L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 ottobre 2021

La sacralità è un impegno serio e responsabile, e per questo gli Stati Uniti hanno bombardato con l'atomiche Hiroshima e Nagasaki due città inerme, scatenando guerre per tutto il globo dalla Corea al Vietnam all'Afghanistan. Si inventano le armi di distruzioni di massa inesistenti per invadere l'Iraq. E i bombardamenti umanitari a base di uranio impoverito per il Kossovo. Per non dimenticare il caos che hanno lasciato in Libia

Cina contro l’interferenza degli Usa su Taiwan: “Nessun compromesso sulla sovranità nazionale”

Biden ha promesso di difendere l’isola in caso di attacco da parte di Pechino, parlando di un «impegno sacro»


GIULIA D'ALEO
22 Ottobre 2021 13:10

Le ultime dichiarazioni del presidente statunitense su Taiwan non sono passate inosservate in Cina, che non ha tardato a manifestare ancora una volta il suo dissenso sull'intromissione estera negli affari dell’isola. Già negli scorsi giorni Pechino aveva duramente condannato la risoluzione non vincolante approvata dal Parlamento Europeo per rafforzare i legami con Taiwan, definendola una violazione al principio dell’unica Cina.

Nel corso di un dibattito sulla Cnn, Joe Biden aveva dichiarato che gli Usa difenderanno Taiwan in caso di attacco da parte di Pechino, affermando che «Abbiamo un impegno nel farlo». L’isola ha più volte espresso preoccupazioni per le crescenti pressioni militari e politiche da parte del governo cinese per accettarne la sovranità. Biden ha quindi ribadito che Washington ha un «impegno sacro» nella difesa degli alleati in Canada ed Europa, senza eccezioni anche in «Giappone, Corea del Sud e Taiwan».


Oggi, 22 ottobre, è arrivata la replica del ministero degli Esteri cinese, che ha esortato gli Stati Uniti a evitare di mandare segnali errati ai sostenitori dell'indipendenza di Taiwan. Il Paese ha poi invitato gli Usa alla cautela, assicurando che sulla sovranità dell’isola «non ci sono margini per compromessi» soprattutto quando si tratta «dei suoi interessi principali», ha dichiarato il portavoce del ministero Wang Wenbin, in un briefing quotidiano a Pechino. «Esortiamo gli Stati Uniti a rispettare seriamente il principio della 'Unica Cina' e i tre comunicati congiunti Cina-Usa, a essere cauti nelle parole e nei fatti sulla questione di Taiwan e ad astenersi dall'inviare segnali sbagliati ai secessionisti, in modo da non danneggiare gravemente le relazioni bilaterali, nonché la pace e la stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan». «Nessuno dovrebbe sottovalutare la forte determinazione, la ferma volontà e la solida capacità del popolo cinese di difendere la sovranità nazionale e l'integrità territoriale» ha concluso.

Da parte degli Usa non si tratta però di un cambio di strategia. Come poco dopo un funzionario della Casa Bianca si è apprestato a precisare, il presidente non stava «annunciando nessun cambiamento nella nostra politica» e «non ci sono cambiamenti nella nostra policy». Il rapporto tra gli Stati Uniti e Taiwan è, infatti, già regolato dal «Taiwan Relations Act» cui dalla Casa Bianca assicurano «Continueremo ad attenerci. Continueremo a sostenere l'autodifesa di Taiwan e continueremo a opporci a ogni cambiamento unilaterale dello status quo».

Le parole del presidente americano hanno suscitato ira da un lato e apprezzamenti dall’altro: «Gli Stati Uniti hanno dimostrato un sostegno saldo come una roccia a Taiwan dall’arrivo di Biden a gennaio» ha detto il portavoce della presidenza di Taiwan, Xavier Chang. Il ministro della Difesa, Chiu Kuo-cheng, aveva di recente espresso preoccupazione sulle tensioni militari tra l’isola e la Cina, a sua detta le peggiori degli ultimi 40 anni, e sul fatto che il Paese sarebbe in grado di organizzare un'invasione «su larga scala» entro il 2025.

Le tensioni con gli Stati Uniti si erano inasprite già negli scorsi giorni. La Cina, che rivendica Taiwan come proprio territorio, aveva di recente respinto le dichiarazioni del futuro ambasciatore statunitense, Nicholas Burns, che nell'audizione di conferma al Senato Usa, – dopo aver criticato Pechino per la repressione in Tibet, a Hong Kong e contro gli uiguri nello Xinjiang – aveva difeso il diritto degli Usa di mantenere l'assistenza a Taiwan. Le osservazioni di Burns sono state definite «tipiche della mentalità da Guerra Fredda e seriamente incoerenti con i fatti», aveva detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin. «Le questioni di Taiwan, Xinjiang e Hong Kong sono questioni interne della Cina e nessuna forza straniera può interferire», aveva detto il portavoce. La Cina aveva sollecitato Burns ad avere «un'obiettiva comprensione della situazione attuale e a guardare allo sviluppo della Cina e alle relazioni con gli Stati Uniti in modo razionale e non sottovalutare mai la forte determinazione del popolo cinese a difendere i propri diritti».

Giovedì Biden aveva replicato anche a queste dichiarazioni, dichiarando: «Non voglio una guerra fredda con la Cina. Voglio solo che la Cina capisca che non faremo un passo indietro, che non cambieremo nessuna delle nostre opinioni».

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