L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 aprile 2021

La schizofrenia diventa cronica, prima telefona per vedersi e poi l'espulsione di dieci diplomatici russi. La risposta NON SI FA ATTENDERE


La Russia vieta ai membri del governo degli Stati Uniti di entrare nel paese | all’estero

Orfeo Trevisan Aprile 17, 2021 

A due membri del governo degli Stati Uniti, a due funzionari del governo del presidente Joe Biden, al capo dell’FBI Christopher Wray e al coordinatore dell’intelligence Avril Heinz è stato impedito di entrare in Russia. Lo ha deciso il Cremlino in risposta all’espulsione di dieci diplomatici russi dagli Stati Uniti.

I due membri del gabinetto sono il ministro della giustizia Merrick Garland e il ministro della sicurezza interna Alejandro Mayorcas. Anche John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex presidente Donald Trump, è stato inserito nella lista nera.

La Russia ha annunciato in precedenza che avrebbe deportato dieci diplomatici statunitensi dal paese. Emetterà anche sanzioni contro gli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha dichiarato all’agenzia di stampa Interfax che la Russia limiterà ulteriormente le attività delle organizzazioni e delle istituzioni americane che interferiscono negli affari interni del paese. Inoltre, le missioni dei diplomatici statunitensi in Russia sono state ridotte, ha affermato.

Gli ambasciatori tornano

Lavrov ha invitato l’ambasciatore statunitense John Sullivan a tornare a Washington per consultazioni. In precedenza, Mosca aveva già richiamato il suo ambasciatore, Anatoly Antonov, al ritorno da Washington.
Queste misure arrivano in risposta all’espulsione di dieci diplomatici russi dagli Stati Uniti giovedì. Le ragioni di ciò erano sospetti di interferenze di Mosca nelle elezioni e attacchi di pirateria attribuiti a Mosca. Inoltre, gli Stati Uniti hanno emesso una serie di nuove sanzioni, anche nei confronti di sei società tecnologiche russe che lavorano per i servizi di intelligence russi. Sono state inoltre inflitte sanzioni a 32 persone e organizzazioni che, secondo gli Stati Uniti, hanno cercato di influenzare le elezioni su richiesta di Mosca.

Nonostante le nuove sanzioni, il presidente Joe Biden ha detto giovedì che avrebbe preso il sopravvento Non vuole che le tensioni con la Russia raggiungano il culmine. Venerdì, la Russia ha accolto con favore queste osservazioni. Biden e il presidente russo Vladimir Putin si sono chiamati pochi giorni fa. Biden ha suggerito di incontrarsi in un paese terzo.

La Russia ha anche annunciato venerdì che avrebbe espulso cinque diplomatici polacchi dal paese. In precedenza, la Polonia aveva espulso tre diplomatici russi “in solidarietà” con gli Stati Uniti.

NoTav - di solito i condannati a due anni non si trovano in prigione, vedi tutta la pletora dei politici nostrani


Appello di Sabina Guzzanti ed Elio Germano. E la No-Tav Dana Lauriola è stata subito scarcerata

giovedì 15 Aprile 15:48 - di Marta Lima


Il Tribunale di sorveglianza di Torino ha disposto per l’attivista No Tav Dana Lauriola gli arresti domiciliari con una serie di limitazioni. “Finalmente una parte di questa ingiustizia termina, ma non ci possiamo accontentare, vogliamo Dana completamente libera, così come Fabiola e tutti e tulle le notav che hanno qualsiasi limitazione della libertà imposta”, commenta il Movimento No Tav che aggiunge: “Dana sarà agli arresti domiciliari con tutte le restrizioni del caso, non potrà ricevere visite o altro, ma ci batteremo anche contro questo”.

La No Tav Dana Lauriola doveva scontare due anni di carcere

Dana Lauriola era stata arrestata lo scorso settembre per scontare una sentenza definitiva a due anni di reclusione. Ad incidere anche la relazione della Digos, coordinata dal dirigente Carlo Ambra, che aveva ricostruito le attività di protesta a cui ha partecipato Dana negli ultimi anni. Azioni di violenza contro il cantiere Tav ma anche altre contestazioni di piazza in cui il centro sociale Askatasuna, di cui la 38enne è portavoce, hanno giocato un ruolo di primo piano. Attività poste in essere, scrivevano i giudici del Tribunale di sorveglianza, «per protestare contro la costruzione della linea ferroviaria in Val Susa o contro lo sgombero di locali occupati abusivamente, attraverso modalità violente e verbali o fisiche tese principalmente a cercare e ottenere a scopo dimostrativo lo scontro le forze dell’ordine o i rappresentanti dell’ordine politico». In un primo momento, le dichiarazioni di Dana ai servizi sociali erano state ritenute «strumentali» a sfuggire alla carcerazione.


L’appello della sinistra, dalla Guzzanti a Elio Germano

Cuba non ha MAI rinunciato alla sua dignità

Si chiude l’era Castro: anche Raul lascia. Gianni Minà: “Contro Cuba un accanimento ingiustificato”
giovedì 15 Aprile 20:33 - di Laura Ferrari


Domani si apre il “Congresso della Continuità”, ma a Cuba sarà soprattutto la fine dell’era Castro. L’89enne Raul lascerà l’incarico di segretario generale del partito comunista, prima ricoperto dal fratello Fidel, il lider maximo. A prendere il suo posto sarà Miguel Diaz Canel, in una quattro giorni di Congresso che si svolge in coincidenza con le celebrazioni del sessantesimo anniversario della fallita invasione della Baia dei porci.

Gianni Minà sulla svolta di Cuba: “La fine di un’epoca la stiamo vivendo noi”

“Cuba è in crisi economica per un embargo ancora imposto dagli Stati Uniti da 60 anni. Sfido qualunque paese a sopravvivere senza poter fare accordi economici con altri Stati” e ciò è tanto più “vergognoso” durante una pandemia. A dirlo all’Adnkronos è il giornalista Gianni Minà, grande conoscitore di Cuba, alla vigilia dell’ottavo Congresso del partito comunista, che vedrà il segretario generale Raul Castro passare il testimone ad una nuova generazione.

L’opinione del giornalista e biografo di Fidel Castro

“I cubani, dopo la Rivoluzione del ’59, hanno deciso di abbracciare un altro sistema, quello socialista, coniugato nella loro storia – sottolinea il giornalista – E pare che continueranno a farlo perché, pur con molte criticità, garantisce alla popolazione una qualità della vita dignitosa. Cosa che nel resto dei paesi dell’America Latina e del Sud del mondo è ormai, di nuovo, diventata un miraggio. Nel 2016 Fidel Castro presenziò per l’ultima volta al Congresso del partito comunista, invitando a proseguire il cammino comune. Miguel Diaz Canel, rappresentante della nuova generazione di politici dell’Isola, ha già, da tempo, raccolto il testimone”. “Ma la fine di un’epoca, come quella dei Paesi occidentali (e quindi pure del nostro) la stiamo vivendo noi. Purtroppo, ancora non ce ne stiamo rendendo conto”.


Chi è Miguel Diaz Canel

Fedelissimo di Raul, il 60enne Diaz Canel è presidente da tre anni, un periodo in cui ha dovuto affrontare la pandemia, la stretta delle sanzioni americane da parte del presidente americano Donald Trump e un crescente dissenso contro il partito unico, alimentato anche dall’accesso a Internet. Nel 2020 le importazioni di cibo, carburante e materie prime si sono ridotte del 40% e l’economia si è contratta dell’11%, scrive il Financial Times, citando dati del governo. La pandemia ha colpito, ma meno che in altri paesi: su 11 milioni di abitanti vi sono stati oltre 89mila casi e meno di 500 morti. E i ricercatori cubani stanno sviluppando un vaccino. Ma intanto oltre che sulla salute, il coronavirus pesa sull’economia e ha portato al crollo dell’importante settore turistico.

Gli statunitensi sempre molto bravi a invade uccidere creare caos e a SCAPPARE. Vietnam, Somalia, Iraq, Afghanistan docet

Gli afghani traditi

16 aprile 2021


Dal Vietnam in poi l’impegno militare in operazioni all'estero della massima superpotenza presentano una disturbante similitudine.

Gli USA intervengono con obiettivi estremamente impegnativi in zone del mondo remote (Vietnam, Somalia, Iraq, Siria, Afghanistan, solo per citare gli esempi più eclatanti). Talvolta intervengono da soli, talvolta sono i promotori e il fulcro di un intervento multinazionale condotto “formalmente” sotto bandiera ONU, NATO o di una coalizione di volenterosi che comunque fa capo a Washington. Si promette di voler abbattere dittature per ristabilire una pace basata su principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani.


L’impegno militare statunitense è spesso imponente, tanto che l’operazione non potrebbe essere condotta senza il loro contributo. Contributo quantitativamente e qualitativamente impressionante e non surrogabile dagli “alleati” o “volenterosi” compagni di viaggio. Il contributo di sangue versato dai soldati statunitensi è sempre elevato e di norma ben più elevato di quello dei rimanenti contingenti. Il contributo economico statunitense all'operazione e alla successiva ricostruzione è, per noi europei, stratosferico e difficilmente eguagliabile.

Che i valori sbandierati fossero la principale ragione dell’operazione o che accompagnassero precise mire geo-politiche è irrilevante. Le due cose si non si escludono a vicenda. Gli Stati hanno interessi nazionali da perseguire e non possono agire da disinteressate “dame di carità”, pena non essere più Stati (concetto che risulta purtroppo ostico a troppi Italiani).


Come noto, gli USA hanno dichiarato che si ritireranno dall’Afghanistan entro il ventesimo anniversario dell’attacco alle “torri gemelle” (e con loro se ne andranno gli Alleati che li hanno seguiti in questa impresa) . Nonostante le belle parole (“resteremo sempre accanto ai nostri amici afghani” o “non permetteremo che l’Afghanistan ripiombi nel medioevo”) sappiamo tutti che con il ritorno dei Talebani (che sono perfettamente consci di aver vinto) incomincerà il periodo delle vendette nei confronti di chi si era fidato delle promesse dell’Occidente ed in primis degli USA.

Sono il primo a ritenere che non ci si potesse aspettare che gli USA restassero in Afghanistan indefinitamente. Il contributo USA all’operazione è stato impressionante in termini di vite umane e di risorse impegnate. Sicuramente, in Afghanistan, come prima in Somalia, in Iraq e in altre operazioni simili gli obiettivi prefissati a Washington non erano realistici, soprattutto alla luce del protrarsi dell’operazione e del calo del sostegno dell’opinione pubblica americana.


Potremmo disquisire a lungo su quanto sia irrealistico e presuntuoso tentare di ”esportare” una “propria “ visione di democrazia e di rispetto dei diritti in paesi diversi dal proprio, con cultura e sensibilità differenti dalle proprie.

Il punto che, però, a me preme di più è il futuro di chi si era fidato dell’intervento occidentale, di chi aveva creduto che l’Occidente li avrebbe condotti verso un mondo diverso, un mondo dove non si dovesse aver paura di esprimere liberamente le proprie idee o il proprio credo religioso e non si dovesse temere la sharia.


Coloro che in questi venti anni si sono fidati e si sono esposti per essere dalla “nostra” parte (intendo coloro che si sono arruolati nelle “nuove” forze armate e forze di polizia afghane, chi ha fatto attività politica o ha lavorato in agenzie governative, i genitori che hanno osato inviare anche le figlie femmine a scuola, gli interpreti degli eserciti e degli organismi occidentali e tantissimi altri), tutti costoro sanno di essere ormai in pericolo e che le loro intere famiglie.

Sanno che la vendetta dei talebani e dei tanti delatori opportunisti che sempre tentano di acquisire meriti con il nuovo “padrone” non tarderà ad arrivare. D’altronde, i Talebani hanno sempre saputo che alla fine avrebbero vinto loro e ci hanno sempre detto con aria di superiorità “voi avrete gli orologi ma noi abbiamo il tempo”.


Avevano ragione, loro lo sapevano, ma in tutta onestà possiamo dire che non lo sapessimo anche noi? Davvero non sapevamo che sarebbe andata a finire così? Pensando a questi bravi e coraggiosi Afghani mi vengono in mente le immagini degli elicotteri USA che lasciano a Saigon folle di disperati che si erano fidati dell’alleato americano, o i miei amici Somali che l’ONU ha abbandonato in un paese che non può neanche più essere definito tale, o ai Curdi traditi da Trump a ottobre 2019.

Gli USA (come probabilmente qualsiasi altro paese democratico occidentale) non possono reggere troppo a lungo uno sforzo militare impegnativo all’estero. La costante ricerca del gradimento degli elettori non lo consente. Elettori che non capiscono l’incessante ritorno di salme in sacchi neri o le ingenti risorse finanziarie destinate a un teatro di guerra lontano la cui posizione non saprebbero neanche indicare sul mappamondo.


D’accordo! Peraltro resta criminale (mi si scusi il termine brutale) ingannare milioni di persone e poi lasciarle al loro infelice destino, quasi fossero il giocattolo buttato via da un bimbo viziato quando se ne sia stancato.

La credibilità degli USA (e delle coalizioni a guida USA, NATO compresa) nelle future aree di crisi dipenderà anche da questo e quando i soldati dei nostri paesi interverranno i paesi lontani per portare democrazia e diritti civili dovranno fugare negli occhi dei locali cui si chiederà la collaborazione la paura di venire abbandonati, quando noi ci stancheremo, all’ineluttabile vendetta di un nemico crudele e vendicativo che, a differenza nostra, non si stancherà mai, perché lui “ha il tempo”!

Foto: Op. Resolute Support, Ministero Difesa Afghano e Afghan National Police

La guerra che gli ebrei sionisti stanno facendo all'Iran è sempre più palese

Il sabotaggio di Natanz e l’escalation della guerra segreta tra Israele e Iran

16 aprile 2021


La battaglia segreta tra lo Stato di Israele e l’Iran non è più così segreta: dietro il misterioso incidente che ha colpito la rete di distribuzione elettrica della centrale nucleare di Natanz ci sarebbe ancora una volta la Unit 8200 (Yehida shmonae -Matayim), l’unità dell’Intelligence militare dello Stato ebraico (Aman) responsabile delle attività di spionaggio SIGINT, ELINT, OSINT, e della cyber warfare.

Dopo varie smentite e l’annuncio di un incidente dovuto ad un malfunzionamento, Teheran ha ammesso che il guasto è stato causato da un attacco israeliano alla rete elettrica dell’impianto di arricchimento di Shahid-Ahmadi-Rochan (Natanz) ed ha identificato come responsabile materiale del sabotaggio una persona che lavorava nella centrale. Secondo il New York Times, che cita fonti dell’intelligence americana, i danni causati dall’esplosione potrebbero costringere l’impianto ad interrompere le attività per almeno nove mesi.

La struttura “attaccata” domenica mattina è la stessa che lo scorso luglio subì gravi danni a causa di un’esplosione che devastò il padiglione per l’assemblaggio delle centrifughe nucleari. Quell’incidente, che da una prima analisi avrebbe dovuto interrompere le operazioni dell’impianto per un lungo periodo, fu il più rilevante di quella serie di attacchi coordinati che nell’arco di una settimana colpirono il deposito di gas a Parchin, una fabbrica di missili a Khojir, le centrali elettriche di Ahvaz e Shiraz, il polo petrolchimico di Karoun e la fabbrica di ossigeno di Baghershahr.


L’incidente di Natanz arriva, invece, a meno di una settimana dal caso del cargo iraniano attaccato nel Mar Rosso, il mercantile MV Saviz, ultimo atto di una serie di operazioni via mare che negli ultimi mesi hanno centrato, a fasi alterne, navi mercantili di proprietà israeliana e iraniana. Secondo il New York Times, prima di attaccare il cargo MV Saviz, Israele avrebbe allertato gli Stati Uniti prima con una telefonata fatta per consentire alle unità della US Navy presenti nell’area di allontanarsi.

Ora sorge spontanea una domanda: e se anche per l’attacco a Shahid-Ahmadi-Rochan fosse stato utilizzato lo stesso protocollo? Certamente, la risposta a questo quesito direbbe molto sullo stato dei rapporti che intercorrono tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’amministrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Due per ora i fatti: domenica, a poche ore dall’attacco, arriva in Israele il nuovo segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin; entro fine aprile il capo dell’IDF, Aviv Kochavi, e il capo del Mossad, Yossi Cohen, dovrebbero visitare Washington. In cima all’agenda il dossier sul nucleare iraniano.

La scorsa settimana, durante le celebrazioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto, Netanyahu si era pronunciato ancora una volta contro un ritorno degli Stati Uniti all’accordo sul nucleare e l’esplosione a Natanz è avvenuta il giorno dopo la Giornata nazionale della tecnologia nucleare iraniana, occasione sfruttata dal presidente Hassan Rohani per ricordare gli ulteriori progressi registrati dal Paese nel programma nucleare, progetto che il regime insiste a definire come destinato esclusivamente a scopi civili.

La Giornata nazionale della tecnologia nucleare iraniana è stata anche l’occasione per celebrare il potenziamento della capacità di arricchimento dell’uranio, un aumento ottenuto mediante le 30 nuove centrifughe IR-5 installate a Natanz che secondo il presidente Rohani hanno accelerato il processo industriale di almeno dieci volte. L’ennesima violazione dell’accordo nucleare, quindi, una delle tante che l’Iran sta accumulando e che potrebbe utilizzare come merce di scambio in previsione del proseguimento dei colloqui a Vienna, ma che Gerusalemme sembra aver stroncato sul nascere.

Washington ha già fatto sapere che l’amministrazione Biden non rimuoverà tutte le sanzioni economiche imposte da Donald Trump, ma, eventualmente, solo quelle che non sono in linea con il protocollo l’intesa raggiunto nel 2015. Una decisione che il Generale Mohammad Hossein Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate iraniane, ha definito “un pugno di ferro dentro un guanto di velluto”, un fatto che non cambierà la linea politica strategica dell’Iran, e cioè, “una piena rimozione delle sanzioni”.

Per Israele il fascicolo Natanz rimane comunque aperto: dopo una pausa di due mesi, Benyamin Netanyahu ha convocato per domenica prossima il Consiglio di Difesa; Gerusalemme vuole esaminare le crescenti tensioni con l’Iran e lo sviluppo di possibili scenari, una sorta di dichiarazione di “guerra” che i premier potrebbe aver riassunto in poche semplici parole: “La situazione come esiste oggi non è detto che esista necessariamente anche domani”. (IT Log Defence)

Foto IranWatch.org e Business Standard

Le Vie della Seta agiscono come catalizzatori per rilanciare l'economie dell'Asia centrale


14 APRILE 2021

Kazakistan e Uzbekistan, le potenze-guida dell’Asia centrale postsovietica, hanno avviato i lavori di costruzione di un mastodontico complesso pensato e progettato per promuovere interscambio commerciale e investimenti nella regione. Il sito, una volta completato, oltre ad amalgamare ulteriormente i mercati dei due Paesi, renderà più articolato, coeso ed efficiente l’intero sistema di interconnettività infrastrutturale che sta riscrivendo il volto dell’Eurasia.

L’iniziativa

La notizia dell’apertura del cantiere è stata data il 12 aprile dal servizio stampa dell’ufficio del primo ministro kazako. Le parti hanno avviato i lavori di costruzione del Centro internazionale per il Commercio e la Cooperazione economica in Asia centrale, un complesso mastodontico concepito per promuovere l’interscambio e gli investimenti tra gli –stan e che sarà ubicato tra i posti di controllo di frontiera di Zhibek Zholy e Gisht Kuprik, al confine kazako-uzbeko.

Il Centro, la cui materializzazione è il frutto di un memorandum d’intesa siglato nell’aprile di due anni or sono, sorgerà su un’area di quattrocento ettari e verrà dotato di una capacità di 35mila persone e 5mila autocarri in entrata e uscita su base giornaliera. I numeri riflettono le elevate aspettative riposte da Nur-Sultan e Tashkent nel complesso, calvinisticamente predestinato a divenire il fiore all’occhiello della simbiosi kazako-uzbeka e il simbolo della crescente integrazione regionale.

Il potenziale

La costruzione del Centro si inquadra nel più ampio contesto del sodalizio in ascesa tra Kazakistan e Uzbekistan, le due potenze-guida dell’Asia centrale postsovietica, che, una volta comprese le opportunità derivanti da una politica coordinata, hanno cominciato ad interagire in una moltitudine di settori all’insegna del concerto. Nel caso specifico del Centro, la speranza-aspettativa è che possa accelerare l’amalgamazione dei due mercati – portando l’interscambio annuale a dieci miliardi di dollari – e dar luogo ad un effetto a catena funzionalistico, ovverosia che migliori il dialogo e la cooperazione in altri settori.

Nur-Sultan, avendo cognizione del posizionamento geostrategico di Tashkent relativamente ai corridoi di trasporto con Iran, India, Tagikistan, Afganistan, Pakistan, vorrebbe fare leva sul Centro per aumentare la propria esposizione commerciale nei suddetti e sta tentando di persuadere la controparte uzbeka ad avallare la realizzazione di un sistema di distribuzione delle merci unificato. Quest’ultimo darebbe un impulso determinante all’interscambio bilaterale, perciò il Kazakistan ha presentato un’offerta allettante all’Uzbekistan: 22 milioni e 500mila dollari di investimenti nelle regioni di Surkhandarya e Ferghana per l’apertura di tre maxi-centri di distribuzione all’ingrosso dalla capacità annuale di 67mila tonnellate.

Come cambieranno Kazakistan e Uzbekistan

Il Centro, nel complesso, velocizzerà e vivacizzerà il processo trasformativo intrapreso dalle due nazioni nel dopo-Karimov, supportando le agende estere ed economiche di entrambe attraverso il raggiungimento e il taglio dei seguenti traguardi:
Il Kazakistan aumenterà la propria impronta nel mercato uzbeko e, a latere, centroasiatico, sfruttando l’incuneamento dell’Uzbekistan per inserirsi più stabilmente all’interno del circuito economico ed infrastrutturale della cosiddetta Grande Eurasia.
Il Centro, se adeguatamente utilizzato, potrebbe divenire un centro nevralgico dei vari corridoi di trasporto transnazionali che traversano l’Asia centrale, in particolare la Nuova via della seta e il Nord-Sud.
L’accresciuta interconnessione commerciale, favorita dall’Unione Economica Eurasiatica e poggiante sulla costruzione di reti di trasporto e punti di snodo e distribuzione, potrebbe condurre ad un aumento dell’interscambio in questo paragrafo di spazio postsovietico del 35% entro il 2025 e del 65% del 2030.
L’Uzbekistan, per mezzo del Centro, potrebbe assurgere al ruolo di crocevia indispensabile dei grandi progetti di integrazione eurasiatici, inclusi Unione Europea e Consiglio turco, divenendo il punto di snodo in cui si incontrano le merci provenienti dai quattro punti cardinali della Grande Eurasia: Europa, Russia, Cina e India.

17 aprile 2021 - A SAN DIDERO LA POLIZIA IMPEDISCE IL MERCATO

La Cina usa la marina militare per la rivendicazione del mare antistante le sue coste, il Mar Cinese Meridionale, in difesa del suo territorio

LA STRATEGIA MARITTIMA CINESE


(di Renato Scarfi)
15/04/21

In un altro articolo abbiamo esaminato la strategia navale russa, che fa riferimento al presidio di “bastioni” marittimi, quale difesa contro gli attacchi al proprio territorio. Un approccio difensivo che tende alla distruzione delle forze navali antagoniste nel caso di eventuali azioni ostili e a garantire un’efficace reazione con armi atomiche contro il territorio avversario.

Un’impostazione che si distingue nettamente dalla strategia di presenza avanzata continuativa delle flotte statunitensi sui mari del mondo e dal nuovo concetto di Expeditionary Advanced Base Operations (EABO), ideato dalla U.S. Navy, che ha dato nuovo impulso allo sviluppo delle capacità da sbarco dei Marines. A régime si tratta di avere elevatissime capacità di proiezione in grado di permettere di concentrare rapidamente i mezzi necessari per amplificare la potenza del gruppo navale che opera nell’area interessata dalla crisi, aggiungendo moderne capacità anfibie.

In estrema sintesi, è un concetto ideato per le esigenze di presenza avanzata al fine di “…defeat adversary attempts to execute counter intervention and fait accompli strategies that might otherwise inhibit a credible US response to aggression against treaty allies and economic partners…”1. Lo scopo ultimo è quello di avere la capacità di condurre operazioni di proiezione di potenza in modo da annullare eventuali strategie aggressive senza ricorrere alla distruzione delle forze avversarie.

In tale ambito va sottolineato che, mentre l’EABO si distingue nettamente dall’approccio russo, che si basa sul significativo contributo di mezzi basati a terra (aerei, missili) per la protezione delle forze subacquee strategiche e per rendere quanto più impermeabile possibile l’area dei “bastioni”, la strategia cinese appare porsi in una posizione di equidistanza tra le due potenze della Guerra Fredda, avendo punti in comune sia con la linea statunitense che con quella russa.

Il contesto geopolitico ed economico


La comprensione della strategia marittima di Pechino non può prescindere dalla conoscenza dei variegati e importanti interessi che gravitano davanti alle coste cinesi. La Repubblica Popolare della Cina già da qualche tempo ha, infatti, messo in atto una vasta offensiva diplomatica, supportata dallo strumento militare marittimo, per le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale (v. articolo). Pechino, infatti, ritiene che circa il 90% di quell’area sia da considerare come territorio cinese. I motivi sono principalmente economici, dato che su quel tratto di mare transitano circa l’80% delle sue importazioni di energia e il 30% del commercio marittimo mondiale, che sotto le sue acque si trova quasi il 10% del pescato a livello mondiale e che i suoi fondali custodiscono un’enorme quantità di gas naturale e di petrolio.

Nel Mar Cinese Orientale la disputa sino-giapponese circa i diritti di sfruttamento del vasto giacimento di gas “Chunxiao” (stimato in circa 4,8 miliardi di mc), che si trova all’interno del limite della ZEE cinese, ma a soli 4 km dalla ZEE giapponese (si pensa infatti che il giacimento si estenda ben al di fuori dell’area cinese), sembra aver visto Pechino e Tokio risolvere i loro contrasti con un accordo per il prelievo congiunto.

Le rivendicazioni marittime/territoriali cinesi si basano sulla cosiddetta “linea dei nove tratti” che, a forma di “U”, parte grosso modo da Taiwan e passa lungo la costa occidentale delle Filippine, piegando a sud verso le acque al largo della Malesia per poi tornare verso nord all’altezza della penisola vietnamita, giungendo all’isola cinese di Hainan.

L’area all’interno di questa linea ideale è costellata di isolotti, banchi di sabbia e scogliere affioranti, per lo più disabitati che, a partire dal 2013, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese (People’s Liberation Army Navy - PLAN) ha deciso di militarizzare allo scopo di costituire un territorio avanzato ed estendere la propria area di influenza economica e militare su quel trafficatissimo tratto di mare. Rivendicazioni che il Tribunale arbitrale, dalle Filippine chiamato a esprimersi, ha definito sostanzialmente illegittime. Ciò nonostante la Cina prosegue lungo la sua rotta, indifferente al pronunciamento del 2016, incontrando la decisa opposizione degli Stati Uniti e di alcuni Paesi rivieraschi.


Gli USA, in particolare, fin dal 1950 applicano la strategia del contenimento dell’espansione cinese all’interno di due linee denominate “island chains”, la prima delle quali congiunge la penisola coreana, le acque a sud del Giappone, Okinawa, Taiwan, le Filippine e Singapore. La seconda, più lontana dalle coste cinesi, parte dal Giappone, passa da Guam e Palau, fino alla Nuova Guinea. A ciò si aggiunge la creazione di una grande rete di alleanze regionali, di cui abbiamo già parlato in altri lavori su questo giornale.

Taiwan (Formosa)

Il principale argomento di attrito tra le due potenze nucleari è Taiwan. Si tratta di una nazione di fatto (ma non giuridicamente) indipendente e democratica, nata il 1 ottobre 1949, quando il leader cinese Chiang Kai-shek fuggì a Taiwan in seguito alla presa del potere da parte di Mao Zedong. Nell’occasione portò con sé le riserve auree del Paese e quel che restava dell’Aviazione e della Marina cinese dopo le aspre battaglie combattute per il potere. I comunisti della Repubblica Popolare di Cina dichiararono illegale il governo nazionalista taiwanese che, ancora oggi, si considera l’unico governo legittimo della Cina. Nella sua costituzione, infatti, rivendica la sovranità sulla Cina continentale e sulla Mongolia esterna. La capitale de iure è Nanchino, sulla costa cinese, mentre la capitale provvisoria è Taipei.

La Repubblica di Cina, come è anche conosciuta, è costituita da un gruppo di isole che, oltre a quella principale separata dalla Cina continentale da un braccio di mare largo al massimo 95 NM, lungo circa 185 NM e con una profondità media di 70 m, comprende anche altre isole e piccoli arcipelaghi come Penghu (Pescadores), Kinmen (Quemoy) e Matsu, geograficamente situati molto più vicino alle coste cinesi. Taiwan è riconosciuta solo da 15 stati sovrani al mondo.

Fino agli anni ’90 Pechino non ha potuto fare altro che lanciare vuote minacce contro Taipei, non avendo la capacità navale per attraversare lo stretto con grossi corpi di spedizione, in modo da riprendere il controllo di quella che considerano una provincia “ribelle”. Nello stesso periodo Taiwan era nota per essere la sponda dello stretto militarmente più forte.


Oggi le cose sono decisamente cambiate e la Marina cinese ha raggiunto le capacità per consentire il “salto” da una sponda all’altra del consistente contingente militare costituito da circa 360.000 militari di stanza nel settore cinese dello Stretto di Taiwan (sui circa 915.000 complessivi a disposizione di Xi Jinping).

Ciò nonostante, Pechino preferirebbe comporre pacificamente la questione e, nel frattempo, mantiene alta la pressione diplomatica. Il 2 gennaio 2019, il segretario generale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, ha pronunciato un lungo discorso diretto alla popolazione cinese e taiwanese, con il quale ha sottolineato che “…i due lati dello stretto appartengono a una sola Cina e insieme lavoreremo affinché si raggiunga la riunificazione nazionale…”, ventilando la possibilità che il futuro assetto di una Cina riunificata possa prevedere “…un Paese, due sistemi…”. Un’affermazione che, viste le vicende di Hong Kong e Macao, nei taiwanesi ha suscitato molto turbamento e nessun entusiasmo.

Lo stesso Xi ha poi più volte confermato che il suo obiettivo è una riunificazione pacifica delle due sponde dello Stretto ma che, anche se con estrema riluttanza, la Cina è pronta a usare tutta la forza militare di cui dispone e disporrà per riportare Taiwan nel continente. In tale ambito ha anche lanciato un fermo avvertimento verso chiunque avesse intenzione di intromettersi nella questione tra le due Cine, sia con aiuti diretti che indiretti. Al di là del linguaggio impiegato, si è trattato di un intervento ammonitore, che ha sottolineato con forza che per Pechino la questione taiwanese si trova al primo posto nella lista delle cose da fare. E, viste le notevoli implicazioni economiche e territoriali della questione, non si tratta neanche di un argomento usato per distrarre l’attenzione della comunità internazionale, in modo da poter perseguire altri obiettivi, magari effettuando una mossa del cavallo in qualche altra parte del globo. Le linee di comunicazione marittima che avvolgono Taiwan sono effettivamente fondamentali per l’economia cinese e per i collegamenti tra i porti settentrionali e meridionali di quel grande Paese.


Per mantenere alta la pressione nei confronti di Taipei, la Marina cinese continua a mostrare i muscoli incrociando sempre più spesso nelle acque attorno all’isola e non si ferma di fronte a nulla per ribadire la sua posizione. Lo scorso 7 aprile, per esempio, unità cinesi hanno intercettato una fregata francese che navigava nello Stretto di Taiwan, intimandole di allontanarsi in quanto si trovava in acque territoriali cinesi.

...e non solo

Come detto, Taiwan non rappresenta l’unico argomento marittimo all’ordine del giorno della politica cinese. Le rivendicazioni territoriali sugli arcipelaghi delle isole Spratly (rivendicate anche da Vietnam, Malesia, Filippine, Taiwan e Brunei) e delle isole Paracelso (rivendicate anche da Taiwan e Vietnam) contribuiscono non poco a mantenere tesi i rapporti tra i Paesi rivieraschi e la Cina. Pechino ha, infatti, militarizzato buona parte di quelle aree, costruendovi installazioni di scoperta e sorveglianza, aeroporti militari e batterie missilistiche, oltre a porti che consentono alle navi di essere immediatamente disponibili in zona di operazioni. La postura navale, inoltre, si fa sempre più aggressiva, allo scopo di scoraggiare il transito dei mezzi navali “non graditi”.

Lo scorso agosto 2020, per esempio, la Guardia Costiera cinese ha confiscato l’equipaggiamento da pesca di alcuni pescherecci filippini che si trovavano nei pressi della secca di Scarborough, un’area di circa 150 kmq (altezza massima 1,8 mslm) a 105 NM a ovest di Luzon e 520 NM a est dell’isola cinese di Hainan.

Lo scorso 8 aprile, secondo quanto riportato da alcuni media francesi, una nave filippina stava navigando nei pressi di Second Thomas Shoal, un atollo di circa 20 km di lunghezza che viene periodicamente sommerso con l’alta marea e che si trova a 110 NM a ovest dell’isola filippina di Palawan e a oltre 540 NM a est di Hainan, quando una motovedetta della Guardia Costiera cinese si è avvicinata, ha chiesto di identificarsi e ha poi intimato di allontanarsi. Per evitare qualunque tipo di problema il comandante filippino ha deciso di rientrare, ma la nave cinese ha continuato a inseguirlo per oltre un’ora, a volte avvicinandosi eccessivamente e a velocità sostenuta.


Tutto l’evento è stato filmato dalla troupe della ABS-CBN che si trovava a bordo della nave filippina per effettuare un servizio sui problemi dei pescherecci di Manila in quelle acque. Dopo qualche miglio, quando era in vista di Palawan, si sono avvicinati anche due pattugliatori veloci d’attacco Tipo 022 (classe “Houbei”) della Marina cinese.

Questi due eventi lasciano comprendere come la Marina cinese si stia comportando come se avesse effettiva autorità su quelle acque. La situazione è sintetizzata dalle recenti dichiarazioni del ministro della Difesa filippino, con le quali Delfin Lorenzana accusa Pechino di aver occupato parte dello spazio marittimo delle Filippine e di voler imporre le proprie regole su tutto il Mar Cinese Meridionale, come anche di aver invaso la Zona Economica Esclusiva a ovest di Manila con oltre 220 battelli da pesca, creando non pochi disagi e danni ai pescatori filippini.

Una situazione estremamente tesa che rischia di accendere una miccia difficilmente controllabile e nella quale la PLAN gioca un ruolo di primo piano.

La Marina cinese in prima linea

È, quindi, per effetto di questi contrasti irrisolti (in particolare Taiwan) che potrebbe approfondirsi la divisione tra Pechino e Washington, due potenze nucleari. Tuttavia, il sostegno USA a Taiwan non deve essere dato per scontato, dato che già in passato gli USA (Kissinger) avevano ipotizzato un allontanamento dall’isola, allo scopo di non esacerbare le tensioni con la Cina. In un tale rovente contesto la Marina cinese si trova in prima linea nel sostegno alla politica espansionista cinese. È per tale motivo che dal 2003 è stata inaugurata una stagione di grandi costruzioni navali, che hanno portato Pechino ad avere oggi una flotta quantitativamente superiore a quella di Washington (v. articolo La sfida cinese alla potenza navale statunitense del 25 novembre 2020). Un deciso cambio di strategia, dato che la Cina è sempre stata una potenza militare terrestre.


Una rapidissima crescita quantitativa (e per molti versi qualitativa) che permette alla Cina di essere presente anche su molti mari del mondo, a partire da quell’Oceano Indiano che si è ormai geopoliticamente fuso con il Pacifico, creando il grande teatro Indo-Pacifico. Una presenza delle navi militari cinesi che si spinge fino al Golfo Persico (dove nel dicembre 2019 hanno effettuato esercitazioni congiunte con Russia e Iran), a Gibuti e anche al Mediterraneo. Attività che permettono alla Marina cinese di acquisire esperienza e visibilità internazionale, manifestando al contempo la ferma volontà di non rimanere rinchiusa all’interno dei suoi confini geografici ma di voler diventare potenza (marittima) globale.

Ma l’area sulla quale si stanno maggiormente concentrando gli sforzi di Pechino è proprio quella delle acque antistanti le proprie coste. Innanzitutto, per attuare una credibile strategia di deterrenza nucleare a protezione delle aree marittime di casa e di quelle reclamate, Pechino si è dotata del missile balistico strategico JL-2 (sigla NATO CSS-N-14) che, derivato dal missile “terrestre” DF-31, è imbarcato sui sottomarini Tipo 094 classe “Jin” (classificazione NATO), e vantano una gittata di circa 8.000 km. Questi battelli di seconda generazione fanno parte della moderna triade di dissuasione nucleare cinese e sono basati nel nord della Cina. Tuttavia tale collocazione, seppure strategica, presenta delle importanti controindicazioni operative. Il fondale del Mar Giallo, per esempio, raggiunge raramente una profondità superiore ai 50 m nelle acque territoriali cinesi e, anche se la profondità sale a oltre 100 m nei pressi della penisola coreana, appare ancora insufficiente a rendere sicure le rotte in immersione. Per far fronte a tali problemi, é in corso la costruzione di una seconda base di sottomarini balistici nel Golfo del Tonchino, sulla già citata isola di Hainan. La nuova collocazione permetterà ai sottomarini di accedere più facilmente alle acque oceaniche profonde.


Ma la Cina non si limita alla dissuasione nucleare sottomarina. Dal 2013, infatti, Pechino sta utilizzando i numerosi banchi di sabbia affiorante degli arcipelaghi Spratly e Paracelso per costruire isole artificiali a scopo militare. Ufficialmente lo scopo è quello di creare degli avamposti dai quali sorvegliare le zone di pesca rivendicate ma, secondo quanto riportato dall’Asia Maritime Transparency Initiative del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS), un importante think tank statunitense, la grandezza delle installazioni, i materiali impiegati e l’armamento fornito ne rivelano la vera natura di basi aeronavali avanzate.

Altri osservatori stimano che gli hangar in cemento armato costruito su quelle isolette possano ospitare ciascuno fino a uno stormo di caccia bombardieri, difesi da installazioni radar e da batterie di missili supersonici antinave YJ-12B e YJ-62, con un raggio d’azione fino a 400 km circa2. Si tratta di missili che hanno ormai raggiunto un’elevata precisione, soprattutto grazie al sistema di guida satellitare cinese, il ”BeiDou”. La Cina ha, infatti, creato un sistema rivale e concorrenziale del GPS, in modo da essere completamente indipendente. Secondo quanto dichiarato dalle Autorità cinesi, la costellazione di quarantaquattro satelliti (al 2019) permette, infatti, una precisione della posizione pari a cinque metri, come quella del GPS, anche se per uso militare la precisione aumenta considerevolmente nei due sistemi. Tutto questo significa che i cinesi sono ora in grado di lanciare missili balistici o da crociera verso un determinato obiettivo con la ragionevole certezza di colpirlo. Ma significa anche che gli USA non possono più far fallire il lancio semplicemente spegnendo il sistema GPS.

Le installazioni militari cinesi, inoltre, presentano anche moderni apparati per la guerra elettronica e rilevanti impianti portuali e logistici. L’ombrello protettivo offerto da questo sistema combinato aero-radarmissilistico copre tutta l’area del Mar Cinese Meridionale, con avanzate capacità di scoperta e possibilità di colpire bersagli anche oltre il territorio taiwanese, indonesiano, malese, filippino, vietnamita e tailandese.


Non solo, la particolare collocazione geografica e la distribuzione di queste isolette militarizzate permette la reciproca protezione e la moltiplicazione della potenza di fuoco incrociato contro eventuali avversari. Queste moderne fortezze interconnesse sono l’applicazione pratica del concetto di Anti Access/Area Denial (A2/AD) e rappresentano una evidente minaccia per coloro che intendono tutelare il principio di libera navigazione sui mari e difendere le linee di comunicazione marittime che attraversano l’area. Tali isole, tuttavia, non sono altro che la parte emergente del “bastione” navale cinese. Sotto la superficie, infatti, la Cina sta organizzando una sorta di copia del sistema di Sound Surveillance System (SOSUS) sul tipo di quello installato tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito nel periodo della Guerra Fredda. In pratica una “Grande Muraglia” sottomarina di sensori acustici in grado di rilevare i movimenti delle unità navali e dei sottomarini.


A dare una mano nella raccolta delle informazioni si aggiunge poi la flotta di pescherecci, molti dei quali sono dotati di apparecchiature elettroniche avanzate, che permettono di avvisare in tempo quasi reale della presenza di eventuali “intrusi” nelle acque contestate.

La giovane Marina cinese sta, quindi, gradualmente aumentando la postura assertiva, in linea con la strategia marittima di Pechino, principalmente impiegando le sue moderne piattaforme multiruolo, dotate di capacità antinave, antiaeree e antisommergibile avanzate, che si avvalgono di efficienti sistemi lanciamissili balistici e da crociera, in grado di colpire con precisione a distanze notevoli. Uno strumento navale affiancato dalle unità della Guardia Costiera, recentemente militarizzata e dalla citata flotta da pesca, che funge da sensore diffuso.

Una flotta che appare complessivamente sempre più indirizzata alla proiezione di potenza e alla possibilità di acquisizione e controllo delle aree marittime di interesse strategico.

Conclusioni

Sotto molti punti di vista l’effetto a lungo termine della strategia marittima cinese presenta implicazioni ancora non chiare. È, quindi, abbastanza difficile effettuare dei pronostici dato che sono molti i fattori che contribuiscono a rendere efficace una postura navale. Primo fra tutti il livello di addestramento e di perizia degli equipaggi. I cinesi non hanno sostanzialmente alcuna esperienza (o tradizioni) di combattimento sul mare e ciò potrebbe negativamente influire sulle sorti di un eventuale scontro “a caldo”. Ciò nonostante, ogni buon pianificatore sa che è necessario organizzarsi per essere in grado di affrontare lo scenario peggiore.


Di fronte alla crescente potenza della Marina cinese, quindi, alcuni esperti statunitensi stanno chiedendo di valutare la possibilità di attivare dei bastioni concorrenti nel Mar Cinese Meridionale. Gli USA vantano una notevole rete di alleanze nell’area (Corea del Sud, Giappone, Filippine, ecc…), ma molto probabilmente il bastione più delicato è proprio Taiwan, oggetto dell’attenzione perversa di Pechino, la cui posizione geografica taglia a metà le linee di comunicazione marittime cinesi. Per il Celeste Impero l’isola rappresenta, quindi, una spina nel fianco e la promessa, qualora riunificata pacificamente od occupata militarmente, di una migliore situazione strategica che vedrebbe, per esempio, la possibilità per i sottomarini nucleari di incrociare liberamente nelle acque domestiche e l’opportunità di raggiungere aree del Pacifico ben più distanti dalla madrepatria, portando il territorio americano nel raggio d’azione dei propri missili balistici.

Una minaccia che gli USA hanno ben compreso e che non possono permettere che si realizzi. Lasciare improvvisamente sola Taiwan, inoltre, lancerebbe un pessimo messaggio agli alleati americani nell'Area, a partire dai giapponesi e dai sud-coreani. Un messaggio che farebbe perdere agli USA molta della credibilità che si sono costruiti con decenni di presenza in quelle acque. È per questi motivi che la Cina si muove con molta circospezione sui dossier taiwanese e delle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Nel breve termine non appare, quindi, ipotizzabile che la Cina decida di agire con la forza per risolvere le sue questioni marittime.

Al momento, l’ipotesi più accreditata è che Pechino continui le provocazioni con continue esercitazioni navali e aeree nei pressi dell’isola, in modo da mostrare alla popolazione taiwanese e all'apparato militare di Taipei i suoi enormi progressi nell'acquisizione di capacità militari. Una pressione psicologica esercitata costantemente per “consigliare” al governo taiwanese di sedersi al tavolo delle trattative per la pacifica riunificazione alla Repubblica Popolare. Una proposta che Taipei è ancora molto riluttante a prendere in considerazione. La Cina potrebbe anche decidere di accentuare la pressione attraverso misure non distruttive come attacchi informatici ai sistemi bancari, aeroporti, mercato azionario, ecc... di Taiwan. Misure che non causerebbero perdite di vite o distruzione di infrastrutture, ma che avrebbero delle significative ricadute economiche sull'attività di Taipei.

Una possibile futura opzione, che alzerebbe significativamente il livello del confronto, potrebbe poi essere la creazione di un blocco navale attorno all'isola o, in senso più ampio, di tutta l’area all'interno dei nove tratti. Nonostante le numerose e moderne navi, tuttavia, la PLAN non sembra avere ancora il peso e la qualità necessarie per confrontarsi con un avversario come la U.S. Navy, qualora questa decidesse di rompere l’eventuale blocco imposto da Pechino, cosa peraltro non certa. Al contrario, in una simile evenienza sembrerebbe più probabile una risposta statunitense di contro-blocco nei confronti dei mercantili di interesse cinese nelle acque del resto del pianeta, dove attualmente Pechino non ha assolutamente le forze per assicurarsi gli indispensabili approvvigionamenti per mantenere galoppante la sua economia. Un consistente aumento delle dislocazioni all’estero di unità militari cinesi (da usare come scorta ai convogli diretti verso la Cina) potrebbe, quindi, essere un indicatore di una possibile decisione di Pechino di usare la forza.


Lo scenario peggiore prevede, invece, l’occupazione militare di Taiwan, che non potrebbe che essere preceduto da un attacco aereo o missilistico contro le installazioni aeroportuali dell’isola, al fine di azzerare le possibilità di reazione dei moderni caccia avversari. Nel caso di intervento statunitense a sostegno della piccola repubblica i cinesi non potrebbero poi fare a meno di prevedere attacchi (molto probabilmente missilistici) anche alle installazioni americane in territorio giapponese come Kadena AFB a Okinawa, Iwakuni AFB nell’isola di Honshu e alla base navale di Yokosuka, dove si trovano le navi e la portaerei della Settima Flotta. Ma, dato che la protezione delle navi americane dipende pure dalla copertura della forza aerea giapponese, gli attacchi dovrebbero colpire anche le installazioni aeroportuali giapponesi di Okinawa e Honshu, dove si trovano quattro squadroni di caccia su due aeroporti, allargando ulteriormente il conflitto, che potrebbe ulteriormente diffondersi in tutto il pianeta. Si tratterebbe, comunque, di attacchi che, per essere efficaci, dovrebbero essere condotti simultaneamente su sei basi taiwanesi, americane e giapponesi più un settimo attacco alla Anderson AFB di Guam, formalmente territorio americano, dove sono posizionati i bombardieri pesanti a lungo raggio e i rifornitori. Un attacco così coordinato richiede un’elevata capacità di coordinamento interforze, che al momento non sembra ancora raggiunta dalla Cina, che non appare oggi in grado di confrontarsi con gli USA neanche sul piano subacqueo, sia per capacità complessive che per addestramento degli equipaggi.

Va poi considerato che, anche se la strategia marittima cinese è disegnata su orizzonti di lungo termine, la vera forza della PLAN deriva dal fatto che è ancora concentrata in un’area abbastanza ristretta, quella delle acque domestiche. Quando Pechino deciderà di confrontarsi in forze anche sui mari del mondo la potenza davanti all'uscio di casa verrà a ridursi considerevolmente, diminuendo sensibilmente il potere contrattuale cinese sulle questioni del Mar Cinese Meridionale e sulla strategia A2/AD nell'area.


Secondo Giorgio Grosso, del Centro Studi Geopolitici e di Strategia Marittima, l’approccio cinese è oggi certamente orientato a operazioni in aree non lontane dalle coste, come si comprende analizzando la composizione delle forze della PLAN, riconducibile a un modello “green water” a ridotta capacità di proiezione. Egli aggiunge poi che “…la manifesta superiorità tecnologica e operativa della Marina statunitense, che oggi comporterebbe la certezza della sconfitta in uno scontro diretto, unitamente all'impossibilità della Marina cinese di raggiungere un livello simile nel breve e medio periodo, è un fattore che ha spinto Pechino a ragionare in termini asimmetrici, con investimenti cospicui in quei settori che permetterebbero alla Cina di convincere gli Stati Uniti che il costo economico e umano di un eventuale intervento militare sarebbe troppo elevato rispetto ai benefici (concetto più vicino alla superiorità relativa corbettiana che al sea command mahaniano)...” e sottolinea come Pechino non abbia alcuna fretta di alzare il livello del confronto, dato che il sistema cinese consente una continuità d'azione politica e strategica difficilmente rilevabile in un sistema democratico.

Quando Xi Jimping afferma che la strategia marittima cinese si basa sulla costruzione di uno strumento che sia in grado di combattere efficacemente e di vincere le guerre, sta molto probabilmente pensando proprio alla questione taiwanese, come obiettivo immediato, ma immagina un teatro molto più ampio. Per il raggiungimento dei suoi successivi obiettivi avrà però bisogno di una flotta che non sia solo numericamente importante, ma che possa sostenere tale strategia ovunque nel mondo. Un traguardo che non appare alla portata di Pechino per almeno i prossimi venti anni.

È, tuttavia, indispensabile mantenere alta la vigilanza perché l’approccio cinese nelle relazioni internazionali è oggi più che mai evidente e, qualora la memoria collettiva manifestasse delle lacune, abbiamo l’esperienza di Hong Kong a ricordarcelo.

Nel frattempo, la PLAN si propone sempre più come strumento in rapido potenziamento, avendo come obiettivo l’attuazione della strategia marittima delineata da Pechino, con l’effettuazione di prolungate missioni di “presenza navale” anche in aree lontane da casa e una crescente capacità di esercitare una pressione marittima in linea con gli obiettivi di politica estera del Celeste Impero.

1 Expeditionary Advanced Base Operations (EABO) Handbook, 1 june 2018, version 1.1
2 US Naval War College Review del 2011

Immagini: MoD People's Republic of China / CSIS / Naval Institute Press Annapolis / U.S. Navy

I Politicamente Corretto collusi con la 'ndrangheta li unisce la massoneria?

Ndrangheta e rifiuti industriali, l’indagine che scuote la politica toscana dopo i sei arresti di ieri

16 Aprile 2021


La Direzione distrettuale antimafia di Firenze ha chiuso le indagini su una vicenda relativa a reati ambientali, legati allo smaltimento di rifiuti che derivano dalle concerie toscane. Si tratta di un’inchiesta che ipotizza un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati ambientali – traffico illecito di rifiuti e inquinamento – che ha portato all’arresto di sei persone (19 gli indagati) dopo indagini dei Carabinieri Forestali, del Noe e della sezione di Pg dell’Arma presso la procura di Firenze, con il procuratore capo Antonio Creazzo (foto). Il tutto deriva da un’operazione anti droga avvenuta alcuni anni fa con baricentro nel porto di Livorno, le manette scattano pochi giorni dopo gli incendi che hanno colpito alcuni capannoni industriali di Levane, nel comune di Bucine e mentre alla Regione Toscana si discute del progetto di ampliamento della discarica di Podere Rota, in Valdarno.

Perché c’entra il Valdarno aretino? E’ a Bucine che opera la Lerose srl, società titolare di un impianto di riciclaggio di inerti e qui vivono alcune delle persone indagate fra cui un elemento di spicco della ndrangheta calabrese, ma non ci sono solo 6 arresti. Infatti fra i 26 indagati c’è il capo di Gabinetto della Regione Toscana, Ledo Gori, il consigliere regionale Andrea Pieroni (entrambi per corruzione) e del responsabile del settore energia della Regione Edo Bernini (abuso d’ufficio). Indagini anche su Giulia Deidda, sindaco di Santa Croce sull’Arno (Pi). La storia lambisce anche un ente pubblico aretino, il Consorzio di Bonifica Alto Valdarno. Secondo quanto riportano i Ros dei carabinieri, si parla di «legami di comodo» con questo ente per l’assegnazione di lavori diretti, su cui sono in corso «approfondimenti investigativi».

Nell’ambito delle indagini ieri mattina sono finiti agli arresti domiciliari Alessandro Francioni, presidente dell’associazione Conciatori e membro del cda di Aquarno, una società pisana che si occupa di smaltimento dei rifiuti, il direttore dell’associazione conciatori Aldo Gliozzi, il suo predecessore Piero Maccanti, Manuel Lerose, dipendente della Lerose srl e gestore di un impianto di riciclaggio inerti a Bucine (Arezzo) e Annamaria Faragò, che secondo la Dda è a capo della gestione amministrativa di tutte le aziende facenti capo all’imprenditore Francesco Lerose, finito in carcere.

Perquisizioni dei carabinieri ci sono state ieri mattina negli uffici della Regione Toscana.

https://www.sr71.it/2021/04/16/ndrangheta-rifiuti-industriali-regione-toscana/

17 aprile 2021 - News della settimana (9-16 apr. 2021)

L'attacco prosegue senza tregua e il Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato sempre più all'angolo

Blitz “Molo 13”, Gratteri “in Costarica il server clandestino dei narcos calabresi”

Il procuratore capo di Catanzaro “la porta per far arrivare la cocaina in Europa dal Sud America era il Costarica”

Pubblicato il 15 Aprile 2021
Scritto da M.G.


CATANZARO – “Conoscevo bene la famiglia criminale dei Gallace di Guardavalle già dagli anni 90 quando ero a Locri – ha detto a margine della conferenza stampa dell’operazione Molo13 il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri – perché l’avevamo implicata nell’indagine Stilaro. Tuttavia ci ha sorpreso non poco vederla in questa proiezione internazionale e con enorme evoluzione tecnologica. La sapevamo agganciata nel Lazio, in particolare a Nettuno – ha aggiunto il capo della Distrettuale antimafia – ma ora l’abbiamo trovata attiva in Costarica, dove tutte le polizie del mondo siamo andate a verificare perché questo piccolo paese è tanto prediletto dai cartelli mondiali della coca. Siamo stati anche fortunati a poter entrare nel server dedicato che questi soggetti sfruttavano perché altrimenti sapevamo delle attività illegali ma senza riuscire a capire mittenti dei messaggi, contenuti e destinatari. Ma evidentemente siamo anche bravi – ha aggiunto Gratteri – perché a livello mondiale la credibilità degli investigatori italiani è molto alta“.

Un server clandestino e impenetrabile per gli affari

Nicola Gratteri, che ha evidenziato “il respiro internazionale” di questa inchiesta nella quale – ha proseguito – “c’è un elemento di assoluta novità. Riguarda il Costarica, famoso per essere il paese con la più grande biodiversita’ del mondo, ma anche, dal nostro punto di vista, per essere un paese di snodo e distribuzione della cocaina verso l’Europa. Questa volta, però, ci interessiamo di questo paese perché anni fa, quando mi sono insediato a Catanzaro, con la Guardia di Finanza – ha ricordato il capo della Dda catanzarese – siamo stati in Costarica e abbiamo scoperto e chiesto di mettere il cappello su un server di intercettazioni telefoniche che usciva fuori dai canali ufficiali, perche’ non apparteneva a nessuno Stato o a nessuna società registrata. Era un server abusivo, clandestino, nel quale c’erano milioni e milioni di dati, utilizzato da organizzazioni criminali che avevano rapporti illeciti, in particolare il traffico di cocaina“. Gratteri ha specificato che “questo server si basava su un software – Pgp – che consentiva di parlare o di fare chat con blackberry e poi con i tablet piu’ sofisticati e impediva a chiunque di inserirsi tra il chiamante e il chiamato. Noi pero’ siamo riusciti a ‘bucare’ questo server, a leggere in chiaro le chat e poi a dare un nome a chiamante e chiamato. Questa scoperta l’abbiamo poi perfezionata attraverso Eurojust, attraverso la Dna, con rogatorie internazionali verso l’Olanda”.

Oltre 96 milioni di account collegati

Secondo gli investigatori, i narcotrafficanti legati alla cosca Gallace utilizzavano sistematicamente questo server criptato associato a sim straniere, un server molto sofisticato e praticamente impenetrabile, al punto che gli indagati – e’ emerso nel corso della conferenza stampa – avrebbero comunicato senza alcun filtro, in chiaro, attraverso circa 96mila account collegati direttamente con il Costarica. La decifrazione dell’enorme mole di chat e di messaggi contenuti in questo server ha quindi consentito agli inquirenti di ricostruire i movimenti di importazione della cocaina dal Sud America, in particolare dalla Colombia, all’Europa, con canali di distribuzione che peraltro arrivavano anche in Australia, Nuova Zelanda e Turchia. A spiegare i dettagli dell’operazione “Molo 13”, oltre a Gratteri, sono stati inoltre il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Capomolla, il comandante dello Scico della Guardia di Finanza, generale Alessandro Barbera, il comandante regionale della Guardia di Finanza, generale Mario Geremia, e il comandante del Nucleo di polizia economia e finanziaria della Guardia di Finanza di Catanzaro, colonnello Carmine Virno.


indagini anche grazie a collaboratori giustizia

Durante la conferenza stampa sull’operazione Molo13 che ha portato a 20 arresti per traffico internazionale di stupefacenti, il procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri ed il suo aggiunto Vincenzo Capomolla hanno specificato che le indagini, che si sono avvalse del contributo di alcuni collaboratori di giustizia, hanno consentito di inquadrare la rilevanza criminale del sodalizio, evidenziandone la capacità di interfacciarsi direttamente con i fornitori sudamericani per l’acquisto di notevoli quantitativi di droga.

Ida Magli 36

Agli Italiani

di Ida Magli
ItalianiLiberi | 13 Dicembre 2003

Si decide di imporre a centinaia di milioni di persone, diverse per struttura fisica, per lingua, per storia, per religione, per carattere, una convivenza assoluta, sulla base di una firma che i loro governanti pongono sotto un testo cui si è dato il nome di Costituzione. Questo testo che, nell’edizione in lingua italiana curata dagli Uffici di Bruxelles, occupa 333 pagine, nessun cittadino l’ha letto, nessun giornalista ha ritenuto fosse necessario darne la minima informazione. In Italia si dà per scontato che gli Italiani siano d’accordo; talmente d’accordo che vengono additati come reprobi - ed è questa l’unica cosa che trapela - i governi della Spagna e della Polonia che creano qualche difficoltà.
Dunque succede esattamente quello che succedeva nei primi secoli di diffusione del cristianesimo: il capo decideva che gli conveniva per ragioni politiche battezzarsi e il suo popolo si trovava “convertito e battezzato”.
Ma qui si tratta di perdere l’indipendenza, la libertà, la propria identità, la propria patria, la propria terra. Si tratta di sottomettersi, nelle apparenze di una pseudo-democrazia formale, alla dominazione Franco-Tedesca cui, per secoli e secoli i governanti italiani, Papi, Duchi, Principi, hanno retto lo strascico, chiamando ora l’uno ora l’altro a calpestarci. Abbiamo combattuto per tutto l’Ottocento per liberarcene. Abbiamo l’immensa, tragica collina di Redipuglia a ricordarci i morti della prima guerra mondiale; della seconda neanche i cimiteri appositi per quanto vaste sono state le distruzioni e le morti. Ancora una volta i governanti vogliono costringere gli Italiani a perdere la libertà; ancora una volta affermano che senza gli stranieri non possiamo vivere. Dunque, Hitler ha vinto. Con la “pace” invece che con la “guerra”, ma ha vinto.
Questo significa, infatti, l’unione europea. La vittoria finale di Hitler. 

venerdì 16 aprile 2021

La VIGILE ATTESA di Speranza dei governi del Parlamento tutto ha falcidiato vite che potevano essere salvate, a tutt'oggi NON si deve curare l'influenza covid a casa si aspetta che il virus attecchisca bene si moltiplichi e cominci a produrre i suoi veleni. L'OBBLIGO questo si imporre ai medici di famiglia di andare a vedere i malati a casa e di curarli con le medicine necessarie ed esistenti mentre l'obbligo questo si per protocolli ministeriali chiari e di utilizzare le medicine ormai tante e riconosciute per combattere l'avanzata dell'influenza covid e di fermarla in tempo prima che cominci a devastare le difese immunitarie. E poi la tragica farsa delle mascherate privando tutti di aria sole luce elementi che da sempre potenziano le resistenze degli uomini alle malattie


13 APRILE 2021

La pandemia sta mostrando ancora una volta il volto lento dell’Italia: il nostro Paese è in ritardo su molti fronti. Tra questi, anche quelli relativi alle cure domiciliari contro il Covid. Soltanto 13 mesi dopo l’esplosione dell’emergenza sanitaria, la politica ha iniziato a prendere in considerazione specifici protocolli

Come sta l’Italia?

Il quadro complessivo della situazione sanitaria attualmente non è dei migliori. Il coronavirus ha messo a dura prova la macchina organizzativa generale che fa fronte all’emergenza causata dalla pandemia. Numeri di contagi e di vittime che fanno paura e che preoccupano in vista delle prossime settimane, ritenute fatidiche per superare la difficile situazione in cui il territorio nazionale è attanagliato da più di un anno. Dopo i picchi raggiunti a metà novembre e a fine marzo scorsi, la curva dei contagi è gradatamente tornata a diminuire con una media giornaliera di 14mila casi al giorno nella prima settimana di aprile. Dati ancora non soddisfacenti per poter parlare di uno spiraglio di luce. Non è da meno il numero dei decessi dove l’Italia risulta al primo posto, in termini di rapporto con la popolazione, non solo rispetto ai Paesi europei come Francia e Germania, ma anche nei confronti di Stati esteri come Brasile e Stati Uniti. Facendo riferimento sempre alla prima settimana di aprile, la media è stata di 469 vittime al giorno.

Nel frattempo anche negli ospedali si va avanti a fatica a causa dell’esaurimento dei posti letto riservati ai pazienti Covid e delle terapie intensive ormai al collasso. Questo dovrebbe spingere da un fronte ad incrementare il ritmo della campagna di vaccinazione, mentre dall’altro, ad ampliare e rivedere i protocolli per le cure domiciliari della malattia.

La cura con vitamina D

L’importanza della campagna vaccinale è senza dubbio di fondamentale rilievo per uscire fuori dalla pandemia, ma nel frattempo sarebbe anche necessario guardarsi intorno e applicare quelle terapie che, seppur blande, consentirebbero di prevenire le forme gravi di Covid. Il riferimento in questo caso è quello diretto al ruolo preponderante, riconosciuto dai ricercatori, della vitamina D. Quest’ultima, come apparso in diverse riviste scientifiche, sarebbe capace di prevenire la degenerazione della malattia una volta contratto il virus ed evitare quindi il ricorso agli ospedali. “L’uso della vitamina D – ha dichiarato precedentemente su InsideOver il fisico Mario Menichella – sarebbe importante anche perché potrebbe rappresentare un piano B, da implementare parallelamente alla vaccinazione, la quale come sappiamo sta procedendo a rilento”. Il ruolo della vitamina D nel ridurre il rischio di influenze e di malattie alle vie respiratorie e quindi anche delle gravi forme di Covid, è stato di recente dimostrato da uno studio eseguito a Tor Vergata approdato poi sulle prestigiose riviste internazionali. La ricerca eseguita ha mostrato come, al contrario, l’assenza della vitamina D, sia stata la causa di esiti fatali nelle persone che avevano contratto il virus.

Questo suggerisce quanto sia importante agire per prevenire la forma importante della malattia e, allo stesso tempo, come sia necessario eseguire in casa il maggior numero di terapie per lasciare spazio agli ospedali. Un articolo scientifico pubblicato dalla fondazione Hume afferma infatti che “l’attento studio dell’epidemiologia dei ricoverati suggerisce fortemente che si dovrebbe puntare moltissimo proprio sulle cure a domicilio dei pazienti COVID”.

I tempi lunghi della politica

Esiste solo un protocollo per le cure domiciliari anti Covid. È dello scorso 30 novembre, ma è già considerabile datato e superato. Anche questo è il segnale di quanto veloce corra il virus e, con esso, l’emergenza. Nel documento sono due i concetti chiave: vigile attesa da un lato e somministrazione di farmaci comuni, quali tachipirina o aspirina, dall’altro in caso di piccoli sintomi. Poca roba in confronto alle potenzialità delle cure domiciliari, a partire da quelle che prevedono l’uso della vitamina D. Lo hanno più volte sottolineato diversi esperti, tra cui quelli della fondazione Hume presieduta da Luca Ricolfi e dell’accademia di medicina di Torino, guidata dal professor Giancarlo Isaia. E proprio dal Piemonte si è mosso qualcosa nello scorso mese di marzo: la regione è stata la prima ad aggiornare il protocollo per le cure domiciliari, prevedendo anche il potenziamento delle Usca, Unità Speciali di Continuità Assistenziale.

La discussione soltanto un mese dopo ha varcato la soglia del parlamento nazionale. L’8 aprile il Senato ha votato, quasi all’unanimità, una mozione che impegna il governo ad attuare un nuovo protocollo. L’obiettivo è superare il principio della vigile attesa. Un paziente con pochi sintomi che ha contratto il coronavirus, potrebbe sviluppare gravi patologie mentre è domiciliato, costringendolo poi alle cure ospedaliere in un secondo momento. È proprio in questa fase che le cure a casa potrebbero intervenire, evitando la degenerazione del problema e il ricovero. In tal modo si libererebbero decine di posti letto nei nosocomi. La politica però ha tempi lunghi, molto più lenti del virus. La mozione in Senato ha rappresentato solo un primo passo, la strada da percorrere è ancora in salita.

Un ritardo colpevole e ingiustificato

Un anno fa l’Italia si è fatta cogliere di sorpresa dal virus. Molte lacune del nostro sistema sanitario sono saltate a galla improvvisamente. Tra queste anche l’organizzazione territoriale: “L’emergenza – ha dichiarato su InsideOver lo scorso 18 marzo lo studioso Pierluigi Fagan – ha fatto notare l’esigenza di virare verso una sanità di prossimità”. Intervenire cioè prima che il paziente arrivi al Pronto Soccorso. Circostanza su cui il nostro Paese si è mostrato profondamente indietro. Il vero elemento di preoccupazione è però riscontrare come, dopo mesi di guerra al Covid, l’Italia non ha fatto significativi passi in avanti.

Nel 2020 è stato ben presente l’effetto sorpresa. Nel 2021 non ci sono giustificazioni: “C’erano tutto il tempo e il know-how necessari per spostare gran parte delle cure dalla fase tardiva ospedaliera a quella precoce domiciliare”, si legge in un articolo di Mario Menichella pubblicato sul sito della Fondazione Hume. Il fatto stesso che soltanto ad aprile 2021 si è arrivati a discutere una prima mozione in Senato su un possibile protocollo nazionale, mostra come i passi in avanti sono stati lenti e poco fruttuosi. Sul campo c’è stato chi ha provato ad anticipare la politica, come i medici del “Comitato per le Cure Domiciliari Covid-19”, i quali hanno messo a punto e proposto degli specifici protocolli. Gocce in un oceano di un Paese che, anche in piena emergenza, dimostra di non poter (o voler) imparare dai propri errori.

Il Sistema mafioso massonico politico istituzionalizzato è sotto assedio e non riesce a trovare nessuna strategia di contenimento soprattutto alle procure di Catanzaro e Regio Calabria

Si pente il superboss Nicolino Grande Aracri: tremano 'ndrangheta, massoneria e politica

"Mano di gomma", mammasantissima di Cutro, è considerato tra i mafiosi più potenti del mondo. Fiaccato dagli ergastoli ha deciso di saltare il fosso 

16 aprile 2021 09:12

Nicolino Grande Aracri ha iniziato a collaborare con la giustizia. La clamorosa notizia riportata dal Quotidiano del Sud in un articolo a firma di Antonio Anastasi.

Capo del Crimine crotonese, tra i i boss più potenti del mondo, se la sua collaborazione sarà ritenuta attendibile dagli inquirenti della Dda di Catanzaro, potrebbe rappresentare un vero e proprio colpo alle organizzazioni criminali di mezzo mondo.

Ergastoli, omicidi e a capo di una cosca che infiltrandosi negli ambienti imprenditoriali aveva esteso i suoi tentacoli anche nel Nord Italia, il super boss fu rimesso in libertà nel 2011 e si ristabilì in Emilia Romagna. Le ondate giudiziarie successive rappresentate lo travolsero nuovamente e fecero emergere lo strapotere criminale di Aracri, capace di infiltrarsi nei sistemi economici, imprenditoriali e politici massonici.

Alle spalle decine di inchieste e processi tra cui Scacco Matto e i due più importanti Aemilia, della Dda di Bologna, e Kyterion istruito dalla Direzione distrettuale di Catanzaro. Due maxi procedimenti da cui ne scaturirono diversi altri minori.

Avrebbe iniziato a collaborare da circa un mese. Nicolino Grande Aracri era detenuto nel carcere milanese di Opera quando ha chiesto di incontrare i magistrati della Dda catanzarese guidati da Nicola Gratteri. Ai pm avrebbe già reso le prime dichiarazioni, probabilmente quelle previste ad inizio collaborazione.

L’era del dominio degli Stati Uniti sul mondo è finita, ed è altamente improbabile che possa mai essere ripresa. La vera domanda da porsi è quando gli USA riconosceranno questa realtà e si comporteranno di conseguenza, o se faranno mosse sempre più aggressive per mantenere la loro posizione, minacciando così il mondo con una guerra catastrofica

Joe Biden e la Russia

di Enrico Vigna
28 marzo 2021

“Cumpanis” ringrazia Enrico Vigna per questo prezioso e come sempre documentatissimo contributo


Molti nel periodo dell’ultima campagna elettorale negli Stati Uniti, in particolare nella cosiddetta sinistra italiana, avevano ingenuamente, maldestramente o strumentalmente interpretato la fine dell’era Trump, il giocatore di golf miliardario, narcisista, scriteriato e spesso disorientante, come un segnale di speranza in un cambiamento progressista e in una prospettiva di nuove e più amichevoli relazioni tra le potenze mondiali e nelle aree di crisi o guerra. In questi primi mesi di reggenza, la nuova amministrazione USA ha già delineato e sancito quali saranno gli scenari dei prossimi anni.

Altro che processi di pacificazione, intesa o conciliazioni, la prospettiva sarà di un inasprimento delle relazioni internazionali, nuove tensioni e nuove conflittualità.

È iniziata l’era con cui i leader mondiali dovranno ora fare i conti: l’era di Joe Biden, il simbolo raffigurato del Liberal World Order, l’Ordine Liberale Mondiale.

Eppure, sarebbe sufficiente leggere e documentarsi sui programmi e dichiarazioni elettorali e sulle personalità messe a guida dell’Amministrazione per immaginare i passi futuri.

Qui vorrei documentare in particolare l’aspetto del rapporto con la Russia, anche alla luce delle dichiarazioni offensive e minacciose dei giorni scorsi da parte di Biden verso Putin, un vero e proprio atto ostile e ingiurioso, fuori da qualsiasi prassi diplomatica nella storia delle relazioni internazionali tra paesi.

Ma che, a differenza di molti osservatori, ritengo tutt’altro che squilibrate o insensate; al contrario, sono inserite in una lucida continuità con le concezioni storiche e politiche del secolo scorso, e innestate in una prospettiva politica futura estremamente articolata e strategica, soprattutto molto logica e conseguente, oltre che naturalmente molto pericolosa per il mondo. Sicuramente, per la prima volta totalmente esplicite e dirette.

Restano dichiarazioni di una gravità assoluta, perché, come già dichiarato da numerosissimi esponenti politici russi di diverse tendenze, queste diffamazioni non sono contro una figura soggettiva, ma sono contro l’intero popolo russo.

Qui cercherò sinteticamente di documentare e delineare questa lettura dei fatti.

Naturalmente la lettura degli avvenimenti da me qui fatta, è fondata sugli interessi dei popoli, dei paesi indipendenti e sovrani, al di là delle loro scelte politiche nazionali, ed è contrapposta alle logiche egemoniche e imperialiste.

Nel suo primo importante discorso di politica estera, il neoeletto presidente degli Stati Uniti ha subito chiarito che l’era della tradizionale politica interventista e conflittuale degli Stati Uniti sta per riprendere il sopravvento sulla concezione “America First” di Donald Trump, una politica controversa e contraddittoria che enfatizzava un nazionalismo economico e una riduzione del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti. Nel suo ultimo discorso da presidente, Trump ha sottolineato che era molto orgoglioso del fatto di essere stato il primo presidente negli ultimi decenni a completare il suo mandato senza aver iniziato una nuova guerra (…pur non avendone chiusa nessun’altra…). L’approccio di Biden, al contrario, mostra che l’interventismo e il tentativo di ristabilire la supremazia degli Stati Uniti nel mondo saranno i nuovi capisaldi della politica globale USA. Gli esponenti più radicalmente russofobi e sinofobi all’interno dell’establishment statunitense sono stati messi alla guida della potenza nordamericana, per questo è evidente quali saranno le politiche future primarie dell’amministrazione Biden: la ricerca della riaffermazione della supremazia degli Stati Uniti perduta in questi anni, indicata come “obiettivo ripristino”.

Il neo eletto presidente Biden aveva da tempo ribadito la sua ostilità verso la Russia. Egli ha più volte dichiarato anche in passato, che avrebbe fatto pagare a Mosca un prezzo concreto per le “presunte” interferenze, mai dimostrate con prove definite, ma sempre asserite “mediaticamente”, nelle elezioni americane o riguardo ad azioni altrettanto mitologiche di hacker russi, che presumibilmente avrebbero lanciato attacchi informatici su larga scala alle istituzioni governative. Ma tutti questi sono solo pretesti, le vere ragioni sono formulate nei documenti strategici. L’approccio dell’amministrazione Biden alla Russia è radicato in un concetto chiave di politica estera di Joe Biden e del Dipartimento di stato statunitense: fare degli USA l’unica potenza globale di primo piano. Negli ultimi quattro anni di amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore di Russia e Cina, non solo causa l’eccentrico ex presidente, ma anche in conseguenza delle nuove efficaci politiche e contromisure globali sino-russe e non solo. Il nuovo presidente durante la sua campagna elettorale, ha promesso di recuperare terreno su questo aspetto e da qui le sue posizioni aggressive. Il dominio del mondo, attraverso l’Ordine liberale mondiale ricordiamolo, è un’idea molto concreta nella mente dei circoli politici statunitensi. E questa non è una affermazione stravagante o estremista, tantomeno, una teorizzazione strampalata complottista. Il Council of Foreign Relations ha riconosciuto l’Ordine come necessità vitale per la difesa della democrazia, il Brookings Institute l’ha sostenuto, così come la prestigiosa rivista Foreign Affairs Magazine e anche l’Università di Princeton. Anche l’US Army War College ha una discussione approfondita su questo tema. Il New York Times ha affermato “L’ Ordine Liberale Mondiale è costruito con il sangue”, così come divulgano tutti i principali think tank geopolitici occidentali nel mondo. Quindi, non sono teorie fantasiose è una progettualità concreta e tangibile. Loro ne discutono e studiano, da noi ci si sorride sopra… e si vedono i risultati politici.


Vediamo i fatti per capire



I fondamenti della Strategia di difesa nazionale USA

Nella strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Russia e Cina sono definite “potenze revisioniste” che hanno osato sfidare gli Stati Uniti. Sempre secondo la Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti, la Russia e la Cina sono definite un problema più grande persino del terrorismo: in quanto “cercano un dominio regionale, vogliono distruggere la NATO e adattare le economie e le politiche in Europa e Medio Oriente ai loro interessi”.

L’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) è andata persino oltre nel suo concetto per contrastare un’influenza dannosa del Cremlino, arrivando ad accusare il governo russo di perseguire l’obiettivo di “minare la liberalizzazione economica, fermare lo sviluppo democratico internazionale e indebolire la sovranità dei singoli stati”. Questi promotori dell’egemonismo americano non si rendono conto delle grottesche falsità e si dimenticano dei precedenti impegni che, per esempio, erano di non espandere la NATO verso est o costruire basi militari vicino ai confini della Russia, riattivare il Trattato ABM, la non ingerenza nelle politiche interne dei vari paesi e non organizzare e sostenere le cosiddette rivoluzioni colorate, interventi o addestramenti militari e così via, solo per restare nell’area dell’ex spazio sovietico. Che significherebbe favorire processi di conciliazione e soluzione negoziale dei conflitti regionali.

Il nuovo reggente della Casa Bianca ha usato il suo primo discorso di politica estera da quando è entrato in carica, alla sessione internazionale online della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dedicata alle relazioni tra Europa e Stati Uniti, non per lanciare un appello per progettualità costruttive, qualcosa che sarebbe oggettivamente necessario nel mondo di oggi, nella situazione di crollo generale causato dalla pandemia di coronavirus, ma al contrario per alimentare futuri scenari di scontri militari. Il nuovo presidente Biden, lasciando cadere la maschera di “amante della pace”, ha nuovamente accusato Cina e Russia di aspirare a indebolire la NATO e l’unità transatlantica, e ha promesso di rafforzare i valori e le forze militari delle democrazie occidentali, una visione del futuro incentrata all’isteria militare.

Lo stesso tono tenuto da Biden sull’aumento del confronto militare, ha prevalso al Forum del G7, con la richiesta di respingere collegialmente Pechino e Mosca. Il primo ministro britannico Boris Johnson, che presiedeva il vertice, è diventato immediatamente il rappresentante attivo delle politiche di Washington. Va comunque rilevata qualche crepa tra i paesi europei, infatti questa durezza di Biden nei confronti di Mosca e Pechino infastidisce apertamente molti leader europei e nel continente europeo non tutti danno segni entusiastici nel sostenere questa linea presa dalla Casa Bianca, non solo i “paesi di Visegrad”, anche nel voler fare di Francia, Germania e Giappone le navi da guerra di Washington.

Oggi, l’unico interesse oggettivo concreto in comune di statunitensi ed europei, è quello di ottenere un effetto leva come strumento di contrattazione per contenere Cina e Russia. Questa motivazione è particolarmente forte per gli europei, perché non vogliono perdere i loro profitti a causa della riduzione dei legami commerciali con la Cina o la Russia. E i segnali concreti sono che questa cooperazione economica tra le due parti continuerà, almeno per tutto questo decennio. Il deputato tedesco al Parlamento europeo, Reinhard Bütikofer, ha sintetizzato come gli Stati Uniti sono oggi così percepiti in Europa: “La grandine splendente sulla collina non è più così brillante come una volta”.

Subito dopo la sua elezione, quando il neoeletto presidente degli Stati Uniti, chiamò la sua controparte russa e da subito sollevò alcune “questioni critiche”, penso che si potesse già capire, se non era chiaro, che la politica estera di Biden nei confronti della Russia nei prossimi quattro anni sarà guidata da un tipo di russofobia molto classico degli USA, che è stata una caratteristica primaria della politica estera degli Stati Uniti da decenni. Infatti, i principali media statunitensi hanno interpretato le dichiarazioni di Biden come l’inizio del “confronto” con la Russia, che è iniziato quando Biden ha sollevato la “pelosa” questione dell’“ingerenza elettorale”, che i Democratici sollevano sin dalla sconfitta di Hilary Clinton nelle elezioni del 2016.

“…Ho chiarito al presidente Putin, in un modo molto diverso dal mio predecessore, che i giorni in cui gli Stati Uniti subivano passivamente di fronte alle azioni aggressive della Russia, come interferire con le nostre elezioni, gli attacchi informatici, l’avvelenamento dei suoi cittadini, sono finiti. Non esiteremo ad aumentare i prezzi da pagare per la Russia, nella difesa dei nostri interessi vitali e del nostro popolo. E saremo più efficaci nel trattare con la Russia quando lavoreremo in coalizione e coordinamento con gli altri partner che la pensano allo stesso modo… “, ha dichiarato Biden.

Ciò che il continuo riferimento all’“ingerenza” indica, è che Biden intende portare le relazioni USA-Russia al punto in cui la Russia sia vista solo come un “aggressore” e come uno scaltro “interventista”. Questa insistenza sull’“ingerenza”, finora mai documentata e provata, è utile agli interessi degli Stati Uniti anche in altri modi: per esempio, potrebbe opportunamente essere utilizzata come discriminante e strumento di ricatto verso i paesi europei per le loro scelte negli scenari geopolitici europei conflittuali, come Ucraina, Donbass, Bielorussia, Pridnestrovie, Ossezia del Sud, Abkhazia, Serbia e Kosovo, Srpska in Bosnia, ecc. Inoltre, l’Europa è un anello particolarmente fondamentale per gli Stati Uniti, soprattutto dopo che la Russia (e la Cina) in Europa hanno fatto passi da gigante nelle relazioni commerciali ed economiche con molti paesi, sia della UE che della NATO, grazie anche al progetto del gasdotto Nord Stream -2 . Dichiarando la Russia “aggressore” e “interventista”, Biden spera di ricostruire un rapporto di completa dipendenza e di riportare tutti i paesi europei sotto il suo dominio completo.

Mentre Biden propone la proroga di cinque anni con la Russia sull’unico trattato rimanente che limita i due più grandi arsenali nucleari del mondo, ha contemporaneamente fatto partire ulteriori e più serrate indagini di intelligence sulle “attività russe”. Un alto funzionario statunitense ha affermato che l’obiettivo è quello di “dimostrare come la Russia sia responsabile delle azioni sconsiderate e aggressive che si sono viste negli ultimi mesi e anni”.

Finora, l’unico modo in cui gli Stati Uniti hanno “punito” la Russia come “responsabile” è stato attraverso le sanzioni. Ciò che l’amministrazione Biden sta pianificando quindi, è una nuova fase di ulteriori sanzioni, alcune già sancite il 18 marzo, per mantenere le relazioni USA-Russia sufficientemente gelide, in modo da sabotare e impedire una convergenza futura tra Russia ed Europa, anche al di là del progetto Nord Stream 2, fondata su interessi reciproci.

Un altro fattore importante che porta a non aspettarsi alcun cambiamento significativo nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Russia è la questione della costante espansione della NATO. Questa espansione ha il chiaro obiettivo di circondare ulteriormente la Russia, come si è visto anche recentemente con il tentativo di coinvolgimento della NATO nella disputa Armenia-Azerbaigian, oltre alle ingerenze continue in tutti i paesi dell’ex URSS, dalla Bielorussia alla Moldavia, dalla Georgia all’Ucraina e così via.

Va ricordato che Biden ha avuto un ruolo centrale nel colpo di stato ucraino nel 2014, così come oggi lo è con l’opposizione filo occidentale bielorussa, e da allora i suoi legami con quel paese sono rimasti forti. Di recente c’è stata molta pubblicità sulla condotta di suo figlio che ha goduto di benefici legati a sistemi di corruzione. Probabilmente tangenti di riconoscenza più per il padre che per le attività del figlio.

Come ha sottolineato recentemente il giornalista e analista militare Brian Cloughley: “…La NATO è determinata a trovare minacce e sfide per giustificare la sua esistenza. In una sua recente pubblicazione (NATO 2030), l’obiettivo dell’organizzazione di continuare ad espandersi non è affatto diminuito. La loro capacità di espansione continua è pari solo alla convinzione delirante di essere una forza del bene, piuttosto che la più grande minaccia alla pace internazionale a cui il mondo abbia mai assistito… La NATO è una forza incompetente e disastrosamente destabilizzante, che cerca costantemente con minacce e sfide di giustificare la sua esistenza. Ancora una volta, non si può avere assolutamente alcuna fiducia che nessuna di queste ambizioni per il dominio militare globale sarà comunque incatenata o limitata sotto l’amministrazione Biden…”.

Per questo penso che l’amministrazione Biden abbia iniziato un assalto diretto alla Russia pochi giorni dopo aver assunto il potere, semplicemente in continuità con un progetto strategico ben definito in questi decenni.



Gli uomini preposti da Biden alla realizzazione del progetto anti russo (e anti cinese)

Il direttore dell’intelligence nazionale, Avril Haines, conosciuto per essere stato al centro di numerose operazioni di “cambi di regime” nel mondo, ha avuto mandato di cercare le prove e fornirle al presidente Biden, con una documentazione minuziosa, in particolare sulle presunte interferenze della Russia nelle elezioni del 2020, sul presunto tentativo di avvelenamento contro Alexei Navalny e sulle presunte taglie per soldati statunitensi in Afghanistan.

Il Segretario di stato di Biden, Antony Blinken, ha recentemente dichiarato ai legislatori statunitensi che le sanzioni approvate dal Congresso per colpire Mosca saranno “estremamente utili per poter imporre più alti costi e conseguenze alla Russia”. Blinken lo ha anche detto al Senato durante l’udienza per confermare la necessità della fornitura di armi letali all’Ucraina per difendersi dalla Russia e ha invitato apertamente la Georgia, un’ex repubblica sovietica, ad aderire alla NATO. Blinken è colui che ha tranquillamente svelato alla stampa la guerra per procura degli Stati Uniti in Siria, dicendo che 2.000 militari statunitensi hanno “utilizzato e addestrato” da 60 a 70 mila combattenti delle cosiddette Forze Democratiche Siriane, curdi e arabi. Il diplomatico ha detto che queste forze miravano a distruggere l’ISIS, ma tutti ormai sanno che Russia e Iran hanno spazzato via lo stato terrorista dell’ISIS, non la coalizione occidentale. Il Comando Centrale USA è impegnato nella copertura aerea per il mercato nero del petrolio siriano, se qualcuno lo ha dimenticato.

Il neo Segretario di stato, come il suo predecessore Mike Pompeo, servono entrambi gli stessi precettori alla General Dynamics, alla Boeing e agli equivalenti britannici del complesso militar-industriale. In una testimonianza davanti al Congresso, Blinken ha spiegato come gli Stati Uniti abbiano già pianificato la divisione della Siria e che l’amministrazione Biden cercherà di riorganizzare le Primavere arabe per eliminare tutti i nemici di Israele. Non mi sorprenderebbe rivedere una rinascita dell’ISIS, magari sotto nuove spoglie…

In un’intervista del 25 novembre 2020, Blinken ha dichiarato: “Il presidente Biden dovrebbe sfidare Putin per la sua aggressività, non per abbracciarlo. Per non permettergli di sconfiggere la NATO e rafforzare il suo contenimento … oltre a fornire una potente assistenza per garantire la sicurezza a paesi come l’Ucraina, la Georgia, i Balcani occidentali…”. Quattro mesi dopo è stato accontentato!

L’approccio di Blinken appare in perfetta armonia con quanto affermato dal neo Segretario alla Difesa Lloyd Austin, che ha riconosciuto nella stessa audizione del Senato USA alla Commissione per le relazioni estere, che l’amministrazione Biden si identifica con la Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti del 2018, dove si indicano la Russia e la Cina come “potenze revisioniste”, cioè in contrapposizione e che gli Stati Uniti devono contrastare utilizzando tutti i mezzi disponibili. Solo per curiosità, Lloyd Austin, già a capo del Comando centrale degli Stati Uniti è un membro del consiglio di amministrazione di Raytheon, una delle società multinazionali che sfrutta al massimo la forte presenza militare di Washington nel mondo.

Sicuramente per lui la pace non è un buon affare ed è poco augurabile!

Così si può capire anche la scelta di Biden per Victoria Nuland come sottosegretario di stato per gli affari politici, che dimostra come il nuovo presidente stia assemblando una squadra di falchi antirussi intorno a lui. Della Nuland non va dimenticato il suo ruolo operativo, certificato da quella famigerata conversazione telefonica registrata nel 2014 tra lei (in quel momento assistente segretario di Stato) e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, Jeffrey Pyatt, dove furono svelate le trame del golpe in corso e il cinismo efferato verso le vittime ucraine. Essa è nota per essere una convinta sostenitrice di una politica aggressiva e di ostilità nei confronti della Russia. Lo scorso febbraio, ha sostenuto la necessità di “fermare Putin” affinché gli Stati Uniti possano guidare il mondo e limitare la Russia in modo che non possa perseguire i suoi interessi, proponendo un rozzo approccio interventista, essa ha affermato che la leadership degli Stati Uniti “deve anche impedire i tentativi di Putin di isolare la sua popolazione dal mondo esterno e noi dovremmo parlare direttamente al popolo russo dei vantaggi di lavorare insieme e del prezzo che stanno pagando perle politiche antiliberali di Putin… La Russia ha violato i trattati sul controllo degli armamenti, ha messo in campo nuove armi destabilizzanti, minacciato la sovranità della Georgia, sequestrato la Crimea e gran parte del Donbass; ha sostenuto i despoti in Libia, Siria, Venezuela e Cuba. Ha usato armi informatiche contro banche straniere, reti elettriche e sistemi governativi; interferito nelle elezioni democratiche straniere e ha assassinato i suoi nemici sul suolo europeo… La sfida decisiva per gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa nel 2021, sarà guidare le democrazie del mondo nella creazione di un approccio più efficace contro la Russia, basato sui loro punti di forza e mettere l’accento su Putin dove è vulnerabile, anche tra i suoi cittadini”.

…Ecco i futuri obiettivi della presidenza Biden, elencati in modo chiaro e netto.

Lo stesso candidato alla nuova presidenza della CIA, l’ex ambasciatore in Russia, William Burns, aveva ripetutamente accusato Trump di disarmo diplomatico unilaterale a causa del suo tentativo di ricucire i rapporti con la Russia: “…non individuandola come una potenza che rappresenta una minaccia inimmaginabile un quarto di secolo fa… e non capendo che la Russia ha un complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti e del suo desiderio di essere presa sul serio come partner globale”.

Biden ha anche posizionato consiglieri come il generale in pensione Jake Sullivan, implicato in molte operazioni “coperte” contro governi non allineati, e Michael Carpenter che ritengono le vecchie sanzioni settoriali imposte dall’amministrazione Obama, come insufficienti e sostengono l’imposizione di sanzioni “sbarranti” alle banche russe, perseguendo anche l’obiettivo di severe restrizioni contro l’economia russa nel suo insieme. Inoltre, essi sostengono che negli uffici del Congresso dal 2018, sono giacenti i progetti DETER e DASKA, annoveranti sanzioni dure contro le banche russe e il debito sovrano russo. Queste misure seppelliranno finalmente tutte le iniziative a favore della cooperazione bilaterale, ed è necessario riprenderne l’iter di imposizione.

Un pensiero ugualmente inquietante per il futuro, se si conosce la candidata alla carica di vice segretario alla Difesa, Kathleen Hicks, di profonde convinzioni belliciste, che si era persino opposta al piano di Trump di ritirare circa 11.900 soldati americani dalla Germania. Era contraria nonostante il fatto che circa la metà di quelle forze venivano semplicemente ridistribuite in altri paesi NATO.

Accusando incessantemente e sistematicamente Mosca di interferenza nelle elezioni americane, conducendo indagini giudiziarie scriteriate su collusioni tra Trump e il Cremlino, la politica del Partito Democratico ha perseguito i propri obiettivi politici interni, nessuno o pochi di loro hanno fatto evidenziare, che tutto questo avrebbe causato danni a lungo termine alle relazioni tra i due stati.

Secondo il direttore dell’Istituto internazionale di consulenza politica russo, Yevgeny Minchenko, una tale posizione è in qualche modo una misura necessaria per i propri interessi: “…Biden è costretto a prendere una posizione più dura nei confronti della Russia, perché ha promesso di punire la Russia oltre a Trump, puntando sull’unità dell’Occidente prima di tutto e dei paesi dell’Unione europea, come logica strategica…”, ha spiegato Minchenko a Pravda.Ru.

Il direttore della Franklin Roosevelt Foundation for the Study of the United States presso l’Università statale di Mosca, Yuri Rogulev, ha dichiarato che “…i vertici politici degli Stati Uniti continuano a non considerare la Russia un partner alla pari e non considerano la possibilità, come prospettiva, di instaurare relazioni paritarie con essa. Fino a quando non riconosceranno che la Russia ha un ruolo autorevole negli affari internazionali è difficile aspettarsi un miglioramento nelle relazioni tra i due paesi…”.

La Casa Bianca ha recentemente pubblicato un documento di orientamento strategico relativo sulla sicurezza internazionale, dove l’asse centrale è fondato sulla concezione che la democrazia nel mondo è minacciata. Ma dove anche si certifica, che è ormai una realtà il fatto che la distribuzione del potere nel mondo sta cambiando, e ciò crea nuove minacce. In questa analisi vengono identificate la Cina e la Russia come i responsabili di questo, sottolineando che stanno diventando sempre più potenzialmente in grado, di unire potenza economica, diplomatica, militare e tecnologica, per lanciare una sfida pericolosa a un sistema internazionale stabile e aperto, come è stato fino al secolo scorso. Il rapporto prosegue asserendo che la Russia è determinata a rafforzare la sua influenza globale e svolgere un ruolo dirompente sulla scena mondiale. In questa logica “…negli ultimi anni sia la Cina che la Russia hanno investito molto negli sforzi volti a limitare la forza degli Stati Uniti e ostacolare la difesa dei nostri interessi e dei nostri alleati in tutto il mondo…”.

Anche in questo caso sarebbe necessario sottolineare chi, negli ultimi 70 anni, ha usato il suo potere militare ed economico per minacciare, dominare e dove si è sentito indispensabile attaccare, distruggere e occupare quelle nazioni che non si prostravano o rifiutavano di soddisfare i diktat statunitensi. Quel paese non è né la Russia né la Cina, ma gli Stati Uniti.

Ma Biden si muove integralmente in questo solco, ed è dimostrato dalle sue prime mosse, come il concentrare le attenzioni sull’Europa, aumentando le truppe degli Stati Uniti di stanza in un certo numero di paesi e compiendo mosse aggressive in Bielorussia e nell’Oceano Artico. Non bisogna dimenticare che Biden è stato uno dei principali sostenitori del colpo di stato in Ucraina nel 2014 e anche del piano che prevedeva di mettere una base militare USA in Crimea, progetto anticipato e spazzato via dal referendum che ha sancito il passaggio della stessa alla Federazione Russa. Boccone amaro che ancora è indigesto agli Stati Uniti.

I politici statunitensi e molti altri leader europei, chiedono continuamente concessioni, avanzando tutti i tipi di ultimatum, minacciando sempre di far pagare costi pesanti alla Russia, in caso di rifiuti. Ma nessuno chiede quale prezzo sono disposti a pagare gli Stati Uniti, per raggiungere un ragionevole compromesso tra i due paesi? Molti analisti chiedono se essi sono pronti a smettere di interferire negli affari interni della Russia e degli Stati confinanti con essa. Se sono disponibili a smettere di finanziare e supportare le opposizioni interne non legali. Se sono disponibili a smettere di inglobare i paesi ex sovietici nella NATO, costruendo basi militari ai confini della Russia. E l’elenco potrebbe continuare. Ma soprattutto, quando le autorità statunitensi riconsidereranno la loro rischiosa politica di contenimento della Russia su tutti i fronti, volta a strangolare l’economia e a disintegrare lo Stato russo? Risposte a questi quesiti non sono mai state date.

Questa continua minaccia dell’adozione delle famigerate “sanzioni infernali”, che pendono sulla Russia come una spada di Damocle se entrassero in vigore, per molti alti esponenti e studiosi russi potrebbe fare finalmente chiarezza, facendo uscire il dollaro dalle banche locali e spingendo in avanti il processo, già avviato comunque, di de-dollarizzazione e all’annullamento dell’autorizzazione al suo uso nel paese. In questo modo la cosiddetta borghesia “compradora” russa dovrebbe fare la sua scelta finale: stare con la Russia e i suoi alleati internazionali o con l’Occidente. Come detto da Leonid Krutatov, esperto economico del governo russo “…gli Stati Uniti sono bravi a ‘strangolare col loro abbraccio’, vediamo se riusciranno a prevalere in una battaglia frontale e a viso aperto…”.



Riflessioni finali

L’era del dominio degli Stati Uniti sul mondo è finita, ed è altamente improbabile che possa mai essere ripresa. La vera domanda da porsi è quando gli USA riconosceranno questa realtà e si comporteranno di conseguenza, o se faranno mosse sempre più aggressive per mantenere la loro posizione, minacciando così il mondo con una guerra catastrofica.

Le decisioni finora prese dal neo presidente statunitense Biden, indicano in maniera netta e visibile che non sarà lui a guidare gli Stati Uniti in una nuova pacifica e razionale direzione.

Ha dimostrato con le sue scelte nei confronti di tutte le aree di crisi, dall’Iran, all’Afghanistan (dove ha già detto che rifiuterà il piano di Trump per il ritiro delle truppe entro maggio) dalla Cina alla Corea del Nord, dall’Ucraina alla Russia, dal Venezuela a Cuba, dalla Siria alla Bielorussia, per citarne solo alcune. Ciò conferma quel vecchio detto che “non puoi insegnare a un vecchio cane nuovi artifici”, come metafora della politica estera degli Stati Uniti.

Lo stesso vale per l’inutilità delle mosse ostili dell’Occidente verso la Russia, imponendo sanzioni o creando vari tipi di Circoli di amici degli Stati Uniti, poiché non solo nel campo delle innovazioni militari e delle armi moderne, ma anche nello sforzo civile per combattere il disastro globale odierno, la pandemia di coronavirus, Mosca e Pechino hanno dimostrato i vantaggi che hanno su tutti. Non è per caso che il vaccino russo Sputnik V e i sistemi missilistici antiaerei russi S-400, sono stati recentemente sempre più paragonati al vecchio “Kalashnikov russo” nel lessico di tutti i giorni.

Essendo chiaramente consapevole del poco tempo che trascorrerà alla Casa Bianca, Joe Biden sta attivamente cercando di dimostrare un approccio insolitamente aggressivo nei confronti di Russia e Cina, imponendo le condizioni per una nuova guerra fredda globale. Tuttavia, non si rende ancora conto che la nuova amministrazione di Washington dovrà condurre quattro guerre contemporaneamente: due guerre fredde nell’arena internazionale contro Cina e Russia, una “guerra civile” all’interno del paese e una grande guerra culturale a cominciare dal suo paese e poi in tutto il mondo. Non si può escludere la possibilità che, con ogni probabilità, a questi si aggiungeranno più di un conflitto militare locale, e per questo Biden non ridurrà, ma amplierà la presenza militare statunitense in Medio Oriente, Afghanistan, Europa, e sud-est asiatico. Inoltre, gli Stati Uniti dovranno combattere contemporaneamente su tutti i fronti, pur dovendo affrontare una profonda crisi economica e una crescente carenza di risorse. E il fatto che gli Stati Uniti non siano stati in grado di vincere una sola guerra negli ultimi 70 anni è di conoscenza comune a tutti, a partire da Vietnam e Afghanistan. Oltre a non essere riuscita a piegare la piccola grande Cuba.

Entro la fine del decennio, la Cina sarà la più grande economia del mondo e la sua Belt and Road Initiative, con il suo massiccio programma di investimenti infrastrutturali globali, sta rapidamente espandendo l’influenza di Pechino. Mosca, da parte sua, ha già stretto una forte alleanza con Pechino per accelerare il declino dell’influenza di Washington. La Russia è impegnata nella proposta di un mondo multipolare che limiterà di fatto gli Stati Uniti. I suoi interventi militari in Georgia, Pridnestrovie, Ossezia del Sud, Donbass, Siria, Nagorno-Karabakh e Medio Oriente mirano a rafforzare questo obiettivo. Anche la Turchia, variabile eclettica dello scacchiere NATO/occidentale è coinvolta in questo scontro globale, con la sua presenza militare nel Caucaso, in Libia e in Siria e impegnata in un confronto con la Grecia per l’esplorazione del gas e la revisione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale. Ed è una contraddizione molto pericolosa per le forze occidentali e la NATO, ed è di queste settimane la notizia dell’intento di acquistare i SU 57 dalla Russia, che sarebbe un’ennesima contraddizione per l’alleanza occidentale.

Come si dice in Oriente: “Il cane abbaia, ma la carovana va avanti. Perché abbaiare è una manifestazione dei deboli”.

Ovviamente i russi conoscono molto a fondo la realtà. I più recenti discorsi del presidente Putin e del ministro degli Esteri Lavrov, indicano entrambi che la pazienza e tolleranza russa con gli USA sta finendo. Putin ha chiaramente delineato l’approccio di Biden quando ha detto: “…Possiamo aspettarci che anche la natura delle azioni pratiche diventi più aggressiva, inclusa la pressione sui paesi che non sono d’accordo con un ruolo di satelliti controllati e obbedienti, con l’uso di barriere commerciali, di sanzioni e restrizioni illegittime in ambito finanziario, tecnologico e cyber. Un gioco del genere senza regole aumenta in modo critico il rischio di un uso unilaterale della forza militare… L’era legata ai tentativi di costruire un ordine mondiale centralizzato e unipolare è finita. Ad essere onesti, questa era non è nemmeno iniziata. È stato fatto un semplice tentativo in questa direzione, ma anche questa è ormai storia. L’essenza di questo monopolio andava contro la diversità culturale e storica della civiltà umana”.

Infine, c’è la questione inespressa della salute di Biden. È una questione aperta se le sue facoltà mentali siano all’altezza delle estenuanti richieste legate a un mandato di quattro anni alla guida della potenza statunitense. Se Biden non sopravvive per quattro anni, mentalmente o fisicamente, le convinzioni e le capacità della vicepresidente Harris (…altro personaggio estremamente grezzo politicamente e radicale) diventano di fondamentale importanza. Questa è una domanda che dovrà essere affrontata e la risposta non sarà semplice per la leadership statunitense.

In ogni caso chi scrive si associa al Presidente Putin, augurando buona salute a Joe Biden… anche perché ne ha veramente bisogno, sia a livello mentale che fisico…