L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 ottobre 2021

Siria - I soldati statunitensi in queste terre non sono benvenuti dal governo siriano che diverse volte li ha invitati ad andarsene e sono considerati e di fatto lo sono invasori

Cosa c’è dietro all’ultimo blitz iraniano in Siria
Di Ferruccio Michelin | 21/10/2021 -


Attacchi per minare la strada pragmatica che la politica iraniana sta prendendo (da tempo). A questo si lega il bombardamento contro la base americana di al Tanf e quelli contro altre postazioni o sedi diplomatiche da parte dei pasdaran

Non c’è stato nessun ferito tra i militari statunitensi finiti nella notte tra mercoledì e giovedì 21 ottobre sotto un attacco coordinato nella piccola (quanto nevralgica) base militare di al Tanf, che si trova in un’area remota al confine tra Siria e Iraq.

Un funzionario statunitense spiega su ABC News che l’attacco “come minimo” ha coinvolto droni e “fuoco indiretto”, il termine militare per definire i colpi di mortai o razzi. Fonti della sicurezza irachena hanno detto che l’attacco ha coinvolto cinque droni con trappole esplosive ed è stato effettuato dall’interno della Siria.

Non ci sono ulteriori informazioni sugli autori, ma questo genere di azioni sono spesso condotte dalle milizie sciite che si muovono a cavallo del territorio siro-iracheno sotto coordinamento (più o meno diretto) dei Pasdaran. Una delle più attive è la Kataib Hezbollah. La base di al Tanf si trova lungo un’autostrada chiave nel sud della Siria, quasi sull’angolo di confine con la Giordania (e l’Iraq), ed è circondata da una zona cuscinetto di 35 miglia per prevenire potenziali conflitti con le truppe governative russe e siriane situate nelle vicinanze.

Il piccolo avamposto è l’unica postazione militare americana in Siria che non si trova nelle zone controllate dai curdi siriani nella Siria orientale, dove è posizionata la maggior parte delle mille truppe americane in Siria. Le truppe statunitensi rimangono in Siria come parte di uno sforzo continuo per impedire all’Is di riconquistare terreno all’interno del Paese, ma hanno anche una funzione di contenimento strategico dell’espansione russa e soprattutto iraniana, nonché un ruolo nella ricostruzione del Paese post-guerra civile.

L’importanza della base è elevato, e per questo spesso diventa sfogo di certe azioni. Il più delle volte si tratta di atti di ritorsione rispetto al procedere di dossier internazionali su cui sia una parte dei Pasdaran sia le milizie sciite collegate a essa sono contrarie. Nel caso, il riavvio dei negoziati sul Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 messo in stallo dall’uscita unilaterale trumpiana e che l’amministrazione Biden sta cercando di ricomporre attraverso un dialogo mediato dall’Unione europea che forse potrebbe riportare a breve Teheran al negoziato.

Tutto nonostante l’arrivo al potere di Ebrahim Raisi, presidente conservatore che però potrebbe tenere un approccio pragmatico su certe questioni – anche perché il ritorno in compliance dell’accordo dovrebbe riaprire all’Iran diverse possibilità commerciali. Davanti a ciò – alla possibilità che la Repubblica islamica trovi un accordo con Paesi ideologicamente nemici e tramite questo si risollevi – le forze reazionarie si muovono. Gli attacchi alle basi di al Tanf o Erbil, così come quelli alle sedi diplomatiche di Baghdad, servono per mantenere alto il livello di tensione e mostrare un lato non potabile dell’Iran.

Gli americani temono che l’aumento delle capacità tecnologiche delle milizie (nel caso l’uso di droni) possa produrre più danni e dunque portare la situazione su un piano diverso da quello dell’ingaggio militare. Ossia sul piano dell’impossibilità politica di negoziare. Allo stesso tempo, i reazionari tra i Pasdaran e tra le strutture regionali collegate sperano in questo esito, perché è il modo con cui riescono a garantire la sopravvivenza socio-economica delle milizie, strutture simil-mafiose di cui sono parte.

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