L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 ottobre 2021

SI all'obbligo del vaccino sperimentale, niente più giochetti

23 Ottobre 2021 12:00
Il divorzio tra liberalismo e democrazia: il caso Barbero

Paolo Desogus

A me pare che il caso Barbero, come per la verità numerosi altri fenomeni di intolleranza simili, si inserisca in quel lento divorzio tra liberalismo e democrazia iniziato a Maastricht quasi trent'anni fa e consolidatosi gradualmente sino raggiungere il punto di non ritorno con la nascita del governo Monti. Di fatto oggi ci troviamo in una condizione di presidenzialismo senza elezioni.

Draghi è stato nominato dall'alto. La sua legittimità a governare dipende dalla volontà di una rete di poteri nazionali ed extranazionali.

Naturalmente in uno stato complesso e industrialmente avanzato come l'Italia persino Draghi, il politico con più potere nelle proprie mani dai tempi di Benito Mussolini, deve in qualche modo cercare una qualche forma di consenso, seppure informalmente.

Questo consenso mi pare che derivi essenzialmente da due fattori. Il primo riguarda il pericolo che l'Italia corre se rifiuta la volontà dei mercati e dei poteri extranazionali: gli aiuti europei del RF e della BCE hanno come contropartita l'imposizione di Draghi e la sospensione della democrazia parlamentare.

Il secondo fattore dipende dai successi politici contro un nemico di volta in volta costruito: i fascisti, i noVax... ovvero frammenti mediaticamente sovrarappresentati, su cui è facile costruire il consenso per via dell'insostenibilità dei loro argomenti. Qui Draghi gioca facile perché la vaccinazione in Italia è andata meglio che altrove e sta dando ottimi frutti (solo dei disperati possono ancora pensare che la campagna vaccinale, ora sopra l'80% dei vaccinati, possa essere il punto debole del governo).

Barbero, per il successo mediatico trasversale che ha ottenuto come divulgatore e come studioso, si mette di traverso al consenso di Draghi. È un comunista dichiarato (lo è senza mezzi termini, senza l'ipocrisia di molti ex). Ha espresso senza il timore di essere accusato di sovranismo le sue forti critiche al sistema neoliberista europeo. Si è schierato contro la retorica che unisce liberali di destra e fascisti sulle foibe. È un intellettuale di valore, capace di parlare al pubblico dei non specialisti e di trasmettere quella "gioia del sapere" che spesso manca agli studiosi, anche quelli più blasonati di lui.

Sul green pass Barbero ha poi espresso una posizione che smaschera l'ipocrisia del governo: si è detto assolutamente favorevole all'obbligo vaccinale (con buona pace dei noVax) ma contro l'estensione esasperata e ricattatoria del certificato verde. La sua è una critica ragionavole, espressa in termini legittimi, ma è proprio questo che l'apparato su cui si fonda il potere di Draghi non può tollerare.

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