L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 novembre 2021

Contro corrente - e sette e otto e nove - Banche centrali che aumentano i tassi d'interesse - Si aggiunge la Polonia, la Repubblica Ceca, la Romania al Canada alla Nuova Zelanda, Norvegia, Islanda, Ungheria, Russia + 22 paesi emergenti tra cui Brasile, Corea del Sud, Uruguay.

Come e perché l’inflazione picchia in Romania, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria


20 novembre 2021

A ottobre l’inflazione è aumentata del 5,8% in Repubblica Ceca, del 6,5% in Ungheria e del 6,8% in Polonia. Secondo quanto riferisce Le Monde, quest’anno dovrebbe aumentare del 7% in tutta l’Europa centrale e orientale, contro il 3,7% della zona euro

L’impennata dei prezzi delle materie prime, le difficoltà di approvvigionamento, la carenza di manodopera e gli aumenti salariali stanno spingendo i prezzi in Romania, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Da giorni, gli abitanti di Timisoara, nell’ovest della Romania, iniziano la loro giornata con lo stesso rituale: tastare ansiosamente il loro radiatore. Il 26 ottobre, più di 50.000 case, così come scuole e ospedali della città, sono rimasti senza riscaldamento e acqua calda per diversi giorni.

Il motivo: l’impennata dei prezzi dell’energia ha spinto la società di riscaldamento locale, Colterm, sull’orlo del fallimento. Di fronte all’accumulo di fatture non pagate, il produttore di gas E.ON ha smesso di fornirlo. Da allora – scrive Le Monde – le autorità municipali stanno lottando con altri fornitori per ottenere gas e carbone per le centrali di Colterm. Ma le consegne sono irregolari. Così, mentre il paese entra nell’inverno, i caloriferi di Timisoara non riscaldano tutti i giorni.

In ottobre, l’indice dei prezzi al consumo rumeno è aumentato del 7,9% su base annua, il più alto in dieci anni, secondo l’Istituto nazionale di statistica. Ciò è dovuto in gran parte all’impennata dei prezzi del gas (+46%), e le cifre sono sconcertanti anche nei paesi vicini.

Nello stesso mese, l’inflazione è aumentata del 5,8% in Repubblica Ceca, del 6,5% in Ungheria – il massimo dal 2012 – e del 6,8% in Polonia. Secondo le previsioni della società di consulenza britannica Oxford Economics, quest’anno dovrebbe aumentare del 7% in tutta l’Europa centrale e orientale, contro il 3,7% della zona euro.

“Questa regione è quella in cui il rischio di vedere un aumento sostenuto dei prezzi nei prossimi anni è il più alto”, ha commentato Liam Peach, della società britannica Capital Economics.

“Per il momento, questo shock inflazionistico è in gran parte legato all’aumento dei prezzi delle materie prime e ai problemi di approvvigionamento, in particolare nei paesi altamente integrati nelle catene di produzione europee”, ha osservato Rafal Benecki, un economista di ING a Varsavia.

E, non a caso, le famiglie sono le prime a soffrire. In Romania e Ungheria, i costi di riscaldamento e di energia rappresentano rispettivamente il 25% e il 22% delle spese familiari, rispetto al 7% in Germania, secondo la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). “La pressione per i governi a prendere misure a favore di queste famiglie aumenterà”, ha detto Beata Javorcik, capo economista della BERS.

LE CARENZE DEL MERCATO DEL LAVORO

Alcuni hanno iniziato a farlo. Nel tentativo di placare l’elettorato in vista delle elezioni parlamentari del 2022, il gabinetto del primo ministro nazionalista ungherese Viktor Orban ha annunciato giovedì 11 novembre che i prezzi di benzina e diesel alla pompa saranno limitati a 480 fiorini (1,31 euro) al litro per i prossimi tre mesi. La Romania sta considerando misure simili.

Tuttavia, le pressioni inflazionistiche non sono nuove nella regione: erano già evidenti prima della pandemia. “Il Covid ha congelato il fenomeno, ma nel 2019 le carenze del mercato del lavoro e la bassa disoccupazione stavano già spingendo in alto l’indice dei prezzi”, ricorda Liam Peach. In primavera, la forte ripresa economica ha stimolato le assunzioni.

Secondo Eurostat, il tasso di disoccupazione è sceso a settembre al 3,9% in Slovenia, al 3,6% in Ungheria, al 3,4% in Polonia e al 2,6% in Repubblica Ceca, lontano dal 7,4% registrato nella zona euro.

“Tutti stanno lottando per assumere”, ha detto Sandor Baja, direttore generale di Randstad per Ungheria, Romania e Repubblica Ceca. “Soprattutto perché sempre più gruppi dell’Europa occidentale e dell’Asia, come Atos, Citigroup e l’indiana Tata, stanno aprendo centri di servizi informatici e amministrativi nella regione”.

AUMENTI SALARIALI

Queste carenze di manodopera sono esacerbate dalla fuga di cervelli verso l’Occidente e dal calo della popolazione attiva, legato al basso tasso di natalità. “Ogni anno in Ungheria, il numero di persone che vanno in pensione supera il numero di persone che entrano nel mercato del lavoro di 50.000 unità”, ha fatto sapere Baja. Questa mancanza di candidati sta alimentando l’aumento dei salari e, a sua volta, l’aumento dei prezzi.

In Repubblica Ceca, il salario minimo mensile è aumentato da 11.000 a 15.200 corone (da 435,40 a 601,70 euro) tra gennaio 2017 e gennaio 2021. Il 5 novembre, il governo ha annunciato che sarebbe salito a 16.200 corone nel gennaio 2022 (641,22 euro), mentre il salario medio (38.275 corone, o 1.507 euro) è aumentato dell’11,3% nei primi sei mesi dell’anno.

In Ungheria, Viktor Orban ha promesso di aumentare il salario minimo locale da 167.400 a 200.000 fiorini (da 458,90 euro a 548,29 euro) all’inizio del 2022.

Gli aumenti sono ancora più marcati per le posizioni più qualificate. E per farvi fronte, le aziende non hanno altra scelta che trasferirli nei prezzi. “Nella regione, le carenze del mercato del lavoro e gli aumenti salariali sono fondamentali per comprendere le dinamiche inflazionistiche”, ha spiegato Benecki.

Nei prossimi mesi, continueranno ad alimentare gli aumenti dei prezzi quando gli effetti dell’impennata dei prezzi delle materie prime potrebbero svanire. “Soprattutto perché le pensioni in molti di questi paesi sono anche indicizzate ai salari o all’inflazione”, ha aggiunto Javorcik.

INASPRIMENTO MONETARIO

Le banche centrali hanno iniziato ad agire per frenare questi aumenti. Il 3 novembre, l’istituto monetario polacco ha aumentato il suo tasso di riferimento dallo 0,5% all’1,25%.

Il 4 novembre, la sua controparte ceca ha sorpreso aumentando il suo tasso dall’1,5% al 2,75%. “Questo è il quarto aumento da giugno e il più alto dalla metà degli anni ’90”, ha osservato Tomas Dvorak, uno specialista del paese presso la Oxford Economics.

Questa stretta monetaria, che è in corso anche in Romania e Ungheria, dovrebbe rallentare i prezzi e il credito, senza danneggiare troppo la crescita a breve termine, dicono gli economisti. C’è un certo dibattito sugli sviluppi del mercato del lavoro nella regione. La carenza di manodopera potrebbe limitare la crescita futura, anche se l’automazione delle linee di produzione, che è già iniziata nell’industria automobilistica, potrebbe compensare in parte la mancanza di manodopera. “In Polonia, gli 1,5 milioni di emigranti ucraini coprono anche alcune necessità in certi settori”, ha sottolineato Benecki.

La transizione ecologica potrebbe anche distruggere posti di lavoro nelle industrie tradizionali e causare un nuovo aumento della disoccupazione. “Sarà necessaria molta formazione per riorientare i dipendenti verso le nuove professioni digitali e di sviluppo sostenibile”, ha concluso Dvorak.

(Estratto dalla rassegna stampa estera a cura di Epr Comunicazione)

Nessun commento:

Posta un commento