L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 31 ottobre 2021

Stagflazione 44 - Meno crescita, ma più inflazione "transitoria", i cui effetti chiaramente permangono svuotando le tasche delle persone

Perché ci sono tensioni fra Bce e mercati


30 ottobre 2021

È oramai chiaro che ci sono divergenze non solo tra il mercato e la BCE ma – forse più rilevanti – all’interno del Consiglio stesso. Il commento di Pasquale Diana, senior macro economist di AcomeA SGR

Tassi invariati, in linea con le attese. Come era facile attendersi, la BCE ha lasciato i tassi invariati rispetto a settembre. Inoltre, il testo del comunicato non presenta cambiamenti degni di nota. Nel corso della conferenza stampa sono tuttavia emersi alcuni spunti interessanti. Ne evidenziamo tre in particolare.

Primo, il dibattito sull’inflazione. Come era facile attendersi, gran parte della conferenza stampa si è concentrata sul tema dell’inflazione. La BCE appare granitica nella sua convinzione che le tre cause del rialzo dell’inflazione (prezzi dell’energia, fattori legati a problemi dal lato della produzione (supply chains) e fattori statistici legati all’IVA in Germania) siano destinati a diminuire nei prossimi mesi.

D’altro canto, la BCE ammette apertamente che alcuni di questi fattori – ad esempio i problemi sulle supply chains – si protrarranno più a lungo del previsto e quindi l’inflazione supererà le attese nel breve periodo. Le implicazioni di medio periodo sui prezzi andranno ovviamente monitorate, attraverso ad esempio le dinamiche salariali. Per adesso, la BCE non appare in ogni caso preoccupata.

Secondo, la divergenza tra il mercato e la BCE sui prossimi passi di politica monetaria. Il mercato sta prezzando un rialzo dei tassi BCE entro la fine del 2022, molto prima di quanto le ultime previsioni o il tono stesso della BCE lascino intendere. Ricordiamo, infatti, che la BCE ritiene che tre condizioni debbano essere soddisfatte prima di alzare i tassi: i) inflazione al 2% nel mezzo del suo orizzonte di previsione; ii) inflazione che si mantiene su quei livelli per il resto dell’orizzonte di previsione; iii) inflazione core in risalita e destinata anch’essa ad attestarsi al 2%.

Al momento, la BCE non ritiene che queste condizioni possano essere soddisfatte nel 2022, come invece si aspetta il mercato. Anche se forse ci si aspettava un messaggio più netto dalla Lagarde, quest’ultima ha comunque voluto prendere le distanze dal market pricing attuale, sostenendo che la BCE continuerà a ripetere il suo messaggio con convinzione, anche se differisce dalle aspettative degli operatori finanziari.

Terzo, il ruolo del PEPP e dei suoi successori. La Lagarde si aspetta che il PEPP si concluda a marzo 2022, il che sembra escludere a priori ogni discussione di una sua estensione temporale. Questo può sembrare un messaggio hawkish, ma la vera domanda è che tipo di programma verrà dopo il PEPP. La Lagarde ha sostenuto che si augura che la flessibilità del PEPP continui ad essere una caratteristica dei programmi futuri. Questa flessibilità sarebbe un fattore chiave per permettere alla BCE in futuro di comprimere gli spreads in maniera più selettiva, ma non è chiaro se ci sia accordo nel Consiglio su questo punto.

Meno crescita, ma più inflazione: occhi puntati su dicembre. Molti dei quesiti sollevati oggi avranno risposta soltanto nel corso della riunione del 16 dicembre, quando la BCE pubblicherà le nuove previsioni macro (che includeranno il 2024) e annuncerà come il PEPP verrà rimpiazzato (forse da un nuovo APP).

È oramai chiaro che ci sono divergenze non solo tra il mercato e la BCE ma – forse più rilevanti – all’interno del Consiglio stesso. Con l’uscita progressiva dalla pandemia, ci sono tutti gli ingredienti perché le tensioni (mai del tutto sopite) tra falchi e colombe si intensifichino nei prossimi mesi. I falchi non vedono di buon grado che, con la fine della fase più severa della pandemia, la BCE debba continuare ad essere così attiva sul mercato, specialmente in un momento in cui le aspettative d’inflazione sono in rapida ascesa e la banca centrale dovrebbe iniziare a ridurre lo stimolo monetario. D’altro canto, le colombe ritengono prematuro ridurre lo stimolo, visto che la ripresa in Eurozona rimane più debole che – ad esempio – negli USA e i problemi sul lato delle supply chains stanno indebolendo l’industria. Trovare un compromesso che riesca ad accontentare tutti non sarà facile.

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