L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 novembre 2021

L'Occidente tutto continua istericamente a gridare il lupo il lupo

All’armi, il nemico è alle porte
24.11.21 - Manlio Dinucci

Jens Stoltenberg e Mario Draghi (Foto di Palazzo Chigi)

Il segretario generale della Nato Stoltenberg ha incontrato il presidente Draghi, il 17 novembre a Roma, per affrontare «le attuali sfide alla sicurezza», provenienti dal «rafforzamento militare della Russia in Ucraina e attorno ad essa». Stoltenberg ha ringraziato l’Italia perché «contribuisce alla nostra presenza nella Regione Baltica con il pattugliamento aereo e sue truppe».

L’Aeronautica militare italiana – specifica il Ministero della Difesa – ha schierato nell’aeroporto di Ämari in Lettonia caccia F-35A del 32° Stormo di Amendola e caccia Eurofighter Typhoon del 4° Stormo di Grosseto, 36° Stormo di Gioia del Colle, 37° Stormo di Trapani e 51° Stormo di Istrana (Treviso).

Quando aerei russi volano nello spazio aereo internazionale sul Baltico, in genere diretti all’exclave russa di Kaliningrad, i caccia italiani ricevono dal comando Nato l’ordine di decollo immediato su allarme e in pochi minuti li intercettano. Scopo ufficiale di tale operazione è «preservare lo spazio aereo alleato». Scopo reale è far apparire la Russia come una potenza minacciosa che si prepara ad attaccare l’Europa. Si alimenta così un crescente clima di tensione: gli F-35A e gli Eurofighter Typhoon, schierati a pochi minuti di volo dal territorio russo, sono caccia a duplice capacità convenzionale e nucleare.

Che cosa avverrebbe se analoghi caccia russi fossero schierati ai confini con gli Stati uniti?

Il «pattugliamento aereo» ai confini con la Russia rientra nella frenetica escalation militare Usa-Nato in Europa contro un nemico inventato, la Russia, in un grande gioco strategico sempre più pericoloso. Esso è stato avviato nel 2014 con il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, sostenuto dalla Ue, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza e presenza degli Stati uniti in Europa.

La Russia è stata accusata di aver annesso con la forza la Crimea, ignorando che sono stati i russi di Crimea a decidere con un referendum di staccarsi dall’Ucraina e rientrare nella Russia per evitare di essere attaccati, come i russi del Donbass, dai battaglioni neonazisti di Kiev. Quelli usati nel 2014 quale forza d’assalto nel putsch di piazza Maidan, innescato da cecchini georgiani che sparavano sui dimostranti e sui poliziotti, e nelle azioni successive: villaggi messi a ferro e fuoco, attivisti bruciati vivi nella Camera del Lavoro di Odessa, inermi civili massacrati a Mariupol, bombardati col fosforo bianco a Donetsk e Lugansk.

Stoltenberg e Draghi hanno affrontato anche il tema della «crisi al confine della Bielorussia con Polonia, Lettonia e Lituania». La Nato accusa la Bielorussia di usare, con il sostegno della Russia, «migranti vulnerabili come strumenti di tattica ibrida contro altri paesi, mettendo a rischio la loro vita». A difendere i migranti, a esprimere timore per la loro vita, sono gli stessi responsabili Usa e Nato, compresi i governanti italiani, che negli ultimi trent’anni hanno condotto la prima guerra contro l’Iraq, la guerra contro la Jugoslavia, la guerra in Afghanistan, la seconda guerra contro l’Iraq, la guerra contro la Libia, la guerra contro la Siria. Guerre che hanno demolito interi Stati e disgregato intere società, provocando milioni di vittime, costringendo milioni di persone all’emigrazione forzata.

Il giorno dopo l’incontro con Draghi, Stoltenberg ha presenziato al 70° anniversario del Nato Defense College, al quale si sono laureati a Roma dal 1951 circa 15.000 militari e civili di 80 paesi membri e partner dell’Alleanza. Dopo essere stati istruiti su ogni aspetto della «sicurezza internazionale», essi sono andati a «ricoprire le più alte cariche civili e militari», ossia posti di responsabilità nei governi e nelle forze armate dei paesi membri e partner della Nato.

In questa università della guerra, in cui si insegnano le strategie più sofisticate, il più importante settore è dedicato alla Russia. Ora sarà affiancato da un altro. Nel discorso celebrativo, il Segretario generale della Nato ha infatti sottolineato: «La Russia e la Cina stanno guidando una spinta autoritaria contro l’ordine internazionale basato sulle regole». Stoltenberg ha però dimenticato di precisare «sulle nostre regole».

Pubblicato su Il Manifesto del 23.11.2021

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