occidentale, culminato in seguito all’invasione della Crimea nel 2014 ha infatti spinto il centro di equilibrio russo verso l’Asia, e in particolare la Cina, distogliendolo in parte dal più naturale affaccio verso l’Europa.

Sarebbe tuttavia un errore applicare in toto le medesime categorie sovietiche alla Russia moderna, dal momento che, se in un certo senso restano intatte le aspirazioni di grande potenza e la nostalgia per il suo antico ruolo sulla scena internazionale, l’approccio degli attuali decisori politici russi è ben più pragmatico: hanno fatto tesoro dello scorno di inizio anni Novanta, quando il divario tra l’abitudine all’imperium (e il conseguente atteggiamento pretenzioso) e l’incapacità effettiva di imporlo aveva fatto allontanare dalla sfera di influenza russa molte repubbliche ex-sovietiche che potenzialmente sarebbero potute rimanere nell’orbita della Federazione.

La minaccia e la coercizione da sole si sono rivelate strumenti limitati, e l’amministrazione russa ora ne fa un uso diverso: la forza militare viene applicata in maniera rapida e decisa per difendere quelli che sono percepiti come interessi vitali, e allo stesso tempo funge da segnale chiaro di capacità bellica ad usum di tutti gli spettatori, in particolare quelli del vicinato. Per il resto l’approccio monolitico e intimidatorio ha fatto spazio ad uno più flessibile, modulato sugli attori di un teatro frastagliato e complesso.


Preso atto di come tagliare fuori qualsiasi influenza occidentale con il ricorso a metodi violenti più o meno espliciti fosse controproducente, la tendenza è ora quella di incentivare la collaborazione con la Russia, facendo leva su influenza culturale (in particolare là dove la lingua costituisca un vantaggio di partenza) e vantaggi economici.

Allo stesso tempo la Federazione cerca di isolare e debilitare attivamente eventuali influenze statunitensi o europee, ma dove necessario è in grado di accettare pragmatici compromessi; in particolare finché questi non minaccino l’armonia generale della strategia del Cremlino e, naturalmente, non cozzino con le linee rosse stabilite.4

L’approccio strategico russo si caratterizza dunque per tre aspetti di cui va riconosciuta e tenuta in considerazione l’efficacia:
  1. lucidità di analisi, cioè capacità di guardare alle singole situazioni riconoscendone le peculiarità, ma senza mancare di inserirle nel contesto generale, avendo ben chiari gli obiettivi di medio e lungo periodo, i propri limiti e gli interessi vitali;
  2. pragmatismo, quindi disponibilità al compromesso, flessibilità e capacità di adattamento ai caratteri peculiari dell’attore e della situazione che di volta in volta si presentano.
  3. volontà ferma di non rinunciare ai propri obiettivi minimi, stabiliti in base ad una valutazione realistica delle proprie possibilità, e la consequenzialità nel mantenerli
Questi aspetti sono strettamente correlati: la capacità di realizzare un compromesso che si dimostri vantaggioso è subordinata alla chiarezza nel riconoscere il proprio ruolo, le proprie capacità e la direzione verso cui si vuole spingere. Se questo viene a mancare il rischio è quello della confusione, che condanna all’insuccesso.


Nella macroregione del Mar Nero-Mar Caspio è in atto la competizione per l’assetto futuro degli equilibri europei con la potenza russa. La Federazione Russa cerca di renderla una regione di influenza semiesclusiva, o comunque privilegiata, in modo da assicurarsi contemporaneamente una posizione difensiva di vantaggio del proprio territorio ed una piattaforma di proiezione di potenza verso il «ventre molle» del Mediterraneo,5 verso il Medio Oriente e potenzialmente l’Indo-Pacifico. È, questa, una delle aspirazioni di lungo periodo degli apparati russi: un corridoio economico che colleghi le regioni artiche con gli oceani a sud.6

L’importanza dell’area non sembra essere adeguatamente percepita dalle amministrazioni europee appartenenti alla NATO, e ancor meno lo è da parte delle amministrazioni USA. È tuttavia opportuno valutare gli approcci russi e proporre delle contromisure, onde evitare uno squilibrio nella regione, deleterio non solo per gli interessi dell’Occidente, ma potenzialmente foriero di conflittualità più ampie. Nell’area del Mar Nero, che pur presenta un livello di complessità superiore, si possono intravedere le impostazioni di uno schema generale in sintonia con quello applicato negli ultimi vent’anni nella regione caspiana:
Estrema chiarezza negli scopi (Zweck) e negli obiettivi (Ziel), e precisa delineazione di quali siano quelli per cui si sia disposti a usare la forza per raggiungerli o difenderli, e dove invece si possa valutare un compromesso.
Iniziative su misura per ogni singolo attore direttamente coinvolto, esercitando pressione, concedendo vantaggi o corteggiando, a seconda dei casi.
Costruzione di una cornice narrativa generale in cui si sostiene la necessità di risolvere i problemi della regione internamente, evitando ingerenze esterne, e in cui molto spesso la Russia assume la posa di mediatore.
Gestione ed influenza degli eventi, piuttosto che il loro assoluto controllo, per cui mancano le risorse e la forma mentis.


Non va dimenticato che lo status di grande potenza, e il suo mantenimento, costituisce il motore di larga parte delle iniziative russe, e la declinazione prima di tale status è la sicurezza. Sicurezza significa anche e soprattutto controllo del proprio estero vicino e mantenimento dei punti di accesso chiave.

L’area del Mar Nero copre entrambi i requisiti, e comprende stati, come l'Ucraina e la Georgia, direttamente confinanti. Un aspetto che va sottolineato, perché si riflette in una evoluzione nella terminologia delle strategie declaratorie della Federazione: si è passati dal «near abroad» degli anni Novanta alla «immediata vicinanza ai confini russi» del 2015.7 Vale a dire: tanto più vicino lo stato, tanto più viene considerato parte integrante della sicurezza del territorio russo. Il Mar Nero è crocevia, dunque, di diversi interessi chiave della Federazione:

la sua preoccupazione per la sicurezza, sia intesa in senso stretto (di accesso al suo territorio), sia in senso più ampio (di possibilità di allargamento dell’ombrello difensivo aereo e costiero);

l’accesso che presenta alle linee di comunicazione globali;

la possibilità di essere utilizzato per proiettare le proprie forze in altri teatri di interesse;

qui vi sono gli unici porti su mari caldi della Russia.


La complessità della gestione dell’area, data dalla presenza di paesi membri della NATO, e aspiranti tali, si presta anche ad opportunità. Infatti, è abbastanza evidente come il comune denominatore dell’approccio russo non sia tanto cercare di conquistare alla propria sfera diretta di influenza gli stati del Mar Nero, quanto piuttosto di creare nell’Occidente attrito sufficiente a renderlo fratturato ed inefficace nel contestare la potenza russa.

Ciò è facilitato dalla mancanza di visione di insieme e dalla distrazione che debilita gli apparati occidentali.

Per portare avanti i propri obiettivi, e allo stesso tempo rendere l’Occidente quanto meno possibile nelle condizioni di opporsi efficacemente, la Federazione Russa ricorre a un insieme di iniziative che è possibile dividere in quelle che implicano in qualche modo l’uso della forza, e quelle invece che non vi ricorrono. Tra queste ultime annoveriamo:
  • Esercitare influenza attraverso i mezzi di comunicazione: questo è particolarmente rilevante nei paesi russofoni o in cui una significativa parte della popolazione residente capisca il russo (come in Bulgaria, Moldovia o Ucraina), ma si declina anche in termini di sostegno o diretto possesso di fonti mediatiche in lingua locale (come in Turchia e Romania).
  • Sfruttare le politiche energetiche ed economiche: la politica energetica come leva tattica è ormai tradizione nella cassetta degli strumenti a disposizione degli apparati russi. Questa può essere sia in termini di incentivi: risorse a prezzi speciali, partnership per raffinerie, oleodotti/gasdotti (e quindi tasse di transito), che come arma: taglio delle forniture, sostegno della concorrenza etc.
  • Operazioni clandestine: queste possono riguardare corruzione e ricatti, ma anche omicidi su commissione, estorsioni e minacce organizzate o supportate dai servizi di intelligence, uso strumentale del crimine organizzato.

Per quanto concerne le forze militari russe nell’area, queste hanno il compito principale di difendere il fianco sud-ovest della Federazione, sia in termini diretti, cioè potenziale corridoio di invasione del territorio nazionale, che indiretti, come la difesa delle infrastrutture e i porti. Non va dimenticato che Novorossiysk, a meno di 180 chilometri dal confine con la Crimea, è il porto commerciale più importante della nazione, con oltre 142 milioni di tonnellate di carico smistato in un anno. 8

Fondamentali dunque sono le capacità di difesa anti aerea e missilistica, e più ampiamente di area denial, per mantenere il controllo delle linee di comunicazione.

A questo si aggiunge il compito solo relativamente secondario di dissuadere gli stati vicini dal ledere apertamente gli interessi della Russia, e in generale assicurarsi che la sfera di influenza occidentale non si estenda senza difficoltà fino alla periferia russa.

La Federazione ha infatti dimostrato che nel momento in cui veda prevaricate le proprie linee rosse, l’uso aperto della forza militare è un’opzione che è disposta a perseguire fino in fondo. Questo offre il vantaggio di aggiungere credibilità nel momento in cui l’impiego della forza sia solo minacciato.

A questo proposito la crisi con l’Ucraina di aprile 2021 ha mostrato non solo l’efficacia di una posa intimidatoria ma anche come la Russia conti su una buona capacità di spostare truppe all’interno del suo territorio, non pareggiata da stati europei, e con ogni probabilità questa è una tattica generale su cui fanno conto gli apparati russi, e cioè l’esser in grado di concentrare relativamente un gran numero di forze terrestri in un unico punto in tempi brevi.

Ciò si accompagna alla problematica economica di fondo che piaga la velleità di potenza della Federazione: non vi sono le risorse per poter mantenere contingenti numerosi su di un ipotetico fronte per periodi prolungati, ma questo è compensato dalla capacità di raggiungere in breve tempo una saturazione a massa del teatro, che idealmente dovrebbe permettere una rapida risoluzione del conflitto.


Il medesimo approccio è visibile dietro alle scelte fatte in termini di rinnovo dei mezzi e dello schieramento missilistico: più che cercare unità con grandi capacità offensive, si mira a rendere costoso, per un ipotetico avversario terzo, intervenire attivamente in quella zona geografica e contemporaneamente mantenere in toto la capacità di rappresaglia.

Questo assume un valore utile per valutare una strategia di ampio respiro nella regione nel momento in cui lo si considera nel contesto storicamente rilevante della convivenza NATO-Unione Sovietica e, successivamente, NATO-Federazione Russa. Se da un lato è chiaro come non vi siano regole fisse nella politica estera di uno stato, è allo stesso tempo possibile osservare come la tendenza storica della Russia sia quella di evitare il conflitto aperto con la NATO, nella consapevolezza di non avere le capacità, soprattutto economiche, di sostenere una guerra.

Una visione chiara e una politica estera unitaria da parte dell’Alleanza nella regione, accompagnata da una presenza diplomatica attiva e coesa, sarebbe dunque un tassello fondamentale per contenere correttamente gli eventuali eccessi russi, ed è su questo che dovrebbero concentrarsi gli sforzi delle leadership dell’occidente.

Senza una visione strategica di lungo periodo per una zona che sembra periferica, ma confina direttamente con l’Unione Europea, non sarà possibile né opporsi efficacemente ad una perdita di importanza nell’area né riuscire a sfruttare quelle finestre di opportunità che nella relazione con una superpotenza in difficoltà come la Russia inevitabilmente si presentano.

Il rischio è che tali opportunità vengano invece colte da altri attori, come la Cina, contribuendo ad accelerare notevolmente un processo di declino dell’Occidente, in particolare quello europeo, evidente da alcuni anni.

Bruno Santorio (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima)

1 Nicholas J. Spykman, The Geography of Peace, New York, Harcourt, Brace, 1944 (https://www.cambridge.org/core/journals/american-journal-of-internationa...).

2 «Nessun genere di attività umana è così costantemente e generalmente in rapporto con il caso, come la guerra. Ma con il caso viene ad avere anche gran parte l’elemento di incertezza, e con questo l’elemento fortuna» (K. von Clausewitz, Della guerra, Mondadori 2011, pp. 34-35).


4 Nikolas k. Gvosdev, Russia’s Southern Strategy, Foreign Policy Research Institute, novembre 2019, p. 8.

5 F. Sanfelice di Monteforte, Le strategie declaratorie della NATO e dell'UE. Analisi dei concetti strategici, Aracne 2014, p. 64.


7 Strategia Nazionale Russa 2015, para 17.

8 http://www.nmtp.info/en/ (dati relativi al 2019).

Foto: Russian Federation Defence Ministry / U.S. Army / Kremlin

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