L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 novembre 2021

L'inviato speciale dell'Onu Kubis si è dimesso perché ha capito che l'Occidente preferisce il caos all'ordine. Escludere Gheddafi Saif al-Islam significa che vogliono solo elezioni di facciata e che deve vincere solo chi permette di rapinare i popoli libici, favorire l'Occidente. Non vogliono un paese che difende la propria Sovranità, la dignità e che riprenda in mano i fili della propria storia

IL BLOG
25/11/2021 10:55 CET | Aggiornato 25/11/2021 10:55 CET
Escludere Gheddafi Jr dalla corsa presidenziale mette a rischio il voto in Libia

Bobo CraxiPolitico socialista, già sottosegretario agli Esteri

LIBYAN ELECTORAL COMMISSION HANDOUT/EPA

La paura che come nel gioco dell’oca si ritornasse la casella di partenza, ovvero che il figlio del colonnello Gheddafi, Saif, defenestrato della cruenta rivoluzione libica potesse ritornare addirittura attraverso il voto democratico al potere ha fatto scattare le contromisure.

Il voto così è a rischio, come sono a rischio in Libia nuovamente la pace la sicurezza. In un clima così frammentato la scelta della commissione elettorale, che sulla carta è neutra ma in realtà risponde all’attuale governo, ha gettato la classica benzina sul fuoco. A nulla pare siano valse le raccomandazioni della comunità internazionale, dei paesi donatori che si sono impegnati a sostenere con forza la prospettiva di una nuova stagione politica fondata sul consenso elettorale quindi democratica.

Infatti i toni delle Nazioni Unite dopo l’accaduto sono improntati a preoccupazione: “Il clima politico in Libia, a un mese dalla data prevista delle elezioni presidenziali, resta “pesantemente polarizzato” e il Paese resta in “una congiuntura fragile e delicata nel suo percorso verso l’unità e la stabilità attraverso le urne”.

Sin dall’origine la comunità internazionale aveva cercato di scongiurare che si replicasse nelle urne lo scontro di questi anni avvenuto sul piano militare, d’altronde che vi sia un intercambiabilità fra i signori della guerra e signori della pace politica è un classico della transizione post-guerra civile ed era quindi assai difficile poter chieder a tutti il fatidico “passo indietro” come è stato chiesto al Generale Haftar che al contrario oggi è in prima fila pronto a battersi per ottenere la presidenza libica nonostante i suoi detrattori lo vogliano buttare fuori dalla corsa a causa della sua cittadinanza statunitense.

Non migliore sorte vorrebbe essere riservata a Dbeibah, l’attuale Primo Ministro in carica, che non si è dimesso tre mesi prima della corsa così come prevede il regolamento elettorale. Se per quest’ultimo l’eccezione verrà sicuramente trovata, è meno scontato che superi le forche caudine della commissione elettorale il generale della Cirenaica. Un gioco di sgambetti di mosse e contro mosse che ripropone il puzzle caotico che la Libia ha offerto negli ultimi anni.

Aldilà degli altisonanti impegni assunti dalla comunità internazionale, è evidente che il caos potrebbe produrre l’inevitabile slittamento del voto. Il giovane Gheddafi sorprendentemente dopo il suo annuncio della candidatura era riuscito a portare all’iscrizione al voto oltre 400.000 libici, segno che nel paese tira un vento di restaurazione e soprattutto che il profilo socio politico rimane quello legato allo schema tribale che è pur sempre un ordine e un criterio di organizzazione della società.

Le rivoluzioni che hanno rovesciato i tiranni arabi non potevano riprodurre un meccanismo politico assimilabile all’Occidente, non è un caso infatti che le uniche forze organizzate post rivoluzionarie nella vicina Tunisia come in Egitto restino quelle di ispirazione islamica. Ora le pressioni internazionali potranno essere fondamentali e si potranno muovere in due direzioni: quelle di convincere e costringere i protagonisti della vecchia stagione politica libica a fare un passo indietro e ad accettare il responso della commissione elettorale, oppure viceversa spingere affinché i ricorsi che verranno effettuati trovino l’accomodante reintegro nella sfida risparmiando così, almeno si spera, o il trasferimento della lotta politica nelle strade con il ritorno agli scontri armati o una brutta marcia indietro che farebbe slittare il voto consegnando a un tempo incerto il futuro della Libia.

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