L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 dicembre 2021

L'inflazione "transitoria" obbliga ad aumentare i tassi d'interessi, la depressione deflattiva ci accoglie a braccia aperte, un minimo d'imprevisto e il CAOS ci attende, e l'imprevisto ci sarà

LE DECISIONI DELLA BCE
Tassi, il mercato si prepara al rialzo: gli effetti su bond, azioni, mutui, beni rifugio

di Marco Sabella16 dicembre 2021

Scenario nuovo: i tassi salgono negli Usa, presto anche in Europa

Il cambiamento non sarà immediato ma ormai è alle porte. Dopo anni di politica dei tassi a zero — confermata peraltro dalla decisione odierna della Bce di lasciare i tassi invariati — si va delineando un profondo cambiamento di scenario. Del resto con un tasso di inflazione che negli Stati Uniti ha raggiunto il 6,8% su base annua e che nell’area dell’euro si è attestato su una media del 4,9% (in Italia a novembre ha raggiunto il 3,7%) una svolta nella politica monetaria delle banche centrali era inevitabile .

Del resto gli Stati Uniti e la Fed hanno fatto da apripista. Mercoledì 15 dicembre il presidente della Fed Jerome Powell ha annunciato il rallentamento da 30 a 15 miliardi di dollari al mese negli acquisti di titoli sul mercato secondario, fino alla conclusione definitiva del programma di stimolo monetario prevista entro marzo del 2022. E non solo. La Fed ha annunciato che i tassi di interesse Usa, oggi vicini allo zero perché compresi tra 0 e 0,25%, subiranno3 rialzi nel 2022 e altri 3 nel 2023. Il tabù di un rialzo dei tass, che ha dominato lo scenario economico mondiale dagli esordi della grande crisi finanziaria iniziata nel 2008 con il fallimento della banca Lehman Brothers, è ormai infranto.

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