L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 novembre 2021

Tasse ed imposte, imposte e tasse questa è l'Italia, altro che si danno soldi

Fisco? Finora poca differenza fra Conte-2 e Draghi


15 novembre 2021

I dati sulle entrate tributarie del periodo gennaio-settembre 2021 offrono un quadro delle scelte fiscali dei governi Conte 2 e Draghi, al momento in perfetta continuità tra loro. L’analisi di Giuseppe Liturri

Quando qualche giorno fa commentammo le previsioni di deficit/PIL incorporate nella legge di bilancio, ipotizzammo che il biennio 2021-2022 avrebbe potuto essere ricordato come la grande occasione sprecata per un taglio – sia pure una tantum – delle tasse. Dopo aver attraversato la più dura recessione mai vista in tempi di pace, c’era l’opportunità di alleggerire il carico fiscale sulle spalle dei contribuenti italiani, usciti malconci soprattutto nei settori a più alta intensità di lavoro come ristorazione, alberghi, servizi sportivi, ricreativi e culturali. Invece niente. Solo dilazioni, peraltro concesse per brevi periodi e poi ancora prorogate, senza offrire alcuna prospettiva di medio termine.

I dati sulle entrate tributarie del periodo gennaio-settembre 2021, resi noti venerdì, offrono un quadro molto netto di queste scelte dei governi Conte 2 e Draghi, in perfetta continuità tra loro. Infatti, al Mef hanno registrato entrate per 341 miliardi, con un incremento del 12,3% rispetto allo stesso periodo del 2020. In particolare, imposte dirette e Iva hanno mostrato un incremento rispettivamente del 7,5% e del 22,6%. Un risultato lusinghiero per le casse dello Stato e deprimente per le tasche dei cittadini, se si considera che, nei primi tre trimestri del 2021, il PIL è aumentato del 6,3%.


Tuttavia il confronto con il 2020 è del tutto fuorviante, proprio a causa delle numerose sospensioni di versamenti avvenute nell’anno e, soprattutto, per il netto calo delle attività produttive e quindi delle basi imponibili. È normale che con la ripresa del 2021, si riscontrasse un incremento anche a doppia cifra.

Il confronto più attendibile – che fornisce un’immagine più nitida del permanere di una pressione fiscale su livelli almeno inalterati rispetto al passato – è quello tra 2021 e 2019.


Come si rileva dai grafici in pagina – nonostante il Pil 2021 sia ancora inferiore del 4,1% rispetto al 2019 – le imposte dirette e l’Iva aumentano rispettivamente del 1,2% e del 5,9%. Con l’economia del Paese ancora vistosamente zoppicante, lo Stato è riuscito addirittura ad aumentare le entrate rispetto all’epoca pre Covid. Va doverosamente sottolineato che le entrate del 2021 (sia le imposte dirette che l’Iva) beneficiano del flusso positivo derivante dalle dilazioni dei versamenti concesse nell’autunno scorso e quindi il confronto non è proprio omogeneo, ma è comunque clamoroso un gettito Iva che aumenta del 5,9%, mentre il Pil cala del 4,1%.

Di conseguenza, ha ovviamente un senso la revisione al ribasso del deficit/Pil del 2021, inizialmente previsto con il Def di aprile pari al 11,8% e poi – anche alla luce di queste maggiori entrate – ricalcolato al 9,4%. Se l’unico sollievo offerto dallo Stato consiste nel prorogare i versamenti, prima o poi arriva il momento del pagamento e le casse statali ne beneficiano.

La conferma indiretta e immediata di tali scelte politiche è rilevabile dall’andamento del fabbisogno del settore statale nei primi dieci mesi dell’anno: siamo scesi dai 138 miliardi del 2020 ai 93 del 2021. In 10 mesi, 45 miliardi di minore sostegno del settore pubblico al settore privato, proprio nel periodo in cui la Bce ha comprato a piene mani debito pubblico italiano, arrivando a saturare tutte le emissioni nette del Mef e perfino alleggerendo le consistenze degli investitori privati. Una circostanza probabilmente irripetibile, ma purtroppo sfruttata solo parzialmente.

Per avere un’idea della differenza tra una dilazione e un vero e proprio taglio di tasse, è il caso di osservare quanto accaduto in Germania, dove dal 1 luglio al 31 dicembre 2020, l’aliquota Iva ordinaria è stata tagliata dal 19% al 16% (quella sugli alimentari dal 7% al 5%), con un costo per l’erario pari a circa 20 miliardi. L’impatto di questa manovra è stato calcolato dall’economista tedesco Clemens Fuest che ha rilevato come il 70% del taglio dell’Iva si stato trasferito (in termini di minori prezzi) dai commercianti ai consumatori finali che ne hanno approfittato per aumentare o anticipare i consumi. A gennaio 2021, l’aumento causato dal ripristino delle precedenti aliquote non è stato completamente trasferito sui prezzi finali, con evidente beneficio netto per i consumatori.

L’ennesima conferma che a via XX Settembre abbiano tirato i remi in barca la si ottiene osservando il saldo eccezionalmente alto della liquidità detenuta dal Tesoro nel conto disponibilità presso la Banca d’Italia: al 31 ottobre siamo ancora a 92 miliardi, contro i 96 del 30 settembre. Proprio in conseguenza di questa significativa disponibilità, lo scorso 4 novembre il Tesoro ha riacquistato titoli pubblici per 5 miliardi, dopo averne riacquistato altri 4,7 a inizio maggio.

Davvero sorprendente, se si considera che siamo in “un anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi”, come dichiarò Draghi all’inizio del suo incarico.

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