L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 novembre 2021

Gli Stati Uniti tra l'incudine e il martello decretano che la finzione deve durare. Quando ci sveglieremo sarà un bruttissimo giorno

SPY FINANZA/ Il tonfo in arrivo per l’economia italiana che non si vuole vedere

Pubblicazione: 09.11.2021 - Mauro Bottarelli

Ci sono dinamiche internazionali che inevitabilmente porteranno in dote un conto da pagare per la nostra economia da qui ai primi due trimestri del 2022

Lapresse

Tranquilli, governo e Cts sono al lavoro per salvare il Natale. Esattamente come lo scorso anno. Quando il vaccino era appena stato annunciato e la terza ondata era in pieno svolgimento. Probabilmente c’è qualcosa che non va, a livello generale. Ma non ditelo. E non pensatelo nemmeno: l’accusa di essere un no vax è dietro l’angolo. Siamo ufficialmente in emergenza in mezzo mondo, ancora una volta. In Cina, dove ieri si è aperto il Sesto Plenum del Partito comunista che si concluderà giovedì. E dove, soprattutto, domani verranno resi noti i nuovi dati relativi al trend dei prezzi, sia CPI (consumatori) che PPI (produzione): questo grafico mostra chiaramente come ci sia poco da stare allegri, quantomeno in base al consensus del sondaggio condotto da Bloomberg fra il suo panel di economisti: non solo i prezzi con cui devono fare i conti le aziende rispetto ai loro margini continuano la preoccupante tendenza all’aumento, ma anche quelli relativi al cosiddetto carrello della spesa cominciano a essere contagiati in maniera sensibile.


Pessima dinamica in un Paese che sta silenziosamente lottando con l’esplosione controllata della bolla immobiliare. Davvero pessima. Ma, paradossalmente, c’è di peggio. E guarda caso riguarda l’Europa, entità mitologica composta da 27 Stati che pensano ognuno per sé e, solitamente, si trovano d’accordo solo per deliberare scelte mediamente autolesioniste. Ad esempio, il muro contro muro verso la Russia. Ieri era l’8 novembre, data in cui Gazprom avrebbe dovuto seguire gli ordini impartiti dal Cremlino e cominciare il riempimento delle riserve di gas naturali del Vecchio Continente, ridotte al minimo storico proprio mentre il freddo comincia a farsi sentire. Lo ha fatto? Ci vorrà qualche giorno per capire, ma questo grafico mostra come nella settimana conclusasi domenica scorsa (7 novembre), Mosca abbia continuato a tenere a stecchetto i depositi dell’hub tedesco di Mallnow.


Nemmeno a dirlo, ieri mattina il prezzo del gas naturale europeo (Dutch) è schizzato del 9,4% per i timori che Bruxelles sia così poco intelligente da continuare a preferire la cieca fedeltà al dettato atlantico piuttosto che appartamenti riscaldati e fabbriche che possono lavorare senza che la bolletta le dissangui. Attenzione, perché Vladimir Putin questa volta potrebbe non scherzare. E l’inverno, per quanto ormai più breve e meno rigido di quelli di anni fa, comunque sia non dura proprio il battito di ali di un colibrì: arrivare a marzo in queste condizioni appare impensabile. Sia per i cittadini che pagano un costo accessorio in molti casi decisamente salato rispetto al salario, sia per la ripresa economica già in rallentamento che potrebbe subire un colpo letale.

E tanto per capire in quali condizioni sia il mondo, ecco che questi altri due grafici mettono in prospettiva la dinamica dei colli di bottiglia ancora presenti sulla supply chain globale: non solo lo spread fra prezzi alla produzione e tempi di consegna dei fornitori ha appena raggiunto il suo massimo storico da quando viene tracciato il dato, sintomo di una tensione nel comparto che richiederà trimestri e non settimane per normalizzarsi, ma ecco che quei fenomeni del datastream di Visual Capitalist hanno deciso di chiarificare per bene le idee a tutti, utilizzando non i diagrammi ma le proporzioni in un rendering. Il tutto per mostrare quale sia il grado di congestione attualmente in atto al porto di Los Angeles, l’hub principale insieme a Long Beach per l’attracco di merci importate da quel supermercato a cielo aperto chiamato America.



Impressionante, non vi pare? Ora, al netto dello sprofondo da cui arrivavamo nel 2020 e che configura il mitologico 6% del nostro Pil per quest’anno solo come un rimbalzo più sostenuto del previsto e non come un miracolo, davvero pensate che le dinamiche che ho elencato e visualizzato finora non porteranno in dote un conto da pagare per la nostra economia, da qui ai primi due trimestri del 2022? Davvero pensate che si possa andare avanti a monopolizzare il dibattito con le fisime ambientaliste, le deroghe alla riforma delle concessioni balneari (che Bruxelles ci chiede, per una volta a ragione, solo dal 2009), l’ignorare sistemico delle criticità operative che già oggi vedono gli Enti locali del Sud Italia in pole position per l’incapacità di attuare i piani del Pnrr? Davvero pensate che il 6% possa diventare sostenibile e strutturale solo con il ritorno in presenza della Pubblica amministrazione o con la moral suasion di Governo e Confindustria verso la Cgil, affinché eviti scioperi contro la Manovra?

La chiudo qui, cari lettori. È inutile dilungarsi su realtà che conosciamo tutti e, purtroppo, spesso e volentieri facciamo finta di non vedere. Certo, i due anni che abbiamo alle spalle sono stati durissimi e in noi prevale l’ottimismo e la voglia di guardare sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma occorre essere realisti, pena ritrovarsi nel pieno di un risveglio da incubo. Vi lascio con un interrogativo, cui spero vogliate cercare una risposta: pensate che sia un caso che proprio adesso una Corte statunitense abbia bloccato il provvedimento sull’obbligo vaccinale per le aziende con più di 100 dipendenti emanato dalla Casa Bianca e atteso in vigore dal prossimo 4 gennaio? Certo, la pressione di 20 Stati che avevano fatto ricorso si sarà fatta sentire, ma vi assicuro che un ruolo fondamentale è stato giocato dai sickouts sempre più diffusi in tutti gli ambiti economici e della vita sociale Usa: le assenze di massa per malattia.

Ne parlavo nell’ultimo articolo: prima le linee aeree, poi i pompieri, dopo i poliziotti, i medici e gli infermieri e infine il personale docente e non docente delle scuole. E attenzione, qui si parla di dipendenti quasi sempre in ambito federale, poiché gli accordi sindacali anche legati al trasporto aereo negli Usa non hanno carattere meramente privatistico, ma fanno riferimento all’Ente nazionale che sovrintende e controlla la sicurezza. C’è poi tutto il mondo corporate privato, lo stesso che ha fatto pressione sui vari governi statali per bloccare l’imposizione del Presidente. Ovviamente, la stampa autorevole vi dirà che si tratta di una scelta irresponsabile degli Stati a guida repubblicana, la legacy di Donald Trump. Ma non fatevi irretire: alla Casa Bianca va benissimo quanto accaduto alla Corte di Houston.

Primo, scongiura lo sciopero già nell’aria proprio ai porti di Los Angeles, Long Beach e Oakland che si sarebbe sostanziato come la pietra tombale sullo shopping natalizio e quindi sul driver dei consumi per il Pil del quarto trimestre. Secondo, quando a breve riesploderà l’emergenza Covid anche negli Usa (dove si sono appena superate le 750.000 vittime da inizio pandemia, record mondiale e attualmente si registrano oltre 1.200 decessi al giorno e 26 milioni di contagiati totali), tanto per bloccare il taper e far ripartire un po’ di stimolo federale alla faccia dell’inflazione, il capro espiatorio politico – in vista delle elezioni di mid-term – sarà cotto e servito.

Endemia signori, prendiamone atto. Finché dura, almeno. E il mercato non deciderà che è giunta l’ora di reagire a questa situazione da spalle al muro.

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