L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 maggio 2021

Dire al Casinò Wall Street che l'inflazione è passegera e che è dovuta a normali colli di bottiglia del post influenza covid e che durerà solo qualche mese, dove tutti sanno che ci saranno almeno qualche mese anche fino a 18 di inflazione e dire a gli asini volano

Che cosa succede all’inflazione?

13 maggio 2021


Inflazione Usa post Covid: effetto consumi e colli di bottiglia. Il commento a cura di Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte

Dati su inflazione US di aprile sopra le attese anche nella parte core, complice il forte rialzo di diverse componenti collegate ai consumi, di cui alcune particolarmente emblematiche anche dei vari colli di bottiglia che si stanno sperimentando nella fase di riapertura post Covid.

Vado in ordine: l’inflazione generale si è posizionata sopra al 4% prima ancora di maggio, quando l’effetto confronto con lo scorso anno potrebbe essere ancora più forte.

L’importante componente affitti (pesa per oltre il 30%) ha registrato un rialzo tutto sommato contenuto visto il contesto (+0,4% m/m).

Ad impattare per circa un terzo sul rialzo complessivo è stato invece il forte rialzo della componente trasporti che ha messo a segno un +2,5% m/m, a causa principalmente del fortissimo rialzo dei prezzi delle auto e camion usati.



Motivo di questo strano fenomeno? Ennesimo impatto della carenza di chip: le attese per la consegna di un’auto nuova è diventata indeterminabile e, di conseguenza, i potenziali clienti si rivolgono al parco usato.

Altra componente che ha segnato un fortissimo balzo è quella delle tariffe aeree, come si può notare nel grafico seguente in termini a/a.


Il membro Fed Clarida ha tenuto a precisare che l’inflazione dovrebbe rientrare in area 2% tra il 2022 ed il 2023, aggiungendo che se la Fed riterrà che il rialzo dell’inflazione debba essere letto come non transitorio, allora non esiterà ad intervenire.

Motivo in più per aumentare lo scetticismo dei mercati che per transitorio debba intendersi non qualche mese ma almeno un trimestre o più, visti anche i tanti colli di bottiglia che stanno emergendo tra cui emblematico quello dei chip.

IN SINTESI

In vista anche dei dati sull’inflazione di maggio (in pubblicazione a giugno), lo scenario per fine semestre rimane quello di:
Progressivo rialzo dei tassi.
Curve più ripide in US ed area Euro, con andamento più marcato in US.
Da ciò consegue un potenziale apprezzamento del dollaro fino ad area 1,16/1,18 entro giugno.

Sul fronte azionario possibili fasi di turbolenza soprattutto sul comparto tech più sensibile al rialzo tassi ma con il paracadute offerto dai corposi buyback, soprattutto delle aziende US che, nei primi 4 mesi del 2021, hanno annunciato piani di buyback per circa 480Mld$, l’importo massimo a parità di periodo degli ultimi 20 anni.

Senza i 400 miliardi "prestati" in due giorni dalla Fed il Casinò Wall Street sarebbe saltato

La Fed ha garantito repo per 400 miliardi in due giorni: cosa succede a Wall Street?

12 Maggio 2021 - 21:18

Dopo i 181 miliardi di ieri, oggi altri 209 verso 39 istituzioni richiedenti. Qualcuno sta incorrendo in margin calls che rischiano di tramutare la palla di neve in valanga? Due indizi: il contributo maggiore al balzo record dell’inflazione è arrivato dalle auto usate (credito al consumo). Mentre il più grande ETF su corporate bond ha appena visto salire lo short interest oltre il 20%. Un consiglio: allacciare le cinture


A far paura non devono essere i numeri da profondo rosso degli indici, bensì ciò che si muove sottotraccia. Dopo i 181,8 miliardi in reverse repo gentilmente garantiti dalla Fed a interessi zero a 28 istituzioni finanziarie nella giornata di ieri, oggi si è replicato. Altri 209,25 miliardi di dollari allo 0% nei confronti di 39 bidders. Di fatto, in due giorni la Federal Reserve ha «prestato» circa 400 miliardi di dollari a banche a interesse zero e a fronte di collaterale il cui reale mark-to-market sembra implicitamente prezzato nei tonfi in atto. Tradotto ulteriormente, qualcuno nelle ultime 48 ore doveva coprire qualcosa.

Molto probabilmente, margin calls pronte a deflagrare. Esattamente come accaduto nottetempo alla Borsa di Taiwan. Inutile usare garbati eufemismi: per due giorni di fila, qualcuno a Wall Street è stato salvato dalla Fed. E per farlo è stata costretta a mettere in campo poco meno di mezzo trilione di dollari. Significa che ciò che stava per accadere aveva magnitudo enorme. La mente ovviamente corre al leverage selvaggio di soggetti come ARK Investment o a schemi Ponzi come quello di Archegos o Greensill. Il Level 3, insomma. Ma purtroppo, forse quello in atto è il classico momento storico in cui ricorrere al rasoio di Occam garantisce il risultato più efficace. Semplicemente, il sistema sta implodendo per i suoi eccessi. E, cosa ancor peggior, la Fed sta aumentandone l’esposizione nel tentativo emergenziale e obbligato di tamponare le falle più grandi.


Nella giornata odierna ha fatto impressione il dato CPI statunitense, massimo dal 1981 con il suo +0,9% su base mensile contro le attese per lo 0,3%. Ma il dato inquietante è contenuto in questo grafico,

Fonte: Pearkes

dal quale si evince come il contributo maggiore a quel balzo arrivi sostanzialmente dal ramo delle auto usate. Di fatto, un moltiplicatore di criticità in seno all’economia reale. Da un lato infatti opera come proxy delle difficoltà produttive nel ramo del «nuovo» a causa della scarsità di semiconduttori, dall’altro mostra gli effetti nefasti e immediati del diluvio di liquidità piovuta sui conti correnti di milioni di americani con l’assegno federale del piano Biden di sostegno pandemico.

Problema ulteriore? Il credito al consumo che si basa su questo trend, di fatto, viene cartolarizzato in tempo reale: quando finirà la pacchia dei trasferimenti tramite sussidi e il potere di acquisto si dimezzerà, quale dinamica si attiverà nel comparto? La mente corre ai mutui subprime. Ma ancora peggiore è lo scenario che ci mostra questo secondo grafico,

Fonte: Bloomberg

dal quale si evince come il più grande ETF legato al debito corporate, iShares iBoxx $ Investment Grade Corporate Bond (LQD), un colosso da 41 miliardi di dollari, abbia appena registrato uno short interest al 21,5% dell’outstanding. L’ebollizione dei prezzi sta spaventando gli investitori nel credito, tanto che a fronte di un inflow da 15 miliardi di dollari nel 2020, da inizio anno il fondo ha già patito outflows per 11,3 miliardi di dollari.

Paura eccessiva? Forse. Ma unicamente a una condizione si può realisticamente derubricare un trend simile a scossone passeggero: una Fed che non si muova di un millimetro dal suo profilo espansivo. E, anzi, ne aumenti il controvalore di intervento. Altrimenti, la pressione si farà insopportabile. E quei 400 miliardi di reverse repo messi in campo negli ultimi due giorni, alla luce di tutto questo, appaiono sempre più il canarino nella miniera di un evento di credito in attesa di palesarsi. D’altronde, fu proprio uno scossone sull’overnight nel settembre 2019 a riportare in campo la Fed dopo dieci anni di Qe con il pilota automatico: doveva essere un intervento tampone con aste repo per una settimana. Si trasformarono in oltre sette mesi di allotment tri-settimanali miliardari, in modalità repo ma anche term. Dèjà vu, decisamente pericoloso?

Il Casinò Wall Street è drogato e lo mantiene a livello di sostentamento solo i miliardi che la Fed stampa mese dopo mese, la malattia è stata formalizzata a settembre del 2019, l'influenza covid è la foglia di fico, l'inflazione, per tutti a breve, mette paura e la fibrillazione è in atto perdura


Fed: nuovi rischi finanziari sistemici
© AFP 2021 / BRENDAN SMIALOWSKI
14:21 14.05.2021

A leggere l’ultimo Financial Stability Report (FSR) della Federal Reserve non c’è da stare tranquilli. Dopo aver cercato, come sempre, di rassicurare gli animi, il documento presenta una lista impressionante di rischi per la stabilità finanziaria negli Usa e a livello mondiale.

Nelle orecchie dei governatori della Fed fischia ancora con forza e insistenza quanto è successo a marzo con il collasso del fondo hedge Archegos Capital Management, che ha lasciato un buco di oltre 10 miliardi di dollari in alcune della maggiori banche internazionali. C’è chi dice che il problema potrebbe essere cinque volte più grande.

Il FSR è pubblicato due volte l’anno dal 2018 per analizzare le potenziali minacce al sistema finanziario Usa con l’intento di prevenire il ripetersi della Grande Crisi del 2008.

La presentazione del rapporto, fatta da Lael Brainard, membro del board della Fed e presidente del Comitato per la stabilità finanziaria della banca centrale americana, si è subito concentrata sul significato e sugli strascichi proprio di Archegos.
“L’episodio, ha affermato, evidenzia la possibilità che le difficoltà materiali di istituti finanziari non bancari (il famoso shadow banking, ndr) influiscano sull’intero sistema finanziario”. “Stanno aumentando le vulnerabilità associate all’elevato appetito al rischio”, ha continuato.

Inoltre, il caso in questione evidenzierebbe “la limitata visibilità riguardante le esposizioni dei fondi hedge e che le loro disponibilità, create attraverso la leva finanziaria, potrebbero non essere sufficienti per far fronte a rischi importanti.".

Negli ultimi mesi i valori di molti asset sono cresciuti enormemente, superando i record dell’anno scorso. Gli indici azionari e i prezzi delle azioni sono ai lori massimi storici. Per esempio, dall’inizio del 2021 l’indice azionario Standard & Poor’s 500 è cresciuto del 12%.

© AFP 2021 / EMMANUEL DUNAND


Inoltre, il Bloomberg Commodity Index, che traccia tutte le materie prime e i beni alimentari, dal grano al gas e al rame, è cresciuto del 19% in un anno. Il prezzo delle case negli Usa è aumentato del 12% nello stesso periodo, spingendo anche il prezzo del legname a livelli record.

Sono tutti effetti dell’insaziabile “appetito” di profitti più alti, generato da un eccesso di liquidità, che stagna nei settori bancari e finanziari invece di fluire in quelli dell’economia reale, da interessi quasi negativi e dai bassi rendimenti offerti dai tradizionali titoli, come le obbligazioni del Tesoro americano. Le Fed ogni mese acquista 40 miliardi di dollari di mortgage-backed-security (titoli derivanti dalla cartolarizzazione di prestiti ipotecari) e 80 miliardi di dollari di Treasury bond. Piuttosto che comprare bond pubblici, la grande finanza preferisce i mercati delle obbligazioni corporate o di quelle già classificate come speculative.

Adesso il pericolo sta in un possibile repentino cambiamento di valutazioni e di orientamenti. La Fed teme uno o più eventi che potrebbero ridefinire i prezzi degli asset, azioni, obbligazioni o altri titoli, appunto com’è avvenuto nel caso Archegos, quando determinate azioni vennero vendute per poter coprire le perdite di una gestione scellerata, determinando un improvviso e forte calo del loro valore. Fa paura la combinazione di valutazioni esagerate dei titoli finanziari con i livelli molto elevati d’indebitamento delle imprese perché ciò potrebbe amplificare gli effetti di un evento di riprezzamento.
In altre parole, si teme che gli speculatori possano perdere un po’ del loro “appetito al rischio”, diminuendo la loro frenesia proprio verso i titoli e le operazioni più rischiose. E’ chiaro: siamo in un “sistema drogato” che ha bisogno di dosi sempre più forti e che rischia di crollare in un momento di astinenza. Un drogato non va da solo in un centro di ricupero, deve esservi accompagnato da qualche amico autorevole. Nel caso della finanza speculativa sono i governi degli Stati a doverlo fare nei tempi e nei modi necessari.

© FOTOLIA / PESHKOV


Il Rapporto elenca alcuni altri possibili rischi di vulnerabilità del sistema, tra cui un peggioramento della pandemia e l’aumento dei tassi d’interesse per far fronte a un’impennata dell’inflazione. Al riguardo, anche il governatore del Fed, Jerome Powell, esprime una certa preoccupazione per l’aumento dei prezzi in alcuni settori, come quello immobiliare. Recentemente ha dovuto ammettere che "non è proprio un bene che negli Usa i prezzi aumentino così tanto".

Non deve sorprendere se, poi, la Fed cerca di scaricare su altri le cause dei rischi della sua vulnerabilità finanziaria. Prima di tutto sull’Europa. Uno stress finanziario in Europa, provocato da conseguenze avverse della pandemia, potrebbe avere delle conseguenze negative negli Usa, afferma.

Poi i paesi emergenti. “Sviluppi negativi nelle economie dei mercati emergenti, stimolati in parte da un ulteriore aumento dei tassi di interesse a lungo termine, potrebbero avere delle ripercussioni negli Stati Uniti”, si dice. Si riconosce che i debiti sovrani di detti paesi e quelli delle loro grandi imprese sono vulnerabili a un repentino aumento dei tassi d’interesse, dimenticando di dire che gran parte dei loro andamenti economici è sempre stata grandemente determinata proprio dalle politiche monetarie e finanziarie americane.

© AP PHOTO / EUGENE HOSHIKO


Infine, non poteva mancare la Cina, dove le misure governative miranti a contenere la speculazione sui mercati immobiliari, dice il Rapporto, potrebbero creare situazioni di stress finanziario interno con ripercussioni globali, anche negli Stati Uniti.

Di fatto, il Rapporto presenta una serie di analisi e di preoccupazioni, a volte anche condivisibili. Sono questioni che restano, però, sulla carta, spesso solo a vantaggio di fumose discussioni mediatiche e accademiche. Purtroppo, non si vedono ancora conseguenti azioni correttive efficaci da parte delle istituzioni preposte.

Menzogne e balle spaziali - i sionisti ebrei e i mass media occidentali TUTTI - Uno dei modi più semplici per alterare la narrazione dei fatti è scegliere di raccontarli a partire da un determinato momento, omettendo ciò che è accaduto prima

Operazione “Guardiano delle Mura”, cosa sta succedendo in Palestina? Intervista a Romana Rubeo – Parte I

13.05.2021 - Lorenzo Poli

Confine Live

Ore critiche, specialmente nella Striscia di Gaza. L’Operazione “Guardiano delle Mura”, l’escalation militare portata avanti in questi giorni dall’esercito israeliano, sta mettendo a ferro e fuoco la Palestina. Di questo ne parliamo con Romana Rubeo, giornalista, traduttrice e redattrice di Palestine Chronicle.

Dove hanno origine questi scontri? Cosa è successo settimana scorsa?

Questa ultima escalation, in particolare, nasce dai fatti di Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est occupata che in questi giorni è il principale obiettivo della sistematica operazione di pulizia etnica portata avanti da Israele.

Dovendo ricostruire la mera cronaca, ventotto famiglie palestinesi che vivono in quel quartiere sono soggette a un provvedimento di sfratto in favore delle associazioni di coloni ebraici, che si sentono legittimati ad acquisire i diritti di proprietà su quelle abitazioni in virtù di un sistema di norme e provvedimenti emanati dallo Stato di Israele ma ritenuti illegittimi sotto il profilo del diritto internazionale. Gli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah stanno cercando in ogni modo di resistere allo sfratto, all’allontanamento forzato, a questa nakba permanente, in cui l’esproprio e il sopruso sono parte della quotidianità. Nella giornata del 2 maggio, data fissata dalla Corte Suprema per l’espulsione di almeno quattro famiglie, molti palestinesi sono accorsi nel quartiere per solidarizzare e resistere al provvedimento.

Questo ha scatenato una repressione feroce da parte delle autorità israeliane, sia ufficialmente, con la polizia impegnata in operazioni di sgombero e detenzione degli attivisti, sia ufficiosamente, con gruppi di coloni estremisti che marciavano sulla città di Gerusalemme, entravano provocatoriamente nel quartiere di Sheikh Jarrah, allestivano “uffici” improvvisati in strada per il loro beniamino, Itamar Ben-Gvir, membro della Knesset (parlamento israeliano), espressione delle forze estremiste e kahaniste.

Al-Aqsa diventa un campo di battaglia e la Spianata delle Moschee va in fiamme. Cosa è successo di preciso?

Come se quello che stava accadendo a Sheikh Jarrah e per le strade di Gerusalemme non fosse sufficiente, nell’ultimo venerdì di Ramadan le forze israeliane hanno letteralmente invaso la Spianata delle moschee e la Moschea di Al-Aqsa, dove migliaia di fedeli erano raccolti in preghiera, facendo registrare centinaia di feriti tra i palestinesi.

Oltre a gas lacrimogeni, ordigni di piccolo calibro e colpi di arma da fuoco, i nostri corrispondenti da Gerusalemme ci hanno descritto anche scene oltraggiose, come l’incendio di copie del Corano, nel terzo luogo sacro dell’Islam e durante il mese sacro del Ramadan.

Il lancio delle granate ha determinato anche un incendio nei cortili di Al-Aqsa, fortunatamente contenuto dai palestinesi presenti. Molti si sono scandalizzati alla vista dei coloni israeliani intenti a festeggiare mentre le fiamme si alzavano sulla Spianata delle Moschee, ma purtroppo – per chi si occupa quotidianamente della cronaca da quei territori – questa costante espressione di odio è la triste routine quotidiana.

Con l’inizio dell’Operazione “Guardiano delle Mura”, i media mainstream hanno parlato di una controffensiva di Israele ai razzi di Hamas. E’ realmente così?

Uno dei modi più semplici per alterare la narrazione dei fatti è scegliere di raccontarli a partire da un determinato momento, omettendo ciò che è accaduto prima. Se si sceglie, dunque, di iniziare il racconto di questi eventi partendo dal lancio di un razzo dalla Striscia di Gaza sotto assedio, si sta compiendo un’operazione precisa di distorsione della realtà.

La mobilitazione su Gerusalemme era iniziata ben prima, se dobbiamo essere onesti, non era mai finita. La stessa presenza dei palestinesi, e dei palestinesi gerosolimitani nello specifico, è percepita da Israele come una “minaccia esistenziale”.
Questo comporta operazioni di ‘ebraicizzazione’ della città, esproprio di interi quartieri, campagne di arresti arbitrari, divieto di accesso ai luoghi sacri e tutta una serie di angherie e soprusi su base quotidiana. I fatti di Sheikh Jarrah e di Al-Aqsa, in questo contesto, non sono che la punta di un iceberg. Sheikh Jarrah non è l’eccezione, ma la norma. Il recente rapporto di Human Rights Watch, che segue quello dell’organizzazione israeliana B’tselem, illustra un quadro di apartheid sistematica portato avanti da Tel Aviv, nella più completa impunità.

Tutto questo, tra l’altro, avviene in un contesto che vede anche un forte vuoto di rappresentanza per i palestinesi, con un’Autorità Nazionale più impegnata a compiacere la comunità internazionale che a rappresentare il suo popolo, una ANP che cancella le prime elezioni in 15 anni facendo, di fatto, proprie le ragioni dell’occupante.

La solidarietà espressa da Gaza e la scelta della resistenza palestinese di lanciare un ultimatum su Gerusalemme sono conseguenze dirette di questo quadro politico e sociale, che fa da sfondo e non può essere tralasciato.

A mio avviso, questa operazione non ha il carattere di una “controffensiva”, ma è frutto di una scelta precisa del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si trova in uno dei momenti più difficili della sua vita politica. Israele sta vivendo uno stallo istituzionale, il suo primo ministro è coinvolto in vari processi e non riesce a formare un governo; le recenti elezioni di marzo continuano a restituire l’immagine di un Paese spaccato e profondamente orientato verso tendenze estremiste. Netanyahu aveva tutto l’interesse a generare una “emergenza” nazionale da poter gestire, accarezzando le pulsioni più estremiste e forzando la mano con i palestinesi, come ha fatto più volte in passato. Probabilmente, però, non si aspettava una reazione tanto forte e determinata.

Ad oggi, a quale numero di vittime siamo arrivati, dopo tre giorni di bombardamenti israeliani?

Purtroppo, il numero di vittime sul fronte palestinese è in continuo aumento. Secondo gli aggiornamenti del Ministero della Salute di Gaza ci sono circa 83 morti, di cui 17 bambini, e circa 480 i feriti. Tra questi, molti, troppi, sono bambini.

Come è la situazione attuale? Credi che questa nuova operazione militare sia stata pensata prima, basandosi sulle provocazioni ad Hamas?

Al momento, la Palestina è in fiamme, letteralmente in fiamme. Credo che, quando Netanyahu ha innescato questa crisi, non si aspettasse la reazione del popolo palestinese, che ha superato le divisioni settarie sul campo, che ha superato la frammentazione politica e territoriale operata sulla Palestina negli anni ed esacerbata dagli Accordi di Oslo.

Quello che vediamo oggi è un popolo palestinese unito, a Gaza, come in West Bank, come nella Palestina storica, attualmente Israele, dove i palestinesi con cittadinanza israeliana vivono una forma di apartheid persino più subdola, come denunciato dai rapporti delle ONG sopra citati. Ovviamente, i palestinesi soffrono enormemente e sono il bersaglio finale di queste politiche crudeli e scellerate. Gaza, ad esempio, che viveva già una situazione di sostanziale invivibilità – come denunciato a più riprese dalle Nazioni Unite – ora si trova anche a fronteggiare continui bombardamenti e una crisi umanitaria senza precedenti.

Ma i palestinesi stanno dimostrando che, pur nell’isolamento internazionale e nel vuoto di rappresentanza che purtroppo sono costretti a subire, non hanno alcuna intenzione di vestire solo i panni delle vittime. E soprattutto, non hanno alcuna intenzione di cedere il loro diritto all’esistenza su quelle terre, quello stesso diritto che Israele sta apertamente cercando di sottrarre.

https://www.pressenza.com/it/2021/05/operazione-guardiano-delle-mura-cosa-sta-succedendo-in-palestina-intervista-a-romana-rubeo-parte-i/

Intercettare 1770 razzi costa 50.000 dollari cadauno e non sempre il sistema Iron Dome è efficace

Oltre 1.700 razzi lanciati contro Israele dai jihadisti di Gaza

13 maggio 2021


(aggiornato alle ore 23,59)

Escalation del conflitto fra Israele e Hamas. L’ultimo bilancio è di oltre 70 morti, fra palestinesi e israeliani, e almeno 1.500 razzi lanciati da Gaza verso le città israeliane. I feriti sono migliaia (almeno 900 palestinesi a Gerusalemme est e 400 a Gaza).

Fonti israeliane confermano che circa il 90 per cento dei razzi diretti verso aree abitate sono stati intercettati dal sistema di difesa aerea a corto e cortissimo raggio Iron Dome, attivo contro razzi e proiettili d’artiglieria,

Anche la notte scorsa Hamas, che governa la Striscia di Gaza, ha continuato a lanciare razzi a Sderot e Ashkalon. La più recente vittima israeliana è un bambino di sei anni, morto ieri sera a Sderot. Il numero di morti in Israele è ora salito a 7 compreso un soldato.


Il bilancio dei morti da parte palestinese è di 65 morti, fra cui 16 bambini e diversi capi di Hamas, vittime dei raid aerei israeliani effettuati con droni e cacciabombardieri F-16, F-15 ed F-35. Da oggi, per motivi di sicurezza, tutti i voli per Tel Aviv. Tra i bersagli colpiti anche un centro dell’intelligence di Hamas e almeno 4 postazioni di missili anticarro Kornet situate sul confine e impiegate per colpire veicoli e postazioni israeliani.

Jonathan Conricus, portavoce delle forze armate israeliane (IDF), ha riferito che più di 1.100 razzi sono stati lanciati da quando Hamas ha iniziato gli attacchi su Israele aggiungendo che almeno “200 razzi e orse più sono caduti dentro al perimetro di Gaza e valutiamo che siano responsabili di alcune delle vittime civili riportate”.


Il portavoce, citato dall’Agenzia di stampa Nova, ha confermato che il sistema di difesa Iron Dome “continua a essere molto efficace nonostante il massiccio lancio, quasi ininterrotto, contro varie località”, con un “tasso di intercettazione del 90 per cento”, aggiungendo che le IDF hanno colpito “più di 300 obiettivi dentro Gaza, tra cui impianti per costruzioni di armi, magazzini di Hamas e Jihad islamica” precisando che nei raid sono stati distrutti anche tunnel e uccise figure di alto livello dei due movimenti.

Nel tardo pomeriggio alti funzionari militari hanno riferito al quotidiano Haaretz che sono già circa 1.600 i razzi sparati dalla Striscia di Gaza contro Israele dei quali un centinaio a raggio più lungo hanno colpito Tel Aviv e Beersheba. Un razzo ha colpito anche l’aeroporto di Eilat (sul quale sono stati deviati molti voli diretti a Tel Aviv), sul Mar Rosso, confermando così la disponibilità di armi con un raggio d’azione esteso fino a 250 chilometri.


Secondo Hamas si tratterebbe di un vettore balistico chiamato Ayyash 250, in onore di Yahya Ayyash, comandante delle Brigate Ezzedin al-Qassam ucciso da Israele nel 1996. Il capo militare del Movimento islamico, Mohammed Deif, ha esortato “le compagnie aeree straniere a interrompere immediatamente i voli verso qualsiasi aeroporto nella Palestina occupata. Al nemico diciamo: i vostri aeroporti e qualsiasi punto da nord a sud è’ raggiungibile dai nostri razzi”

Fonti delle IDF ammettono di essere stati sorpresi dalla quantità dei razzi impiegati da Hamas e Jihad Islamica Palestinese ma pare evidente che le nutrite salve di ordigni lanciati contemporaneamente hanno l’obiettivo di saturare il sistema di difesa aerea Iron Dome consentendo quindi a un numero maggiore di razzi di raggiungere gli obiettivi in territorio israeliano.


Per il momento Israele sembra escludere l’opzione di un intervento terrestre dentro i confini di Gaza mentre aumentano le violenze fra cittadini israeliani arabi ed ebrei all’interno di città miste fra cui Lod, Acri, Haifa e Tel Aviv.

La comunità internazionale è divisa. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha già tenuto due incontri e ne ha programmato un altro per domani, ma non è riuscito a raggiungere ad alcuna dichiarazione per l’opposizione degli Stati Uniti. La Cina si è detta “molto dispiaciuta” della mancanza di consenso.

In serata truppe dell’esercito israeliano hanno condotto attacchi nella Striscia di Gaza” come ha ha comunicato l’esercito israeliano in un tweet anche se più tardi è stato smentito che fosse iniziata un’invasione di Gaza da parte delle IDF.

Nei prossimi giorni Analisi Difesa dedicherà un ampio articolo di approfondimento al confronto militare in atto.

La cartina strumentale fa capire come Gaza è una prigione a cielo aperto dove gli aerei degli ebrei sionisti possono fare quello che vogliono con i loro missili non avendo punto nessun contrasto. 1660 razzi devono essere costati per il sistema Iron Dome altrettanti missili sofisticati, il costo della razzia perpetua aumenta

IL MAGLIO DELLE IDF SU HAMAS


(di Tiziano Ciocchetti)
13/05/21

Continuano gli attacchi aerei dell’Aviazione israeliana in risposta agli attacchi missilistici da parte di Hamas. Nel frattempo le IDF stanno ammassando carri e veicoli corazzati a ridosso della Striscia di Gaza.

Nella giornata di oggi, il capo di stato maggiore, generale Aviv Kochavi, ha presentato al governo un piano per l’invasione di Gaza e la definitiva eliminazione del gruppo terroristico Hamas.

I palestinesi hanno passato il primo giorno della festa religiosa di Eid al-Fitr sotto incessanti bombardamenti aerei. Il ministero della salute di Gaza afferma che almeno 87 persone, tra cui 18 bambini, sono state uccise da quando l'offensiva israeliana è iniziata lunedì scorso. Più di 530 persone sarebbero rimaste ferite.

In seguito agli attacchi missilistici di Hamas sono stati uccisi almeno sei israeliani e un cittadino indiano. L'esercito israeliano ha detto che centinaia di razzi sono stati lanciati da Gaza verso varie località in Israele.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha chiesto la cessazione delle violenze in Medio Oriente, condannando il lancio di missili sulle città israeliane. Nel frattempo il ministro della Difesa israeliano ha annunciato la mobilitazione di altri 9.000 riservisti, destinati a rinforzare il dispositivo che si sta ammassando alle porte di Gaza.


Il portavoce delle brigate al-Qassam di Hamas ha detto che l'ala armata ha lanciato per la prima volta un razzo verso l'aeroporto di Ramon, a sud di Israele. "Il missile Ayyash 250, con una gittata superiore a 250 km è stato lanciato sull'aeroporto di Ramon, a circa 220 km da Gaza", ha detto Abu Obeida.

Il razzo prende il nome da Yahya Ayyash (foto), uno dei principali agenti di Hamas assassinato da Israele nel 1996. Tale attacco evidenzia le capacità raggiunte da Hamas negli ultimi anni, grazie al forte sostegno iraniano.

Secondo l'esercito israeliano, più di 1.600 razzi sono stati lanciati da Gaza contro Israele da quando i combattimenti sono iniziati, all'inizio di questa settimana. Il tasso di successo del sistema di difesa aerea Iron Dome israeliano continua a raggiungere una media di circa il 90% nell'intercettazione dei razzi.

L'esercito israeliano ha attaccato circa 600 obiettivi nella Striscia di Gaza, comprese le strutture per la produzione e lo stoccaggio di razzi. È stato anche preso di mira un tunnel che è stato utilizzato in parte per nascondere i miliziani di Hamas ed è stato costruito sotto una scuola in un'area popolata.


Foto: IAF / web

Malafede evidente sull'influenza covid - Quando si tratta di proteggere gli avvoltoi privati dai loro profitti le regole possono saltare quando si tratta di salute pubblica e di non regalare miliardi agli stranieri per vaccini con modificazioni genetiche le istituzioni fanno blocco e decretano lo stop. Nel caso specifico è la Corte dei Conti che si schiera a protezione degli interessi miliardari delle case farmaceutiche statunitensi germaniche, inglesi svedesi

Il vaccino italiano è rimasto senza fondi per la fase 3

Conclusa la fase 2, la sperimentazione di Reithera è allo stallo: manca il via libera della Corte dei Conti. L'azienda di Castel Romano ha ricevuto 13 milioni degli 89 milioni totali assicurati da Invitalia, Regione Lazio e Cnr

di Sonia Montrella
aggiornato alle 10:3813 maggio 2021

© Alessandro Serranò/AGF - Vaccino: ricercatori al lavoro nella sede di Reithera alle porte di Roma

AGI - Il vaccino anti Covid italiano rischia di non vedere mai la luce. Conclusa la fase 2, la sperimentazione è allo stallo per mancanza di fondi (promessi tempo fa). Secondo quanto apprende l'AGI da fonti vicine al dossier, l'azienda biotech di Castel Romano, Reithera, che ha messo a punto il siero GRAd-COV2, ha ricevuto poco degli 89 milioni totali assicurati da Invitalia, Regione Lazio e Cnr. Per poter affrontare la fase 2, come già previsto l'azienda ha anticipato i soldi, ma quei finanziamenti non sono mai arrivati.

Nello specifico, 81 milioni erano stati promessi a gennaio da Invitalia, il cui ad è l'ex commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Di questi 41 erano a fondo perduto e 40 sotto forma di prestito. La Regione Lazio ha stanziato 5 milioni, il Cnr 3 milioni, mentre l'azienda ha messo sul tavolo 12 milioni.

A giorni saranno comunicati i risultati della fase due, che ha coinvolto 1.000 volontari in 25 centri ospedalieri italiani. Dopo di che si potrebbe partire con la fase 3, che richiede il reclutamento di 10mila volontari, ma senza soldi - e molti - questa possibilità appare sempre più sfuocata. Ma dove sono finiti?
L'iter dei fondi

Ufficialmente i fondi di Invitalia sono fermi per una questione burocratica, ovvero attendono l'ok della Corte dei conti. Invitalia ribadisce all'AGI ciò che aveva già spiegato precedentemente in una nota, e cioè che non c'è nulla di strano nei tempi avendo stipulato un contratto di sviluppo. Con Reithera - si spiegava nella nota - "è stato sottoscritto un Contratto di Sviluppo, un incentivo governativo da anni disponibile per sostenere gli investimenti produttivi e in ricerca e sviluppo delle aziende italiane che decidono di investire nel nostro Paese".

Il Contratto di Sviluppo è una procedura a sportello e finanzia le proposte inviate dalle aziende e ritenute meritevoli, secondo una procedura di legge: non è prevista, pertanto, né la pubblicazione di un bando né di una gara. "La Commissione europea - proseguiva la nota - ha approvato il contributo fornito dallo Stato a Reithera giudicandolo compatibile con le norme sugli aiuti di Stato. La proposta di Reithera è stata ritenuta meritevole di essere finanziata dal governo e da Invitalia.

L'investimento ha l'obiettivo non solo di supportare le fasi successive della sperimentazione del candidato vaccino ma anche di realizzare un sito produttivo sul nostro territorio che potrà essere, nel tempo, utilizzato per lo sviluppo e la produzione di farmaci". L'azienda di biotech riceve periodicamente rassicurazioni sul destino di quei finanziamenti, ma intanto le casse restano vuote.
Lo Spallanzani si sfila, anzi no

Ma c'è un altro aspetto che ha portato il vaccino Reithera in cima alla cronaca recente. Tra i 26 centri coinvolti nella messa a punto del siero, l'Istituto per le malattie infettive di Roma, Lazzaro Spallanzani era il nome più altisonante. Il coinvolgimento era tale che quello di Reithera era diventato per tutti "il vaccino dello Spallanzani".

Ma nella sperimentazione il nome dell'ospedale non compare. La spiegazione è che il nosocomio ha partecipato attraverso un "coordinating investigator", e cioè una figura dello Spallanzani che ha contribuito alla redazione del protocollo", spiegano all'AGI fonti di Reithera.

Il fatto che poi lo Spallanzani "non abbia partecipato attivamente alla sperimentazione nel reclutamento dei volontari non ha avuto impatto sull'avanzamento del trial che è iniziato il 15 marzo 2021 e procede spedito".

Insomma, la sperimentazione potrebbe continuare anche senza lo Spallanzani, se ci fossero i fondi. Un condizionale che genera amarezza perché, sostengono fonti vicine alla sperimentazione, il vaccino funziona ed è un peccato mollare alla fase 3

Dire a chi gioca al Casinò di Wall Street abituato a ragionare sui nano secondi per far più soldi possibili all'istante che l'inflazione è un abbaglio che può durare un massimo di 18 mesi è dire che gli asini volano. Isterismo alle stelle e borse giù giù


Allarme inflazione. I mercati sono sull'orlo di una crisi di nervi

Le Borse in fibrillazione dopo l'incremento dei prezzi del 4,2% registrato ad aprile negli Usa. Il Nasdaq rischia l'emorragia più forte, dopo il -2,67% di ieri. In Asia e in Europa da due giorni i listini perdono intorno al 2%.

aggiornato alle 14:57 13 maggio 2021

© Afp - Wall Street, un trader

AGI - È allarme sui mercati dopo il balzo del 4,2% dell'inflazione Usa a aprile. Le Borse sono entrate in fibrillazione e sono sull'orlo di una crisi di nervi. Il Nasdaq è quello che rischia l'emorragia più forte, dopo il -2,67% di ieri. In Asia e in Europa da due giorni i listini perdono intorno al 2%. Ma che cosa succede? In realtà è dai primi di marzo e - cioè da circa due mesi e mezzo - che lo 'spauracchio' dell'inflazione ha iniziato a salire mettendo in agitazione i mercati. Fed e Bce hanno sempre gettato acqua sul fuoco assicurando che si tratta di "fattori temporanei".

I mercati però non si fidano. E questo per due ragioni. In primo luogo per il timore che le banche centrali possano avviare prima del previsto il ritiro degli stimoli o riprendere a rialzare i tassi. In secondo, perché l'aumento dei prezzi ha avviato una rotazione importante verso quei titoli che tradizionalmente beneficiano di un aumento dell'inflazione come energetici e materiali da costruzione e a svantaggio, da un lato dei comparti meno esposti al ciclo economico (come sanità e beni di consumo primario) e dall'altro di utility, telecomunicazioni e tecnologici che sono utilizzati come sostituti delle obbligazioni in tempi di bassi rendimenti e che durante la pandemia hanno beneficiato di rialzi eccessivi e ora rischiano un brusco sgonfiamento.

Janet Yellen, una voce fuori dal coro

La prima voce fuori dal coro all'inizio di questo mese è stata quella della segretaria al Tesoro Usa, Jenet Yellen, ex numero uno della Fed e quindi non proprio una qualsiasi. "Può darsi che i tassi di interesse debbano aumentare un po' per assicurarsi che la nostra economia non si surriscaldi", ha detto la Yellen, facendo impennare i mercati e mandando a picco i titoli tecnologici. La stessa Yellen si è subito corretta, ma ormai il latte era stato versato. Una gaffe? Non proprio. Secondo molti analisti, la segretaria al Tesoro Usa ha solo detto un'ovvietà: negli Usa le vaccinazioni stanno procedendo velocemente, i lockdown rientrano, l'economia sta tornando alla normalità e lo sta facendo cosi' rapidamente da causare colli di bottiglia e problemi di approvvigionamento per quanto riguarda le materie prime, i chip e la manodopera. Insomma, come evidenzia anche il Financial Times, la Yellen ha solo detto ad alta voce quello che in molti pensano e cioè che la prossima mossa sui tassi di interesse statunitensi sarà verso l'alto e non verso il basso.

L'inflazione Usa ad aprile è salita del 4,2%

Ieri dagli Usa è arrivata la conferma che c'è un surriscaldamento dei prezzi in atto e che ad aprile i prezzi al consumo sono cresciuti del 4,2% rispetto a un anno fa, la lettura più consistente dal settembre 2008. Alcuni dettagli sono ancora più sorprendenti: i prezzi delle auto e dei camion usati sono aumentati del 10% solo lo scorso mese. Il motivo? Le carenze di chip hanno frenato la produzione di auto nuove, che mancano dai mercati, proprio mente la domanda ha ripreso a crescere. Insomma, siamo già entrati in una fase post-pandemica in cui non è il Covid a creare problemi, ma la ripresa e i colli di bottiglia nei rifornimenti.

Sui mercati è in atto un riposizionamento

I mercati non hanno reagito bene all'aumento dell'inflazione. Ieri e oggi le Borse hanno perso quasi tutte intorno al 2% e i rendimenti dei Treasury sono risaliti con i tassi del decennale che sono tornati all'1,68%. La volatilità si è concentrata sui titoli tecnologici. Insomma il riposizionamento sui mercati ha preso corpo, è cresciuto, si è fatto sentire. E, come nota il Financial Times, "gli investitori dovranno imparare a conviverci". "Ora è il momento di prepararsi a frequenti test nervosi" suggerisce Katie Martin, sempre sul Ft, guardando al prossimo futuro.

"Guai in vista se entro luglio i prezzi non tornano sotto il 3%"

A tentare di rassicurare i mercati ieri è intervenuto il vicepresidente della Fed, Richard Clarida, che si è detto "sorpreso" dal balzo dei prezzi al consumo ma ha anche ribadito che si tratta di un effetto "transitorio". Secondo l'economista, l'inflazione "aumenterà ancora un po' prima di moderarsi nel corso dell'anno" e ritornerà o forse supererà, "ma leggermente", il 2% nel 2022 e nel 2023. A suo giudizio, il dato è stato spinto da alcuni fattori statistici - i livelli attuali dei prezzi sono elevati rispetto all'andamento di un anno fa, quando l'economia era virtualmente chiusa - e da alcune strozzature dell'offerta. "Al momento la situazione è in bilico", ha spiegato Vincenzo Bova, strategist di Mts Capitalservices.

"I mercati", ha aggiunto, "si fidano abbastanza delle banche centrali che hanno detto che l'aumento dell'inflazione sarà temporaneo. Il problema si verrebbe a creare nel momento in cui, dopo l'estate, l'inflazione dovesse rimanere alta. Diciamo che, se i prezzi non dovessero rientrare per giugno, luglio, tornando sotto al 3%, allora le fibrillazioni sui mercati cresceranno". "Penso che molti di noi si aspettino un aumento piuttosto significativo della spesa per i servizi nei prossimi due mesi ed è da qui che verrà gran parte della pressione sull'inflazione", ha commentato da parte sua Richard F. Moody, capo economista di Regions Financial Corp.

"Tutto dipenderà da quanto durerà questa esplosione della spesa - ha rilevato - e pià a lungo persiste, maggiore sarà il margine di manovra dei produttori per aumentare i prezzi". "Le misurazioni annuali dell'inflazione", ha osservato Laura Rosner-Warburton, economista senior di MacroPolicy Perspectives, "saranno rafforzate dal confronto con le cifre dell'anno scorso all'inizio della pandemia, quando i prezzi sono scesi drasticamente a causa del crollo della domanda di molti beni e servizi durante i lockdown. Si prevede che questo cosiddetto effetto base influenzerà le letture dell'inflazione fino all'estate".

Sinagoghe in fiamme, gli ebrei sionisti raccolgono quello che seminano. 850 razzi intercettati da altrettanti missili sale il costo per razziare le terre di Palestina

Israele choc: le sinagoghe in fiamme

Gli arabo-israeliani incendiano i luoghi di culto a Lod. Il presidente Rivlin: "Pogrom"

13 Maggio 2021 - 06:00


Lo scambio di fuoco micidiale tra i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza e l'esercito israeliano si è intensificato ancor più. L'Onu teme una «guerra su vasta scala». La mediazione dei Paesi arabi, come l'Egitto, è per il momento fallita. Hamas e la Jihad islamica in due giorni hanno lanciato 1.050 razzi e colpi di mortaio, 850 sono atterrati in Israele o sono stati intercettati dal suo sistema di difesa aerea «Iron Dome», mentre 200 non sono riusciti a superare il confine e hanno colpito Gaza stessa. La pressione sulle città del Sud è però devastante. Ieri sera un'altra raffica di missili è arrivata fino a Tel Aviv, una casa è stata colpita a Ashkelon e Hamas ha lanciato razzi per vendicare la morte dei suoi comandanti. Un altro razzo ha colpito un condominio a Sderot. Un bambino di sei anni è stato ferito e con lui molti altri. Forti boom e sirene hanno risuonato senza interruzione a Modiin, Beersheba e a Tel Aviv. Fra martedì e ieri sono state demolite anche due palazzine a Gaza. Raid più mirati hanno invece eliminato almeno quattro comandanti di Hamas e tre della Jihad. Sono i combattimenti più duri dal 2014.

I palestinesi lamentano 53 vittime, molti «bambini», mentre sei israeliani sono stati uccisi da lunedì. Ieri un razzo anticarro sparato da Gaza ha centrato un veicolo che si trovava nei pressi della linea di demarcazione. Un sergente 21enne dell'esercito è morto in ospedale, due commilitoni sono in gravi condizioni. Le vittime israeliane includono anche un padre di 52 anni e sua figlia di 16 anni che sono morti nella città di Lod, vicino a Tel Aviv, quando un razzo ha colpito la loro auto. Mentre a Gaza cinque membri di una famiglia sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano. Le strade sono piene di macerie dove gli edifici sono crollati e molte auto sono state schiacciate o bruciate.

Ma è anche il fronte interno a preoccupare. Gli arabi israeliani hanno organizzato proteste violente in diverse città israeliane. La città di Lod, vicino a Tel Aviv, è in stato di emergenza dopo che, oltre a centinaia di auto, sono state incendiate anche diverse sinagoghe. Il presidente israeliano Reuven Rivlin ha denunciato il «pogrom» di Lod da parte di «una folla di arabi assetati di sangue ed esaltati». «Sono scene - ha attaccato - imperdonabili». Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu ha precisato che il governo utilizzerà tutte le sue forze per proteggere Israele dai nemici all'esterno e dai rivoltosi all'interno. Il ministro della Difesa Benny Gantz ha ribadito invece che gli attacchi israeliani sono stati «solo l'inizio». Nel frattempo, l'aeroporto Ben Gurion ha interrotto brevemente i voli martedì ed è stato colpito un gasdotto tra le città di Eilat e Ashkelon. Disordini anche in altre città con una grande popolazione araba israeliana, così come a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha tuonato: «Se Israele vuole intensificare i combattimenti, noi siamo pronti, se vuole fermarsi, siamo anche pronti».

Le prove generali per far saltare le regole le abbiamo avute con l'expo 2015 a Milano. Gli avvoltoi rapaci devono essere protetti sempre costi quel che costi anche sulle opere inutili come il raddoppio della Torino-Lione. Per delegittimare le regole, che in genere preservano dalle ingiustizie, scatenarono i teppisti cocainomani al servizio dello stato per mettere a ferro e a fuoco la città, dimostrando la linearità del mantenimento del potere: usare cinicamente TUTTI i mezzi a disposizione legali e non

POLITICA | 13 maggio 2021, 14:30

Tav, 7 sindacati e 4 associazioni: "Subito la valutazione di impatto sanitario"

"Siamo preoccupati per la sua assenza. Mancano valutazioni di quali potrebbero essere le ripercussioni sulla salute delle nostre comunità e dell'ambiente con l'estrazione di rocce amiantifere"


Val di Susa, subito la Valutazione di Impatto Sanitario, VIS, ai cantieri del TAV Torino-Lione, prima dell'apertura dei lavori: lo chiedono con urgenza 7 sindaci valsusini e 4 associazioni in una lettera al Prefetto di Torino, in attuazione di una direttiva comunitaria e delle Linee Guida emanate dal Ministero della Salute nel 2019, che prevedono una valutazione ex-ante, cioè precedente all’avvio dei cantieri, dei potenziali effetti sulla salute con un approccio integrato che prevede l’identificazione degli associati scenari di esposizione e dei rischi sanitari, valutati con un approccio tossicologico o epidemiologico.

“Siamo fortemente preoccupati per l’assenza, ad oggi, della VIS. Mancano valutazioni di cosa accadrà e di quali potrebbero essere le ripercussioni sulla salute delle nostre comunità e dell'ambiente con l’estrazione di rocce amiantifere, la dispersione di minerali uraniferi, i possibili sversamenti d’inquinanti nei bacini idrici e l’impatto acustico dei lavori e della nuova ferrovia: in queste condizioni, è perciò intollerabile e normativamente inaccettabile che non si predisponga nessuna azione di prevenzione per proteggere la salute della popolazione!”, questo l'allarme lanciato dai sindaci di Bussoleno, Caprie, Giaglione, Salbertrand, San Didero, Venaus, il vicesindaco di Bruzolo e da Medicina Democratica, Associazione Italiana Esposti Amianto, Legal Team Italia, Pro-Natura Piemonte.

La VIS effettuata prima dell'avvio dei lavori rappresenta, infatti la più importante novità rispetto alla prassi precedente: secondo le nuove disposizioni di legge gli effetti sulla salute pubblica devono essere identificati e valutati prima dell’avvio di qualsiasi opera e, altro elemento fortemente innovativo, i lavori devono essere discussi con tutti i “detentori di interessi” del territorio, in particolare con associazioni di categoria e comitati cittadini. In precedenza, invece, la VIS consisteva in una relazione prodotta in autonomia dal proponente delle opere. “Le polveri sottili generate nei cantieri e i gas di scarico degli automezzi impiegati per il trasporto dei terreni – aggiungono i sindaci – in un territorio valligiano, a bacino chiuso, non potranno essere spazzati via dal vento e rimarranno in loco accumulandosi, come già accaduto in passato per i fumi inquinanti delle acciaierie in bassa valle ma l’inquinamento atmosferico è solo uno dei problemi per la salute dei residenti che potrebbero verificarsi”.

È presto per dire se l’obbligatorietà di questa prescrizione rallenterà i lavori, ma i richiedenti esigono il rispetto delle leggi e l’avvio della VIS per le opere della Torino Lione, alcune delle quali sono già in corso ma senza tutti i necessari adempimenti a tutela della salute. La Val di Susa è da 50 anni sede di grandi cantieri e opere di ogni genere: le nuove direttive comunitarie e ministeriali aprono uno scenario nuovo rispetto a quanto fatto in passato per la tutela della salute e il rispetto dell'ambiente e rinnoveranno il dibattito sul rapporto tra costi e benefici del TAV.

Lo "stregone maledetto" ne sta combinando altre delle sue. Regalare miliardi e miliardi ai privati che già fanno profitti ignobili e speculano alla grande sui risparmiatori, facendo credere che lo stato è incapace a risanare

Il maxi regalo di Draghi a UniCredit per chiudere la saga Siena: 7 miliardi di dote fiscale perché Orcel prenda Mps e anche Banco BPM

13/05/2021 12:25 di Laura Naka Antonelli

Un duopolio di banche in Italia, con Intesa SanPaolo fresca di matrimonio con Ubi Banca da un lato e UniCredit-Mps-Banco BPM dall’altro, con Piazza Gae Aulenti che, forte degli incentivi fiscali in arrivo dal governo Draghi, magari messi pure insieme, potrebbe incassare un bonus di 7 miliardi netti per inglobare sia la banca senese che Piazza Meda.


Oppure un terzo polo in Italia, che vedrebbe Banco BPM di Giuseppe Castagna indossare le vesti di predatrice, e non di preda, e magari convolare a nozze con Bper, potenziale sposa promessa da tanto tempo. Sono gli scenari e le indiscrezioni che vengono riportati oggi da Il Sole 24 Ore nell’articolo “Banche, Draghi al rebus incentivi Il futuro è a due o tre maxi poli”.

Sotto i riflettori il rebus incentivi, per l’appunto: il mondo bancario è in fermento, in attesa di capire come si presenteranno le agevolazioni fiscali del Decreto Sostegni Bis, la cui versione finale non è ancora nota.
Nei giorni scorsi le voci sul contenuto del decreto hanno indicato un bonus M&A per le banche più ricco e più valido nel tempo, rispetto a quello inserito nella legge di bilancio 2021 del precedente governo Conte.
L’obiettivo dei due governi rimane lo stesso: convincere UniCredit ad accollarsi Mps, corteggiandola con la prospettiva, per l’appunto, di un bonus sostanzioso.
La prospettiva è quella di uno Stato che dà i soldi a una banca privata perché acquisti la partecipazione di maggioranza dello Stato stesso un istituto che lo Stato stesso non è riuscito, evidentemente, a risanare, in quanto non ancora capace di camminare con le proprie gambe. (l'imbecillità all'ennesima potenza dello "stregone maledetto" il privato  che risana mentre lo stato si defila facendo finta di essere incapace)

Nel Decreto Sostegni bis regalo a banche italiane di 11,6 miliardi

E’ stato sempre Il Sole, qualche giorno fa, a parlare di un maxi regalo alle banche italiane, del valore di 11,6 miliardi, emerso dalla bozza del Decreto Sostegni bis, per incentivarle a inaugurare la tanto attesa nuova stagione del risiko bancario.
La dote più ricca spetterebbe a UniCredit: in caso di fusione tra UniCredit e Siena, il beneficio ammonterebbe infatti a circa 3,4 miliardi circa, ovvero 1,1 miliardi in più rispetto alla norma vigente.
La trasformazione delle DTA in crediti di imposta, si ricorda, è stata varata dall’ultima legge di bilancio del governo Conte come incentivo alle fusioni che tuttavia, in base all’impianto normativo attuale, dovrebbero essere approvate entro la fine del 2021.
Ecco di conseguenza l’idea di Draghi di spostare al primo semestre del 2022 la scadenza per le operazioni M&A da attuare tramite gli incentivi.
Gli analisti di Equita SIM, nel commentare la dote fiscale più ricca a Mps, avevano spiegato, sulla base delle indiscrezioni del Sole, la modifica relativa alla conversione delle DTA in crediti fiscali in caso di aggregazioni, che renderebbe più ricco il bonus: quella che porterebbe la soglia delle DTA convertibili dal 2% al 3% del totale degli attivi del soggetto minore coinvolto nella fusione.
“Se approvata – avevano scritto qualche giorno fa gli analisti della SIM milanese – la norma fornirebbe un ulteriore impulso al processo di consolidamento nel settore (bancario), supportando in particolar modo una soluzione per Monte dei Paschi (che ha in dote DTA potenzialmente oggetto di conversione per 3,8 miliardi), con tempistiche che tuttavia potrebbero essere più lunghe rispetto a quanto inizialmente ipotizzato”.
“Sulla base dei nostri calcoli – si leggeva ancora nella nota di Equita SIM – in caso di M&A tra UniCredit e Mps, il beneficio dalla conversione delle DTA ammonterebbe a 3,4 miliardi (1,1 miliardi circa in più rispetto alla norma vigente), con un impatto sul CET1 della combined entity stimato in 90 punti base circa (rispetto a precedenti 60 punti base)”.

Orcel rimette al centro l’Italia, sommando le doti avrebbe 7 mld per prendersi Mps e Banco BPM

Oggi il Sole scrive in merito alla possibilità che UniCredit di Andrea Orcel possa puntare non solo a Mps ma anche a Banco BPM:
“Tra Piazza Gae Aulenti e il Tesoro – si legge nell’articolo di oggi – i canali sono informali ma aperti, al punto che dalle parti del primo azionista di Mps c’è chi non esclude che si possa entrare presto nel vivo della trattativa per la cessione del controllo di Siena, che – con i debiti ritocchi agli incentivi fiscali – potrebbe dipanarsi lungo cinque anni e con incentivi più robusti. Altrettanto robusti sono quelli che spingerebbero UniCredit verso Banco Bpm, e nel caso in cui fossero effettivamente sommabili ecco che l’ex banchiere Ubs (ovvero Orcel) si ritroverebbe con 7 miliardi netti circa di bonus per assorbire sia l’una che l’altra”.
Dal canto suo, al momento il neo amministratore delegato di UniCredit Andrea Orcel sta lavorando a snellire, il top management della banca.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, il nuovo ceo Orcel ha iniziato già a riorganizzare la struttura dei vertici di UniCredit, rimuovendo due divisioni gemelle che gestivano le funzioni top corporate nell’era dell’ex ceo Jean Pierre Mustier.
A essere rimosse sono state in particolare le unità Western Europe e Finance & Controls.
Orcel ha nominato contestualmente responsabile dell’Italia Niccolò Ubertalli, che in precedenza era a capo della divisione Eastern Europe insieme a Gianfranco Bisagni.
UniCredit – che sarebbe pronta a sforbiciare anche un bel po’ di commissioni interne – ha motivato i cambiamenti apportati da Orcel con “l’importanza cruciale” che l’Italia riveste per il gruppo.
Un’importanza che porterà per caso Orcel a fagocitare sia Mps che Banco BPM?
Nella sessione odierna, i titoli delle banche italiane sono sotto pressione, in linea con il sentiment negativo che va di scena a Piazza Affari dopo il tonfo di Wall Street scatenato dal boom dell’inflazione negli Stati Uniti.
Non aiuta i titoli bancari neanche l’annuncio di Moody’s, che ha rivisto il rating e l’outlook di dieci banche italiane.

La risposta del capitale alle sue crisi sono sempre state fusioni e accorpamenti. L'influenza covid è stata la NARRAZIONE dell'Occidente con cui mascherare la crisi economica formalizzata dalla Fed a settembre del 2019 quando ha inondato la finanza di miliardi e miliardi di dollari quotidiani per supplire alla carenza di liquidità dovuta alla repentina caduta di fiducia tra i sistemi bancari/finanziari

Credito e crisi sistemiche
La messa in sicurezza delle banche passa da fusioni e diversificazione

di Ignazio Angeloni
12 maggio 2021

(AP)

«Silver lining» è l’espressione inglese con cui si indica l’elemento positivo che esiste anche nelle situazioni tragiche: quando il quadro è nero, c’è comunque qualcosa che luccica.

La striatura d’argento della tragedia Covid è che, trattandosi della prima crisi sistemica del mondo globalizzato, può aiutarci a capire meglio la fragilità del nostro mondo, a prefigurare i rischi catastrofici cui l’umanità è esposta in un orizzonte forse non lontano e a predisporre le necessarie salvaguardie. Perché altre crisi verranno: e non è detto che saranno più “leggere” di questa. Il Covid non sarà stato inutile se ci aiuterà a rendere il nostro sistema produttivo, economico e sociale più resiliente.

In questo ambito, l’intermediazione del risparmio – uno dei gangli più vulnerabili ai rischi sistemici – merita una riflessione specifica. Alcuni prefigurano addirittura la scomparsa delle banche, sostituite da algoritmi e monete digitali emesse dallo Stato. Si tratta per lo più di scenari poco realistici e ancor meno desiderabili. Nel mondo, specie in Europa, la finanza rimarrà a lungo in mano a istituzioni per lo più private, soggette a regole e governate da persone. In Italia, le banche sono oggi più cruciali che mai per far uscire l’economia dalla crisi e per realizzare le trasformazioni di struttura che ci proponiamo. Sorgono allora diverse domande: Come usciranno i nostri istituti di credito dall’emergenza? Cosa deve cambiare nel nostro sistema bancario? Quali modelli organizzativi e regolamentari devono prevalere in futuro? Le risposte devono tener conto non solo dell’esperienza Covid, ma anche della crisi finanziaria che l’ha preceduta. E considerare le trasformazioni tecnologiche (informatizzazione, megadati, intelligenza artificiale) che investono l’attività bancaria ormai da due decenni.

Due modelli si sono dimostrati particolarmente vulnerabili nell’esperienza recente.

Il primo è la banca universale sbilanciata verso l’investment banking, la cui redditività dipende dalla presenza sui mercati finanziari con esposizione in proprio e alta propensione al rischio. Fra i tanti, l’esempio di Deutsche Bank illustra il caso. Il pilastro storico dell’industria tedesca entra negli anni 90 nel mercato dei capitali, sviluppando con acquisizioni e assunzione di personale specializzato un’intensa attività di trading e sviluppo di strumenti finanziari innovativi. La crescita sostenuta e stabile dell’economia in quegli anni, chiamata great moderation e che si riteneva fosse una condizione permanente, consentiva e favoriva questo modello di banca. Alle soglie della crisi finanziaria, Deutsche Bank è leader nello sviluppo, vendita e trading di prodotti strutturati sul settore immobiliare, i cosiddetti “titoli spazzatura”; l’obiettivo dichiarato è essere the last man standing, l’ultima banca a sopravvivere e regnare nella roulette russa della finanza speculativa. Accade il contrario. Oberata da perdite e sanzioni di vigilanza, nel 2016 rischia la bancarotta e inizia il purgatorio di un lento recupero, a tutt’oggi ben lontano dall’essere completato.

Deutsche Bank è un caso unico, ma ha analogie altrove nel sistema. Lo dimostra la rinnovata diffusione post-crisi di prodotti strutturati “opachi” e del credito con elevata leva finanziaria, che le autorità di vigilanza europee stanno cercando senza successo di tenere sotto controllo. La tentazione di trovare nell’assunzione di rischio la soluzione alle ristrettezze del bilancio è tutt’altro che tramontata, e potrebbe addirittura crescere nell’uscita dalla pandemia, quando le ingenti masse di risparmio accumulate nei lockdown cercheranno una collocazione. All’inizio di quest’anno, diverse banche europee hanno tratto beneficio dall’attività di trading in proprio. Si tratta di vantaggi effimeri che non dovrebbero diventare la base del nuovo modello di business post-Covid.

Il secondo modello in crisi è quello della banca tradizionale al dettaglio fondata sul binomio deposito-credito, che intrattiene rapporti stretti di clientela sul territorio basati su conoscenza personale e fiducia. Si tratta – in genere, ma non sempre – di banche piccole e non quotate. Storicamente diffuso in Italia, questo modello si scontra con due realtà. La prima è la riconversione tecnologica, che richiede investimenti incompatibili con la piccola scala. La seconda è la restrizione dei margini di intermediazione, che impone di ricercare la redditività sviluppando sinergie e diversificando i servizi offerti, altra cosa che mal si concilia con la scala ridotta. Questi fattori stanno determinando un declino del localismo bancario non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti. La riorganizzazione in gruppi realizzata in Italia, o altre forme di condivisione di costi e rischi esistenti in Europa (come gli institutional protection scheme diffusi nel consociativismo bancario tedesco) non hanno finora dato prova di risolvere i problemi di scala.

Né l’uno né l’altro modello possono dare risposta alle sfide poste dalla stagione di ristrutturazione che il sistema bancario italiano ha davanti. Il perimetro in cui esso si muoverà nell’arco (almeno) del prossimo decennio è chiuso da tre lati da altrettanti vincoli.

1-La necessità di controllare i rischi mantenendo un bilancio solido, sia all’attivo (non-performing loan, partite opache e rischiose) sia al passivo, con una struttura patrimoniale forte garantita della redditività.

2-Un contesto in cui continueranno a prevalere margini ristretti sull’intermediazione tradizionale.

3-Un mercato competitivo, specie nei servizi di pagamento, con una marcata tendenza all’informatizzazione. Non è escluso che perfino le banche centrali entrino in questo settore, lanciando la moneta digitale di cui tanto oggi si parla.

Da questi vincoli si esce solo con la scala e la diversificazione. Scala per raggiungere il livello dimensionale necessario per investire nella trasformazione tecnologica e per compensare la riduzione dei margini unitari. Diversificazione per sfruttare le sinergie che la rete distributiva consente, e per diluirne i costi, coprendo non solo le aree tradizionali della banca universale, ma anche il segmento degli strumenti previdenziali e assicurativi, poco sviluppato in Italia soprattutto nel suo nesso con la banca.

Lungo queste linee è possibile prefigurare nell’arco del prossimo decennio un percorso che porti a un sistema bancario italiano composto da un numero limitato di istituti di medio-grandi dimensioni (più di cinque, ma probabilmente non oltre dieci), solidi e diversificati. Con al centro un numero ancor più ristretto di soggetti (uno o due al massimo) dotati di una significativa presenza europea e globale. In questa prospettiva acquisterebbero una logica le fusioni bancarie di cui oggi si parla, confusamente e in modo riduttivo – come risolvere il problema Monte dei Paschi di Siena, o come recuperare quote di mercato rispetto a un’altra banca. Nell’interesse sia aziendale sia di sistema: in cui troverebbero giustificazione gli aiuti che lo Stato italiano si prepara a dare, dopo quelli sprecati in passato. Una logica nella quale le autorità della concorrenza, europea e italiana, dovrebbero occuparsi non solo di aiuti di stato ma di assetti del mercato, evitando monopoli. Una logica, infine, in cui non solo troverebbero definitiva sistemazione gli “scheletri” che esitazioni e interessi passati hanno lasciato nell’armadio, ma in cui l’Italia occuperebbe il posto che merita nell’Unione bancaria di domani.

Guerra ai contanti - Per le banche non è profittevole la sua gestione e per questo vogliono eliminarle contro gli interessi dei correntisti cioè di tutti

COSA CAMBIA!, PUBBLICATO: 13 MAGGIO 09:41

Chiusi i bancomat! Il conto corrente cambia volto: ecco come

DI PIERPAOLO MOLINENGO

I titolari di un conto corrente devono mettersi il cuore in pace: crescono le banche che modificano la propria operatività e dicono addio ai bancomat. La prima a fare il grande passo è Ing, che ha deciso di chiudere dal 1° luglio 2021 i propri Atm e le casse automatiche: un'operazione che coinvolgerà la bellezza di 63 sportelli automatici in tutta Italia, con la riduzione delle filiali da 30 a 23.


I titolari di un conto corrente devono mettersi il cuore in pace: crescono le banche che modificano la propria operatività e dicono addio ai bancomat. La prima a fare il grande passo è Ing, che ha deciso di chiudere dal 1° luglio 2021 i propri Atm e le casse automatiche: un'operazione che coinvolgerà la bellezza di 63 sportelli automatici in tutta Italia, con la riduzione delle filiali da 30 a 23. Sulla stessa lunghezza d'onda si è inserita anche Deutsche Bank, che entro la fine del 2021 dovrebbe chiudere 150 filiali e darà la possibilità ai propri dipendenti di lavorare da casa tre giorni a settimana, una volta che potranno essere riaperti gli uffici.

In questa grande rivoluzione di abitudini, a giocare un ruolo diverso nei rapporti tra banche e titolari di conto corrente ci sono sicuramente i bancomat, uno strumento che sta, giorno dopo giorno, diventando sempre di più un punto di riferimento per accedere a tutte le funzionalità bancarie tipiche del mobile banking o dell'internet banking: le nuove tecnologie permettono di passare da un dispositivo all'altro senza grandi distinzioni di procedure o di funzioni. Giusto per fare un esempio Banco Bpm, Unicredit ed Intesa Sanpaolo danno la possibilità di effettuare dei prelievi di contante senza la carta bancomat utilizzando presso i loro ATM le app del mobile banking. Gli sportelli ATM iniziano ad avere nuove funzioni, tra cui la videobanking in spazi riservati e con il rispetto della privacy, che permettono di offrire ai clienti un prestito istantaneo preapprovato.

Conto corrente: il Covid cambia il rapporto con il bancomat!

Avere un conto corrente è sinonimo di bancomat: garantisce la possibilità di andare a prelevare il contante che ci serve a qualsiasi ora. Non importa se si sia vicino a casa o dall'altra parte della città: ci mancano i 50 euro par pagare la pizza o per una spesa improvvisa. Avere il bancomat in tasca è sinonimo di sicurezza, così come lo è trovare lo sportello ATM della propria banca dietro l'angolo per poter prelevare senza commissioni. Giusto per avere un'idea di quanto sia profondo il rapporto tra gli Italiani e la loro carta, basti pensare che nel corso del 2020 sono state effettuate qualcosa come 510 milioni di prelievi agli sportelli automatici, per un importo complessivo di 80 miliardi di euro.

E' anche vero, comunque, che il Covid sta cambiando completamente tutte le abitudini dei titolari di un conto corrente. L'esempio più chiaro e lampante ci arriva dall'e-commerce, che ha visto un netto aumento degli acquisti. Le persone - complice anche il lockdown e le chiusure dei centri commerciali nei fine settimana - sono sempre più propense ad acquistare online. Ma non basta: i programmi come il cashback o la lotteria degli scontrini hanno spinto molti consumatori ad utilizzare sempre di più le carte di credito ed i bancomat per i pagamenti, lasciando da parte il contante.

Alcuni osservatori iniziano ad immaginarsi un futuro senza contanti e senza bancomat: i pagamenti digitali sono in costante aumento e questo sta portando le banche a decidere di chiudere gli sportelli. A questo, poi, si deve aggiungere che, nel corso degli ultimi anni, la maggior parte dei titolari di un conto corrente hanno iniziato ad utilizzare in maniera massiccia i servizi di home banking. I servizi offerti dagli sportelli ATM sono, in estrema sintesi, gli stessi di quelli offerti dai dispositivi mobili. Le iniziative volte a ridurre l'uso del denaro contante, ovviamente, stanno giocando un ruolo molto importante: si capisce quindi che lo sportello bancomat possa diventare, col tempo, un servizio costoso per le banche per continuare a tenerlo aperto.

Bancomat ricchi di commissioni!

Il prelievo allo sportello ATM con un bancomat potrebbe diventare sempre più caro. Questa è una delle amare soprese che potrebbero ritrovarsi, nel corso dei prossimi mesi, i titolari di un conto corrente. In un primo momento questa poteva sembra, a tutti gli effetti, una fake news, ma una vera e propria tassa sul prelievo dei contanti potrebbe essere introdotta nel corso dei prossimi mesi.

Proviamo a spiegare nel dettaglio cosa potrebbe accadere. La banca proprietaria dello sportello ATM dove un cliente sta effettuando un prelievo, potrebbe applicare una commissione. Questa proceduta potrebbe coinvolgere tutti i titolari di un conto corrente, che decidessero di prelevare con il bancomat in uno sportello che non appartenga al circuito della banca presso la quale sono clienti. L'Agcom, nel corso del mese di dicembre, ha aperto un'istruttoria. Nel comunicato diramato spiega:

Tra le novità più importanti si registrano l'abolizione della commissione interbancaria e il pagamento della commissione applicata al prelievo - da parte del consumatore - direttamente all'istituto di credito dove è collocato l'ATM. Dal momento che, secondo consolidata prassi e giurisprudenza nazionale ed europea, le regole di circuito sottoposte da Bancomat S.p.A. all'Autorità costituiscono un'intesa fra soggetti concorrenti, l'Antitrust valuterà se le nuove regole di circuito possano configurare un'intesa suscettibile di restingere o falsare la concorrenza nel mercato comune ai sensi dell'articolo 101 del TFUE.

Sfortunatamente, nel caso in cui dovessero venire applicate queste commissioni, i costi a carico dei clienti potrebbero aumentare notevolmente, soprattutto per quelle persone che sono abituate a prelevare più volte al mese e non riescono ad utilizzare gli sportelli ATM della propria banca. Per il momento non possiamo far altro che attendere l'esito dell'istruttoria dell'Agcom.
E' tempo di rottamare il contante!

Da un lato Ing decide di chiudere gli sportelli ATM e le casse automatiche, dall'altra il circuito bancomat decide di far lievitare le commissioni interbancarie sui prelievi. Forse è arrivato proprio il momento di rottamare il contante e pensare ad un nuovo approccio con i proprio soldi e con il conto corrente.

Stiamo evolvendo verso un modello cashless e sempre più mobile-first. Questo per rispondere alle preferenze dei nostri clienti. Spiega Alessio Miranda, Country Manager di Ing in Italia.

La scelta di Ing, in un certo senso sopreprende. Ma c'è già chi si immagina che possa essere solo la prima. Gestire il contante diventa sempre più costoso. Non è strategica, né profittevole per le banche, soprattutto adesso che si stanno diffondendo i canali digitali di pagamento.

Le reazioni avverse ai vaccini con modificazioni genetiche sono aumentate e di molto rispetto ai normali vaccini con virus attenuati

Vaccini anti Covid: 50 volte più letali di tutti gli altri messi insieme



Siamo di fronte a un dramma senza precedenti, anzi a due drammi: uno spaventoso aumento dei decessi dopo l’inizio delle campagne vaccinali e il tentativo delle burocrazie medico – sanitarie di nascondere questa realtà per sostenere il grande affare dei vaccini e nel contempo mettere sotto il tappeto le loro enormi responsabilità che si sono assunte nel tenere bordone alla narrazione apocalittica dell pandemia. Si tratta di un dramma umano e di uno politico–sociale che s’intrecciano in maniera inestricabile e fanno comprendere che non ci potrà essere un rispristino della democrazia reale se tutte queste istanze non saranno esemplarmente punite e non saranno sottratte al lobbismo, ossia a quella condizione di ontologico conflitto di interessi che è il tipico portato del neoliberismo: mi riferisco al che gli organismi di tutela della salute pubblica come per esempio le agenzie del farmaco sono controllati dai soggetti che dovrebbero controllare: il bilancio dell’Ema, ad esempio, proviene all’80 per cento dalle aziende farmaceutiche, mentre il Cdc americano è esso stesso un produttore di farmaci e vaccini

Bastano alcuni diagrammi per rendere immediatamente comprensibile la situazione: qui sotto ad esempio abbiamo un’elaborazione fatta dall’analista olandese Wouter Aukema sui dati Ema: si vede chiaramente che dalla terza settimana del 2021 con l’inizio delle campagne vaccinali le segnalazioni di reazioni avverse e di decessi sono schizzate vertiginosamente in alto: in blu ci sono le segnalazioni ( a partire dal 2018) che riguardano tutti i farmaci e tutti i vaccini, rosso l’aumento con i preparati anticovid. Si tratta di numeri che si riferiscono solla alle segnalazioni ufficiali e che dunque potrebbero essere assai inferiori alla realtà.


La medesima cosa accade in Usa dove l’ufficio che si dedica alla raccolta delle segnalazioni, ovvero il Vaers mostra una realtà se possibile ancora più inquietante: ci si trova di fronte a un’impennata enorme di segnalazioni: negli ultimi 4 mesi è stato raccolta quasi la metà delle segnalazioni di morte giunte negli ultimi 30 anni, ovvero sin dalla fondazione di questo ente, Ache qui un diagramma rende immediata la comprensione di ciò che sta accadendo: a sinistra abbiamo le segnalazioni di morte a seguito di vaccinazioni giunte al Vaers dal 2014 al 2020 mentre a destre quelle giunte dal 1° gennaio fino al 30 aprile di quest’anno.


Insomma mentre ogni anno ci sono mediamente 100 morti su una cifra che va dai 250 ai 350 milioni di dosi di vaccini di ogni tipo mentre in questo caso ci troviamo di fronte a 3800 morti su circa 180 milioni di dosi. si tratta di una situazione completamente differente e allarmante con una mortalità 50 volte superiore. Se qualche esperto prezzolato e se ne esce fuori a dire che tanto non importa perché comunque si tratta di cifre piccole, vuol, dire che proprio non è in grado di comprendere che esiste un problema enorme intanto perché questi numeri così altri potrebbe sono il segnale di qualcosa che non va e che potrebbe portare a situazioni insostenibili nel medio e lungo termine problemi ancora più gravi e poi perché è ormai che si vuole procedere con vaccinazioni ad oltranza di tipo annuale e con queste cifre tale prospettiva è davvero insostenibile. Magari certa gente è esperta di killeraggio, ma dovrebbe esentata dalle due cose che non sa fare: pensare ed esercitare l’onestà intellettuale.