L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 29 novembre 2021

Toh Omicron fa meno paura dopo che l'istituzioni sanitarie, scusatemi, la Goldman Sachs, ha buttato secchiate di acqua gelata sulla (di)informazione che era partita in quarta

La Borsa di Israele ridimensiona Omicron: prezza il circolo vizioso del marzo 2020?

28 Novembre 2021 - 18:00

L’indice TA-35 rimbalza e dimezza le perdite, nonostante l’allarmismo a livello globale. D’altronde, fu proprio il tonfo del petrolio a innescare il domino che portò la Fed a imbracciare il bazooka


Ci sono cali degli indici di Borsa che vanno festeggiati come rialzi. E’ il caso di quanto avvenuto oggi in Israele, il cui indice delle large caps TA-35 ha chiuso le contrattazioni in calo solo dell’1,48% a 1.868 punti, poco distante dal massimo intraday di 1870 ma soprattutto dopo aver toccato un minimo in apertura di 1834. Insomma, Omicron fa meno paura.

Andamento intraday dell’indice TA-35 della Borsa di Israele Fonte: Bloomberg

E si può azzardare questa conclusione poiché la Borsa che ha operato da canarino nella miniera, essendo la prima a riaprire dopo il bagno di sangue di venerdì, è rappresentativa del sistema economico-finanziario di un Paese che ha già chiuso le proprie frontiere e ha visto il suo primo ministro ammettere come la situazione sia alle soglie dell’emergenza, nonostante si stia già operando in modalità di quarta dose di vaccino. Eppure, le notizie che giungono dal resto del mondo appaiono oggi tutt’altro che rassicuranti.

Se in America è tornato alla ribalta il professor Fauci, spintosi ad ammettere di non sapere se saranno necessari nuovi lockdowns, l’Europa ha registrato uno stillicidio di casi della nuova variante e dalla Germania è arrivata una doccia fredda dai toni apocalittici. Il presidente della World Medical Association, professor Frank Ulrich Montgomery, si è infatti spinto a paragonare il potenziale di contagiosità e letalità di Omicron a Ebola, invitando il governo a un nuovo lockdown totale, alla chiusura immediata dei mercatini natalizi, all’imposizione dell’obbligo vaccinale e all’invito per le prossime settimane a una limitazione al minimo dei contatti sociali. Insomma, allarme.

Giunto in contemporanea con quello di diversa natura ma non meno inquietante contenuto in questo grafico:
Andamento storico del tasso di inflazione nell’eurozona Fonte: Bloomberg

il trend dell’inflazione nell’eurozona, infatti, è pronosticato come il più veloce e repentino della storia, di fatto un fattore decisamente poco positivo per una Bce che fra due settimane sarà chiamata a dire la sua sulle politiche monetarie e sulla prosecuzione del Pepp dopo il 31 marzo. Insomma, Omicron contro inflazione. Ma ecco che questo altro grafico

Andamento del costo di hedging dalla volatilità di cambio dello yen Fonte: Bloomberg

sembra gettare benzina sul fuoco rispetto a quanto attendersi dalle Borse nella settimana entrante. Anzi, fra poche ore, quando apriranno i mercati asiatici: stante anche l’enorme esposizione sulla lira turca degli investitori giapponesi, il costo per la protezione contro la volatilità dello yen è appena salito al massimo da oltre un anno a questa parte.

Perché allora Israele ha chiuso in rosso ma con una sfumatura decisamente rosea, quantomeno alla luce della sell-off globale di venerdì? Forse perché si fa affidamento sui ricorsi storici. I quali ci ricordano come nel marzo del 2020 fu il crollo globale delle equities che generò il Qe pandemico, a sua volta scatenato da un tonfo del prezzo del petrolio simile a quello sostanziatosi te giorni fa. All’epoca fu il fallimento della strategia dell’Opec di taglio della produzione ad affondare le valutazioni, innescando un effetto domino sulle valute dei mercati emergenti, le cui Banche centrali cominciarono a scaricare titoli di Stato Usa e sabotando così il carry trade. Detto fatto, la Fed si vide costretta a imbracciare il bazooka e dar vita a un Qe emergenziale d 1,5 trilioni di dollari.

Insomma, tutto cominciò dal prezzo del petrolio. Andrà così anche questa volta, nuovo Qe in vista o quantomeno rallentamento del taper e garanzia di tassi inchiodati ad libitum? Questo ultimo grafico

Andamento dell’indice dei cds sovrani dei mercati emergenti Fonte: Bloomberg

offre un’altra indiretta conferma in merito: l’indice dei credit default swaps sovrani dei mercati emergenti ha appena toccato il massimo da inizio anno, arrivando a 202 punti base. Nel marzo del 2020 toccò il picco di 470, quando vennero imposti i lockdowns. Un bel proxy da tenere sotto controllo nei prossimi giorni. Per ora, accontentiamoci del bicchiere mezzo pieno del TA-35.

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