L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 dicembre 2021

Dal lupo al lupo siamo passati ai sogni di al lupo al lupo. Non paranoici ma lotta feroce per far emergere gli interessi statunitensi ed affossare quelli di Euroimbecilandia. Anche il freddo dell'inverno che avanza è responsabilità di Mosca, come il gas che non passa attraverso il Nord Stream 2

SPY FINANZA/ L’Ue va in guerra (contro la Russia) su mandato di Biden
Pubblicazione: 18.12.2021 - Mauro Bottarelli
Nelle cronache relative al Consiglio europeo non si è parlato di un tema cruciale: la dichiarazione di guerra frontale alla Russia

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Paradossi della democrazia: talmente siamo ossessionati dalla disinformatjia della Russia da caderne vittime. È strano infatti come nelle cronache relative al Consiglio europeo di ieri sia pressoché totalmente assente lo sviluppo più importante per la ripresa economica dell’Unione e la sua tenuta, soprattutto alla luce dei possibili fall-out da Omicron: la dichiarazione di guerra frontale alla Russia. E questa volta, l’aggettivo non appare esagerato. Perché nell’arco di poche ore, la certificazione di un conflitto del gas ormai in pieno svolgimento è giunta da due fronti differenti. Uno più autorevole dell’altro.

Ad aprire le danze ci ha pensato il Presidente della Bundesnetzagentur tedesca (l’Agenzia nazionale per elettricità, gas, telecomunicazioni e Poste), Jochen Homann, il quale nel corso di una conferenza stampa ha confermato come «una decisione per il riavvio dell’iter di certificazione di Nord Stream 2 non verrà presa nella prima metà del 2022». Tradotto, prima del prossimo luglio, discussione chiusa. Questo grafico mostra la reazione immediata dei futures sul gas europeo trattati ad Amsterdam, un nuovo record a quota 135 euro per Megawatt/ora. E la rottura di un ulteriore primato: da inizio anno, l’aumento delle valutazioni ha toccato il +650%.


E se questi due altri grafici mostrano quale sia il contesto di cui stiamo discutendo, ovvero un flusso verso l’hub tedesco di Mallnow dalla Russia che continua a stagnare e uno spread fra valutazioni del gas naturale europeo e statunitense che ormai si muove si traiettoria off-the-charts a favore di quest’ultimo, ecco che a mettere il carico da novanta ci ha pensato il ministro degli Esteri europeo, Josef Borrell, il quale interpellato da Bloomberg a latere del Consiglio Ue, ha confermato come Bruxelles stia lavorando a un nuovo piano di sanzioni contro la Russia che dovrebbe colpire in maniera chirurgica il settore bancario ed energetico: «Non posso ancora dire quali comparti saranno interessati, dobbiamo discutere e raggiungere un accordo. Ma confermo come l’Europa stia lavorando a un nuovo piano sanzionatorio». Il tutto senza che al confine fra Russia e Ucraina sia stato ancora sparato nemmeno un petardo, grazie al cielo.



Dopo la guerra preventiva, le sanzioni preventive. Ma su cui ironizzare c’è poco, in realtà. Per due motivi. Primo, lo mostra questa mappa, relativa al costo medio dell’energia nelle varie nazioni europee come da valutazioni day-ahead del 16 dicembre, ovvero il giorno dei grandi annunci di maccartismo 2.0. Praticamente, una Spoon River dell’industria europea. La quale non attendeva altro che un ulteriore, potenziale aggravio dei costi energetici, stante un ritorno di fiamma della pandemia che potrebbe comportare chiusure e rallentamenti.


Secondo motivo, la stessa Bloomberg ha sottolineato come a suggerire all’Europa un intervento mirato sul settore bancario ed energetico sarebbe direttamente l’Amministrazione Biden, «convinta che azioni chirurgiche siano più efficaci a livello di messaggio da inviare a Vladimir Putin». Detto fatto, Ursula Von der Leyen ha sottolineato come «Mosca dovrà affrontare pesanti conseguenze in caso di attacco all’Ucraina» e, soprattutto, la ribalta dell’assise di Bruxelles è stata monopolizzata a sorpresa dal Primo ministro lettone, Krisjanis Karins. Il quale ha improvvisato una sorta di conferenza stampa nel corso della quale ha denunciato il crescente clima di intimidazione russa nei confronti dei Paesi Baltici: «Stiamo subendo attacchi di ogni genere e penso che siano tutti associabili fra loro, con una matrice comune. Dalla crisi dei migranti fino a quella energetica, tutto appare orchestrato dalla disinformatjia russa». Metteteci in più il ciclone Burian che ci farà congelare questo fine settimana e le colpe del Cremlino appaiono di stampo quasi millenaristico.

Ed ecco che, fresco come una rosa, sempre Krisjanis Karins decide di giocarsi un carico ulteriore: «Sarebbe importante che l’Europa decidesse di porre sul tavolo delle discussioni relative alle sanzioni anche Nord Stream 2». Stranamente, in contemporanea CNBC rilanciava una notizia da Berlino: il ministro degli Esteri e leader dei Verdi, Annalena Baerbock, sottolineava come «Nord Stream 2 non dovrebbe vedersi garantita alcun tipo di concessione, se le aggressioni all’Ucraina dovessero proseguire o aumentare». Insomma, guerra. Diplomatica, ovviamente. Ma guerra. E, come fatto notare da Bloomberg, apparentemente su procura del Dipartimento di Stato, il quale starebbe suggerendo anche tempi e modalità di intervento a Josef Borrell e soci.

L’effetto dell’uscita di scena di Angela Merkel non ha tardato a palesarsi, in tutta la sua drammaticità. E le cose non potranno che peggiorare, stante un fronte che appare determinato a scatenare una guerra per conto terzi che potrebbe veramente sancire la fine dei giochi per interi comparti industriali e manifatturieri europei. D’altronde, l’Europa non può piegarsi ai ricatti della disinformatjia di Mosca. Può però copiarne l’esempio, stante il pressoché totale silenzio su quanto avvenuto realmente in merito al Consiglio europeo, le cui cronache sono state monopolizzate unicamente da Omicron, tamponi ai confini ed emissioni di CO2. Importantissimi, per carità. Ma qui c’è di mezzo una seconda Guerra Fredda in rapida fase di elaborazione.

In compenso, chiudiamo l’articolo con una buona notizia: a gennaio, David Sassoli non si ricandiderà per la presidenza dell’Europarlamento. Nulla di personale, per carità. Nè tantomeno di politico. Il problema è che l’esponente del Pd ha una strana ossessione per Alexei Navalny e, di fatto, ogni volta che prende la parola, infila il dissidente russo nel discorso, chiedendone l’immediata e incondizionata liberazione. Non importa l’occasione o l’avvenimento a cui stia partecipando, un congresso o la partita di calcetto del giovedì, la stoccata contro il Cremlino sembra che gli esca in automatico. Come certe barzellette di repertorio che il pubblico sa di doversi sorbire dal comico a corto di ispirazione. Peccato che altrettanto automatico sia l’aumento del costo della bolletta, un euro ad appello. Ma che importa, c’è l’energy loop: la Bce compra bond e ci salva lo spread, mentre l’Ue sborsa con il Recovery Fund i fondi che Roma riceve e utilizza in parte per tamponare gli eccessi di costo energetico in bolletta. Di fatto, pagando Putin con soldi Ue in una farsesca e implicita partita di giro. È un mondo meraviglioso, ammettiamolo.

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