L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 dicembre 2021

Decolonizzare e licenziare si può lo stabilisce Draghi, lo stregone maledetto e il suo compagno di merenda Giavazzi

Delocalizzazioni selvagge, il Governo batte un colpo. Pd e 5S chiedevano sanzioni più severe ma si sono scontrati con Carroccio, Confindustria e Draghi

18 Dicembre 2021
di Raffaella Malito

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Ai primi di luglio oltre 400 lavoratori della Gkn di Firenze vengono licenziati via email. Alla fine dello stesso mese stessa sorte per i 100 lavoratori del sito di Bologna di Logista liquidati su Whatsapp. Ai primi di dicembre, durante un incontro di routine, viene comunicato il licenziamento collettivo di 270 dipendenti della sede Caterpillar di Jesi. Delocalizzazioni selvagge che si portano dietro una selva di licenziamenti tra stabilimenti chiusi e indotto. Un andazzo a cui il Pd e il M5S chiedevano da tempo di porre fine. Di piano anti-delocalizzazioni se ne parlava da questa estate.

ANNACQUATO
Ieri finalmente, anticipando i tempi, è arrivato via emendamento alla legge di Bilancio. Ma rispetto alle bozze che circolavano sotto gli ombrelloni il testo finale – frutto di un compromesso tra i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico sotto la regia di Francesco Giavazzi che per Palazzo Chigi seguiva il dossier – risulta a dir poco annacquato sulle sanzioni alle imprese in fuga. Ma più di così, si vocifera tra i giallorossi, in un Governo a guida Mario Draghi che tra gli azionisti di riferimento ha la Lega non si poteva ottenere. E già, perché se fosse stato per il ministro leghista, Giancarlo Giorgetti, il piano anti-delocalizzazioni non avrebbe mai visto la luce. Con l’obiettivo di graziare Confindustria che solo a sentir parlare di sanzioni alle aziende salta su tutte le furie.

LE NUOVE NORME
Il Piano che deve agganciare il treno della Manovra prevede che se un’azienda è inadempiente rispetto al piano di ristrutturazione del sito e si rifiuta di raggiungere un accordo sulle tappe necessarie al rilancio sarà chiamata a pagare il contributo previsto dalla legge Fornero, la 92, per il finanziamento dell’Aspi, oggi Naspi, in misura doppia, dunque incrementato del 50%. Se invece non è inadempiente ma l’accordo con governo e sindacati sul salvataggio non va in porto con conseguenti esuberi, il contributo si moltiplica per 1,5 volte. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), e la viceministra allo Sviluppo economico, Alessandra Todde (M5S), spingevano perché le sanzioni fossero più severe. Circolava l’ipotesi di renderle pari a sei volte quelle attuali. Giorgetti poteva tollerare fino al doppio. Idem Palazzo Chigi che ha deciso per tutti. Si tratta, osserva Stefano Fassina, di un “deterrente debole”, perche’ “al massimo è 3300 euro a licenziato”.

AMBIZIONI ADDIO
E pensare che ad agosto le bozze circolate, contro cui si erano scagliate Lega e Confindustria, erano ancora di gran lunga più ambiziose. Chi ha ricevuto contributi pubblici, nei 3-5 anni precedenti, qualora decida di chiudere, violando il diritto di allerta e i termini e le modalità previsti dalla procedura di reindustrializzazione, avrà – stabiliva la bozza di agosto – una sanzione pari al 2% del fatturato dell’ultimo esercizio. Per l’azienda che chiudeva in assenza delle condizioni previste dal piano sarebbe poi scattato l’inserimento in una black list che le avrebbe impedito per tre anni di accedere a finanziamenti, incentivi pubblici nazionali o di attingere agli ammortizzatori sociali. Oggi tutti, dal Pd con Enrico Letta al M5S con Giuseppe Conte, festeggiano. Di “primo passo importante” parla il primo, di “soluzione ragionevole” il secondo. Non la pensa così la Fiom. Che parla di “via libera alle imprese che hanno deciso di delocalizzare”, di “mera proceduralizzazione che mette in discussione il diritto per i lavoratori di difendersi”.

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