L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 ottobre 2021

Un tuffo nell'origine dell'oggi

Max von Oppenheim, il jihadista del Kaiser

4 OTTOBRE 2021

Quando si scrive e si parla di strumentalizzazione dell’Islam per scopi politici e/o terroristici il pensiero va rapidamente a Sayyid Qutb – il precorritore del qaedismo –, ad Hasan al-Banna – il fondatore della Fratellanza Musulmana – e ad Abdullah Azzam – il mentore di Osama bin Laden –, ma la verità è che genesi e plasmazione di quel concetto rispondente al nome di Jihād offensivo sono più complesse e labirintiche di quanto si creda generalmente.

Perché non (solo) tra l’afa asfissiante della Mecca, non in mezzo alle piramidi egiziane e neanche fra le moschee ciclopiche della Turchia ottomana, ma nel gelo della Berlino luterana sarebbero state gettate le fondamenta per la riconfigurazione in senso belligeno della potente ma ambigua nozione di Jihād. Qui, all’acme degli influssi esercitati dallo zeitgeist guglielmino sulla nazione tedesca, alcuni orientalisti avrebbero cominciato a studiare il messaggio del profeta Maometto e la realtà del dār al-Islām.

A differenza dei loro contemporanei, come i cosiddetti tradizionalisti di René Guenon, gli orientalisti del Kaiser non si sarebbero soffermati semplicemente sugli aspetti mistici dell’islam: sarebbero andati oltre. Gli orientalisti gugliemini, invero, si sarebbero rivelati dei pionieri, coniugando la curiosità antropologica e la ricerca introspettiva all’imperativo di perseguire l’interesse nazionale.

Capofila dei perspicaci orientalisti del Kaiser fu Max von Oppenheim, colui che, anticipando di oltre mezzo secolo Zbigniew Brzezinski – il teorico di quella geopolitica della fede magistralmente applicata in Afghanistan –, allo scoppio della Grande Guerra avrebbe istruito le alte sfere su come incendiare i domini coloniali francesi e britannici sparsi tra Nord Africa e India. Domini dove Oppenheim avrebbe portato i venti dell’instabilità e dello scontro di civiltà attraverso il Jihād della felicità proclamato a Costantinopoli nel 1914.


Max von Oppenheim nasce in quel di Colonia il 15 luglio 1860. Appartenente all’omonima dinastia di banchieri ebrei tedeschi – proprietaria della più grande banca privata d’Europa, la Sal. Oppenheim –, Max, contrariamente ai parenti, sarebbe stato allevato alla fede cattolica. Il padre Albert, infatti, si sarebbe convertito al cattolicesimo nel 1858 per unirsi in matrimonio a Pauline Engels, discendente di una ricca famiglia di mercanti coloniesi.

Max, rispetto ai parenti, si sarebbe contraddistinto, oltre che per la fede differente, anche per le passioni diverse. Il padre, invero, non sarebbe mai riuscito a convincerlo a lavorare per la potente banca di famiglia. Perché Max, a partire da quel Natale in cui ricevette come regalo Le mille e una notte, avrebbe avuto una sola passione: l’Oriente.

Negli anni dell’università – si iscrisse alla facoltà di legge, prima di Strasburgo e poi di Berlino, per accontentare i desideri del padre –, tra una lezione e l’altra, avrebbe trovato il tempo di studiare (e di imparare) la lingua araba, sullo sfondo del collezionismo di manufatti mediorientali e del servizio nelle forze armate.


Nel 1892, conclusi gli studi universitari e prestato servizio nell’esercito, Max sarebbe partito alla volta dell’Africa tedesca e del Medio Oriente. Il viaggio, durato fino al 1895, lo avrebbe condotto alla scoperta del Sahara, dell’Egitto, della Siria, dell’Iraq, della Turchia e dell’India.

Per tre anni, solo e armato di penna e quaderno, Max avrebbe visitato luoghi ancora sconosciuti agli europei, vissuto tra i beduini e preferito esperienze abitative originali ai soggiorni in alberghi lussuosi siti nei quartieri europei. Nel corso di questo viaggio, terminato a Costantinopoli alla corte dell’allora sultano Abdul Hamid II, Max sarebbe stato introdotto all’Islam e avrebbe colto un fenomeno completamente ignorato dai contemporanei europei: l’albeggiare di una primavera identitaria tra i popoli asserviti al dominio coloniale.

Una volta tornato in Europa, Max avrebbe capitalizzato la propria rete di amicizie per entrare in diplomazia. Aiutato dall’amico Paul Graf von Hatzfeldt – il firmatario dell’accordo di Yangtze –, Max sarebbe riuscito ad entrare nel consolato generale tedesco al Cairo in qualità di attaché. Relativamente libero da obblighi e ordini, l’orientalista autodidatta avrebbe profittato dell’opportunità per approfondire gli studi su islam e mondo arabo, per crearsi un circuito di amicizie utili in caso di necessità e per redigere dei rapporti indirizzati al Kaiser inerenti i risultati delle sue ricerche.

In uno dei tanti rapporti inviati a Berlino, e sopravvissuto all’erosione del tempo, Oppenheim avrebbe reso edotti i politici tedeschi del crescere di “un movimento panislamico e afrasiatico contro i colonialisti” che gli alleati ottomani avrebbero potuto utilizzare per fare breccia nello spazio imperiale franco-britannico. Era opinione del perspicace orientalista che, se il Sultano avesse proclamato un Jihād offensivo, sarebbe stato possibile ottenere un risultato superiore a quello dei sudanesi mahdisti ai tempi della guerra contro i britannici.

Il suo attivismo non sarebbe passato inosservato ai britannici, che dell’Egitto avevano fatto un protettorato nel 1882 – anno della guerra anglo-egiziana – e che della Germania temevano le mosse tra Africa e Medio Oriente. Nel 1906, in occasione dell’incidente di Taba, Oppenheim fu accusato dai giornali britannici e francesi di alimentare sentimenti eurofobici tra gli autoctoni. Sentimenti pericolosi perché capaci sia di condurre a massacri degli occupanti sia di servire l’interesse di tedeschi e turchi.

Dopo aver partecipato alla tavola negoziale che nel 1910 avrebbe portato all’apertura del maxi-cantiere della tratta ferroviaria Berlino-Baghdad, Max avrebbe dedicato gli ultimi anni dell’esperienza consolare alla coltivazione di un’altra passione: l’archeologia. Una passione che, similmente all’islamologia, gli avrebbe procurato successo e fama. Lui, infatti, fu lo scopritore del celebre sito archeologico di Tell Halaf.


Nel 1913, dopo aver trascorso tre anni a disseppellire le meraviglie contenute a Tell Halaf, Oppenheim avrebbe deciso di staccare momentaneamente la spina, tornando in Europa per riposarsi, riordinare le proprie annotazioni e passare del tempo in famiglia. Lo scoppio della Grande Guerra, però, avrebbe trasformato quella breve pausa in una residenza obbligata.

Contattato dall’Ufficio per le relazioni estere (Auswärtiges Amt) nei momenti immediatamente successivi all’inizio della guerra mondiale, Oppenheim avrebbe ricevuto un incarico tanto oneroso quanto onorevole: la formulazione di un’agenda per il Medio Oriente. Nessun altro suddito del Kaiser poteva adempiere a quel compito, perché lui soltanto aveva (di)mostrato di possedere una conoscenza dell’islamosfera fuori dal comune.

Il Kaiser non avrebbe dovuto attendere troppo per avere sulla propria scrivania quell’agenda. Perché nell’ottobre 1914, a tre mesi dall’inizio delle ostilità, Oppenheim avrebbe messo la firma su un capolavoro senza tempo della strategia, ovverosia il Memorandum su come rivoluzionare i territori islamici dei nostri nemici (Denkschrift betreffend die Revolutionierung der islamischen Gebiete unserer Feinde).

L’idea di Oppenheim era semplice: catalizzare il risveglio del panislamismo nei domini coloniali franco-britannici (e nel Caucaso russo) mediante una proclamazione ufficiale di guerra santa da parte del Gran Muftì di Costantinopoli, l’autorità religiosa più importante dell’impero ottomano e tra le più rispettate del mondo sunnita.

Punti-chiave del piano Oppenheim erano l’Egitto – la chiave di volta per innescare un effetto domino tra Nord Africa e Medio Oriente –, l’India – funzionale ad accelerare la caduta dell’impero britannico, privato del suo dominio più ricco – e il Caucaso russo – utilizzabile per vari scopi, tra i quali il contenimento di Mosca e la penetrazione in Eurasia. Il successo di questo Jihād offensivo e globale, ritenuto portatore di una carica altamente destabilizzativa, secondo Oppenheim, sarebbe dipeso in larga parte dalle abilità propagandistiche di Berlino. E se tutto fosse andato come previsto, la Germania, terminata la guerra, avrebbe potuto satellizzare il decadente impero ottomano e attingere alle ricchezze di un’islamosfera liberata dal giogo franco-britannico.

Detto fatto, il 14.11.14, l’allora Gran Muftì di Costantinopoli, Ürgüplü Mustafa Hayri Efendi, avrebbe ordinato alla umma di muovere un Jihād globale ed offensivo contro gli infedeli della Triplice Intesa. Un ordine lanciato da uno dei luoghi simbolo dell’ottomanità e dell’Islam mondiale, la Grande moschea benedetta di Ayasofya, e che l’Ufficio di Intelligence per l’Oriente (Nachrichtenstelle für den Orient), diretto da Oppenheim, avrebbe proceduto a diffondere in ogni angolo del pianeta nel più breve tempo possibile.

La chiamata alle armi del Gran Muftì, almeno inizialmente, sembrò funzionare. Il suo eco, invero, sarebbe giunto fino a Singapore, dove nel 1915 ebbe luogo l’ammutinamento del quinto reggimento di fanteria dell’esercito anglo-indiano. E tra coloro che furono stregati dal richiamo ipnotico della guerra santa – giusto per rendere l’idea dell’impatto nel medio-lungo termine del Jihad made in Germany –, si trovava un adolescente palestinese di nome Amin al-Husseini, futuro Gran Muftì di Gerusalemme e alleato di Adolf Hitler.

Oppenheim, agli albori del 1915, si sarebbe recato nell’odierna Arabia Saudita per convincere i capi locali a sposare la causa degli Imperi centrali. Il jihadista del Kaiser, una volta qui, avrebbe trattato le condizioni dell’alleanza arabo-turco-tedesca con il principe Faisal, senza sapere, però, che qualcun altro stava già lottando per ottenere il favore dei Saud: Lawrence d’Arabia. L’agente segreto britannico, curiosamente, sarebbe stato introdotto all’Islam e al mondo arabo proprio da Oppenheim, di cui aveva letto il resoconto di quel viaggio in Medio Oriente effettuato a fine Ottocento – pubblicato in due volumi e intitolato Vom Mittelmeer zum persischen Golf durch den Haurän, die syrische Wüste und Mesopotamien –, definendolo il miglior libro mai letto sull’argomento.

Oppenheim, comunque, non si sarebbe arreso facilmente. Compresa l’impossibilità di corrompere i Saud, l’orientalista avrebbe cominciato a fare sermoni in prima persona nelle principali moschee dell’impero ottomano, legittimando i massacri etno-religiosi compiuti dai Giovani Turchi nel Caucaso meridionale in un’ottica di prevenzione e popolarizzando la tattica della “guerra duale“, una guerra ibrida ante litteram basata su azioni convenzionali – come assedi e battaglie tra soldati – e irregolari – come sollevazioni, rivolte e pogrom inaspettati.

Sarebbe tornato in patria soltanto nel 1917, dopo aver dedicato tre anni all’alimentazione di moti anticoloniali nell’intero spazio imperiale di britannici e francesi, nonché nel Caucaso russo, ed essersi guadagnato il titolo di Abu Jihad (Padre della guerra santa) nel mondo arabo.


La caduta in rovina della Germania non avrebbe avuto delle ripercussioni particolarmente gravi e pesanti per Oppenheimer. L’orientalista, infatti, avrebbe ripiegato dalla politica alla sua seconda passione: l’archeologia. Dopo aver fondato a Berlino un istituto dedicato agli studi mediorientali, sul finire degli anni Venti avrebbe fatto ritorno nell’amata Tell Halaf per riprendere ciò che aveva interrotto più di dieci anni prima.

Negli anni Trenta, cogliendo il cambio di paradigma, avrebbe cercato di allontanare le possibili ostilità verso la sua figura – era e restava un Oppenheim, ossia un ebreo agli occhi della dirigenza nazista – elaborando un nuovo piano per il Medio Oriente, sostanzialmente ricalcante quello guglielmino, e aumentando ulteriormente i propri soggiorni all’estero per ragioni archeologiche.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, comunque, sarebbe stato costretto a fare ritorno in patria a causa del clima antitedesco imperante nel resto del mondo. E qui, in patria, sarebbe sopravvissuto miracolosamente ai bombardamenti di Berlino e Dresda – durante i quali perse le proprie case e i tesori contenuti, come i reperti provenienti da Tell Halaf.

Muore il 15 novembre 1946, all’età di ottantasei anni, in casa della sorella, dove si era trasferito dopo aver perduto irrimediabilmente le proprie abitazioni. Trapassato in una condizione di quasi anonimato, ed ancora oggi (ingiustamente) semisconosciuto, Oppenheim è uno di quei personaggi che andrebbero riscoperti, tirati fuori dal cassetto del dimenticatoio, perché lui, parimenti a Lawrence d’Arabia, Mark Sykes, François Georges-Picot e Arthur James Balfour, è stato tra coloro che hanno scritto la storia del Novecento e contribuito a cambiare per sempre il Medio Oriente, il mondo islamico e il mondo.

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