L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 14 ottobre 2021

Sergej Lavrov presente alla Conferenza dei Non Allineati no a quella virtuale del G20

Tornano i Non Allineati. E la loro conferenza ci riguarda

Di Igor Pellicciari | 13/10/2021 -


Delegazioni di centocinque Paesi si sono riunite per la Conferenza dei Non Allineati a Belgrado. Nella Serbia di Vucic è andato in scena un evento che va ben oltre la commemorazione storica. E l’Occidente sbaglia a sottovalutarlo. L’analisi del prof. Igor Pellicciari (Università di Urbino)

Le parabole discendenti attirano come se non più di quelle ascendenti, in particolare se riguardano vicende umane. Politiche o sportive, poco cambia.

Di Diego Armando Maradona il tramonto ha riempito le cronache proprio perché tragico. Di altri personaggi storici, da Napoleone Bonaparte allo Zar Nicola II a Saddam Hussein, i non addetti ai lavori amano leggere soprattutto del triste epilogo.

Gli ultimi giorni nel bunker di Adolf Hitler e Eva Braun incuriosiscono ancora nonostante decine di documentari e film dedicati all’episodio (su tutti, l’imperdibile Die Falle con un epico Bruno Ganz).

Similmente, ad appassionare può essere la storia del declino di imperi (dal Romano all’Ottomano), Statualità (dall’URSS alla Jugoslavia alla DDR) o anche solo di importanti fasi storiche.

Come nel caso dell’interesse che ancora circonda la fine del bipolarismo, ovvero della contrapposizione tra Patto Atlantico e Patto di Varsavia che ha regolato le relazioni internazionali dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino all’iconico crollo del Muro di Berlino, nel 1989.

Benché raccontata nei dettagli, minore attenzione è rivolta alle conseguenze che essa ebbe sul destino del Movimento dei Paesi Non Allineati, terzo polo di paesi-cuscinetto tra i due blocchi, cruciali mediatori durante la Guerra Fredda.

Come in una catena di Sant’Antonio, i maggiori benefici politici ed economici del Movimento toccarono ai fondatori del 1961, come la Jugoslavia del maresciallo Tito, tra i suoi principali animatori fino all’uscita nel 1992 in seguito all’esplodere del conflitto balcanico.

Nel periodo successivo, benché i Non Allineati continuassero ad esistere, il loro protagonismo si eclissò del tutto nel sistema internazionale monopolare con gli Stati Uniti “poliziotto del mondo”.

Dopo un lungo periodo di quasi-oblio, il Movimento è di recente tornato alla ribalta nel 60° Anniversario della sua fondazione, celebrato con una Conferenza in grande stile a Belgrado (11-12 Ottobre 2021), cui hanno partecipato delegazioni di ben 105 Stati e 9 Organizzazioni Internazionali.

Rincorrendo i vecchi fasti jugoslavi, il presidente Serbo Alexandar Vucic ha investito molto sulla riuscita dell’evento andando oltre la semplice ricorrenza celebrativa nel tentativo di farsi promotore di un deciso rilancio del Movimento e con questo dell’azione diplomatica serba al di fuori degli angusti spazi balcanici.

Il problema è che, forse per via della concomitante riunione del G20, l’Occidente ha ignorato la Conferenza (addirittura non ve ne è traccia nelle cronache italiane), mostrando di sottovalutarne specificità e possibili impatti geopolitici futuri.

Come il fatto che il Movimento sembra lasciare il ripetitivo e superato neutralismo della Guerra Fredda, orientandosi verso nuove posizioni e rivendicazioni politiche autonome, non necessariamente favorevoli al fronte Occidentale.

Ne ha dato un esempio il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev che sulla gestione pandemica non ha usato mezzi termini accusandolo di “nazionalismo vaccinale” per non avere saputo garantire un’equa distribuzione di dosi anti-Covid a livello mondiale.

Oppure il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, che ha sfruttato l’occasione per rinnovare le sue accuse a Stati Uniti ed Europa di continuare ad esercitare un illegittimo protettorato sulla Bosnia ed Erzegovina.

In altre parole, quella dei Non Allineati potrebbe rappresentare per molti paesi extra-G20 una nuova piattaforma multilaterale dove dare visibilità e garantire circolazione a istanze altrimenti derubricate a minori questioni regionali. E, tornando all’epoca d’oro del Movimento, creare un rassemblement capace di essere Interlocutore Internazionale non paritario ma comunque appetibile per i Big Players.

A tale riguardo ha destato clamore la partecipazione (di persona) alla Conferenza dei Non Allineati di Sergej Lavrov – raramente presente a simili eventi senza un preciso obiettivo di politica estera. Decidere di mandare il proprio capo della Diplomazia a Belgrado a parlare di vaccini e Balcani, disertando la concomitante riunione del G20 sull’Afghanistan è al contempo indicatore delle attuali priorità di Mosca ma anche segnale politico netto rivolto prima di tutto all’Unione Europea.

Suona come un warning, alle porte di un inverno dove la cronica dipendenza energetica dalle forniture russe rischia di essere il tallone d’Achille europeo nei difficili rapporti con il Cremlino.

Un’ultima considerazione a latere, che conferma il quadro nel suo complesso, riguarda proprio l’impressione di maggiore consistenza che paradossalmente si è lasciata dietro la Conferenza dei Non Allineati rispetto alla riunione del G20.

Questo non tanto per i contenuti discussi e per le conclusioni raggiunte – piuttosto vaghe in entrambi i casi – quanto per le diverse modalità di svolgimento dei due eventi.

Il G20 si è tenuto tutto da remoto, con l’oramai consueta scena pandemica di schermi LCD che proiettano quadratini con tutti i partecipanti visibili a mezzo busto in collegamento dagli uffici nei loro paesi. L’incontro di Belgrado si è invece tenuto in gran parte in presenza, con le classiche coreografie del caso, capaci di dare un’illusione di sostanza a prescindere, ma soprattutto di offrire la possibilità di preziosi incontri bilaterali a latere dell’evento ufficiale. Come quello delicato tra il Presidente serbo e lo stesso Lavrov.

La riunione virtuale del G20, invece, nonostante i notevoli sforzi profusi dalla presidenza italiana e dallo stesso Mario Draghi, ha ancora una volta confermato con spietata evidenza tutti i rischi connessi alla smaterializzazione digitale del rapporto politico, riassunta dal nostro neologismo PAD (politica a distanza).

Se sul piano interno essa riduce i meccanismi democratici, sia di partecipazione diretta che di rappresentatività, nel contesto internazionale priva la diplomazia di fondamentali spazi di azione e negoziali. Sempre più esposta al rischio di cadere nel loop ripetitivo di una politica estera statica e di facciata. Bidimensionale.

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