L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 dicembre 2021

Imporre il tampone ai vaccinati equivale dire che il vaccino non serve.

SPY FINANZA/ I disastri su Pil ed energia nascosti dal caos sulle misure anti-Covid
Pubblicazione: 23.12.2021 - Mauro Bottarelli
L’economia tedesca sta andando molto male e questo si ripercuoterà sul nostro Pil. E i problemi del costo dell’energia potrebbero solo aggravarsi

Lapresse

Dai tre tenori ai tre virologi, il passo è breve. Peccato che quel passo sia quello che ci divide dal baratro del ridicolo e della totale perdita di residua credibilità. Oltretutto, nel peggior momento di sfiducia e smarrimento del Paese. Dopo mesi di narrativa su come il vaccino ci avrebbe liberato al pari degli Alleati nel 1944, le farmacie sono cinte d’assedio da orde di pluri-immunizzati (o presunti tali) alla disperata ricerca di un tampone che consenta loro di andare alla festa dell’ufficio o in discoteca o allo stadio o al cinema con gli amici. Ancora nulla è deciso, il D-Day dell’ennesima, possibile stretta di restrizioni è previsto oggi, ma il messaggio è già passato in maniera chiara. D’altronde, le masse vanno soprattutto spaventate, non è necessario passare realmente dalle minacce ai fatti. Ma imporre il tampone ai vaccinati equivale dire che il vaccino non serve. Non è il sottoscritto a sostenerlo, bensì la dottoressa Antonella Viola, immunologa mediaticamente altrettanto nota dei tre tenori del vibrione ma con un quid di dignità professionale e personale in più, tipico delle donne. E questo deve farci riflettere. Non sull’efficacia del vaccino, bensì sulla velocità con cui il frullatore delle informazioni sta sminuzzando e tritando tutto, al fine di ottenere una poltiglia poco appetibile ma facilmente ingurgitabile. Un po’ come lo yogurt quando il mal di gola è feroce e non si riesce a deglutire altro.

Nel frattempo, il Paese va allegramente a rotoli. Perché signori, il Governo dei Migliori sta facendo peggio dei suoi predecessori a livello di rispetto della Costituzione. La Manovra finanziaria arriverà alle Camere a una settimana dalla scadenza del 31 dicembre, quindi senza alcuna possibilità di discussione. Presumibilmente, deputati e senatori chiamati a votarla nemmeno potranno leggerla. Voteranno in bianco. Sulla fiducia, appunto. A questo punto, viene da chiedersi a cosa serva il Parlamento, lo si chiuda e tanti saluti. Dopo la riduzione dei suoi membri, ecco la vera rivoluzione silenziosa: lo svuotamento implicito del suo potere di rappresentanza, prima che legislativo.

Se i mandanti occulti dell’esperimento grillino avevano ancora dubbi sul successo della loro iniziativa, il Governo Draghi li ha cancellati. Oltretutto una Manovra che riesce nel non facile compito di scontentare pressoché tutti all’interno della maggioranza di governo. E nemmeno più tanto silenziosamente. Il livello di annacquamento dei provvedimenti è palese, così come la disfatta per cedimento del presidente del Consiglio ai peggiori istinti da assalto alla diligenza dei partiti. Bilancino, manuale Cencelli: se l’esecutivo di larga maggioranza aveva un senso era proprio quello di priorizzare gli interessi e le emergenze del Paese, oltretutto in un momento drammatico come questo. L’aumento di indennità dei consiglieri regionali non mi pare rientrare in questa categoria. Eppure, è presente. E poi, parliamoci chiaro: per incentrare tutto sul SuperBonus come si è fatto finora – salvo di colpo scoprire frodi, abusi e distorsioni generate dal suo utilizzo sistemico – non serviva scomodare Mr. Whatever it takes, sarebbe bastato un qualunque ministro del Tesoro democristiano degli anni del Pentapartito. Oltretutto con lo scudo Bce ancora attivo.

Ma ecco il vero spartiacque: l’incontro fra Mario Draghi e Olaf Scholz dell’altro giorno non è andato affatto bene. Anzi. In Germania si parla di gelo cordiale. E non stupisce. A palazzo Chigi avevano capito che la partita sarebbe stata più dura del previsto all’atto di nomina di Joachim Nagela successore di Jens Weidmann alla Bundesbank, quando tutti speravano nella colomba Isabel Schnabel. Socialdemocratico, certo. Ma falco. E di quelli della peggior specie, perché – a differenza del suo più paraculo predecessore – incapace di falsi sorrisi: se deve ottenere un risultato, stronca il suo avversario sul nascere. E la Germania ha chiare priorità.

Primo, i costi dell’energia. Nel giorno del vertice italo-tedesco a piazza Colonna, i futures sul gas europeo sfondavano quota 172,50 euro per megawatt/ora, il primato assoluto dopo una cavalcata intraday da +17,4%. Per capirci, il contratto a 1 anno per l’elettricità in Germania in quelle ore ha toccato i 300 euro per megawatt/ora, un’enormità rispetto alla media del decennio 2010-2020 che non aveva mai superato quota 50 euro. Ancora peggio se si guarda al contratto di febbraio della Francia, volato addirittura a 1.000 euro per megawatt/ora, a causa della chiusura di un terzo impianto nucleare per sciopero dei dipendenti e all’ovvio effetto boost che questa criticità ha impresso alle valutazioni già in orbita. Ma questo grafico dice di peggio: l’Europace House Price Index tedesco a novembre è salito di un altro 2,1%, il massimo da febbraio e capace di portare l’aumento da inizio anno addirittura al +13,2%. Tradotto, rischio concreto di bolla immobiliare. Con duplice criticità: bancaria e sociale.


E l’immagine parla chiaro: il trend dei prezzi degli immobili si sta muovendo in perfetto tandem sincronico con l’aumento da Qe del bilancio Bce. Ma non basta. L’indice Ifo è calato a dicembre per il sesto mese di fila e questa volta in tutte le sue tre componenti (Business confidence, Expectations e Current conditions), quasi a voler offrire uno spoiler chiaro di cosa potrebbe accadere all’economia tedesca, se alla dinamica auto-alimentante dell’inflazione energetica dovesse unirsi un ulteriore e drastico rallentamento dovuto a chiusure legate alla variante Omicron.

Signori, vi tengono (pre)occupati con tamponi natalizi e inchieste sulle plusvalenze della vostra squadra del cuore per non farvi rendere noto che l’economia della Germania questo trimestre molto probabilmente chiuderà già in contrazione ufficiale. Avete letto bene, contrazione. Cosa significa? Che fra un trimestre, quel tonfo verrà fattorizzato nella minore operatività del comparto economico italiano di fornitura e subfornitura dell’industria teutonica, un nocciolo duro del tessuto produttivo del Nord Italia. Avete idea quale effetto frenante – e reale – potrebbe avere questa dinamica sul mitologico 6% costruito su SuperBonus e chiacchiere?

E non sperate che la situazione energetica possa risolversi tanto in fretta. Perché l’Europa non è auto-sufficiente, ma nemmeno in grado di rivolgersi altrove rispetto a Mosca. E visto l’atteggiamento da ufficio propaganda del Dipartimento di Stato assunto dalla Commissione Ue sul caso Ucraina, i rapporti con il Cremlino non possono che peggiorare. Martedì il flusso di gas di Gazprom verso l’hub tedesco di Mallnow era a zero. Zero. Segnale politico decisamente chiaro. Ma Berlino in cuor suo sa di non poter proseguire ancora la politica filo-russa di Angela Merkel, poiché un Governo di sinistra appena insediato al Cancellierato e con una coalizione molto eterogenea da gestire non può mettersi contro i desiderata di un’Amministrazione Democratica al di là dell’Oceano. Non a caso, blocco delle concessioni di Nord Stream 2 fino al prossimo luglio apparentemente già deciso dalla ministra degli Esteri, la leader del partito quinta colonna degli interessi Usa in Germania fin dal Sessantotto e dagli anni di piombo della RAF, i Verdi. Il tutto con la Bce che ha detto chiaramente che il 31 marzo si stacca la spina, offrendo come pannicello caldo un annetto di reinvestimento titoli attraverso un App che metterà a disposizione fra i 40 e i 20 miliardi al mese massimo di acquisti nell’arco dei successivi 18 mesi. Ovvero, nulla per chi finora non ha visto esplodere lo spread a 400 solo per le deroghe su capital key e limite per emittente.

Ancora vi stupite, quindi, se politica e media stanno bombardandovi con il mix letale di vaccini e ansia dalla mattina alla sera?

Nessun commento:

Posta un commento