L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 dicembre 2021

Cile - Smantellare il sistema previdenziale per renderlo pubblico, stangata sui redditi alti, nazionalizzazioni nel settore minerario, pensioni pubbliche e già chi piange

L’incognita del Cile di Boric: da culla a tomba del neoliberismo?
La vittoria di Gabriel Boric alle elezioni presidenziali in Cile preoccupa i mercati, perché può essere la fine di un'eccezione positiva
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 22 Dicembre 2021 alle ore 10:38


Gabriel Boric è il presidente eletto del Cile e s’insedierà a Palacio de La Moneda il prossimo 11 marzo. Segna la fine di una lunga era eccezionalmente positiva nell’America Latina e non sono in pochi a credere che il futuro si presenti incerti e pieno di rischi. Lunedì, il peso cileno ha perso il 3,3% contro il dollaro, scivolando ai nuovi minimi storici. Quest’anno, segna -18%. Il suo rivale Jose Antonio Kast era un aperto ammiratore di Augusto Pinochet, il dittatore che guidò il Cile tra il 1973 e il 1990.

Uno scontro inedito in queste elezioni tra due fazioni radicalmente opposte. Boric è stato a capo del movimento studentesco, che nell’autunno del 2019 quasi portò alle dimissioni il governo del presidente Sebastian Pinera con manifestazioni oceaniche contro il carovita e le disuguaglianze sociali. Tutto nacque da un marginale aumento del costo dei biglietti della metro. Vi furono proteste violente, i morti ammontarono a una ventina, principalmente giovani.

Prima della vittoria di Boric vi era stata l’elezione dell’assemblea costituente per riscrivere la Carta fondamentale lasciata in eredità proprio da Pinochet. E i tre quarti degli eletti sono stati rappresentanti di estrema sinistra o indipendenti. In sostanza, il bipolarismo tra destra e sinistra moderate è finito. Il 35-enne di origini croate ha vinto con un programma radicale. Promette di smantellare il sistema previdenziale per renderlo pubblico, nonché di alzare le tasse di 5 punti rispetto al PIL. Una stangata sui redditi alti, che fa già tremare. Inoltre, paventa nazionalizzazioni nel settore minerario. E qui a tremare sono gli investitori stranieri.

I buoni dati dell’economia cilena

Eppure, il Cile è tutt’altro che un’economia malmessa.Vanta un PIL pro-capite di 15.000 dollari, un tasso di occupazione sopra il 58% prima della pandemia, che si confrontava con il 43-44% dell’Argentina e il 54% del Brasile, le due grandi economie dell’America Latina. La pressione fiscale si aggira intorno al 20%, meno della metà di paesi come l’Italia e contro il 33-34% della media OCSE. Paradossalmente, il malcontento dei cileni è stato un po’ figlio del benessere: poiché la popolazione sta relativamente bene, si aspetta(va) servizi pubblici ancora più evoluti e a prezzi più bassi, oltre che a minori disuguaglianze sociali.

Il Cile è stato un modello per le pensioni fino ad oggi. Sotto Pinochet, il sistema fu privatizzato. Ogni lavoratore versa i contributi a un fondo pensione privato. I tassi di rendimento annui sono stati altissimi e il mercato dei capitali è diventato prospero, liquido ed efficiente. Ma questo sistema ha avuto un costo: poiché inizialmente c’è stata una generazione di lavoratori costretta a pagare per mantenere il sistema pubblico, gli accantonamenti ai fondi privati sono stati bassi, con la conseguenza che mediamente oggi un pensionato percepisce un assegno pari a meno di un terzo dell’ultimo stipendio. In Italia, tanto per fare un confronto, siamo ancora al 75%.

La fine del neoliberismo in Cile?

Boric vuole smantellare questo sistema per tornare a quello pubblico. Sarebbe un grosso danno per l’economia cilena per diverse ragioni. In primis, farebbe svanire in un solo colpo l’abbondante liquidità sui mercati, rendendoli meno efficienti e costosi. A pagarne il prezzo sarebbero gli stessi cileni, su cui ricadrebbero i maggiori costi dell’indebitamento pubblico e il peggioramento delle condizioni finanziarie nella sfera privata. Secondariamente, il Cile imiterebbe i fallimentari sistemi previdenziali dell’Occidente, che si reggono sull’equilibrio demografico tra generazioni. Le basse nascite hanno messo a nudo tali criticità. Infine, rischia di smantellarlo proprio quando inizierebbe a funzionare. Il peggio è alle spalle. I lavoratori negli ultimi anni non sono stati più costretti a pagare i contributi per mantenere il sistema pre-Pinochet, per cui in futuro avranno pensioni più alte.

Per non parlare della solidità fiscale. Debito pubblico sotto il 30% del PIL prima della pandemia (quasi a zero nel 2007), rating A/A-/A1 e rendimenti a 10 anni sotto il 3% a inizio anno. E che dire dell’inflazione? Mentre economie sudamericane come Argentina e Venezuela sono cronicamente alle prese con problemi di instabilità dei prezzi, qui il tasso medio negli ultimi 25 anni è stato del 3,3% all’anno. A dirla tutta, il Cile è stato un esempio di successo del neoliberismo, un fatto imbarazzante per i detrattori delle politiche di Pinochet. Ovviamente, tutto è perfettibile, sebbene Boric voglia buttare a mare il bambino con l’acqua sporca. E non a caso ha ammesso di voler fare del paese andino la “tomba del neoliberismo”. Con la speranza che, per seppellirlo, non scavi la fossa ai suoi 19 milioni di abitanti.


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