L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 17 dicembre 2021

Gli Stati Uniti legati a doppio filo con gli ebrei sionisti non possono vendere quei inutili aerei miliardari, gli F-35, agli Emirati Arabi Uniti, questi non si dolgono e comprano gli aerei francesi

Il mondo in tasca
Usa-Emirati: questo accordo non s'ha da fare

15 Dicembre 2021

Hold the line

Ieri gli Emirati Arabi Uniti hanno minacciato di ritirarsi da un accordo con gli Stati Uniti per l'acquisto di caccia F-35, droni Reaper e altre munizioni avanzate. Il deal da 23 miliardi di dollari, siglato da Donald Trump nel 2020, era collegato ai cosiddetti "accordi di Abramo" che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti tra Israele, da un lato, ed Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan dall’altro.

Formalmente, le ragioni della sospensione sono tecniche. Ma in realtà gli Emirati sembrano ritenere troppo onerose le richieste provenienti da Washington di proteggere l’attrezzatura militare da eventuali operazioni di spionaggio cinesi.

Occhio per occhio?

La dichiarazione degli Emirati arriva pochi giorni dopo il “tour del Golfo” di Emmanuel Macron, nel quale il presidente francese ha concluso un accordo con Abu Dhabi per la vendita di 80 caccia Rafale e 12 elicotteri militari. Un accordo record per l’industria francese (17 miliardi) che ribilancia almeno in parte la commessa da 66 miliardi persa da Parigi in seguito alla firma dell’AUKUS.

D’altronde il Medio Oriente resta un ghiotto obiettivo per tutti i paesi esportatori di armi: il 33% della domanda mondiale viene da lì, e i paesi dell’area spendono in media il 5% del PIL per l’acquisto di armi (il quintuplo dell’Italia). Anche per questo, la scelta del partner da cui importare è anche uno strumento di politica estera, utilizzato per indicare alleanze e malumori. Probabile che Abu Dhabi abbia scelto di inviare un chiaro segnale verso Washington...

Deal o no deal?

Dalle rigide condizioni imposte dagli Usa una cosa appare chiara: le relazioni tra Washington e Pechino sono sempre più tese, tanto che la Casa Bianca sceglie di correre il rischio di far saltare un accordo miliardario. Ma non vanno trascurati neppure i mal di pancia interni, con la maggioranza democratica che aveva più volte cercato di far saltare il deal.

I problemi, d’altronde, non finiscono lì. Ieri gli “accordi di Abramo” che avevano propiziato l’affare hanno portato alla prima visita nella storia di un premier israeliano negli Emirati. Eppure proprio Bennett sarebbe ben felice se la vendita non si concretizzasse.

Israele, tradizionale alleato di Washington, mira infatti a mantenere un vantaggio militare consistente rispetto ai propri (potenziali) avversari. Emirati inclusi.


Nessun commento:

Posta un commento