L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 ottobre 2021

Trieste fa paura e useranno tutti i mezzi per spazzare via la protesta. Forza, infiltrati, provocatori, compravendite. I mezzi d'informazione manipoleranno qualsiasi elemento per creare discredito, filmati, foto

22 Ottobre 2021 22:28
No Tav: A Trieste si respira aria di lotta sociale


Una lettura acuta quella sulla lotta dei portuali di Trieste contro il green pass. Un'analisi che assume ancora più valore perché realizzata da chi da più di 30 anni lotta contro l'abominio economico, ambientale, sociale come la Tav Torino-Lione, costata morti, repressione, arresti, una propaganda mediatica senza precedenti. Per i No Tav bisogna analizzare il contesto politico ed economico che abbiamo vissuto negli ultimi anni con la pandemia per spiegare la lotta al porto di Trieste, che ha raccolto un "crogiolo variegato che, in barba ad apparati precostituiti e istituzioni dai lunghi tentacoli, ha saputo esprimersi e darsi dei linguaggi che hanno colto nel segno, inserendosi in un percorso di lotta sociale che, prima o poi, era chiaro sarebbe esploso."

A partire dai fatti accaduti a Trieste e dalle mobilitazioni che si sono date negli ultimi giorni, è importante cercare di allargare il discorso per provare a guardare le cose in un insieme più ampio.

Dopo due anni di crisi sanitaria che ha condizionato la vita di tutte e tutti, mettendo all’angolo le fasce più deboli della popolazione, l’applicazione del Green Pass nei luoghi di lavoro è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso stracolmo di sfruttamento e imposizioni governative. Tutto ciò, ça va sans dire, a ricaduta diretta sulle spalle delle famiglie e di tutte le persone che vivono i territori.

È necessario, quindi, riconoscere le problematiche concrete che stanno già incidendo sul nostro vivere quotidiano e che porteranno a un importante impoverimento sociale, che come diretta conseguenza, creerà nuova povertà, relegando chi già era notevolmente emarginato ai “margini dei margini” di questo sistema.

L’aumento drastico di quelle che sono le spese che ogni giorno ci troviamo a dovere affrontare, come luce, gas e carburanti, in una stagione che ci vede costretti a consumare di più, si uniscono a condizioni di lavoro indecenti a cui, dal 15 ottobre, si è aggiunta anche l’applicazione del Green Pass, costringendo quindi un’importante numero di lavoratori e lavoratrici a pagare per andare a lavorare. Una dissociazione cognitiva non sarebbe riuscita a costruire ragionamento più contraddittorio.

Questa situazione pericolosa si incastra in un contesto politico che è, invece, determinato a tirare dritto per la sua strada, necessariamente legata a doppio filo ai grandi flussi economici che si muoveranno attraverso il PNRR. Siamo abbastanza sicuri che, conseguentemente, l’attuale governo non mancherà di far confluire tali fondi a grandi opere inutili e mortifere per il presente e il futuro di tutte e tutti, sottoscrivendo, così, una condanna certa per le generazioni più giovani. Ancora una volta i cittadini e le cittadine si troveranno a pagare i costi di questa pandemia che, il Governo Conte prima e quello Draghi poi, hanno fatto ricadere su tutta la popolazione in maniera indiscriminata, portando avanti politiche restrittive nei confronti di quelli pensiamo essere diritti fondamentali e primari per tutti e tutte noi, in primo luogo la salute.

In Valsusa viviamo da trent’anni lo sperpero dei fondi ai servizi che realmente modificano (in meglio o in peggio) la qualità del vivere quotidiano: dalla scuola, ai trasporti urbani, alla sanità, tutti devastati dagli ingenti tagli fatti proprio negli ultimi trent’anni.

Per questo, non abbiamo dubbi nel dire, che delle piazze di Trieste, ci ha colpito il carattere popolare delle iniziative e la varietà di soggettività che si sono ritrovate a condividere quelle strade in un contesto di rivendicazione di un diritto necessario, come quello al lavoro, visto che la vita che ci viene offerta è ormai impiccata alla corda delle ingenti spese quotidiane. Un crogiolo variegato che, in barba ad apparati precostituiti e istituzioni dai lunghi tentacoli, ha saputo esprimersi e darsi dei linguaggi che hanno colto nel segno, inserendosi in un percorso di lotta sociale che, prima o poi, era chiaro sarebbe esploso.

Quella piazza, forse più di altre, fa paura ai nostri cari politici per tutto quello che porta con sé e proprio per dare prova di forza e dimostrare che uno dei suoi obiettivi primari sia quello di lavorare indisturbato, sono state messe in atto le forme di repressione del dissenso che ben conosciamo qui in Valsusa: il presidio davanti al porto di Trieste è stato sgomberato con violenza dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno utilizzato manganelli, idranti e lacrimogeni.

Il malcontento diffuso su più fronti apre a delle possibilità di riconquista di quegli spazi di libertà necessari per chiamare davvero “vita” quello che facciamo tutti i giorni.

La lotta del Movimento No Tav, che da trent’anni va avanti con determinazione, ci aiuta a comprendere in maniera profonda che, molto spesso, l’unica via per realizzare un mondo libero dagli sfruttamenti sia quella di resistere tutte e tutti insieme. Presidiare le piazze, percorrere i sentieri delle montagne, essere là dove quegli spazi ci vengono quotidianamente rubati è la ricetta giusta per costruire insieme un percorso che sia capace di unire tutte quelle istanze che guardano alla cura della terra e del futuro, al diritto alla salute e alla formazione e per una vita e un lavoro a condizioni dignitose. Convogliare le forze per dare battaglia ad un sistema che giorno dopo giorno procede nella ristrutturazione di un modello di vita che vorrebbe il maggior numero delle persone schiave e silenti perché brutalmente impoverite. E’ tempo dunque di alzare la testa e di andare avanti perché in gioco ci sono il futuro e la vita di tutte e tutti.

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