L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 10 novembre 2021

Contro corrente - e sei - Si aggiunge il Canada alla Nuova Zelanda, Norvegia, Islanda, Ungheria, Russia , banche centrali che aumentano i tassi d'interessi, + 22 paesi emergenti tra cui Brasile, Corea del Sud, Uruguay. Quanta confusione sotto il cielo stellato. L'inflazione c'è. La permanenza, voluta diciamo noi, dell'influenza covid continua come le conseguenze economiche che non diminuiscono ma aumentano. Si vuole mantenere lo stato transitorio. La distruzione di merci, mezzi di produzione, di uomini e capitali prosegue

Euro-Sistema in bilico: il vero pericolo potrebbe chiamarsi STAGFLAZIONE

Di Redazione CDC Su 9 Nov 2021 7,353


di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

L’arrivo di un fenomeno inflattivo nell’attuale scenario depressivo (stagflazione) che perdura da anni, potrebbe sciogliere come neve al sole la EU ed il sistema-euro.

Leggendo un articolo apparso nei giorni scorsi su “Zero Hedge” a firma di Tyler Durden [1], sono arrivato ad alcune conclusioni, o meglio ancora, previsioni che vorrei condividerle con Voi.

L’articolo è incentrato sulle parole degli addetti ai lavori – banchieri centrali, ministri del Tesoro ed operatori finanziari, in relazione ai temi caldi ed attuali dell’andamento dei tassi e del supposto arrivo di fenomeni inflazionistici, parole e previsioni che l’autore cerca di interpretare dando varie letture, alcune delle quali anche in contrasto con la verità economica, ma nonostante questo offre spunti di riflessione e commento interessanti – ecco alcuni passaggi:

Per anni, la BCE avrebbe ucciso affinché i prezzi aumentassero e raggiungessero, se non superassero, il suo obiettivo di inflazione del 2,0%. Per non parlare della crescita economica: fin dalla crisi finanziaria globale, sembrava che il vecchio continente fosse bloccato in una lenta e misera trappola del debito il cui esito finale prospettato sarebbe stato il disastro economico rappresentato (“in modo distorto, aggiungo io”) dal Giappone.

Certo, come abbiamo visto e sempre sostenuto la sola politica monetaria della BCE non è stata e mai lo sarebbe in futuro, in grado di creare inflazione, per questo è strettamente necessario che sia accompagnata dalla politica fiscale dei governi. Semmai la domanda che dovremmo porci è: se questa scelta di perseverare con una politica fiscale restrittiva, non sia stata una precisa volontà politica della EU, finalizzata al raggiungimento dell’assurdo obbiettivo di riequilibrare le bilance commerciali degli stati membri e renderli più competitivi, tramite la distruzione della domanda interna e la deflazione salariale.

Ma le cose sono cambiate rapidamente e, secondo gli ultimi dati, l’economia della zona euro ha continuato a crescere durante l’estate mentre l’attività è rimbalzata dopo il blocco del coronavirus. Tuttavia, è emerso un problema: l’inflazione ha superato le aspettative, lasciando la Banca Centrale Europea con un crescente mal di testa politico.

Innanzitutto, la buona notizia: la crescita è aumentata con il ritorno dei consumatori nei negozi e nei locali, ma molte aziende non sono state in grado di tenere il passo con la domanda, esercitando ulteriore pressione sui prezzi già spinti al rialzo dall’aumento del costo delle materie prime. L’economia dei 19 paesi che condividono l’euro è cresciuta di un 2,2% superiore alle previsioni nel terzo trimestre, il suo ritmo più veloce in un anno e si è avviata a raggiungere la sua dimensione pre-crisi entro la fine dell’anno.

Spacciare il fisiologico rimbalzo dei consumi che abbiamo avuto con la fine dei “lockdown”, per una ripresa è fuorviante, come è fuorviante imputare l’arrivo di sintomi inflazionistici a tale ripresa. Se analizziamo bene, tali sintomi sono più dovuti a blocchi produttivi e quantunque a fenomeni speculativi. Ed anche al riguardo dei blocchi produttivi, dobbiamo vedere quanto questi siano dovuti ad effettive chiusure di aziende oppure a strategie speculative messe in atto dai paese produttori. Ora, che la Cina, nota per esser il magazzino più fornito di prodotti da inviare nel mondo, abbia difficolta tali nel fornire prodotti, da richiedere tre mesi di attesa per la consegna… beh!! pare poco credibile; anzi a pensar male e con buone probabilità di azzeccarci, la loro pare proprio una strategia, nella peggiore delle ipotesi speculativa, nella migliore un patto strategico con gli USA, per far crescere l’inflazione nei paesi europei, con il fine ultimo di distruggere l’unione monetaria europea, caratterizzata appunto da una deflazione perenne, che porta squilibri anche nel resto del mondo.

Il problema più grande è che mentre l’esplosione della crescita è certamente transitoria, l’inflazione ruggente potrebbe non esserlo. Perché tra l’impennata della crescita e l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, l’inflazione nell’Eurozona è esplosa del 4,1% questo mese, più del doppio dell’obiettivo della Banca Centrale Europea e raggiunge il massimo storico per la serie di dati lanciata nel 1997.

Sebbene l’inflazione sia stata principalmente guidata dall’aumento dei prezzi dell’energia e dagli aumenti delle tasse, le crescenti pressioni sui prezzi dovute alle strozzature dell’offerta sono state visibili anche nell’aumento dei prezzi dei servizi e dei beni industriali – una preoccupazione per la BCE, che sta lentamente accettando che la crescita dei prezzi potrebbe essere più duratura. L’inflazione di fondo, che esclude i costi volatili di cibo ed energia, ma altrettanto critici per le famiglie europee, soprattutto con l’inverno che si avvicina per un continente attanagliato da una crisi energetica storica, è aumentata del 2,1%, il più alto in due decenni.

Ecco che proseguendo nella lettura dell’articolo troviamo la conferma a quanto da me sopra esposto. La crescita sarà transitoria, e come non potrebbe esserlo, visto le insufficienti politiche fiscali dei governi europei, mentre l’inflazione potrebbe mantenersi su livelli elevati o addirittura aumentare. Ripeto, fenomeno inflattivo non dovuto ad eccesso di domanda ma a mancanza di offerta, quindi molto più grave nelle sue conseguenze. Tale fenomeno si scaricherà sui fatturati dei settori che rimarranno fuori da tali aumenti, mentre la gente, con l’inverno in arrivo, sarà costretta alla terribile decisione di dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi.


“Sfortunatamente per l’Europa, è improbabile che questo “quarto trimestre d’oro” economico duri, in effetti l’economia sta subendo rallentamenti poiché la carenza di approvvigionamento, la scarsità di manodopera e la recrudescenza delle infezioni da coronavirus ostacolano la produzione.

“La crescita sarà molto più lenta nell’ultimo trimestre poiché l’interruzione della catena di approvvigionamento, il rallentamento della domanda globale e alcune carenze di manodopera ostacolano la produzione”, ha affermato Andrew Kenningham di Capital Economics.

Una domanda più grande è cosa succede all’inflazione. Secondo Reuters “è probabile che anche l’inflazione diminuisca, sebbene vi sia una crescente incertezza su quanto velocemente e quanto lontano”. Gli indicatori suggeriscono che il declino sarà più lento di quanto pensi la banca centrale, aumentando il rischio che prezzi elevati, anche se temporanei, possano radicarsi nei salari e nelle strutture dei prezzi aziendali.

Il presidente della BCE Christine Lagarde ha riconosciuto giovedì che le interruzioni dell’offerta persisteranno, ma ha affermato che l’inflazione tornerà al di sotto dell’obiettivo del 2% nel medio termine, quindi per ora non è necessaria alcuna risposta politica.

E qui è emerso un problema ancora più grande mentre i mercati dubitano sempre più delle parole della Lagarde: i mercati stessi riguardo ai rendimenti stanno ora scontando un aumento dei tassi di 10 punti base entro luglio 2022 e un altro entro il prossimo ottobre. Una settimana fa, i mercati stavano valutando un solo aumento entro 12 mesi e il cambiamento delle aspettative è arrivato anche se la Lagarde ha cercato di respingere quelle scommesse. I future 3M Euribor dicembre 2022 sono crollati, suggerendo un aumento delle probabilità di rialzo dei tassi entro la fine del prossimo anno”.

Proviamo ora a ragionare del fenomeno inflattivo al netto delle scommesse speculative, che vengono spesso consentite ai mercati dalla volontà politica, tramite le “maglie larghe” della politica monetaria delle Banche Centrali.

Come vedete dalle parole e dalle previsioni contrastanti dei vari soggetti sopra riportate, prevedere cosa farà l’inflazione è come prevedere se un giorno specifico nel nostro futuro ci sarà pioggia. I mercati, stante un previsto aumento dell’inflazione si aspettano il naturale aumento dei tassi, cosa che la BCE, tramite le parole della Legarde, smentisce puntualmente. E certo che lo smentisce!!! aggiungo io, un aumento dei tassi con l’attuale struttura monetaria dell’eurozona, porterebbe direttamente alla ricomparsa dello spauracchio, tanto caro a Karlshue, lo “spread”, con la conseguente disintegrazione dell’eurozona stessa, visto che le dimensioni dei debiti pubblici dei paesi del Sud (Francia compresa), non reggerebbero a tale urto.

Quindi la BCE non vuole l’inflazione per i motivi che abbiamo già detto e per questo nonostante le scommesse contrarie dei mercati, continuerà a mantenere bassi i tassi. Ma siccome nel mondo non siamo soli, e soprattutto non usiamo tutti la moneta Euro, la BCE sarà costretta a tenere un’occhio su cosa accade oltreoceano, dove l’inflazione (questa sì, da eccesso di domanda), conseguente alle politiche fiscali di Trump (e che Biden sta mantenendo), sta viaggiando molto più velocemente che nel vecchio continente. Questo potrebbe portare la FED ad un rialzo dei tassi, con la drammatica conseguenza di un forte apprezzamento dell’euro sul dollaro, che condannerebbe i paesi esportatori europei a vedersi ridurre notevolmente le loro quote di fatturati derivanti dall’export. Problema questo, se non affrontato con un cambio di rotta a trecentosessanta gradi, ovvero con politiche fiscali volte al sostegno della domanda interna, porterebbe anch’esso al dissolvimento dell’area euro.

Ovvero, in economia non puoi avere “la botte piena e la moglie ubriaca”.

Questa potrebbe essere una ferita autoinflitta dal capo della BCE: dopotutto, durante la stampa accomodante della BCE di ieri che Goldman ha descritto come “un respingente contro l’inflazione dei prezzi”, le cose si sono improvvisamente invertite quando Janet Yellen (Segretario del Tesoro USA) ha detto che “non spetta a me dirlo” se i mercati stanno superando se stessi, un commento che ha mandato l’euro al suo massimo in un mese. Secondo i commentatori, “questo non si trattava più di un rigido tentativo di tenere sotto controllo l’euro e i rendimenti”. Hanno detto che questo ricordava i “commenti dei funzionari della Federal Reserve alla fine di maggio scorso, nel loro iniziale tentativo di comunicare con attenzione l’intenzione della banca di diminuirli.

Stratega FX come Vassilis Karamanis di Bloomberg sono rimasti perplessi dallo strano fraseggio di Lagarde:

Un momento di svolta attraverso una scelta di parole accuratamente selezionata? O un errore di comunicazione di cui i funzionari più accomodanti cercheranno di ribattere nei prossimi giorni? Avrei avuto la tendenza a pensare quest’ultimo, se ieri Lagarde non avesse detto esplicitamente che si aspetta che il PEPP finisca alla fine di marzo. Secondo i funzionari che hanno familiarità con la questione, i responsabili politici sono stati cauti in merito ad un netto rifiuto degli aumenti dei tassi, data l’elevata incertezza sulle prospettive. Lo accetterò, per ora. Ma significa anche che il Consiglio direttivo non è così sicuro della loro narrativa transitoria, dopotutto? O che i mercati hanno più carta bianca per scommettere a modo loro?

Come vedete dalle varie dichiarazioni sopra riportate, l’incertezza e la strategia la fa da padrona, ma noi sappiamo bene il perché la BCE non potrà affatto terminare il PEPP e questo comporterà fare di tutto per redimere l’inflazione e tenere i tassi prossimi allo zero. Ma quello che certamente non potrà controllare sono le scelte che faranno le altre banche centrali a partire dalla FED, a meno che la strategia dei poteri global non continui con la loro linea comune che da anni sta caratterizzando e costringendo le economie del mondo ad una costante ed assurda deflazione da debiti, anche se sul lato USA il vento parrebbe cambiato, o almeno non è chiaro se ancora comandano gli stessi che hanno sostenuto le deleterie e sopra citate politiche.

Detto questo, non tutti sono convinti che la BCE stia perdendo il controllo: “L’inflazione primaria probabilmente diminuirà dal suo tasso attuale del 4,1% per avvicinarsi nuovamente all’1,5% alla fine del 2022 quando i fattori speciali svaniranno”, ha affermato l’economista di Berenberg Holger Schmieding. Speriamo quindi che la Bce inizi ad aumentare i tassi alla fine del 2023 piuttosto che già nel 2022″.

Eppure, in aggiunta alle preoccupazioni per l’inflazione, un sondaggio della BCE sulle aziende pubblicato venerdì ha mostrato che oltre il 30% degli intervistati si aspettava che i vincoli di approvvigionamento e i costi di input più elevati dureranno per un altro anno o più. Una percentuale leggermente inferiore di difficoltà previste durerebbe altri 6-12 mesi. Le aziende hanno anche segnalato “una scarsità di candidati” per posti di lavoro poiché le persone hanno cambiato professione, paese o stile di vita, il che avrebbe probabilmente comportato aumenti salariali.

Altre banche centrali in tutto il mondo stanno già inasprendo la politica o stanno pianificando di farlo presto rimuovendo gli stimoli straordinari messi in atto per combattere la pandemia. Solo la scorsa settimana, i tassi a breve termine in Canada e Australia sono aumentati vertiginosamente poiché le banche centrali hanno invertito la loro precedente difesa dei tassi bassi e hanno anticipato la data del primo rialzo dei tassi – nel caso del Canada – o hanno attualmente concluso il controllo della curva di rendimento nel caso dell’Australia.

Come vedete dal pezzo riportato sopra, molti degli analisti che comprendo alla perfezione chi ha il bastone in mano della politica monetaria, la pensano come il sottoscritto, in merito al fatto che la BCE non stia perdendo affatto il controllo e di conseguenza spostano sempre più nel futuro l’avverarsi delle loro previsioni riguardo al rialzo dei tassi, e di conseguenza sposano anche l’idea che l’inflazione possa rientrare a breve nei canonici limiti dell’1,5%. Tutto questo anche se altri banchieri centrali del mondo occidentale parrebbero prendere strade opposte.

“Quindi, mentre la BCE si rifiuta ancora di ammettere di essere dietro la curva dell’inflazione, il mercato ha già preso una decisione e sta prezzando tassi più alti entro la fine del 2022. E con la BCE che perde il controllo del front-end, è in arrivo uno scontro tra i modelli dei banchieri centrali e la brutale realtà dei mercati, che potrebbe avere conseguenze disastrose per i prezzi delle attività europee”.

L’articolo conclude con queste affermazioni che denotano una scarsa conoscenza da parte dell’autore, in relazione al corretto funzionamento dei sistemi monetari moderni. I mercati, come sappiamo, decidono solo se i banchieri centrali consentono loro di decidere, altrimenti non avrebbero “chance” alcuna, di fronte al “click” illimitato a disposizione di quest’ultimi. E’ vero che la BCE potrebbe perdere il controllo dell’inflazione se i governi dei paesi membri continuassero a portare avanti politiche fiscali restrittive, ma tale fenomeno inflattivo che potrebbe presentarsi alle spalle dell’istituto di Francoforte, sarebbe quello peggiore, ovvero l’aumento dei prezzi in presenza di recessione ed alto tasso di disoccupazione (la stagflazione), un aumento dei prezzi provocato dalla mancanza (forse strategica) di offerta, che come ho già detto potrebbe essere lo strumento per far deflagrare l’Europa e con essa tutto il mondo globalista e le sue idee neoliberiste.

Quindi niente scontro tra i modelli dei banchieri centrali e la realtà dei mercati, come prefigura l’autore dell’articolo, ma anzi, per coloro che comprendono, lo scontro per la sopravvivenza sarà caso mai, tra Jerome Powell e Christine Legarde, qualora veramente negli USA, fosse stata presa la decisione di far capitolare i poteri liberal-global che hanno comandato e distrutto il mondo negli ultimi venti anni.

Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)


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