L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 12 dicembre 2021

Monte dei Paschi di Siena - Notizie inquietanti sull'assassinio di Davi Rossi

10/12/2021 20:24 CET | Aggiornato 10/12/2021 20:39 CET
L'incredibile testimonianza del colonnello sull'oscura morte di David Rossi

Mps: il colonnello Aglieco racconta alla Camera che fu il pm a inquinare la scena del presunto suicidio


INTERNET-ANSADavid Rossi

Era la sera del 6 marzo 2013, a Siena. Da poco era stato scoperto il corpo di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. Il cadavere era a terra, sul selciato, in un vicolo, in corrispondenza della finestra della stanza del suo ufficio. Era precipitato alle 19.43. Un suicidio, hanno detto - dopo due inchieste - gli inquirenti. “Può essere un omicidio”, ha risposto la famiglia, facendo notare che forse non era stato fatto tutto quello che si poteva per capire di più su quella sera. Otto anni e mezzo dopo emergono nuovi dettagli su come operarono gli inquirenti nelle ore immediatamente successive alla morte. Li ha svelati il colonnello dei Carabinieri Pasquale Aglieco, all’epoca comandante provinciale di Siena, in un’audizione fiume davanti alla Commissione d’inchiesta istituita alla Camera sul caso.

Fino a ieri sera si sapeva che Aglieco - mai ascoltato dai pm - era uno dei primi ad essere arrivato nel luogo dove era stato trovato il corpo perché aveva seguito una pattuglia che stava andando sul posto. Non aveva, però, mai detto di essere salito nella stanza di Rossi, insieme ad altri esponenti delle forze dell’ordine. La sua audizione si concentra su cosa accadde in quella camera, nella quale Rossi presumibilmente era stato fino a poco tempo prima di morire.

Incalzato dall’onorevole Luca Migliorino, deputato dei 5 stelle che vive a Siena e conosce molto bene il caso, Aglieco spiega che, sapendo che non avrebbe fatto lui le indagini, si attivò solo per le prime disposizioni, fino all’arrivo dei pm. Fino a quando, cioè, sulla scena non arriva, tra gli altri, Antonino Nastasi (che ora lavora a Firenze e ha lavorato di recente l’inchiesta su Matteo Renzi). Ora, la scientifica sul posto arriva alle 00.40 circa. In questo lasso di tempo cosa hanno fatto gli inquirenti?

Quando Nastasi entra nella stanza di Rossi, racconta Aglieco, si siede sulla sedia del manager. Prova ad accendere il pc, tocca il mouse. Il militare precisa che alcune cose vengono fatte “con un pennino”, per non toccare direttamente gli oggetti. E tenta di tranquillizzare i deputati che, stupiti, che gli chiedono se così non si fosse rischiato comunque di compromettere la scena in attesa della scientifica. Il dubbio, in effetti, viene a qualsiasi profano.

Non è tutto. Nella stanza di Rossi c’era un cestino della spazzatura. Conteneva dei fazzolettini, sette, con tracce di sangue e dei bigliettini accartocciati, sui quali c’erano dei messaggi d’addio. Bene, questo cestino - è sempre il racconto di Aglieco - è stato preso e svuotato sulla scrivania di Rossi, dove ovviamente c’erano anche altri oggetti. Fatta questa operazione, il contenuto è stato reinserito nel cestino. Chi conosce bene questa storia fa notare che quegli oggetti erano considerati molto importanti per ricostruire l’ultima giornata di Rossi. Da ieri sera, però, si sa che sono stati spostati, toccati, rimessi nel cestino in un ordine che difficilmente poteva essere quello che avevano in precedenza. E che quindi, se davvero le cose sono andate così, quelli che potevano essere elementi importantissimi sono stati scombussolati.

Ancora una volta, non è tutto. Dopo 4 ore e 50 minuti di audizione Migliorino riprende la parola. E chiede ad Aglieco del telefonino di Rossi, che era rimasto in quella stanza. Il militare ricorda nettamente che squillò due volte. La prima volta dall’altro capo del telefono c’era il giornalista Tommaso Strambi. Non ricevette risposte. Aglieco precisa che, poiché ha ascoltato l’audizione del giornalista, i suoi ricordi potrebbero essere inquinati. Il telefono, però, squillò di nuovo: “Ricordo perfettamente la telefonata di Daniela Santanché”, dice. La parlamentare, nel 2017, aveva raccontato di aver telefonato a Rossi quella sera, ma di non aver ricevuto risposta. Dai tabulati, però, risulta una chiamata di 38 secondi. “Mi sembra di ricordare che a rispondere fu il dottor Nastasi”, dice Aglieco, che precisa di non aver sentito le parole del magistrato. “Gli avrà detto solo ’sono il pm”, ipotizza. A quel punto Migliorino gli chiede se una cosa del genere sia normale. Prendere in mano il cellulare di una persona sulla cui morte potrebbero essere fatte delle indagini, infatti, è un gesto che pare singolare. Rispondere al telefono che squilla ancora di più. Aglieco esita, forse un po’ in difficoltà: “Francamente non lo so, perché non è previsto da nessuna parte né sì né no. Se sia opportuno forse...”.

Di questa circostanza non esistono relazioni. Perché? Il motivo, per il militare, è molto semplice: “Il pm è signore e padrone della scena del crimine”. Il sottotesto è che non c’era bisogno di fare relazioni, perché avrebbe dovuto indirizzarle solo a se stesso.

L’audizione di Aglieco era aperta e può essere ascoltata qui. Altre in precedenza sono state secretate e quindi non possiamo sapere se qualcun altro abbia riferito circostanze simili. Quel che è certo è che questo racconto mette in luce una serie di gesti - quantomeno irrituali - che hanno potuto rendere più difficile l’accertamento di un delitto. In pratica la scena potrebbe essere stata inquinata, anche in maniera grossolana, ben prima dell’arrivo della scientifica, e nessuno lo aveva ammesso.

Quelle elencate non sono le uniche cose che non tornano in questa lunga e complessa storia - è stato fatto notare che il corpo di Rossi era precipitato in una posizione forse incompatibile con un suicidio, che alcune ferite non sono state analizzate a fondo, una perizia ha ipotizzato che l’orologio, trovato accanto al cadavere, non fosse al polso durante la caduta - ma essendo le più fresche tornano a far riflettere su un caso da molti considerato non ancora risolto. “Sarà difficile per Aglieco ora dimostrare sia tutto vero perché ovviamente lo smentiranno. Ma certo é piuttosto inquietante: dopo otto anni”, ha scritto su Twitter il giornalista Davide Vecchi, direttore dei Corrieri dell’Umbria, Siena, Arezzo, Rieti, Viterbo, che ha seguito bene negli anni la vicenda.

La commissione d’inchiesta, intanto, ha disposto “una perizia collegiale affidata a tre medici legali che affiancheranno i carabinieri del Ris nelle indagini sulla morte”. Perché il caso non è ancora chiuso.

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