L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 17 dicembre 2021

L'inflazione "transitoria" costringe la Fed ad essere realistica e muoversi all'incontro con la depressione deflattiva cercando di controllare gli effetti. Segue quello che la Cina già da un anno sta attuando controllando la sua economia e sgonfiando le bolle sul mattone e sulle tecnologie

La stretta della Fed: acquisti azzerati a marzo e tassi vicini all’1% a fine 2022
La Banca centrale statunitense riduce da gennaio gli acquisti di titoli di 30 miliardi, complessivamente, il doppio di quanto deciso a novembre

di Senio Carletti
15 Dicembre, 2021
Stati Uniti Moneta & Mercati Giornalistica News Fed


L’inflazione è alta e non è più “temporanea”. I tassi resteranno però bassi, allo 0-0,25%, fino a quando il tasso di disoccupazione non tornerà a livelli coerenti con la definizione - non esplicitata però in un target - di massima occupazione. È questo il messaggio principale del comunicato pubblicato dalla Federal Reserve alla fine della riunione di dicembre, ma questo non significa che non ci sarà una stretta o che non è vicina.

Secondo la Fed, l’inflazione si attesterà al 2,6% l’anno prossimo, rispetto al 2,2% previsto a settembre, e il tasso di disoccupazione scenderà al 3,5%. Il tasso di interesse (di riferimento) dovrebbe salire intorno all’1% entro il 2022, per poi lievitare all’1,6% nel 2023 e al 2,1% nel 2024.

Accelera inoltre il tapering: gli acquisti di titoli di Stato saranno ridotti, da gennaio, di 20 miliardi di dollari al mese, e quelli di mortgage-backed securities di altri 10 mld, per calare rispettivamente a 40 e 20 mld.

La riduzione degli acquisti continuerà con questo ritmo, che è doppio di quello deciso a inizio novembre: a marzo raggiungeranno quota zero.

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