L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 8 novembre 2021

Primo schiavi di Euroimbecilandia, secondo le lucciole per lanterne di Draghi, lo stregone maledetto. Cosa avranno da esultare i mezzi d'informazione ce lo divano

Legge di bilancio? Non è tutto oro quello che luccica, ecco perché


7 novembre 2021

Legge di bilancio: numeri, confronti, scenari e analisi. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Non è tutto oro quello che luccica (ammesso e non concesso che luccichi) nella legge di bilancio presentata dal governo di Mario Draghi per il 2022. Anzi, il bilancio del prossimo anno potrebbe essere ricordato come una delle più grandi opportunità perse dal nostro Paese per ridurre significativamente la pressione fiscale.

Da quando giovedì scorso il governo ha approvato il disegno di legge di bilancio, sappiamo che è pari a 30 miliardi l’ammontare delle misure varate, ma scende a 24 miliardi l’ammontare di quelle finanziate in deficit, che è la misura “vera” di questa legge di bilancio. Gli altri 6 miliardi sono frutto di tagli di spesa o maggiori entrate rispetto agli obiettivi fissati col DEF di aprile. Da fine settembre è in corso un dibattito molto acceso su come distribuire questi circa 24 miliardi per il 2022 e la legge di bilancio ha finalmente offerto un quadro – per certi aspetti ancora provvisorio – sulla distribuzione di tali risorse tra spese, investimenti e riduzioni di tasse, ma quasi nulla si è detto sul perché si ragioni su 24 miliardi e non su una cifra superiore. Cosa impedirebbe al bilancio pubblico di recitare un ruolo più propulsivo a sostegno del reddito dei cittadini? Perché, se il bilancio dello Stato del 2021 prevede spese per 937 miliardi oltre a interessi per 60 miliardi, lo spazio di manovra si riduce a 24 miliardi?

Allora proviamo a fare luce su questo tema partendo dal ricordare che la definizione della politica di bilancio – dal 2011 quando fu varato il programma di coordinamento che va sotto il nome di “semestre europeo” – si svolge sotto lo stretto controllo della Commissione di Bruxelles. E si articola in tre tappe: fine aprile, quando va presentato il Documento di Economia e Finanza (DEF); fine settembre, quando va presentata la nota di aggiornamento (Nadef) al documento di aprile; metà ottobre, quando va inviato il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), che contiene già tutti i saldi di bilancio per il triennio successivo che poi saranno dettagliati nella legge di bilancio presentata alle Camere entro il 20 ottobre.

Insomma, ormai da 10 anni, i saldi del bilancio vengono comunicati a Bruxelles prima ancora che alle Camere e queste ultime possono solo agire entro un perimetro ben definito.

La lettura combinata e organica di questi tre documenti per gli anni 2021-2024, porta a due constatazioni: pur essendo il 2022 l’ultimo anno in cui resterà attiva la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità, il governo Draghi ha rinunciato a sfruttare questo eccezionale e probabilmente irripetibile spazio di manovra offerto e, in soli 5 mesi, è addirittura indietreggiato negli obiettivi fissati ad aprile, quando aveva promesso un deficit/PIL del 5,9% nel 2022 che poi a settembre ha corretto al 5,6%; inoltre il percorso definito per gli anni successivi è tutto orientato al conseguimento degli obiettivi del Patto di Stabilità, confermandone in toto i principali cardini. Altro che revisione del Patto, i nostri documenti di bilancio fino al 2024 ne confermano la piena operatività e promettono il sostanziale conseguimento di un avanzo primario nel 2024 (-0,8% l’obiettivo programmatico), partendo da un disavanzo di 106 miliardi nel 2021 che si azzererà progressivamente.

Ancora più evidente è il passo indietro per il bilancio 2021. Infatti, solo pochi mesi fa (aprile) Draghi e il ministro dell’economia Daniele Franco, si sono presi la responsabilità di confermare che la legge di bilancio 2021 – presentata da Roberto Gualtieri e Giuseppe Conte, e poi integrata da alcuni decreti nei primi mesi di attività del nuovo governo – prevedeva un deficit/PIL del 11,8% per il 2021 e 5,9% per il 2022. Sono bastati appena 5 mesi e quelle previsioni sono scese rispettivamente al 9,4% e 4,3%. Crescita del PIL, aumento delle entrate e riduzione delle spese, tutti superiori alle stime iniziali, le cause di queste variazioni.


Sorgono perplessità (per usare un eufemismo) su come sia stato possibile avere due previsioni così divergenti a distanza di soli 5 mesi l’una dall’altra. In ogni caso, senza derogare all’impegno dell’11,8% preso con Bruxelles, nell’ultimo trimestre del 2021 c’era una eccezionale opportunità di un maxi aiuto fiscale agli italiani – nell’ordine di oltre due punti di PIL, circa 35 miliardi – e non è stata sfruttata.

Lo stesso schema si è ripetuto per il 2022. Dopo aver promesso alla Commissione il 5,9%, in soli 5 mesi l’andamento economico ha portato a ridurre la previsione al 4,3% e Draghi e Franco cosa fanno? Fissano il nuovo obiettivo al 5,6%, quindi al di sotto della promessa iniziale. Da qui originano quei famosi 24 miliardi: si tratta dell’1,3% del PIL, proprio la differenza tra 4,3% e 5,6%. In termini tecnici si tratta della differenza tra l’obiettivo di deficit tendenziale (cioè a legislazione vigente) e quello programmatico (che il governo si prefigge di conseguire con le norme di prossima introduzione). E non c’è scritto da nessuna parte che non si potesse andare oltre quel 5,6%, visto che almeno il 5,9% era già stato previsto come obiettivo.

La legge di bilancio 2022 è tutta giocata all’interno di questo perimetro e il DPB inviato a Bruxelles ne definisce la cornice, specificando misura per misura, come dovrà essere distribuito quell’1,3% del PIL di deficit, aggiuntivo rispetto a quello che avremmo avuto a legislazione vigente. Se si è scelto di non spingersi a fare un deficit che pure era nei programmi di aprile, è inevitabile che la pressione fiscale – salita allo stratosferico livello del 42,8% nel 2020 – è prevista scendere in misura frazionale al 41,9% nel 2021 e al 41,7% nel 2022. Movimenti impercettibili, quando sarebbe stato possibile osare di più.

Sorprende che, tranne alcune voci coraggiose e autorevoli come quella di Gustavo Piga, professore di economia a Tor Vergata, queste osservazioni siano state completamente assenti dal dibattito di queste settimane.

A questo punto, tornano in mente in tutta la loro genialità e capacità di preveggenza le parole di George Orwell in “1984”: il popolo esultava perché la razione di cioccolata era stata portata a 20 grammi, ma nessuno osava far rilevare che fino alla settimana prima era stata di 30 grammi. Per chi temeva ulteriori riduzioni, anche soli 20 grammi erano un motivo per esultare.

Il mondo distopico di Orwell è ormai la consolidata realtà dell’Italia di questi ultimi anni.

(Versione integrata a aggiornata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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