L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 23 novembre 2021

Ora, guardandoci attorno, è indubitabile che la scena storica attuale è quella della massima potenza delle forze contrarie a Cristo. Forse ci sarà una rinascita spirituale, innanzitutto interiore

DECADENZA STORICA ED ESCATOLOGIA – SULLA VOCAZIONE E LA LIBERTA’ DELL’UOMO di Luigi Copertino

Luigi Copertino 22 Novembre 2021

DECADENZA STORICA ED ESCATOLOGIA

SULLA VOCAZIONE E LA LIBERTA’ DELL’UOMO

Ciclicità o linearità della storia: un falso dilemma

L’idea fondamentale attraverso la quale le civiltà tradizionali guardavano la storia era quella della decadenza. Non progresso verso il “sol dell’avvenire”, secondo il modulo occidentale post-cristiano, ma progressiva decadenza da una Origine immacolata verso la dissoluzione finale. Una decadenza che sfocia nell'età oscura, ossia nel momento di maggior obnubilazione dello Spirito, però per risolversi in un ritorno dell’età aurea, secondo un modello ciclico. Infatti la visione tradizionale extra-abramitica della storia è strettamente collegata ad una concezione ciclica del tempo modellata sulla ciclicità della natura – il ripetersi continuo dell’alternarsi di giorno e notte o delle stagioni – intesa essa stessa, la natura, quale espressione immanente di un Principio andato perduto a causa della sua manifestazione, per lo più colta in negativo ossia quale frammentazione, dispersione o emanazione. La maggiore conseguenza di tale visione è la svalutazione del mondo, ridotto ad una “illusione fenomenologica” dell’io imprigionato nella gabbia dello spazio-tempo, e della stessa corporeità umana “prigione dello Spirito”.

Nel contesto della Rivelazione abramitica, invece, la manifestazione è creazione ex nihilo attraverso la “partecipazione ontologica” del creato al Creatore. In tale visione, secondo il testo biblico, al quale fanno riferimento sia l’ebraismo che il Cristianesimo e l’islam, la creazione non è la prigione dello Spirito, o la frammentazione/emanazione dell’Uno, quanto piuttosto il Suo riflesso e quindi un segno della bontà donativa di Dio: «di Te, Altissimo, porta significatione» canta san Francesco del sole fisico.

Il Genesi, infatti, riprende dai miti antichi l’immagine, ad essi comune, della creazione come separazione, distinzione, frammentazione interna all’Unico ed Indifferenziato Caos Primordiale, ma conferisce ad essa un significato inedito nel panorama religioso dell’umanità. Perché nel Genesi la divisione delle acque, la specificazione delle creature, l’alternarsi del giorno e della notte, non sono una catastrofe originaria ma, per la Parola (Logos, Verbo) di Dio – il “fiat”, il “sia” – una benedizione divina.

«Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» afferma Genesi 1,31.

Nella visione biblica, pertanto, la creazione non ha alcuna connotazione negativa, al contrario è dono di un Amore Infinito. Lungi dall'essere una caduta, come nelle interpretazioni gnostiche spurie (per le quali il rivestimento con tuniche di pelli dell’Adam peccatore, di cui in Genesi 3,21, sarebbe la caduta nel corpo materiale dell’Uomo inizialmente solo spirituale, laddove invece, secondo Tradizione, si tratta soltanto di una modificazione, una perdita, delle potenzialità spirituali del corpo fisico, già originariamente posseduto dall'uomo, tali da renderlo immune dai condizionamenti spazio-temporali e naturali), la stessa corporeità dell’uomo è la dimensione pensata ab origine affinché il Verbo di Dio assumesse carne quale evento centrale della glorificazione della creazione che avverrà nell'Ottavo Giorno – post-storico –, quello preannunciato nel Genesi che, in ordine alla creazione, si ferma al Settimo.

E’ antica tradizione abramitica quella per la quale l’Incarnazione del Verbo di Dio non è la conseguenza del peccato originale – quella è la Passione – ma, sin dall'inizio, è il fine ed il culmine dell’Opus Magnum della Creazione. Lucifero/Satana si è opposto a tale Disegno Divino perché preso dall'orgoglio della sua eccelsa spiritualità, era infatti tra gli angeli il primo ed il più vicino a Dio, al momento della prova cui furono sottoposte le creature angeliche consistente nell'Adorazione dell’Immagine in visione del futuro Verbo Incarnato, non è riuscito ad accettare l’idea che Dio, purissimo Spirito, volesse “insozzarsi” con la materia, con la carne. Lucifero odia la creazione perché odia, gnosticamente, la materia.

Nel contesto della Rivelazione abramitica, quindi, il tempo è riflesso, segno, dell’Eternità. Secondo un luogo comune, molto in voga anche tra teologi e storici delle religioni, le tre fedi abramitiche sarebbero portatrici di una concezione lineare del tempo e quindi della storia. La secolarizzazione di tale concezione avrebbe partorito il progressismo moderno. Questo luogo comune, tuttavia, non fa i conti, in una prospettiva sapienziale, con quanto ci svela l’Apocalisse – ossia la Rivelazione – per la quale il Verbo di Dio, lo stesso Logos mediante il Quale si è realizzata la creazione, è “Alfa e Omega”, “Primo e Ultimo”, “Principio e Fine” (Apocalisse 1,8 e 22,13). Questo dato apocalittico, d’altro canto, coincide con quanto diceva agli israeliti Pietro secondo gli Atti degli apostoli (3,21) «Egli dev'essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione (apokatastàseos) di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall'antichità, per bocca dei suoi santi profeti», poi ribadito nella sua Seconda Lettera 3,13 e, quindi, ancora in Apocalisse 21,1. Senza in alcun modo indulgere nell'errore di Origene che considerò la reintegrazione finale come un evento tale da riportare anche gli angeli caduti e i dannati alla comunione con Dio – in tal modo erroneamente considerando l’inferno come temporaneo anziché come uno stato definitivo ed irrimediabile – è tuttavia evidente che, in una visione sapienziale, la dottrina dell’Apocatastasi (Restaurazione, Reintegrazione, Ripristinazione), se rettamente intesa in conformità alla Tradizione ossia evitando di accreditare l’errore di Origene, non consente alcun linearismo storico, con conseguente facile ottimismo, come se l’Inizio e la Fine fossero due punti di una linea retta che mai trovano congiunzione, perché, invece, come si è visto, secondo la Rivelazione questi due punti finiscono per coincidere sicché la linea non può rimanere retta ma necessariamente deve curvarsi.

Se, dunque, Principio e Fine coincidono nel Verbo non è possibile parlare di concezione lineare del tempo e della storia. Bisognerebbe innanzitutto distinguere tra tempo naturale, quello effettivamente modulato secondo la ciclicità delle stagioni, e tempo storico, quello dell’uomo unico essere che, in quanto dotato di spirito, vive nella dimensione della storia ignota al resto delle creature. Fatta tale distinzione, si deve poi prendere atto che anche il tempo storico, nella Rivelazione abramitica, in apparenza lineare sul piano immanente (qui sta la matrice dello storicismo progressista moderno che, però, è ipotizzabile solo castrando il tempo dalla sua Radice Eterna) ha una sua “circolarità” ma – ecco il punto! – proiettata, volta, all'Eterno, ossia sul piano trascendente.

L’escatologia, pertanto, è la contemplazione, essenziale e profetica, del destino vocazionale dell’umanità. Un destino non solo “ultimo” ma anche “primordiale”: l’escatologia, infatti, rivela la vocazione originaria dell’uomo creato, in vista dell’Incarnazione, quale unica creatura “capax Dei” ossia capace di corrispondere all’Amore di Dio ed alla realizzazione del Suo Disegno creatore e glorificatore. E’ a questa verità – la chiamata originaria dell’uomo – che si appella san Paolo quando in Efesini 1, 3-6 parla di “predestinazione”: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà». Paolo, in questo passo, non si sta riferendo, come ha frainteso Lutero, alla salvezza personale, che per il monaco tedesco si realizzerebbe indipendentemente dalla libera scelta umana di corrispondere o meno all’Amore Trasfigurante di Dio (“simul iustus, simul peccator”), ma all’originario Disegno Divino nei riguardi dell’uomo, inteso come genere umano, che, in quanto Imago Dei, è creatura “centrale” nell’Architettura del Cosmo, snodo dal quale dipende l’armonia stessa della creazione perché attraverso l’uomo lo Spirito penetra nel mondo e l’Incarnazione stessa diventa possibile.

Per questo l’uomo, l’Adam, è l’oggetto delle suadenti attenzioni dell’Avversario antico (Genesi 3,5) intese a suggerirgli la tentazione dell’autodeificazione, anziché attendere il compimento della Promessa di Dio della deificazione per la Sua Grazia. Provocare l’uomo al peccato, ossia alla chiusura del suo cuore verso l’Alto per l’apertura verso il basso, significa interrompere la comunicazione tra Creatore e creazione, perturbare l’armonia cosmica, tentare di impedire l’Incarnazione, e con Essa l’adempimento della Glorificazione Finale, nel Verbo Incarnato, della carne e, quindi, della materia di cui è intessuto il cosmo medesimo. Con il peccato il percorso storico dell’uomo verso l’Omega finale, nel quale, con moto di ritorno all’origine, l’Alfa iniziale si sarebbe adempiuto, è diventato tutt’altro che armonioso. E’ diventato un percorso irto di violenza e di malvagità e quindi bisognoso di Redenzione, ovvero, come dice l’etimologia della parola, di “re-stituzione” allo stato originario: il suffisso “re” o “ri” indica un volgere su sé stesso verso l’origine, un “ri-torno”, un “ri-scatto” (ed infatti redimere si usa anche per l’estinzione o ammortizzazione di un debito).

La Misericordia di Dio ha risposto al tentativo luciferino di troncare ogni possibilità di comunicazione tra Trascendenza ed immanenza (un tentativo di per sé impossibile fino in fondo) con la Passione del Verbo Incarnato – che si sarebbe incarnato anche senza il peccato dell’uomo – secondo la promessa del “protovangelo” contenuta in Genesi 3,15 «Io porrò inimicizia fra te e la Donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno» laddove si annunciano Maria Vergine e l’Incarnazione nonché l’inimicizia perenne tra Satana, da un lato, e la Madonna ed il Figlio, dall'altro, che gli schiacceranno il capo. Va notato che l’immagine della serpe corrisponde nei miti antichi al simbolo della circolarità del tempo naturale – l’ouroborus, il serpente che si morde la coda – sicché, nella Rivelazione biblica, il riferimento al serpente va colto come svelamento dell’inganno contenuto nelle costruzioni religiose che assumono la circolarità del tempo al modo di un “eterno ritorno immanente”, ossia deradicato dalla Radice Eterna e Trascendente, come era uso nelle culture mesopotamiche ed in genere pagane della fertilità ciclica.

Tridimensionalità dell’uomo

In tutte le culture tradizionali, quindi non solo nella Rivelazione abramitica, l’uomo appare sulla scena del mondo – creato, per la fede biblica e coranica – quale essere tridimensionale in analogia alla tridimensionalità del cosmo medesimo. L’uomo è insieme, e prima del peccato armonicamente, Spirito, anima e corpo. Nel linguaggio biblico si tratta del Rùach, del néfesch e del basàr. Nella lingua greca – la lingua della koiné ellenistica ossia la lingua della Bibbia dei Settanta risultato dell’incontro tra Gerusalemme ed Atene che ha preparato l’universalismo cristiano superando l’esclusivismo ebraico – si tratta del Pnéuma, della psyché e del sòma. In realtà, a ben vedere, le dimensioni sono quattro dato che mentre lo Spirito, con la maiuscola, è universale, lo spirito, con la minuscola, è individuale e costituisce il punto di unione tra Dio, ossia lo Spirito, e la natura creata dell’uomo. Tra Spirito e spirito c’è una unità, non panteistica, che fa del secondo l’immagine, vera e propria, del primo e, di conseguenza, rende l’uomo nella sua interezza, ontologicamente tridimensionale, una Icona di Dio.

Per questo il termine “spirito” è ambivalente tanto è vero che nell’ebraico biblico “rùach” è a volte usato al maiuscolo, “Rùach”, per indicare lo Spirito universale di Dio, ed a volte al minuscolo, “rùach”, per indicare lo spirito individuale dell’uomo che è come un punto di immortalità personale, ciò che intendiamo come “io” o “autocoscienza”, il quale nell’uomo, nel centro della sua anima e del suo corpo ovvero nel centro del suo cuore, sorregge per partecipazione tutto il sinolo psico-fisico. Non è infatti un caso se in ebraico per indicare lo Spirito/Rùach si usa anche il termine Neshimah, che può tradursi con “Intelletto” o “Intelligenza”, distinto dallo spirito/rùach che a ben vedere insieme al néfesch, all’anima (quest’ultima è il “corpo sottile” o “doppio psichico”), costituisce una unica realtà benché il rùach sia costantemente connesso al Rùach/Neshimah. In greco al termine Neshimah corrisponde il termine Nous che talvolta è usato al posto di Pnèuma, mentre pnèuma al minuscolo sta, a volte, per spirito individuale.

Solo l’uomo, non gli altri esseri viventi e non viventi, possiede lo spirito/rùach e, per suo tramite, lo Spirito/Rùach/Neshimah, ossia il Pnèuma/Nous. Le cose inanimate ed i viventi non umani sono ontologicamente limitati o al solo basàr/sòma o anche alla néfesch/psyché ma non possiedono né il rùach/pnèuma né il Neshimah/Rùach/Pnèuma.

In cosa consiste, alla luce dell’antropologia metafisica tradizionale, ciò che, in ambito abramitico, è chiamato “peccato”? Genesi 3,5 parla di una volontà pervertita di autodeificazione – “eritis sicut Dei” – di autocostruzione della propria immortalità senza la Grazia di Dio, senza la Sua Kenosi soccorritrice. Ma come può nascere nel cuore dell’uomo questa illusione di raggiungere il Cielo tirandosi da solo per i capelli? Ed è qui che l’antropologia tripartita tradizionale ci aiuta a comprendere quanto è accaduto ab illo tempore. Infatti la realtà del peccato si manifesta, alla luce dell’antropologia tripartita, come una occlusione, a seguito di un atto di superbia, della via di comunicazione tra lo spirito/ruach e lo Spirito/Ruach/Neshimah con conseguente rottura dell’armonia cosmica – «… maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Genesi 3, 17-19) – e, quindi, con conseguente disarmonizzazione delle diverse potenze interne alla struttura ontologica dell’uomo – «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Genesi 3,10) – fino all’esperienza dolorosa e temibile della morte a seguito della rottura del flusso dello Spirito che assicurava la Vita Eterna a tutto l’uomo ossia l’Immortalità (la morte per l’uomo adamitico era la transizione beatifica spirito-anima, in attesa della resurrezione anche del corpo, o secondo altra tesi la transizione integrale, spirito-anima-corpo, nella Trascendenza di Dio, come poi sarebbe stato in via eccezionale, in una diversa economia soteriologica, per Enoch, Elia, la Santa Vergine).

Il peccato, dunque, è chiusura della via verso l’Alto cui corrisponde l’apertura in basso dell’abisso ossia di quegli strati ontologici dell’essere di progressivo deturpamento esistenziale, dai quali non si risale più. Si tratta di livelli abissali provocati dalla stessa chiusura del cuore umano (quindi non voluti da Dio, dato che in Dio non vi è il male ma solo la considerazione, meramente ipotetica, della sua possibilità potenziale a causa del libero rifiuto creaturale del Suo Amore) che consistono, nel post mortem, in un vissuto orrifico e doloroso perché si manifestano quali esperienze psico-spirituali terrificanti e spaventose che il simbolismo ed il linguaggio tradizionale hanno variamente indicato come “Sheol” (l’Ade pagano), “Geenna”, “pianto e stridore di denti”, “fuoco o verme inestinguibile”, “ghiaccio perenne”. La fede cattolica, in proposito, parla di “pena del danno” e di “pena del senso” ad indicare che, a tali livelli inferi, la sofferenza è dovuta sia alla definitiva perdita della Luce di Dio, ormai non più attingibile, sia allo strazio vero e proprio dell’essere, psicologicamente e spiritualmente reale (come accade negli incubi notturni), che provoca una autentica “scarnificazione” sperimentata alla stregua di un dolore sensoriale ma molto più intenso di quello fisico (e che, per i dannati, aumenterà con la ricongiunzione escatologica del corpo all’anima). L’Abisso è, a seconda della pesantezza del peccato, una continua caduta verso il basso che corrisponde ad una vera e propria trasfigurazione della natura umana la quale mano a mano perde i suoi caratteri per trasfigurarsi in forme orribili. Nella visione dell’inferno che la Santa Vergine Maria mostrò ai pastorelli di Fatima le anime cadevano nel fuoco dell’inferno per uscirne trasfigurate in forme di animali mostruosi ed ignoti sulla terra.

L’Abisso dischiuso dal peccato, ossia dalla chiusura verso l’Alto, è esattamente il contrario dell’esperienza beatifica e gioiosa dei Cieli, gradualmente sempre maggiore di intensità man mano che le anime dei salvati, attratti irresistibilmente dalla Luce Divina, salgono, accompagnate dagli angeli, per i molteplici piani delle gerarchie celesti (e che, anche qui, aumenterà con la ricongiunzione del corpo glorificato all’anima). Questa salita, come la scala del sogno di Giacobbe, si stende dal Cielo verso la terra ma, a causa del peccato, era rimasta preclusa ai più fino a quando il Sacrificio Divino sulla Croce ha riaperto quella strada rendendo l’ascesa nuovamente accessibile mediante l’ascesi sostenuta dalla Forza che viene dall’Alto. Nella consapevolezza della debolezza della natura umana, ferita dal peccato, la Misericordia di Dio si è fatta sovrabbondante sulla Sua Giustizia e, dovendo comunque anche quest’ultima trovare soddisfazione, ha fatto in modo che, nello stato intermedio dell’essere, cui si accede nel post mortem, quello che è chiamato preternaturale, per distinguerlo dal sovrannaturale, la caduta verso l’Abisso infernale – per i molti che, pur non avendo rifiutato la Luce dall’Alto, non sono riusciti a conseguirne la realizzazione, la perfezione – sia impedita dalla sospensione ontologica in uno stato che è sì doloroso e orrifico, perché anch’esso soggetto alla pena del senso ma non a quella del danno definitivo, e tuttavia anche felice, anzi progressivamente sempre più felice e sempre meno doloroso man mano che si ascende, anziché discendere, sulla scala che porta ai Cieli e, attraverso essi, al Cielo Ultimo.

Escatologia e storia

Orbene, l’escatologia può essere applicata anche al percorso storico dell’uomo per comprenderne le dinamiche e quanto esse svelano nel loro adempimento. In questo quadro, al peccato che chiude la Via verso l’Alto corrisponde la scelta dell’Occidente, a partire progressivamente dal XVI secolo, della sconsacrazione della vita sociale. Una scelta annunciata come apportatrice di Progresso, Pace, Felicità ed Unità del Mondo ma che, mentre i secoli passano, si sta puntualmente rivelando una discesa verso l’abisso del nulla ontologico in scenari orrifici di sangue, violenza ed odio universale. E come se potessimo stabilire un parallelo tra l’abisso aperto dal peccato in interiore homine, che si manifesta nell’emergere di ciò che Ernst Jünger chiamava l’“elementare” e che egli, nel suo romanzo del 1939 “Sulle scogliere di marmo”, intravvedeva nella figura hitleriana del “Forestaro”, e l’abisso che la dinamica storica ha aperto all’umanità in caduta libera verso il nichilismo globale.

Il razionalismo illuministico è stato solo una fase transeunte nella dinamica della secolarizzazione. Esso è servito a chiudere la via di comunicazione verso l’Alto per impedire che la Luce Trascendente irrorasse di Sé la realtà immanente e, subito dopo, è iniziata l’opera di fessurazione verso il basso per aprire l’abisso della dissoluzione del mondo. Quest’opera trova attualmente la sua compiuta realizzazione nella svolta postmoderna che sta travolgendo tutte le certezze razionaliste della modernità e favorendo l’emergere di potenze filosofiche irrazionali, o meglio “sub-razionali”, che hanno forma di volta in volta politica, ideologica, economica, finanziaria, neospiritualista e scientista. Quando Zygmunt Bauman lamenta il passaggio dalla società solida moderna alla società liquida postmoderna, caratterizzata dalla dissoluzione di tutte le certezze e di tutti i legami stabili benché artificiali della modernità, non fa altro che descrivere in termini storico-filosofici la decadenza che in termini metafisici abbiamo descritto con le categorie teologiche della “salvezza” e del “peccato”, dell’Alto e dell’Abisso.

Sicché coloro che si entusiasmano per la sconfitta del razionalismo moderno e per l’emergere della “nuova religiosità” (che, in realtà, è una ambigua “seconda religiosità”) dovrebbero riflettere sulla natura di questo “neo-spiritualismo” che va di pari passo con le trasformazioni digitali, reticolari, cibernetiche e robotiche della tecnologia, dato che la stessa tecnica postmoderna non è più quella monolitica e titanica conosciuta dalla modernità ma ha assunto caratteri flessibili, interattivi, inglobanti, virtuali – potremmo quasi dire “spiritualizzanti” – i quali, tuttavia, lungi da renderla meno invasiva ne amplificano invero, fino all’impensabile, soprattutto a causa delle sue applicazioni finanziarie e monetarie, le potenzialità totalizzanti di controllo globale dei singoli come dei popoli.

Che l’intellighenzia moderna, la accreditata “sapienza del mondo”, non si sia resa conto, pur a volte intuendola, della direzione di marcia postmoderna, verso l’abisso, verso l’immersione nelle pulsioni elementari, assunta dalla storia dell’umanità occidentale, che è diventata, per estensione e conquista, la storia di tutto il mondo, non può meravigliare chi è conscio dell’accecamento dei “sapienti”, in atto, e che, quindi, ha previsto da tempo il fallimento di quell’intellighenzia nei suoi propositi “rivoluzionari” di redenzione dal “dominio” che essa, invece, inavvertitamente ha agevolato nel suo passaggio dalle vecchie forme solide dell’antico capitalismo ad economia reale alle inedite forme, già contenute in modo ancora inespresso nelle prime, del nuovo capitalismo finanziario globale.

Theodor Adorno

Prendiamo, ad esempio, il caso di Theodor W. Adorno, uno dei massimi esponenti della Scuola marx-freudiana di Francoforte, padre filosofico della cosiddetta “Nuova Sinistra” degli anni sessanta e settanta del secolo scorso nonché indagatore della “personalità autoritaria” espressione nella quale, sulla scorta di Freud, egli mette insieme l’“autoritarismo patriarcale” del Dio biblico e quello del padrone capitalistico – negando artatamente, con conseguente falsificazione dei dati teologici e storici, la lotta che il capitalismo ha costantemente sostenuto, sin dal suo apparire storico, contro la Trascendenza tradizionale per emanciparsi dai vincoli etici e sociali da Essa imposti e che erano tali da frenare, e “circondare” in una sorta di cordone sanitario, la pretesa di autonomia del capitale.

Adorno ed i francofortesi, proprio per via della predetta falsificazione, hanno favorito, e di questo sono tra i principali responsabili culturali, il passaggio al nuovo capitalismo finanziario e cibernetico, capace di un dominio molto maggiore di quello antico. Essi hanno favorito tale trasformazione del dominio capitalistico proprio con il loro insistere, credendo in tal modo di avverarne le istanze più genuine, sul superamento dell’illuminismo ma in una direzione che, oltrepassandolo, ne portasse a compimento la critica radicale alla Tradizione per realizzare, unendo Marx e Freud ossia la critica alla Metafisica portata dalla razionalità materialistica con quella apportata dalla sub-razionalità dell’inconscio, una società liberata da ogni dominio, anche da quello del modello sovietico, e inverare l’elemento di liberazione insito nel comunismo respingendone al contempo quello autoritario (che in fondo era anche l’anelito ultimo di Karl Marx per il quale il comunismo compiuto avrebbe abolito Dio e lo Stato ed esaltato l’emancipazione definitiva dell’uomo in una sorta di magnifico solipsismo individualista per il quale ciascuno avrebbe potuto fare tutto ciò che voleva: svegliarsi filosofo alla mattina, creare da artista a mezzogiorno, scrivere da romanziere a sera).

Adorno, che era anche un provetto musicista, ha lavorato in particolare nel campo della filosofia estetica. A suo giudizio i fattori fluidi, caotici, indeterminati del reale sono stati marginalizzati o rimossi dalla razionalità moderna – il “nuovo ordinamento” della fungibilità universale, l’ideologia del dominio e dei comportamenti sociali coatti – ma proprio questi fattori finiscono per raccogliersi, concentrarsi, in opposizione, come polo dialettico, alla ragione, al suo dominio strumentale. Adorno e, con lui, il suo amico e sodale Max Horkheimer rimettono in gioco tali fattori per porre in discussione la mitizzazione della ragione e superarla nel senso non del ritorno alla Metafisica ma dell’oltre-passamento post-razionalista. Onde raggiungere questo obiettivo Adorno, e tutta la scuola francofortese, attinge appunto alla psicanalisi freudiana, al subconscio quale ricettacolo del rimosso. L’intenzione reale di questa operazione, che in apparenza sembra quella di porre un freno alla caduta libera verso l’irrazionalismo esploso nella Germania degli anni ’30 con il nazismo, è invece quella di riportare in auge il rimosso richiamando, dopo la razionalità moderna, il potente ruolo del “magico”, della “magia”, conosciuto dall’umanità arcaica.

Chi ha denunciato la dipendenza di Adorno, Marcuse e Horkheimer dalla cultura della destra rivoluzionario-conservatrice, Carl Schmitt, Ernst Jünger e Martin Heidegger, ha visto giusto. Infatti, senza dirlo apertamente, Adorno e gli altri francofortesi attingono alla critica alla civiltà moderna dei rivoluzionario-conservatori per poi semplicemente utilizzarla in funzione della loro rivoluzione marx-freudiana di segno libertario e non in funzione della rivoluzione “autoritaria” del nazional-socialismo. Ma in realtà, per questa via, Adorno e la Scuola di Francoforte non fanno altro, benché a modo loro, che aderire all’emersione del “magico rimosso” della quale fu, per primo, propagatore il nazismo, come ci hanno spiegato il nostro Giorgio Galli e l’ebreo-tedesco George Mosse nei loro studi sulle radici occultistiche e pseudo-esoteriche del nazionalsocialismo. Il punto è che Adorno credeva che il nazismo avesse evocato il “magico rimosso” per rinsaldare il dominio del capitale – uno strabismo tipicamente marxista che non coglie l’essenza anticapitalista del nazionalsocialismo – mentre egli lo voleva riattivare per un’azione di eversione di tale dominio.

Quindi la critica francofortese al nazionalsocialismo non è una critica “anti-nazista” in quanto ritiene che richiamare il rimosso, far emergere dal basso le pulsioni irrazionaliste, non è una operazione di per sé da condannare – Adorno ed Horkheimer sono mille anni distanti dal György Lukács de “La distruzione della ragione” che vedeva nel nazismo un assalto al razionalismo portato al suo massimo apice dal marxismo – ma è operazione da gestire con estrema attenzione onde impedire che essa, questa fu per i francofortesi la (presunta) colpa dell’hitlerismo, diventi strumentale anziché sovversiva del dominio capitalista.

Orbene, in attesa di poter agire anche in altri ambiti, come quello politico, è essenziale nel pensiero adorniano puntare sulla capacità di ritorno del rimosso che, anche nella modernità funzionalistica del capitalismo avanzato, è assicurata dall’arte. Adorno descrive la civiltà della razionalità occidentale come quella della ragione chiusa nelle sue prerogative che organizza, ordina in sistema, non curandosi dei suoi auto-inganni. In tale contesto, venuta meno la Metafisica, l’arte, che cerca di difendere la sua autonomia dal domino della tecnica, restituisce il “brivido arcaico”, il disincanto dell’illusione razionalista, la magia, che costituisce il “momento mimetico” della creatività. L’arte dunque raccoglie e preserva l’eredità della magia, il fermento antico del numinoso: «E’ nel senso dell’opera d’arte, nell’apparenza estetica, essere ciò a cui dava luogo, nell’incantesimo del primitivo, l’evento nuovo e tremendo: l’apparizione del tutto nel particolare (…). Ciò costituisce la sua “aura”» (Cfr. M. Horkheimer – T. W. Adorno, “Dialettica dell’illuminismo”, 1947, Einaudi, pp. 25-27).

Nonostante questo linguaggio apparentemente metafisico – l’opera d’arte che produce l’universale nel particolare, l’assoluto nel contingente, la trascendenza nell’immanenza – l’evento nuovo e tremendo cui fanno riferimento Adorno e Horkheimer non è la Metafisica tradizionale ma è l’abbandono dell’universale alla cecità abissale di una sorta di “nominalismo estetico”. Questo perché mentre la Metafisica esalta l’“universale” l’opera d’arte, producendo il “particolare”, rompe con Essa e, quindi, contribuisce a scardinare il sistema del dominio della razionalità occidentale che secondo i francofortesi, in questo molto vicini a Nietzsche ed alla sua falsificazione anticristiana, sarebbe il parto della fede abramitica e della Metafisica aristotelico-tomista.

Orbene, l’arte, per Adorno, all’interno della modernità razionalista può costituire il “rifugio” del magismo rimosso o neutralizzato dalla razionalità, perché, come egli afferma in “Dialettica dell’illuminismo”, l’evento magico, il non calcolabile, racchiuso nell’immagine prodotta dall’opera d’arte consiste nella manifestazione di un che di “spirituale” ma – ecco il punto al quale bisogna prestare massima attenzione per comprendere l’apertura adorniana all’Abisso – inteso come “principio vitale” ossia ciò che nella magia arcaica era il “mana”. E’ chiaro, quindi, che quando Adorno parla di ritorno del rimosso ha presente l’idea storicistica, darwiniana e freudiana del Sacro quale primitivismo e forza totemica di preservazione del gruppo sociale in un mondo ostile. L’arte, dunque, si appropria del principio magico non, però, per agire magicamente sulla natura, come pensavano gli antichi, quanto invece per riprodurre il movimento vitale di quest’ultima in una sorta di naturalismo, che si abbevera al freudismo, liberatorio dal dominio ed emancipante dal dispotismo della “personalità autoritaria”. In questo senso, l’arte “disincanta il mondo disincantato” dal razionalismo perché essa rompe l’incantesimo che rende assoluta la razionalizzazione, il sistema dell’industria culturale e il feticismo della merce.

Il recupero adorniano della magia, nell’arte, porta seco un progetto di liberazione, di emancipazione, anche teoretica, politica e morale, oltre che estetica. Sul piano estetico l’arte come “rifugio” dell’arcaico si presenta come la correzione dell’attitudine impositiva, dominatrice, autoreferenziale della ragione, ma sugli altri piani porta ad una critica, ribelle, verso il mondo della tecnica che pretende tutto ricondurre alla razionalità autocostruttrice. Il punto, però, sta tutto nel fatto che la direzione di questa ribellione non è in realtà “antagonista” verso il dominio, al quale pretende di rivoltarsi, ma ne segue pedissequamente la marcia verso il basso, verso l’abisso dei livelli ontologici inferi, costituendone una tappa ulteriore. In questo sta il fallimento, oggi evidentissimo, della Scuola di Francoforte: nell’aver servito, da utile idiota, il Nemico.

La perdita del Centro

Adorno non ha compreso quanto invece era chiaro ad Hans Sedlmayr ossia che recidendo il legame con la Sapienza l’arte moderna secolarizzata, in nome dell’autonomia, ha subito un rovesciamento favorevole al dominio della tecnica e del capitalismo. Questo rovesciamento altro non è che il riflesso in exteriore di quello prioritario avvenuto in interiore. Sedlmayr, storico dell’arte, espone questa tesi nell’opera, del 1948, “Perdita del centro. Le arti figurative del 19° e 20° secolo come sintomo e simbolo di un’epoca”. «… nel 1760 cominciano a notarsi, nel campo dell’arte – così l’introduzione del testo –, fenomeni completamente nuovi, mai comparsi prima di allora nel corso della storia. La forza simbolica con la quale questi fenomeni mettono in luce i rivolgimenti avvenuti nel profondo del mondo spirituale è così grande che un giorno ci sembrerà impossibile di non aver immediatamente compreso quello che l’opera d’arte tentava di rivelarci …».

Hans Sedlmayr, per il quale l’arte è una forma della più vasta conoscenza umana, ha messo in evidenza la radice della crisi dell’uomo moderno studiando la fenomenologia artistica come sintomo di tale crisi. La “perdita del centro” è la scomparsa di una realtà divina dall’orizzonte umano, che si traduce ipso facto nella perdita di senso della vita umana, sino a propiziare il dissolvimento finale dell’uomo e del mondo, quello al quale oggi stiamo assistendo nella transizione al cosiddetto “transumanesimo”. Questa estromissione del Divino dall’orizzonte umano iniziata con l’illuminismo trova successivamente modo di affermarsi in forme sempre più incisive di dominio razionalistico sul mondo ma, secondo Sedlmayr, dietro l’illuminismo hanno agito forze più profonde sicché le rivoluzioni culturali e politiche non sono state che un aspetto, il più visibile, di un rivolgimento innanzitutto spirituale. Proprio l’esame delle opere d’arte può portarci a meglio comprendere questa rivoluzione interiore. La realtà artistica moderna, infatti è la diagnosi di una malattia interiore. Il progressivo allontanamento dal Centro, inteso in senso Metafisico, manifesta nel mondo dell’arte la forza dirompente dei rivolgimenti avvenuti innanzitutto e in prima battuta nell’interiorità del mondo spirituale.

Sedlmayr ci dice, in altri termini, quel che Adorno nega ossia che il ritorno del “magico” non è affatto una sovversione della razionalità capitalistica ma, al contrario, è l’esito ultimo della direzione di marcia verso l’abisso intrapresa dalla modernità e che ora, nell’apparente ritorno adorniano dell’irrazionale “rimosso”, va svelandosi quale fase ultima ed estrema del capitalismo terminale – tale perché è un mondo intero, una intera civilizzazione, ad essere terminale – che ha assunto le forme liquide e volatili, quindi immateriali e flessibili, del denaro informatico virtuale, della finanza dominatrice globale e della tecnologia cibernetica. Quest’ultima, portando ad esito finale il principio di immanenza del razionalismo ma nel senso di superare ciò che nella tecnica era ancora monolitico e, quindi, di aumentarne la capacità di dominio globale, corrisponde in exteriore al fluidificarsi in interiore della razionalità nelle pulsioni più recondite, non più asceticamente e misticamente trattenute e purificate mediante la forza dello Spirito, del Rùach dall’Alto. Pulsioni che la psicologia del profondo, alla quale si richiama Adorno, in nome della lotta alla “repressione”, ha liberato, come nel mito del Vaso di Pandora, in una insensata pretesa di emancipazione delle presunte potenzialità auto-divinatorie dell’uomo. Una “liberazione” che, invece di emanciparlo, hanno reso l’uomo schiavo, quanto mai prima, delle sue pulsioni radicate negli strati più infimi della propria struttura psico-corporea, post-adamiticamente disarmonizzata a causa della rottura della Via di comunicazione con la Trascendenza Divina.

Alla fine del percorso, dunque, non l’emancipazione dall’incubo delle passioni, come cantava Franco Battiato, ma il loro irrompere irrefrenabile per la dissoluzione interiore preludio alla dissoluzione esteriore che già vediamo in atto nel mondo globalizzato e, a causa della cosiddetta “dittatura sanitaria” – che è in realtà una distopica “dittatura finanziaria” resa possibile dalla tecnologia leggera e silenziosamente invadente –, ora in procinto di strette neo-totalitarie, esito imprevisto esse stesse del libertarismo francofortese. Il dominio assoluto del capitale, nella sua versione finanziaria, è stato favorito dall’immersione della razionalità nel “magico rimosso”, liberato dalla rivoluzione libertaria del ’68, quale conseguenza ultima della “perdita del Centro” ovvero della chiusura della Via che conduce verso l’Alto. Dall’apertura, nell’interiorità dell’uomo, della fessura verso il basso sono emerse, come da un Abisso, le forze elementari e caotiche che sono all’opera per preparare l’apparizione dell’Anonimo, dell’Innominabile, e del suo regno mondiale di perdizione.

Quale ora è la nostra nel buio della notte?

A che punto siamo della notte è, tuttavia, difficile dire. La Chiesa non ha mai ammesso l’interpretazione millenaristica, ossia letterale, del passo di Apocalisse 20 nel quale si annuncia il futuro Regno di Cristo per mille anni cui seguirà un secondo combattimento escatologico e la definitiva sconfitta dell’Antico Avversario. La prospettiva di un regno politico, terreno, di Cristo è sempre stata ritenuta ereticale – non a caso oggi essa è ripresa nella forma cristiano-sionista dal fondamentalismo protestante americano filo-israeliano – in quanto l’Apocalisse indica una prospettiva di realizzazione post-storica, non intra-storica, della Città di Dio, della Gerusalemme Celeste che scende dall’Alto. Tuttavia, pur invitando alla massima prudenza e a non forzare più di tanto il testo, la Chiesa non ha pronunciato una sentenza definitiva sulla ipotesi esegetica della “venuta intermedia” di Cristo se, però, intesa, come sembra sia intesa da una secolare tradizione mistica di rivelazioni private molte delle quali accreditate dall’Autorità ecclesiale, quale vittoria spirituale di Nostro Signore, sulle orde di Gog e Magog, in un momento di estrema disperazione per la comunità dei fedeli, il piccolo resto dal quale tutto dovrà ripartire, ossia come rinascita spirituale della fede, piuttosto che come Parusia definitiva del Cristo del Secondo Avvento. Una rinascita spirituale alla quale corrisponderà il ritorno del mondo alla Chiesa dopo un qualche evento globale di drammatica tragicità. Coloro che con l’aiuto della Forza dall’Alto sopravviveranno, innanzitutto interiormente, prima che esteriormente, alla persecuzione antitradizionale, in atto, ricostruiranno il mondo secondo i canoni della Tradizione e secondo la Volontà di Dio. Gli altri scompariranno insieme al “serpente antico” rinchiuso nello “stagno di fuoco”.

Ora, guardandoci attorno, è indubitabile che la scena storica attuale è quella della massima potenza delle forze contrarie a Cristo e della fuga nel deserto della Donna, ossia la Chiesa (quella dello Spirito, che è la stessa visibile e gerarchica fondata da Nostro Signore, non quella della “pubblicità mondana”, che è quella delle sue gerarchie sedotte dal potere del Nemico). Se l’esegesi della “venuta intermedia spirituale” è vera – ricordiamo che è solo un’ipotesi non espressamente indagata dal Magistero – potremmo essere vicini al momento fino a oggi più tragico della storia umana ma anche a quello della rinascita della Chiesa e del ritorno dell’umanità alla fede. Di più a nessuno è consentito dire perché nessuno può sapere. Nel frattempo resta il dovere di invocare continuamente, nella preghiera, Colui che è Alfa e Omega, Principio e Fine, affinché ci sostenga nella nostra lotta che, ammonisce san Paolo, «… non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che sono nelle regioni celesti» (Efesini 6,12) ossia contro «il principe delle potenze dell’aria» (Efesini 2,2). Dove l’elemento aereo indica simbolicamente lo stato intermedio preternaturale aperto sia verso l’Alto sia verso il basso e nel quale agiscono Forze Luminose Superiori ma anche, ed oggi in modo scatenato, forze oscure inferiori.

Luigi Copertino

da FB

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