L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 novembre 2021

Guerra insensata alla Bielorussia che difende solo la sua sovranità rispetto ad Euroimbecilandia. Sanzioni su sanzioni per motivazioni pretestuose, le sanzioni sono atti di guerra, la risposta arriva veloce e puntuale da chi se lo può permettere

«Manutenzione non programmata». Minsk blocca una pipeline: buon inverno, Europa!

17 Novembre 2021 - 18:00

Tregua finita: Transneft ferma senza preavviso il tratto bielorusso dell’oleodotto che porta il greggio dagli Urali. E il prezzo del gas vola. «I lavori dureranno 3 giorni», la promessa. O ultimatum?


Non ci voleva un genio della geopolitica o un fine strategia militare per immaginare quali sarebbero state le conseguenze. Ma nessuno, forse, pensava a una ritorsione così repentina. In tempo reale rispetto all’ampliamento delle sanzioni contro la Bielorussia per l’affaire migranti alla frontiera con la Polonia da parte dell’Ue, Minsk è passata alle vie di fatto.

E con una strategicità nella mossa che lascia palesemente intravedere l’impronta digitale di Mosca, a sua volta scottata dalla sospensione delle autorizzazioni di Nord Stream 2 decisa dal Garante energetico tedesco e intenzionata ad alzare i toni. A essere bloccata per lavori di manutenzione non programmati a partire dal 16 novembre non è infatti la pipeline Yamal-Mallnow che porta il gas naturale russo in Europa, bensì il tratto bielorusso di quella petrolifera gestita da Transneft, il cui portavoce ha infatti laconicamente reso noto l’incidente con un comunicato poco fa.

Tratta bielorussa della Druzhba oil pipeline Fonte: Gomeltransneft

E che quanto stia accadendo sia un chiaro ultimatum, lo dimostrano i termini temporali della strana riparazione resasi necessaria: I lavori non preventivati sulla tratta bielorussa della Druzhba pipeline limiteranno il flusso in direzione della Polonia per approssimativamente tre giorni, mentre il target di export pianificato per l’intero mese di novembre non è stato modificato. Come dire, fra Garante tedesco e Unione Europea avete tre giorni per tornare a più miti consigli. Dopodiché, il problema potrebbe davvero diventare serio. Perché alla minaccia costante rappresentata dal passaggio obbligato della pipeline del gas in Bielorussia,

Tracciato della pipeline Russia-Yamal-Mallnow (Germania) Fonte: Stratfor

ora si unisce quella di un combinato energetico devastante con anche il petrolio degli Urali che potrebbe subire ritardi e ridimensionamenti nell’approvvigionamento.

E se il primo grafico
Andamento del prezzo dei futures del gas europeo (Dutch) Fonte: Bloomberg

mostra come la notizia abbia immediatamente messo le ali proprio alle valutazioni del gas naturale europeo, salite del 33% solo in questi tre giorni e oggi nuovamente in area 100 euro per kilowatt/ora, questa seconda immagine

Scomposizione per voci di incidenza percentuale sull’indice HICP europeo Fonte: Pictet/Bce

parla chiaro: al netto di un’inflazione europea ai massimi dal 2012, l’aumento del costo dell’energia ha pesato per qualcosa come il 56% del totale. Cui va unito, poi, il 13% riconducibile a colli di bottiglia sulla supply chain. Tanto per mettere la questione in prospettiva, per ora il cibo ha pesato solo per l’8%.

Non a caso, nonostante alla Bce oggi si sia assistito a un domanda e risposta con Isabel Schnabel nel quale l’economista tedesca ha avuto il coraggio di sostenere che l’aumento delle aspettative inflazionistiche è uno sviluppo in qualche modo benvenuto, molti analisti di commodities e geopolitici parlano di potenziale winter of discontent per il Vecchio Continente. Non fosse altro per il combinato di ripresa economica già rallentata dall’aumento dei costi, potenziale esplosione di quelli energetici nel breve termine e quarta ondata di Covid ormai materializzatasi in molti Stati e che minaccia l’output economico del quarto trimestre.

Saranno davvero solo tre giorni, durante i quali riflettere e magari rendersi conto del potenziale epilogo cui andiamo incontro? Oppure la vendetta del Cremlino, già materializzatasi con la fine della moral suasion su Minsk rispetto a rappresaglie energetiche verso Bruxelles, potrebbe davvero assumere toni da scontro totale? In un caso e nell’altro, buonsenso vorrebbe che si reprimesse sul nascere ogni eventuale tentazione di andare a vedere il possibile bluff russo. Meglio tenersi la curiosità. Perché la posta in palio è di quelle da make or break (fare o rompere).

Nessun commento:

Posta un commento