L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 ottobre 2021

La realtà ha bloccato la nascita formale del CROLLO CLIMATICO, il terzo giocatore che doveva entrare in campo dopo il terrorismo e l'influenza covid per conto della Strategia della Paura nata a New York l'11 settembre del 2001

IL COMMENTO
Perché il vertice sul clima ora rischia un clamoroso fallimento

di Sara Gandolfi 21 ottobre 2021


I capi di Stato di Cina, Russia e Arabia Saudita non ci saranno. Xi, Vladimir Putin e Mohammed Bin Salman hanno evidentemente di meglio da fare. Il premier indiano Modi, invece, ha deciso di esserci, fosse solo per fare uno sgarbo al collega cinese. Un terzo dei leader delle isole del Pacifico, le più colpite dalla crisi climatica e le più pressanti nel chiedere tagli alle emissioni, non sarà presente perché impossibilitato, causa mancanza di visti, vaccini o aerei. Tutto può ancora cambiare, e nessuno esclude un collegamento in video-conferenza. Ben 47 Paesi però non hanno presentato piani aggiornati di riduzione della CO2, come richiesto dall’Accordo di Parigi, e molti di quelli depositati sono comunque considerati insufficienti. La Cina per ora ha solo proposto nuovi target senza formalizzare nulla. E ora vien fuori, grazie a una “spiata” di Greenpeace UK, che una lobby guidata da Arabia Saudita, Giappone e Australia starebbe cercando di annacquare i report scientifici dell’IPCC e di sabotare i negoziati sul clima.

Qualcuno si aspetta ancora che il vertice COP26 possa essere un successo? Non è una novità che una manciata di Paesi - per motivi diversi, ma tutti legati ai combustibili fossili - remi contro. E non basta che gli Stati Uniti, con il cambio della guardia alla Casa Bianca e l’archiviazione del «negazionista» Trump, siano tornati «on board», a pieno titolo nell’Accordo di Parigi. O che l’Unione europea prema sul tasto (molto business oriented) del Green Deal. Come ha ammesso, mestamente, la segretaria generale dell’Unfcc Espinosa, durante l’intervista data al Corriere nei giorni della pre-COP di Milano, «il 40% dei Paesi parte dell’Accordo di Parigi non ha presentato nuovi piani nazionali (i Nationally determined contributions per il taglio delle emissioni, non vincolanti, ndr). In questo scenario, non ci sarà una riduzione, ma piuttosto un aumento di emissioni del 16% nel 2030 rispetto ai livelli del 2010». Questo significherebbe, secondo le ultime stime dell’IPCC, un aumento della temperatura di circa 2,7 °C entro la fine di questo secolo.

Ancora una volta tocca a Greta Thunberg vestire le vesti da Grillo Parlante. Dopo l’ormai celeberrimo «bla bla bla» con cui a Milano ha bollato i vertici e i pre-vertici sul clima, la diciottenne svedese mercoledi notte ha twittato: «I governi del mondo prevedono di produrre più del doppio della quantità di combustibili fossili nel 2030 rispetto a quanto sarebbe coerente per limitare il surriscaldamento a 1,5 ° C. Non è più possibile per i politici farla franca ignorando il divario tra le loro parole e azioni».

Cosa dobbiamo dunque aspettarci dalla COP26, salvo repentini cambi di scenario? È probabile che altri Paesi annuncino l’addio al carbone, è previsto un accordo sull’eliminazione graduale del motore a combustione interna e paletti più stringenti alla deforestazione, forse ci sarà qualche garanzia in più per avvicinarsi a quei 100 miliardi di dollari l’anno promessi da tempo ai Paesi in via di sviluppo per assisterli negli sforzi di mitigazione e adattamento agli impatti del clima. Saranno processi comunque lenti, difficilmente la fine dell’era del carbone sarà davvero nel 2030 come vorrebbero i giovani che hanno firmato la dichiarazione di Youth4Climate a Milano.

Soprattutto, resterà quasi sicuramente ancora nel limbo la risposta alla questione chiave: ovvero, come mantenere l’aumento della temperatura media della superficie terrestre entro 1,5° rispetto all’era preindustriale. Considerato che siamo già a +1,2°. Se le regioni che hanno storicamente inquinato di più - Stati Uniti ed Europa in primis - accettano sulla carta di effettuare tagli a breve termine, le maggiori nazioni in via di sviluppo che attualmente sono la più grande fonte di CO2 - soprattutto Cina e India - progettano a più lungo termine. E poi c’è sempre la lobby dei refrattari. Nella “lista nera” di chi non ha presentato piani realmente più ambiziosi, redatta dal Climate Action Tracker, figurano Australia, Brasile, Indonesia, Messico, Nuova Zelanda, Federazione Russa, Singapore, Svizzera e Vietnam.

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