L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 maggio 2021

Quando l'imbecillità prende il posto delle idee

28 MAY 2021



Un cronistuccio "fattarolo" di cui nemmeno voglio riportare il nome si è permesso di dire che a destra la cultura non esiste. Per l'esattezza che a destra non esiste uno straccio di intellettuale da 300 anni… Purtroppo l'omettino dell'asinistra gioca alla favola della rana che si gonfia fino a sembrare un bue. Si gonfia, mente e scoppia di bile, mostrando di non sapere un bel nulla. Esiste un elenco completo stilato da Giovanni Raboni per il Corriere della sera che fa i nomi più prestigiosi della cultura del novecento. Ne cito solo qualcuno: Ezra Pound, Céline, La Rochelle, Jonesco, Croce, Gentile, Papini, Palazzeschi. D'Annunzio, Marinetti, Pirandello, Prezzolini e molti altri che potete ritrovare qui .

Il Giornale replica con un'altra lunga lista di intellettuali, filosofi e scrittori di destra. Aggiungo io, Carl Schmitt, Spengler, Junger, Heidegger, Giorgio de Chirico, grande Genio della pittura metafisica che si vantava già negli anni '70 dove si correva il rischio di venire "gambizzati" se non si era di sinistra : "Io sono sempre stato un grande reazionario". Carmelo Bene, altro genio teatrale, Salvador Dalì. L'elenco di artisti, intellettuali e filosofi è così nutrito che mi domando come per anni l'asinistra con la sua cultura da poster di barbudos e barbe folte sia riuscita a infinocchiare "le masse", per decenni con banalissimi luogocomunismi dei quali la sottoscritta compilò volonterosamente un Bestiario. Con questo lessico per sottosviluppati, un lessico povero nonché killer del logos, è riuscita a darla da bere per generazioni e ad ottenere seguaci, grazie al fatto di essersi accaparrati i media. Ma non ragioniam di lor...

Approfittando delle riaperture e zone "gialle" mi sono recata a Pisa per vedere una mostra di Giorgio de Chirico a Palazzo Blu: oltre 80 tra dipinti e grafica d'arte della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Stranamente, a parte la solita mascherina, nessun altra vessazione del tipo richiedere i numeri di cellulare per la "tracciabilità". La mostra, ora prorogata fino a settembre, fu bruscamente interrotta dagli umilianti lockdown e andarci è servita a verificare quel che già si sapeva: musei, palazzi storici adibiti ad esposizioni, pinacoteche sono i luoghi meno contagiosi del mondo. I veri luoghi affollati e potenzialmente "contagiosi", sono quei supermercati a cui ci hanno costretto a ricorrere tanto per sopravvivere. E mentre si riempiono la bocca di epigrammi danteschi per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, come "fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir vertute e canoscenza", nei fatti ci hanno voluto proprio abbruttire, riducendoci a doverci accontentare di cibo confezionato e di malsana disinformazione televisiva. Niente arte, niente cultura, niente svaghi creativi e ricreativi. Una distopia ben delineata da Pound nel suo famoso Canto 45 "Con Usura".

non si dipinge per tenersi arte in casa ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,

Il Pictor Classicus, come amava definirsi, nacque a Volos nella Tessaglia (Grecia). Volos è il villaggio dal quale partirono gli Argonauti alla ricerca del Vello d'oro e questo fu visto da de Chirico come un segno del Destino. E il classicismo greco, il culto per il Mito e il simbolo, sono la cifra che accompagnerà tutta la sua produzione artistica: da Parigi dove i surrealisti lo consacrarono loro maestro nonché anticipatore delle loro tematiche sugli oggetti comuni spiazzati e straniati dai loro contesti, passando per Torino, Ferrara, Firenze, Milano, Venezia, Roma e perfino New York. Ma il classicismo si accompagna all'impulso alla modernità e allo slancio vitale verso il progresso. Il dipinto che ritrae il colonnato greco mostra da lontano le ciminiere. La piazza della collezione "piazze italiane" avvolta nel silenzio, e sospesa tra ombre e luci, lascia intravedere una locomotiva in lontananza. Spesso con le bandierine all'incontrario e controvento. I punti di fuga e le prospettive vengono costruite con voluta disarmonia, rendendo talora lo scenario inquietante e perfino disturbante. Del resto "inquietante" (in tedesco unheimlich, lingua che de Chirico conobbe molto bene) è un aggettivo prettamente dechirichiano usato per le sue famose Muse. "Cosa dovrei amare se non l'Enigma? (Et quid amabo nisi quod aenigma est?) , è il succo della sua poetica ed estetica che riprende anche nelle tavole di un suo famoso autoritratto del 1920. Su questo dipinto ad olio sottostante, il tempo è sospeso e sullo sfondo azzurro si rivela un'apertura verso il mondo esterno che lascia intravedere un palazzo con statua. Perentorio il gesto della sua mano che trattiene e mostra la pergamena.

E che cosa dovrei amare se non l'essenza metafisica delle cose?

Non casualmente de Chirico sosterrà la necessità di 'scoprire il demone in ogni cosa', Carrà parlerà di 'realtà fermata', de Pisis di "mistero delle cose" e Savinio, con un ossimoro, di naturalismo spettrale.

Le Muse Inquietanti

L'enigma è infatti fonte di ispirazione e approdo alla sua personale ricerca. Nietzsche e Schopenhauer sono del resto i due filosofi punti di riferimento della sua pittura. A Monaco di Baviera dove visse un periodo della sua vita, ebbe modo di approfondire le sue riflessioni filosofiche che sempre accompagnavano il suo dipingere. All'artista metafisico si attribuisce perfino la dote di veggente, di colui che esplora qualcosa di diverso e inusuale anche nelle cose comuni. La mostra situata su tre piani del Palazzo Blu espone periodo detto boeckliniano (da Arnold Boecklin, pittore svizzero simbolista da lui molto amato), il periodo metafisico e il periodo neometafisico.

Emblematica di questo primo periodo è La Partenza degli Argonauti, un dipinto del 1910 che condensa i sentimenti e i fondamenti della sua cultura figurativa. Come de Chirico, gli Argonauti abbandonano la loro terra, il loro porto sicuro, verso destinazioni ed esperienze ignote, sono nomadi, orfani di una patria. In lontananza, le casette candide della costa egea.

La partenza degli Argonauti (1909)

Lo stesso motivo venne ripreso anni dopo (1922) in chiave metafisica. Le piazze che spesso ospitavano statue, ora ospitano guerrieri, in una strana interazione con le stesse. Pure il fratello Andrea (in arte Alberto Savinio, ottimo pittore anch'egli), a cui fu sempre molto legato, riprese lo stesso tema degli Argonauti. Nella mostra c'è un rimando pittorico anche a lui, a Carrà, a De Pisis e Sironi, per indicare come il Maestro seppe influenzare la loro pittura, da autentico caposcuola (nazionale e internazionale) qual era.

La partenza degli Argonauti (1920)

Triangoli, elissi, geometrie euclidee e simmetrie sono anch'essi un omaggio alla cultura ellenica. La scelta dell'insolito formato va ricondotta all'importanza del triangolo come simbolo mistico e magico. Come ben si vede in questo dipinto "L'enigma della fatalità"



Nel 1912 appaiono le prime Piazze d'Italia con le quali ha inizio la fase matura dell'artista, e quella forse più nota ed apprezzata da parte del pubblico: la pittura metafisica. Statue, sculture, sarcofaghi su piazze deserte, o anche, come nell'immagine appena sopra, un vecchio vagone del tutto vuoto e pronto per un trasloco, sta a ricordare l'infanzia dell'Artista, segnata da molti traslochi imposti dal lavoro di ingegnere delle ferrovie dal padre, nel corso dei cambi di residenza. Le minuscole figure umane quasi si perdono in lontananza, nelle prospettive incombenti.
Le Piazze d'Italia sono visioni di piazze prive di vita. In esse appaiono edifici squadrati e lunghi porticati, che rimandano alle architetture di Firenze, Torino, Monaco, Ferrara. Ma in fondo, è inutile identificarle in quanto "luogo geografico" reale, poiché si tratta in realtà di luoghi mentali della condizione umana. L'uso di prospettive assurde e sconcertanti, i cieli verdi, e i colori terrosi evocano l'idea di uno spazio in cui tutto è immobile ed il tempo si è fermato, creando una condizione di spaesamento.

Il terzo piano della mostra è dedicato al periodo Neometafisico. Negli ultimi anni di vita de Chirico le sue prospettive, ribaltandole verso un punto di intersezione atemporale in cui i suoi personaggi e i loro oggetti, le squadre lignee e le scatole che contengono altri quadri si aprono in un divertissement infinito che ripercorre tutto il suo tempo esistenziale e artistico, illuminando alcuni misteri e ricomponendone altri.

In questo contesto di nuovi e felici enigmi incontriamo dunque i nuovi interni metafisici: gli archeologi e i manichini umanizzati, i bagni misteriosi, i gladiatori, i trofei, i ritorni del cavaliere al castello avito, Orfeo Trovatore stanco, Ulisse che rema nella sua stanza, fino alle stanze che si aprono sulle nuove visioni di Venezia e New York. E a proposito di "manichini umanizzati" non si può fare a meno di constatare come il "Pictor classicus" è stato preveggente nel delineare un'umanità senza volto, ora che vediamo in giro tante maschere e nessun vero volto espressivo. L'Orfeo Trovatore Stanco (1970) con la lira abbandonata per terra , icona nel quale l'Artista ormai 82enne si era identificato, alla fine siamo un po' tutti noi.


Concludo con questo divertente ironico Ulisse nella stanza, che sta a significare la fine del viaggio e l'approdo rassicurante. "La mia camera è un vascello fantastico, ove posso fare viaggi avventurosi, degni di un esploratore testardo”: Giorgio de Chirico ha già ottant’anni quando dipinge "Ritorno di Ulisse" (1968), e l’incessante energia che lo ha contraddistinto nella sua ricerca artistica non è venuta meno.


Mi corre l'obbligo di aggiungere che il dipinto che ho inserito in alto sotto il titolo, non fa parte della mostra, ma l'ho inserito ugualmente poiché lo considero un autentico capolavoro che assume su di sé tutti gli elementi della poetica metafisica dechirichiana: una piazza vuota con una fanciulla che insegue un cerchio (lei stessa un'ombra), la quale corre verso l'ombra di una statua. Una piazza che ospita la contrapposizione del mondo delle ombre con quello della luce. La disarmonia tra i due edifici con arcate, nasce dal fatto che sono costruiti su due diversi punti di fuga. Ritorna, sulla destra il carrozzone del precedente dipinto, vuoto e privo di ruote. Il suo amico e poeta surrealista Apollinaire intitolò il dipinto Mélancolie et Mystère d'une rue. Nella versione italiana si preferisce mettere invertendo i sostantivi "Mistero e Malinconia di una strada": entrambi titoli emblematici e stupendi. Naturalmente ho dovuto sunteggiare al massimo, i contenuti di una mostra che mi ha riempito di gioia, interesse e curiosità nella speranza di aver lasciato qualche suggestione in grado di farci capire, che l'arte non può e non deve essere roba da case d'asta per ricchi oligarchi come vorrebbero trasformarla, separandoci dai nostri maestri del colore. Ma può e deve essere patrimonio comune di tutti noi, senza discriminazioni tra i cittadini "vaccinati" e non. Un appunto critico al pessimo ministro dei Beni Culturali, l'inamovibile Dario Franceschini che per ben due mandati ha dato la direzione degli Uffizi al tedesco Eike Schmidt, il quale si dichiara innamorato dell'Italia e della sua arte. Non ne dubitiamo, ma mandiamo capolavori di ineguagliabile bellezza antichi e moderni per il mondo dimostrando di essere i numeri 1, e allora è lecito chiedersi: non esistono nostri connazionali in grado di coprire onorevolmente quell'incarico di custode di meraviglie che - guarda caso - sono di nostra creazione ? Ricordo che alla sovraintendenza di numerose aree museali sono stati messi altri sette stranieri (inglesi, francesi, canadesi). A che pro? Sono forse più bravi e competenti, in quanto stranieri?

L' Italia è nata sotto il segno di Venere , ma proprio per questo dovrebbe imparare ad avere qualcosa di Marte per difendersi da predoni e predatori. Come ricordano i miti greci ai quali de Chirico si ispirò, la Bellezza attira su di sé la sciagura e la fatalità e bisogna attrezzarsi per evitarle.

S. Emilio

https://sauraplesio.blogspot.com

Senza il lavoro vivo non c'è produzione

Economisti borghesi in tilt, Marx spiega perché

di Luciano Vasapollo
23 maggio 2021

La critica marxista nell’ambito dell’economia politica riguarda le leggi e le categorie che regolano il modo di produzione capitalistico e la dinamica delle sue contraddizioni intrinseche; l’economia politica non riguarda tanto la “produzione” in quanto processo tecnico, ma piuttosto le relazioni sociali nella produzione.

Nessuna comunità umana è pensabile senza agire lavorando sulla natura, poiché la produzione è sempre la riproduzione di una comunità che, se smettesse di funzionare e produrre, si estinguerebbe irrimediabilmente (anche il contadino autosufficiente basa i suoi rapporti di lavoro sull’entità familiare).

L’errore di ridurre l’economia politica alla sola produzione, senza i rapporti di produzione, dà origine alle “robinsonate”, che già Marx evidenziava nel Capitale (un’illusione la quale consegue, per un verso, nel tentativo di legittimare l’individualismo) e soprattutto alla “naturalizzazione” dell’economia, come avviene con il grande Ricardo, che considera le relazioni che concettualizza (capitale, lavoro, terra) come naturali ed eterne.

Ma la maggioranza predominante degli economisti considera le categorie economiche come categorie naturali di produzione e quindi non modificabili. La critica marxista dell’economia politica analizza i fenomeni della società capitalista, rivelando le regole e le categorie che stanno alla base del modo di produzione capitalistico, che sono inerenti a certi rapporti sociali di produzione e che germinano in specifici rapporti di classe della società capitalista.

Pertanto, l’oggetto dell’economia politica, i “rapporti degli uomini nella produzione”, è sempre la produzione e la riproduzione delle persone; ma inerente a relazioni e condizioni storicamente determinate.

Il modo specifico in cui il lavoro vivo (energia umana) e il cosiddetto lavoro morto (mezzi di lavoro e, in generale, mezzi di produzione in cui si materializza il precedente lavoro vivente), definisce le figure fondamentali, epocali della produzione. E della riproduzione della vita delle persone; vale a dire i cosiddetti modi di produzione.

Nella realtà, il “lavoro vivo” è sotto forma di lavoro salariato, il “lavoro morto” è sotto forma di capitale e la produzione avviene solo nella misura in cui il capitale, nel processo di produzione, incorpora lavoro vivo

Data questa premessa, si deduce che la globalizzazione è in effetti la globalizzazione finanziaria (movimento spaziale istantaneo del capitale, competizione monetaria e guerra tra aree monetarie). Solo in parte si è verificata la globalizzazione dei movimenti di merci.

Nel frattempo, il caso del lavoro che viene presentato empiricamente come milioni di persone, di individui, che diventano lavoratori salariati sotto forme dirette o più o meno segrete, è completamente diverso.

Poiché queste masse di lavoratori coesistono con il capitale e lo fanno su scala globale, di ogni paese o di aree e territori in ogni paese, ciò le rende presenti come segmentazione di una classe operaia in erba, soggetta a vari gradi di sfruttamento e sfruttamento posto. in una situazione di concorrenza con se stessa.

Si tratta di riflettere su alcuni dei principali elementi teorici dello studio del capitalismo, la cui comprensione è essenziale per sviluppare successivamente proposte di azione nel quadro della realtà concreta che le persone vivono: ambiente di lavoro, spazi di consumo, relazioni internazionali, contesto di la famiglia e le relazioni personali, sociali e culturali; determinanti del conflitto sociale – con al centro il conflitto capitale-lavoro.

E farlo in tempi già affiancati da altre contraddizioni tra capitale-ambiente, capitale-Stato di diritto, capitale-genere e interculturalità.

Fauci cambia idea e sposa la tesi dei negazionisti sulla creazione del virus influenza covid in laboratorio

Si sgretola il mito Fauci: aveva già messo in conto la fuga di un virus



E’ uno spettacolo deprimente e in qualche modo indecente, lo sgretolarsi di un’icona della pandemia, dei suoi misteri e delle sue nefandezze etiche: il dottor Antony Fauci uno degli autori che ha firmato la sceneggiatura Covid, uno dei consigliori all’origine delle misure di scasso costituzionale, sociale ed economico che sono state fatte passare da provvedimenti sanitari per fermare il virus, rivelatesi inutili e assurdi, si sta smascherando da solo giorno per giorno. Dopo aver ordinato che fosse considerata una fale news qualsiasi ipotesi di costruzione artificiale del virus, visto che in caso contrario lui stesso e il suo National Institutes of Health avrebbero potuto essere considerati i responsabili principali e comunque i più sospetti di una creazione virale nel laboratorio di Wuhan, adesso ha cambiato idea e dice che la creazione artificiale non si può affatto escludere. Ma ormai i fantasmi del passato lo inseguono: adesso è saltato fuori che nel 2012 aveva detto che i rischi di un incidente di laboratorio che scatena una pandemia sono superati dai potenziali benefici della manipolazione dei virus. Dunque in un certo senso la cosa era messa in conto e aveva trovato anche un’autogiustificazione.

Fauci in un documento inviato all’American Society for Microbiology aveva sostenuto “All’interno della comunità di ricerca, molti hanno espresso la preoccupazione che importanti progressi della ricerca possano interrompersi solo per il timore che qualcuno, da qualche parte, possa tentare di replicare questi esperimenti in modo approssimativo. Questa è una preoccupazione valida. Ma i benefici di tali esperimenti e la conoscenza risultante superano i rischi “ In realtà questa era solo un modo di vedere la cosa da parte di un soggetto portatore di forti interessi economi, molto scienziati non erano affatto d’accordo con queste tesi. Per esempio 200 ricercatori tra cui quelli del Cambridge Working Group avevano lanciano un allarme pubblico nel 2014: “I rischi di incidenti con “potenziali agenti patogeni pandemici di nuova creazione sollevano nuove gravi preoccupazioni. La creazione in laboratorio di nuovi ceppi altamente trasmissibili di virus pericolosi, specialmente ma non limitati all’influenza, pone rischi sostanzialmente maggiori. Un’infezione accidentale in un simile contesto potrebbe innescare epidemie che sarebbero difficili o impossibili da controllare. Storicamente, i nuovi ceppi di influenza, una volta stabilita la trasmissione nella popolazione umana, hanno infettato un quarto o più della popolazione mondiale entro due anni “. E Steven Salzberg, della Johns Hopkins School of Medicine, nel 2015 ha affermato che i benefici di tali ricerche rispetto ai rischi erano “minimi nella migliore delle ipotesi” e potevano “essere ottenuti in modo molto più sicuro attraverso altre vie di ricerca”.

Certo le opinioni di Fauci erano quelle di uno che per tutta la vita ha campato e anche sontuosamente di manipolazioni virali per le quali è stato uno dei collettori di finanziamenti più che un protagonista dal punto scientifico, ma al cui rischio non ha fatto riscontro alcun vantaggio visto che egli non è mai riuscito a creare il vaccino per l’Hiv da cui tutto questo ha preso le mosse e che nemmeno con il Covd 19 le cose stanno andando troppo bene ad onta delle rassicurazioni ufficiali sui vaccini. Insomma questa conoscenza accumulata è servita a ben poco, mentre è possibile che sia sta essa stessa sia stata all’origine della pandemia.

Tutto quello che dice Fauci è ben inquadrabile in una concezione ideologica della medicina ossessivamente farmaco centrica, di origine prettamente americana, in cui la cura non tiene in minima considerazione le difese naturali dell’organismo, né i suoi equilibri interni, ma e vista solo come una battaglia tra patogeni e farmaci in cui il corpo del paziente non è che un passivo terreno di scontro. Cose che erano già state osservate nel lontano 1976 da Ivan Illich nel suo saggio “Nemesi Medica” e che adesso arrivano alle estreme conseguenze, ovvero quello di voler a tutti i costi curare i sani. E lo dice uno che non ha nessuna inclinazione alla naturopatia o ad altre forme di medicina “magica”, ma nemmeno una fede cieca nello scientismo più volgare .

Ad ogni modo sarebbe interessante capire cosa abbia provocato questa inversione narrativa che Fauci stesso ha inaugurato dopo i forti attacchi subito ad un’udienza senatoriale nel marzo scorso: forse esiste qualche documentazione che potrebbe saltare fuori da un momento all’altro, oppure l’anziano collettore di finanziamenti farmacologici sospetta di essere stato in qualche modo tradito dai suoi compagni di merende o ancora è in vista qualche ripensamento in merito alla conduzione della narrazione pandemica o ancora si prepara una qualche campagna anticinese? Di certo in questa pandemia c’à ben poco di naturale e di vero.

e la situazione non può che peggiorare

 

Giorgetti, Garavaglia, ecco un’idea

Cari ministri leghisti, nel precedente articolo ho postato quest’immagine

Anzitutto vorrei chiedere. È vero? E’ vero che la vostra collega Lamorgese ha affittato 10 navi da crociera? Per sistemare – nelle cabine con bagno individuale, un lusso che i clandestini al paese loro nemmeno sognavano esistesse – i clandestini che arrivano a ondate? E che per questo spende senza battere ciglio 4800 euro al mese per ogni clandestino?

Ma è vero? Io non ho la possibilità di controllare.

Voi, ministri leghisti, potete chiedere alla stessa collega, nel prossimo consiglio dei ministri, se è vero o no. Se è vero, ecco la soluzione per i vostri settori, Turismo e Industria

Chiedete – esigete – che i vostri ministeri spendano, per ogni ristoratore e albergatore che ha dovuto chiudere, per le famiglie di ogni imprenditore che si è suicidato per non poter far fronte ai debiti e pagare i salari, per ogni salariato che ha perso il lavoro e la paga – chiedete semplicemente quello che la Lamorgese spende per “l’accoglienza” di ognuno dei suoi “migranti” .

Tranquilli: i soldi non mancano. I soldi ci sono. Bruxelles non ha mai rimproverato alla Lamorgese di spendere troppo per i “migranti accolti”; né ha brontolato per le decine di miliardi che il ministro Speranza dilapida solo per i tamponi. Nessuna austerità è stata richiesta per il miliardo e mezzo di dosi di mRNA Pfizer comprati senza concorso né gara dalla Kommissioone URSULA, costate un numero mai rivelato di miliardi di euro. Nessuna amonizione sui debiti che con queste spese illimitate accolliamo ai nostri figli e nipoti. Vi riveliamo un segreto: per “Queste” spese, i fondi non vengono chiesti in prestito ai “mercati finanziari”; sono creati dal nulla senza alcuna esitazione dalla BCE, e Berlino non alza la voce ad ammonirci che dal 2022 il nostro debito deve tornare al 60% del Pil, come hanno fatto recentemente Dombrovskis e Schauble. Quindi potete anche voi spendere, spendere, spendere per mantenere gli italiani quello che la Lamorgi spende per alloggiare nel lusso delle navi da crociera e satollare con quattro pasti al giorno le migliaia di nigeriani e maghrebini, e persino pakistani e bangla, perché nei rispettivi paesi s’è sparsa la voce che “gli italiani ci mantengono””. .

Ve lo dico perché, personalmente, mi preoccupo degli italiani. Come questi

Mamma rapinatrice per disperazione, tenta il colpo al supermercato e viene arrestata: “Non riesco a pagare l’affitto”

Incensurata, madre di due figli, ha provato a farsi consegnare il fondo cassa mostrando un coltello a una commessa, ma è stata fermata dal personale di vigilanza. Ora si trova ai domiciliari in attesa rito direttissimo

Rapina 7.500 euro in farmacia, il giorno dopo si pente e restituisce tutto: “Ho perso il lavoro, sono disperato”

I fatti a Vermicino, in provincia di Roma. L’uomo si sarebbe scusato con il farmacista mostrando anche la pistola giocattolo usata per il colpo

Sono già milioni, gli italiani ridotti in questo stato non dalla pandemia, ma dai lockdown appositamente concepiti ed imposti per stroncare interi settori economici: quei settori, fra parentesi, di cui vi hanno dato la responsabilità per incastrarvi . Italiani onesti come il disoccupato che restituisce i soldi, come la mamma, portata ad atti disperati dal bisogno.

Non ha diritto la mamma di due figli alla spese mensile che la Lamorgi spende e spande per un nigeriano? Il disoccupato che ha restituito tutto? Magari si accontenterebbero pure della metà della spesa pubblica per un nigeriano; 2400 euro al mese- Potreste vantarvi con Draghi, con la UE, con Dombrovski della vostra oculatezza. Esigetelo, e vediamo l’effetto che fa.

https://www.maurizioblondet.it/giorgetti-garavaglia-ecco-unidea/

La narrazione proposta NON vuole tenere conto che Gaza, una striscia larga qualche chilometro, è una prigione a cielo aperto in cui le porte d'ingresso di terra e di mare sono nella disponibilità degli ebrei sionisti e comparare i rozzi razzi con i moderni missili umanitari di quest'ultimi e completamente fuorviante. La domanda è chi è andato in Palestina a rubare terra e ora identità e tradizioni e lavorare per il genocidio? Gaiani Gaiani

Gaza: la faziosità dell’ONU e il miraggio del disarmo di Hamas
28 maggio 2021
di Gianandrea Gaiani
in Editoriale



La risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle violazioni nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est e in Israele, adottata con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni getta benzina sul fuoco della difficile tregua tra Israele e Hamas mediata dall’Egitto.

La risoluzione, marcatamente anti-Israele, prevede l’istituzione con urgenza di una commissione d’inchiesta internazionale permanente per indagare sulle violazioni delle norme del diritto internazionale precedenti e successive al 13 aprile 2021 e su tutte le cause profonde alla base delle tensioni, inclusa la discriminazione e la repressione sistematiche basate sull’identità nazionale, etnica, razziale o religiosa



Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato l’iniziativa come “un altro esempio della palese ossessione anti-Israele del Consiglio dei Diritti Umani.

“Ancora una volta un’immorale maggioranza automatica al Consiglio ha coperto una organizzazione terrorista genocida che prende deliberatamente di mira i civili israeliani trasformando i civili di gaza in scudi umani”, ha scritto su Twitter.

“Questo viene fatto dipingendo come ‘parte colpevole’ una democrazia che agisce legittimamente per proteggere i suoi cittadini da migliaia di attacchi indiscriminati con i razzi. Questa farsa ridicolizza la legge internazionale e incoraggia i terroristi nel mondo”, ha aggiunto

Il ministero degli esteri palestinese ha detto che riflette la “determinazione della comunità internazionale ad andare avanti sulla strada della responsabilità, dell’applicazione della legge e della protezione dei diritti umani palestinesi”. Hamas, nel frattempo, ha chiesto “misure immediate per punire” Israele.

Per comprendere quanto possa essere paradossale il dibattito in alcuni consessi dell’ONU vale la pena sottolineare che al Consiglio dei Diritti Umani sono emerse anche accuse all’Italia per la “vendita di armi a Israele”.

E’ “inconcepibile – si legge nel resoconto della discussione in seno al Consiglio dei diritti umani – che Stati tra cui Stati Uniti, Germania e Italia, forniscano ancora armi e assistenza militare al governo israeliano, nonostante il chiaro rischio di gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario”.



Resta difficile comprendere come i sottomarini realizzati nei cantieri tedeschi in dotazione alla Marina israeliana o gli addestratori Leonardo M-346 dell’Aeronautica abbiano avuto un ruolo nelle operazioni belliche a Gaza.

Ci si sarebbe dovuti aspettare che le Nazioni Unite trovassero “inconcepibile” che a Gaza siano penetrati clandestinamente tra i 30 mila e i 50 mila razzi, incluse le forniture iraniane

Semmai di fronte ai numeri di armi impiegate (quasi 4.500 razzi lanciati contro Israele e centinaia di incursioni israeliane a Gaza), l’ONU avrebbe dovuto ringraziare Israele per le perdite estremamente limitate considerando la massa di armi e la potenza di fuoco impiegata.

A conferma che Israele ha ben difeso il suo territorio e ha colpito quasi sempre in modo “chirurgico” il nemico evitando carneficine tra i civili usati come “scudi umani” dai miliziani palestinesi.



Il bilancio delle operazioni rende difficile attribuire la vittoria in modo netto e incontrovertibile. Hamas ha subito perdite rilevanti in termini di uomini e comandanti ma che potrà rapidamente compensare con nuovi arruolamenti e nomine mentre i razzi utilizzati, a cui aggiungerne alcune centinaia distrutti dai raid aerei israeliani nei depositi potrebbero rappresentare un sesto o addirittura in decimo dei 30 mila o forse 50 mila che secondo fonti d’intelligence israeliane e statunitensi sarebbero presenti a Gaza.

Difficile quindi definire sconfitte Hamas e Jihad Islamica palestinese, che dispongono ancora in ogni momento delle capacità militari per riaprire le ostilità cercando di bersagliare le città israeliane.

Gerusalemme sembra puntare oggi su un accordo internazionale che garantisca il disarmo di Hamas, impossibile però da accettare per i miliziani sostenuti dall’Iran ma anche da Turchia e Qatar.

Inutile farsi illusioni che una missione internazionale possa raggiungere un simile obiettivo, specie tenendo conto che lo stesso ONU con le sue agenzie “terzomondiste” ha sempre mostrato massima severità nei confronti di Israele e mano morbida mista a tolleranza verso l’insurrezione e il terrorismo palestinese.



Meglio ricordare che i 12 mila caschi blu schierati in Libano meridionale dal 2006 di UNIFIL 2 avevano tra i loro compiti previsti dalla Risoluzione dell’ONU il disarmo delle milizie presenti nel Sud del Libano (soprattutto quelle di Hezbollah) che a oggi non è mai stato neppure tentato su vasta scala e che, quando accennato dai caschi blu in sporadiche occasioni, ha visto energiche reazioni da parte di Hezbollah.

Il disarmo di milizie così radicate sul territorio e che hanno il totale controllo della popolazione, volontario o basato sul terrore, si può concretamente attuare solo dopo aver inflitto loro una decisiva sconfitta militare.

Nel caso di Hamas a Gaza l’unica possibilità di scongiurare nuovi lanci di razzi contro le città israeliane è riposta in un’operazione militare su vasta scala che permetta alle israeli Defence Forces (IDF) di conquistare la Striscia di Gaza metro dopo metro eliminando ogni sacca di resistenza, distruggendo tutti i depositi di armi e razzi e catturando o uccidendo miliziani e comandanti dei due gruppi armati palestinesi.



Certo Israele avrebbe difficoltà a giustificare alle cancellerie e all’opinione pubblica internazionale una durissima campagna militare casa per casa (resa ancor più feroce dalla resistenza che opporrebbero miliziani consapevoli di non avere scampo) e ancor di più il ripristino di quell’occupazione della Striscia che mantenne fino al ritiro del 2005.

Un ritiro, giova ricordarlo, voluto dal premier (il “falco”) Ariel Sharon in base all’illusione che Israele avrebbe potuto barattare la pace con i vicini (Hamas ed Hezbollah) cedendo il controllo del sud del Libano (effettuato nel 2000 col premier laburista Ehuid Barak) e da Gaza cinque anni dopo.

In realtà i fatti degli ultimi 15/20 anni hanno dimostrato il fallimento strategico di quel piano basato sul principio “terra in cambio di pace” che di fatto ha solo consentito ai nemici di Israele di godere di postazioni ravvii nate (la Striscia di gaza e la Blue line di confine col Libano, per colpire il territorio dello Stato ebraico.

Oggi anche un’opzione bellica tesa ad annientare i miliziani palestinesi, dovrebbe prevedere che Israele ceda successivamente il controllo del territorio di Gaza all’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen o a una forza neutrale.



Liquidando ancora una volta l’ipotesi di un intervento dell’ONU, che non sarebbe né neutrale né in grado di tenere in pugno Gaza) l’unica possibile soluzione è riposta in un’intesa tra Gerusalemme e il Cairo che preveda la consegna di una Gaza “ripulita” da miliziani e razzi alle forze egiziane.

Il Cairo, già alle prese con le milizie jihadiste del Sinai, avrebbe tutto l’interesse a stabilizzare Gaza ma potrebbe non essere disposta a schierare migliaia di soldati e poliziotti all’interno del territorio abitato da 2,5 milioni di palestinesi.

Certo si tratta solo di ipotesi e opzioni che per ora non sembrano essere all’ordine del giorno. Tuttavia, se è vero che il disarmo di Hamas costituisce il primo passo verso la pace, è altrettanto vero che non potrà essere effettuato se non utilizzando con determinazione strumenti militari adeguati.

Italia dove i politici "locali" taglieggiano in maniera sistematica gli automobilisti

L’Italia è il paese con più autovelox in Europa



28 Maggio 2021 alle 13:30
Di: Alberto Carmone

Secondo uno studio europeo, il nostro Paese è tra i più severi del Vecchio Continente verso gli automobilisti

C'è chi lo sospettava, ma ora ci sono anche i dati “ufficiali”: l’Italia è il paese europeo con più autovelox in assoluto. Sono 8073 (al momento) i rilevatori di velocità presenti nello Stivale, più del doppio dei 4014 del Regno Unito, la seconda classificata di questa speciale graduatoria.

A comunicare i risultati è uno studio elaborato da Zutobi, un ente di ricerca europeo che ha messo insieme i dati raccolti da Speeding Europe, SCBD e Auto Europe.
I paesi più "severi"

Analizzando i dati, Zutobi ha creato un “indice di severità” dei diversi paesi che tiene in considerazione vari parametri come i limiti di velocità, gli importi medi delle multe associati a diverse infrazioni, il numero di autovelox e il limite massimo di alcool tollerato.

Nella classifica è emerso che l’Italia è la seconda nazione europea più severa dopo la Norvegia. Come si diceva, il nostro Paese si distingue per l’elevatissimo numero di autovelox (segnalati comunque su diverse app) e per le multe per guida in stato d’ebbrezza (in media 1500 euro per ogni infrazione).

La Norvegia rimane, però, inarrivabile. La nazione scandinava fa pagare 711 euro di media per eccesso di velocità (contro i 143 euro in Italia) e impone un limite di velocità in autostrada di 110 km/h (il più basso in Europa insieme all’Albania).

In proporzione all’Italia e ad altri Paesi sono elevatissimi anche gli importi delle multe per guida sotto effetto di alcol (5783 euro) e per il mancato rispetto del semaforo rosso (756 euro rispetto ai 200 euro in Italia). Il paradosso è che in Norvegia sono presenti appena 311 autovelox, meno di 1/20 di quelli italiani.

Posizione Paese Multa per ecc. di velocità (euro) Limite di velocità (km/h) Numero di autovelox Guida in stato d'ebbrezza (euro) Limite di alcool nel sangue Utilizzo dello smartphone (euro) Passaggio con semaforo rosso (euro) Punteggio complessivo Zutobi

Occhio al reddito medio

Tra i paesi con la “manica larga” troviamo soprattutto la Repubblica Ceca e l’Albania. Nella prima, ad esempio, la multa per eccesso di velocità è di soli 19 euro, la più bassa in tutto il continente.

Attenzione però, leggendo questi dati bisogna tenere presente che gli importi nelle varie nazioni sono rapportati al reddito medio percepito dai cittadini. Secondo lo studio, in Italia esso si attesta a 28.932 euro, mentre in Norvegia è di 57.831 euro e in Albania è di appena 4.365 euro. Per questo motivo, le multe sono ragionevolmente proporzionate.

Per fare un esempio, l’importo di 160 euro per l’utilizzo del cellulare al volante è punito con una sanzione di 160 euro in Italia e di 8 euro in Albania. Mettendo a rapporto le due situazioni emerge che per gli italiani, la sanzione incide per lo 0,6%, mentre in Albania per lo 0,2%. In termini relativi, quindi, la differenza è molto meno accentuata.

Infine, se ritenete di essere stati multati ingiustamente, vi ricordiamo di dare uno sguardo alla nostra guida su come contestare un'infrazione.

Posizione Paese Multa per ecc. di velocità (euro) Limite di velocità (km/h) Numero di autovelox Guida in stato d'ebbrezza (euro) Limite di alcool nel sangue Utilizzo dello smartphone (euro) Passaggio con semaforo rosso (euro) Punteggio complessivo Zutobi

https://it.motor1.com/news/510043/italia-autovelox-record-dati-europa/

Aprire il vaso di Pandora di Fort Detrick in Maryland e degli altri 200 laboratori statunitensi sparsi per il mondo

La Cina ribatte alle accuse sull’origine del covid-19: “Indagate su laboratori di Fort Detrick in Usa”

Pechino non vuole più sentir parlare di nuove indagini sul laboratorio di Wuhan come origine del covid19. Per questo, di fronte alle richieste continue degli statunitensi, i cinesi hanno replicato agli Stati Uniti di seguire il loro esempio facendo entrare gli esperti dell’OMS nei laboratori di ricerca biomedica dell’esercito americano di Fort Detrick.

ESTERI 28 MAGGIO 2021 19:36 di Antonio Palma



La Cina ribatte alle nuove accuse sull'origine del covid-19 arrivata dagli Usa e invita a indagare proprio sui laboratori di ricerca biomedica dell'esercito americano di Fort Detrick, nel Maryland. La presa di posizione di Pechino è solo l'ultimo atto della guerra a colpi di proclami tra Washington e Pechino che si trascina fin dall'inizio della pandemia da coronavirus. Il nuovo botta e risposta è partito quando il Presidente Usa Biden ha ordinato ai servizi di intelligence di intensificare gli sforzi per riesaminare l'origine del virus, inclusa la possibilità che fosse emerso da un incidente di laboratorio a Wuhan. A spingere Biden a questa mossa la crescente pressione dell'opinione pubblica dopo la pubblicazione di un rapporto di intelligence, precedentemente non divulgato, secondo cui diversi ricercatori dell'Istituto di virologia di Wuhan si sono ammalati nel novembre 2019 e hanno dovuto essere ricoverati in ospedale.

in foto: Esperti Oms a Wuhan

La richiesta della Casa Bianca non è passata inosservata a Pechino che ha subito reagito chiedendo di indagare invece sui laboratori Usa che si occupano di virus. "Quali segreti si nascondono a Fort Detrick e negli oltre 200 bio-laboratori statunitensi in tutto il mondo?" ha chiosato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, facendo riferimento a un laboratorio di ricerca biomedica dell'esercito americano già collegato il passato all'emergere di alcuni virus ma senza prove. "Gli Stati Uniti non si preoccupano affatto dei fatti o della verità, né sono interessati a un serio studio scientifico sulle origini del virus. Il loro unico scopo è quello di utilizzare la pandemia per la manipolazione politica e scaricare la colpa su altri" hanno dichiarato da Pechino.

Da quando a marzo un rapporto dell'OMS ha concluso che era "estremamente improbabile" che il coronavirus fosse uscito da un laboratorio, Pechino non vuole più sentir parlare di nuove indagini anche se alcuni degli stessi esperti dell'Oms hanno denunciato di aver potuto indagare ben poco nel loro viaggio a Wuhan. Dal punto di vista di Pechino, non ci sono ragioni per accettare un'altra indagine, non importa quanto Washington spinga per farlo. Per questo di fronte alle richieste continue, i cinesi hanno replicato agli Stati Uniti di seguire il loro esempio facendo entrare gli esperti dell'OMS nei laboratorio statunitensi per uno studio sulla possibile origine del virus e "divulgare i dati e le informazioni dettagliate sugli inspiegabili focolai di malattie respiratorie nel nord della Virginia e l'epidemia di EVALI in Wisconsin".


Sono almeno quarant'anni che la 'ndrangheta è parte integrante del Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato e ha piazzato i suoi uomini ai vertici dell'amministrazione pubblica, per esempio nella sanità romana. Basta vedere lo storico dei vertici di questi enti


Così anche la mafia calabrese ha le sue menti raffinatissime

Antonio Nicaso 27 Maggio 2021

Gotha e menti raffinatissime. Un processo che potrebbe segnare uno spartiacque nella lotta alla ’ndrangheta e che va oltre i tre mandamenti, ai quali fa riferimento già negli anni 30 del secolo scorso Antonio Musolino, fratello del famoso bandito, descrivendo un’organizzazione strutturata su tre macro-aree: Matrice, Piana e Montagna, le stesse individuate e riscontrare ottanta anni dopo dal processo Crimine.

Per la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, esiste una componente invisibile e segreta della ‘ndrangheta: un organismo che sta al di sopra dei tre mandamenti e dei clan che operano sul territorio. Quella descritta dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo è un’organizzazione molto più complessa nella sua struttura, coordinata da almeno sette persone indicate dai tre mandamenti con il compito di "collegare il sovramondo con il sottomondo in una sorta di terra di mezzo in cui il visibile territoriale si collega all’invisibile strategico". È una componente sconosciuta ai ranghi più bassi che si propone anche e soprattutto di costruire in vitro politici, imprenditori e professionisti capaci di governare il territorio, di riciclare gli enormi profitti generati dal traffico internazionale di droga, e di incanalare e smistare le fonti di reddito derivanti dalla spesa pubblica.

È la chiusura del cerchio. Nel 1869, l’anno in cui viene sciolto il consiglio comunale di Reggio Calabria, la picciotteria reggina guidata da Francesco De Stefano rappresentava il braccio armato delle fazioni politiche che si contendevano l’esito delle tornate amministrative. L’arrivo dell’eroina bianca e della cocaina segnano la fine dell’economia della sussistenza e l’inizio del reinvestimento dei capitali che necessariamente richiede competenze e alleanze al di fuori dell’organizzazione. Sono queste alleanze che portano la ’ndrangheta a radicarsi anche lontano dai territori d’origine, grazie a politici e imprenditori che agiscono secondo logiche di convenienza. Ed entrati nel frattempo nelle logge deviate della massoneria, gli ’ndranghetisti sovvertono la storica subalternità nei confronti della politica: da fenomeno di controllo sociale diventano agenzia di servizi. La terza fase, quella che la Procura di Reggio Calabria sta cercando di dimostrare, riguarda la creazione di professionalità all’interno della stessa organizzazione, gente creata appunto in vitro, come si fa con la procreazione assistita. Principale imputato del processo in corso con l’accusa di far parte della direzione strategica della ‘ndrangheta è l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare, descritto dai collaboratori di giustizia come massone d’alto rango, piduista e uomo di Gladio, ma anche responsabile – per sua stessa ammissione – della latitanza del terrorista Franco Freda a Reggio Calabria. Un altro dei componenti apicali individuato dai pm reggini è l’avvocato Giorgio De Stefano, già condannato in primo grado e in appello con il rito abbreviato per lo stesso reato.

Quella che emerge dal processo Gotha è una ’ndrangheta che, pur rimanendo realtà criminale, si evolve per rafforzarsi, per crescere e per aumentare la sua potenza, tentando di creare prima e di sfruttare poi circuiti relazionali sempre più estesi e, correlativamente, sempre più riservati. Reggio è ormai diventata un laboratorio, in cui si affinano strategie tipiche dei sistemi criminali integrati, quelle in cui il potere più forte è anche quello meno visibile.

Foto © Imagoeconomica

Costruzioni, automobili ed elettrodomestici trainano l'inflazione negli Stati Uniti, si abbassano i consumi e si gioca al Casino di Wall Street. Un sistema scolastico basato sui prestiti è un obbrobrio arriva, oggi, il momento che moltissimi moltissimi non riescono a restituirli

Gli Usa frenano i consumi ma tornano in massa al daily trading. Causa inflazione

29 Maggio 2021 - 13:00

Con il trend dei prezzi in continua crescita e la stimmy money federale in esaurimento, l’americano medio chiude i rubinetti. E riapre il conto titoli, mettendo di nuovo le ali a GameStop e AMC. E che la dinamica fosse nell’aria, lo dimostra la scelta di un gestore come Fidelity: trading account per clienti nella fascia 13-17 anni. Nel frattempo, i prestiti scolastici inesigibili hanno quasi raggiunto il valore delle perdite legate ai subprime


C’è qualcosa di inquietante dietro al ritorno in grande stile di GameStop, AMC e le altre meme stocks amate dai frequentatori di forum e chat. Paradossalmente, più pericoloso sul medio termine del sospetto che sia la stessa Fed a istigare certi assalti alla carovana per ottenere short squeezes in grado di alleviare il peso ormai insostenibile dell’utilizzo del reverse repo.

In prima battuta, ce lo mostrano questi tre grafici,

Fonte: Bloomberg
Fonte: Bloomberg/UMich
Fonte: UMich

dai quali si evince come l’inflazione sia ormai la preoccupazione numero uno dell’americano medio. Se infatti le tre categorie più monitorate nella tracciature delle spese per consumi personali (real estate, automobili ed elettrodomestici) hanno tutte registrato un tonfo nell’ultima lettura legata alle intenzioni di acquisto, il report appena pubblicato dall’Università del Michigan (UMich) mette ancora più in prospettiva la vicenda: se le aspettative inflazionistiche nel mese di maggio sono salite al 3,6% per i prossimi 12 mesi, il massimo dal 2008, i riferimenti ad aumenti di prezzo nelle tre categorie-pilota prima elencate hanno subito una variazione mensile al rialzo senza precedenti.

Di fatto, nonostante la stimmy money dei piani federali stia continuando a fluire sui conti correnti di qualche milione di cittadini statunitensi, questi ultimi hanno smesso di acquistare. E lo hanno fatto in massa e rispetto a controvalori da record fino ad aprile, anticipando il trend: ora la percezione di inflazione è divenuta realtà, poiché come mostra questo grafico

Fonte: Bloomberg

il calo reddituale mensile ad aprile ha segnato un netto -13,1%. Ma ecco il lato peggiore dell’intero quadro d’insieme, plasticamente mostrato dalla comparazione fra queste altre tre immagini:

Fonte: Bloomberg
Fonte: Bloomberg
Fonte: Goldman Sachs

la prima certifica come ieri il titolo di AMC Entertainment sia stato il più trattato dell’intero mercato, addirittura superiore a Tesla, sia in termini di valore che di volume. Una penny stock che fino al sospetto riattivarsi di interesse su WallStreetBets era terminata non solo nel dimenticatoio ma anche nel portoflio shorts degli hedge funds. Appena il lo short interest è divenuto interessante, ecco aumentare le chiacchiere sul tema. E gli acquisti.

E se il secondo grafico mostra il più classico e preoccupante esempio di quella che George Soros chiamava reflexivity, visto che il bond scadenza 2026 di AMC è passato dai 5 centesimi sul dollaro di novembre ai 99 centesimi di ieri, il terzo esemplifica come sia proprio la clientela retail a essere tornata in forze sul mercato, dopo il crollo registrato a marzo. Soltanto a dicembre 2020, la quota di mercato equity che faceva riferimento a operatori non professionali aveva toccato il livello record del 28%. Poi, la rottura. Un amore travolgente e finito di colpo, esattamente come l’interesse del mercato per GameStop e soci. Ora, invece, il ritorno di fiamma.

Peccato che stia avvenendo in perfetta contemporanea con un drastico calo delle spese per consumi personali da inflazione galoppante. Insomma, come inquadrare un momentum in cui si preferisce tornare a concentrarsi sul conto titoli di Ronbinhood piuttosto che cambiare la lavatrice o comprare un televisore per la stanza dei bambini? La stimmy money ha forse capito che i mesi di baldoria da welfare a pioggia hanno i giorni contati e, da qui a settembre, ha optato per l’azzardo borsistico da massimizzazione per assicurare i regali di Natale? Il tutto, chiaramente, in attesa che qualcuno o qualcosa faccia raffreddare i prezzi dei beni di consumo. O riapra la diga dell’helicopter money.

E il sospetto che il trend fosse talmente nell’aria da aver spinto molti operatori a lavorare in tal senso con largo anticipo lo dimostra questa immagine,
Fonte: Fidelity

il comunicato con cui Fidelity annunciava il lancio dal conto titoli per clientela baby fra i 13 e i 17 anni. Piccoli Gordon Gekko crescono, insomma. Con alcune limitazioni, bontà loro. Nonostante l’azienda celebri la propria iniziativa come un’operazione destinata a spalancare le porte a una nuova generazione di investitori, i disastri causati dall’abuso di trading su assets rischiosi della prima ondata di retail frenzy ha spinto il gestore a vietare l’operatività su opzioni e quella sui margini. Per quello, occorrerà attendere il compimento del 18mo anno di età. Per tutto il resto, via libera.

E i numeri parlano chiaro: se infatti decine di milioni di americani hanno già un conto con Fidelity, in tutto il Paese ci sono 27 milioni di teen-agers su cui puntare. Calcoli alla mano, percentualmente sono molti quelli con genitori già clienti del gestore: quindi, facilmente tentabili dall’offerta. Magari con chiamate a freddo, tanto per ricordare i vecchi metodi da piazzista utilizzati in Wall Street o con pacchetti all-inclusive cui non si può dire di no. Ma ecco che questa immagine

Fonte: OpenTheBooks

sembra chiudere il cerchio: stando a nuove stime contenute nello studio del Department of Education e rilanciate dal Wall Street Journal, sono qualcosa come 435 i miliardi di controvalore in prestiti scolastici che il governo perderà su un portoflio totale di 1,37 trilioni. Per mettere la questione in prospettiva, le perdite private riconducibili al crollo subprime arrivarono a 535 miliardi. Un terzo, insomma, già oggi è classificato ufficiosamente alla voce unpaid.

Qualcosa che tramuta la moratoria da 10.000 dollari a studente promessa da Joe Biden nella proverbiale goccia che si perde nell’oceano, tratteggiando un profilo poco lusinghiero del Paese che la narrativa da elegia dello stimolo pubblico perenne sembra invece localizzare in provincia dell’Eden. Mentre i cittadini tagliano le spese su beni-paniere a causa dell’inflazione ma tornano a scommettere in massa su meme stocks, finanziarie e gestori concentrano il loro business su operazioni come il conto titoli per 13enni, mentre il sistema legato ai prestiti convive con un debito inesigibile per l’istruzione superiore ormai pari alle perdite legate al tonfo immobiliare post-Lehman. Citando il capolavoro di Robert Altman, America oggi.

Solo dei VERI imbecilli possono leggere i fatti tra palestinesi ed ebrei sionisti con "equidistanza"

Gaza come Guernica

di Lanfranco Binni
20 maggio 2021

Pulizia etnica, apartheid, guerra ai civili: si chiama genocidio. I crimini di guerra dello Stato ebraico per la liquidazione della “questione palestinese” con l’eliminazione fisica dei palestinesi dalla terra a loro predata attraverso le strategie e le pratiche di un colonialismo di insediamento perseguito giorno per giorno dal 1948 a oggi, con metodo e tenacia, non hanno mai avuto e non hanno nessuna giustificazione. La “soluzione finale” riservata oggi a Gaza e progettata fin dall’assedio del 2007, in un crescendo di attacchi militari e stragi di civili fino all’attuale coventrizzazione1 della città, è l’esito di un progetto ideologico-politico, il sionismo della “grande Israele” liberata dagli arabi, e militare, l’occupazione dei territori palestinesi e l’espulsione dei suoi abitanti, rendendo la loro vita impossibile, costringendoli allo sfollamento e alla fuga.

In un recente numero monografico del «Ponte», Palestinesi (gennaio 2020)2, sono stati analizzati i vari aspetti, storici e attuali della “questione palestinese”, con la scelta di dare piena voce alla resistenza di ieri e di oggi, contro ogni lettura falsamente equidistante tra palestinesi e israeliani, tra vittime e carnefici, tra prigionieri e carcerieri.

Nessuna equidistanza è possibile tra uno Stato occupante che esercita tutti gli strumenti di un potere assoluto e devastante sugli occupati, ed è soltanto funzionale alla loro liquidazione. In quel numero monografico si insisteva tuttavia sui dati nuovi, occultati dalla propaganda israeliana e dalle complicità internazionali (media, geopolitica occidentale e mercato delle armi), della situazione attuale dei palestinesi nei Territori occupati, all'interno di Israele, a Gaza, e nella diaspora internazionale in Medio Oriente e in Occidente. Nuovi dati dopo il gennaio 2020: l) lo sviluppo di esperienze politiche dall'interno della società civile palestinese, “dal basso” e in reazione alle crisi delle organizzazioni tradizionali, crisi di rappresentanza e talvolta di collusione e collaborazionismo con le strategie israeliane; 2) l’impraticabilità di un “processo di pace” sulla base dei fallimentari accordi di Oslo, usati da Israele per incrementare l’espansione coloniale e frammentare i territori occupati in “ghetti” palestinesi isolati, assediati e continuamente aggrediti da coloni e soldati; 3) il rafforzamento delle organizzazioni della resistenza armata (Hamas, Jihad islamica, Fronte popolare per la liberazione della Palestina e altre) nella prigione a cielo aperto di Gaza e nei territori occupati.

A questi dati se ne sono aggiunti altri all’inizio di quest’anno: 1) le elezioni legislative e presidenziali palestinesi, indette per il 22 maggio e il 31 luglio e poi sospese dall’Autorità nazionale palestinese dopo la scelta di candidarsi alle elezioni presidenziali da parte di Marwan Bargouthi, organizzatore della prima e della seconda intifada nel 1987 e nel 2000, oggi considerato il Mandela palestinese, prigioniero politico in un carcere israeliano da 19 anni, leader di riferimento di ampi settori della società civile e di settori critici delle stesse organizzazioni della resistenza armata; 2) l’ennesima crisi di governo della sedicente “democrazia” dello Stato confessionale ebraico, comunque pilotata da un Netanyauh che sul piano personale ha tutto da perdere, alla vigilia dei suoi processi per corruzione, e che si fa ancora una volta interprete guerriero della “zona nera” della società israeliana, a cercare nella guerra ai palestinesi una sempre possibile “uscita di sicurezza”; 3) il probabile indebolimento della linea filoisraeliana della nuova amministrazione statunitense, con un Biden che non si smarca dall’attivo sostegno trumpiano all’espansionismo israeliano ma deve fare i conti con la sinistra interna al Partito democratico e con l’opposizione di settori consistenti della società americana; 4) la problematica efficacia dei trumpiani “Accordi di Abramo”, anche a seguito della sconfitta militare dell’Arabia saudita in Yemen.

Le provocazioni “religiose” degli ortodossi ebraici a Gerusalemme est e il dilagare di aggressioni («Morte agli arabi!») in numerose città arabo-israeliane hanno innescato reazioni impreviste all’interno di Israele, a Gaza, nei Territori palestinesi occupati, estendendosi nell’intero Medio Oriente. Impreviste le proteste e le reazioni dei palestinesi “arabo-israeliani” nelle città dello Stato israeliano. Imprevisti i collegamenti tra città “miste”, territori occupati e Gaza. Imprevista, per intensità e forza militare, la reazione delle varie formazioni armate di Gaza. La risposta israeliana è stata la coventrizzazione della città di Gaza, distruggendo edifici e infrastrutture civili, sperimentando nuovi missili di profondità per distruggere la rete di tunnel scavati dalla Resistenza. Centinaia di vittime civili, molti i bambini, migliaia i feriti, decine di migliaia gli sfollati. Colpite anche strutture sanitarie, e la stessa “torre” dei media internazionali (Al Jazeera, Associated Press e altri) con il pretesto non dimostrato che avrebbe ospitato anche “terroristi” di Hamas. In realtà Israele non vuole testimoni né voci indipendenti; per le informazioni sull’offensiva in corso devono bastare le veline dell’esercito e le conferenze-stampa di Netanyauh, che alle prime reazioni critiche dal Medio Oriente e dall’Onu, frenate dagli Stati Uniti d’America, dopo dieci giorni di bombardamenti sa dire soltanto: “lasciateceli ammazzare in pace, dobbiamo finire il lavoro”, rifiutando qualsiasi negoziato di “cessate il fuoco”.

Vedremo nei prossimi giorni quali sviluppi avrà la diplomazia internazionale, in cui si annuncia un nuovo ruolo di mediazione assunto dalla Cina. Vedremo anche cosa comporta l’operazione «Guardiano delle Mura» (proiezione narcisistica di un criminale di guerra) all’interno di Israele, nel Partito democratico americano, nei governi e nelle opinioni pubbliche del Medio Oriente e d’Europa. Molti sono i processi possibili, ma il dato fondamentale è l’estensione della mobilitazione che sta unendo i palestinesi: lo sciopero generale del 18 maggio in Israele e nei Territori occupati, contro le politiche discriminatorie dello “Stato nazionale ebraico” e i bombardamenti su Gaza, ha visto insieme per la prima volta comunità palestinesi che negli ultimi decenni sono state separate per ragioni geografiche e politiche, mentre si sono moltiplicate ovunque le manifestazioni popolari. I razzi da Gaza sono considerati, e da considerare, un diritto di resistenza di un popolo sotto occupazione, legittima difesa. Come sostiene Leila Khaled, storica esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e oggi attiva nell’Unione dei Comitati delle donne palestinesi, in Giordania: «Abbiamo sempre considerato la lotta armata come una via importante e strategica, non perché valutiamo la violenza fine a se stessa, ma perché stiamo affrontando uno Stato colonizzatore violento e la lotta armata è un potere e uno strumento nelle mani delle masse oppresse. Non è una prassi “scelta” dagli oppressi, ma una necessità che è stata loro imposta. Se il popolo palestinese avesse trovato degli strumenti politici nel 1948 o nel 1967 per riavere indietro i suoi diritti quando non c’era ancora la lotta armata, ci troveremmo ora in una situazione ben diversa. La realtà ha dimostrato che la natura razzista e colonialista richiede una lotta armata»3.

Lotta armata, comitati popolari nonviolenti, movimenti femministi di liberazione dal patriarcato, esperienze di autorganizzazione “dal basso”, compongono oggi uno scenario nuovo della questione palestinese, un nuovo paradigma. La tradizionale resistenza dei palestinesi, vittime di una storia profondamente ingiusta e tutta occidentale, ha oggi un suo doppio: la potenziale autoliberazione dai vincoli di un confronto ineguale e speculare con un potente carnefice prigioniero del suo ruolo di carceriere, attuando pratiche di autorganizzazione e di autonomia per costruire una nuova forza sociale e politica, e una nuova narrazione del proprio percorso di liberazione, su un terreno proprio e con forti relazioni con quei movimenti che in tutto il mondo stanno reagendo alle catastrofi di una storia che gronda sangue e sta distruggendo il pianeta. Su questo terreno i palestinesi possono oggi svolgere un ruolo di avanguardia, forti della loro cognizione del tragico e della loro vitale necessità di una vera liberazione, non solo dall’occupazione israeliana. A questo laboratorio di liberazione, anche della nostra, dobbiamo guardare con grande attenzione, consapevoli che la crisi internazionale del capitalismo neoliberista sta producendo ovunque i suoi anticorpi. Un nuovo internazionalismo è possibile e necessario, che sostenga con ogni mezzo, innanzitutto con l’informazione e la controinformazione, il movimento di liberazione palestinese in una fase di nuovo sviluppo che muterà profondamente assetti politici già messi in discussione dal nuovo protagonismo di una nascente terza intifada. Ricordiamoci La battaglia di Algeri, lo straordinario film di Gillo Pontecorvo (1966) sulla lotta di liberazione del popolo algerino dal colonialismo francese: quei temi, quella relazione tra lotta armata e movimenti di massa, rivivono oggi in forme nuove nelle attuali esperienze del popolo palestinese. E ricordiamoci, in Italia, della nostra Resistenza, quando l’opposizione antifascista (fin dagli anni venti) e la lotta armata partigiana dall’8 settembre 1943 seppero unirsi nel vincente movimento di liberazione dal fascismo e dall’occupazione tedesca, aprendo una fase nuova della nostra storia.

Note

1 Il bombardamento aereo a tappeto della città inglese di Coventry da parte della tedesca Luftwaffe, nella notte tra il 14 e il15 novembre 1940. Un analogo bombardamento delle aviazioni tedesca e italiana aveva distrutto la città basca di Guernica, roccaforte della Spagna repubblicana, il 26 aprile 1937.

2 Palestinesi, a cura di Lanfranco Binni, Riccardo Bocco, Wasim Dahmash, Barbara Gagliardi, scritti di Luigi Achilli, Bina Ahmad, Francesca Albanese, Jalal Al Husseini, Phillis Bennis, Sergio Bianchi, L. Binni, R. Bocco, Gian Paolo Calchi Novati, Diana Carminati, Chiara Cruciati, W. Dahmash, Cecilia Dalla Negra, Mahmoud Darwish, Filip Ejdus, Richard Falk, Basil Abdelrazeq Farraj, B. Gagliardi, Michele Giorgio, Jamil Hilal, Sandi Hilal, Atwa Jaber, Sunaina Maira, Alessandro Petti, Caterina Roggero, Ibrahim Saïd, Ruba Salih, Magid Shihade, Olga Solombrino, Alaa Tartir, Virginia Tilley, Ben White, Anna-Esther Younes, «Il Ponte», a. LXXXVI, n. 1, gennaio-febbraio 2020, pp. 398.

3 Dichiarazione citata in S. Mauro, Resistenza armata palestinese: un nuovo paradigma, in Palestinesi cit., p. 298.

Orgogliosi di essere COMUNISTI

Cinque buone ragioni per essere comunisti (e non di sinistra)

di Carlo Formenti
20 maggio 2021

In coda a un dibattito sulle "Prospettive del comunismo oggi" al quale ho partecipato ieri sera (trovate qui il video: https://fb.watch/5BfY9aMSQW/ ) Marco Rizzo ha annunciato la mia candidatura come capolista del Partito Comunista alle prossime elezioni municipali di Milano. I motivi che mi hanno convinto a compiere questa scelta erano già impliciti nel post "Riflessioni autobiografiche di un comunista (finora) senza partito", che avevo pubblicato non molti giorni fa su questo blog. Ma ho ritenuto che fosse il caso di ribadirle e sintetizzarle qui di di seguito


Perché il comunismo è un’ideologia più giovane e vitale del liberalismo

Chiarisco che il termine ideologia è qui inteso nel senso forte, positivo che Gramsci e Lukacs gli attribuivano: non falsa coscienza bensì l’insieme dei valori, principi, visioni del mondo, conoscenze, memorie collettive, ecc. che costituisce l’identità sociale e antropologica di una determinata classe (anche quando essa perde consapevolezza di sé dopo avere subito una dura sconfitta da parte degli avversari). Ciò posto, va ricordato che l’ideologia comunista è giovane: se ne fissiamo la nascita alla pubblicazione del Manifesto di Marx ed Engels (1848) non ha ancora due secoli di vita (mentre il liberalismo ne ha almeno sei). I suoi fondatori furono troppo ottimisti nel prevederne il trionfo in tempi brevi. Oggi sappiamo che la via è lunga e difficile, costellata di avanzate e ritirate, vittorie (come quelle del 1917 in Russia e del 1949 in Cina) e sconfitte (come quella del 1989 che ha visto il crollo dell’Urss). Ma sappiano anche che, malgrado i cinque monopoli (Samir Amin) sui quali può contare il nemico di classe (sui mezzi di produzione, sulla finanza, sulle tecnologie, sulle conoscenze scientifiche, sui media), e malgrado il disastro dell’89, la via socialista ha dimostrato una poderosa capacità di resilienza, soprattutto nell’Oriente e nel Meridione del mondo, al punto che oggi, grazie ai trionfi dello stato/partito cinese, è di nuovo in grado di contendere al capitalismo occidentale il dominio mondiale, come dimostrano

1) la forsennata guerra fredda che Usa e Ue stanno scatenando contro il “pericolo giallo”,

2) la paura che li sta costringendo a riscoprire keynesismo e statalismo per recuperare il consenso delle classi subalterne, martoriate da decenni di neoliberismo e dagli effetti delle crisi che questo sistema criminale ha innescato. Ma non c’è solo la Cina: oggi l’America Latina (Cuba, Venezuela, Bolivia e ora il Cile che rialza la testa a mezzo secolo dal golpe di Pinochet) è di nuovo in lotta contro il neoliberalismo e gli Stati Uniti faticano a controllare il loro “cortile di casa”.

Perché il comunismo è un’ideologia diversa (e incompatibile) con quella di una sinistra che si è meritata l’odio delle classi popolari

L’equivoco della identificazione fra comunismo e sinistra è nato all’inizio degli anni Settanta, quando gli strati piccolo borghesi che si riconoscevano nel movimento studentesco e nei gruppetti extraparlamentari innalzarono la bandiera dell’alleanza operai/studenti, rilanciando parole d’ordine e obiettivi del movimenti rivoluzionari del Novecento in modo astratto e libresco, usandoli come una maschera estetizzante dei loro reali obiettivi, che si riducevano a una rivoluzione dei costumi, e all’emancipazione dalle forme più arcaiche di controllo gerarchico (paternalismo famigliare, clientelismo politico, corporazioni professionali, gerarchie generazionali, ecc.), ormai superate dallo stesso sviluppo capitalistico che richiedeva una radicale modernizzazione culturale. Dissolta la spinta delle lotte operaie, stroncate dalla crisi e della ristrutturazione capitalistiche (e tradite dalle loro organizzazioni tradizionali, che in quegli anni decisero di allinearsi alle politiche neoliberiste in economia e neoliberali in politica (promuovendo il compromesso al ribasso con i padroni in fabbrica e dissociandosi dai Paesi socialisti per schierarsi a fianco del blocco occidentale e del suo braccio militare, la Nato), quegli strati piccolo borghesi sono tornati a svolgere il loro ruolo di agenti e funzionari del regime capitalistico. Hanno dato vita a movimenti (come il femminismo e l’ambientalismo) che rivendicavano riforme fondate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo sociale e del tutto compatibili con il processo di modernizzazione di un sistema mai messo in discussione e hanno rinunciato completamente a porsi il problema della conquista del potere politico (di qui il rifiuto fobico nei confronti dello stato, identificato come il male assoluto, e del socialismo, condannato in quanto regime “autoritario”). Questa deriva è proseguita fino ai giorni nostri, toccando vertici deliranti con l’instaurazione della cultura autoritaria e violenta del politicamente corretto adottata, dalle sinistre di governo assieme a un’ideologia femminista ormai totalmente integrata nella cultura neoliberale. Questa deriva, assieme al fatto che queste sinistre hanno approvato leggi antipopolari - come l’abolizione dell’articolo 18 - ha fatto sì che oggi il popolo dei Paesi occidentali odi le sinistre, come dimostrano le analisi dei flussi elettorali che vedono i centri gentrificati votare a sinistra e le periferie proletarie votare a destra o astenersi. L’equivoco degli anni Settanta è stato brevemente richiamato in vita da populismi di sinistra come Syriza, Podemos, la sinistra americana di Sanders, France Insoumise (l’Italia ha prodotto solo l’aborto dell’M5S che non è nemmeno riuscito ad accreditarsi come una nuova sinistra alternativa al PD, sia pure ultramoderata). Questi movimenti, che pure erano inizialmente sembrati in grado di smarcarsi dall’immagine deteriorata delle sinistre tradizionali, e di interpretare il ruolo di rappresentanti delle spontanee ribellioni popolari contro le politiche neoliberali, sono falliti a causa: 1) del mancato radicamento sociale, avendo assunto la forma di partiti “leggeri” fondati sulla comunicazione e sul tentativo di catturare un’opinione pubblica trasversale; 2) della scelta di fare propria la cultura politicamente corretta delle sinistre (Podemos è arrivato a qualificarsi come partito femminista – Unidas Podemos – piuttosto che come partito di classe); 3) dall’essersi alleati in posizione subordinata con le vecchie sinistre in funzione “antifascista” (anche quando tale minaccia appariva frutto della propaganda del regime neoliberale più che rappresentare un rischio reale); 4) dal fatto che, fin dalle origini, i loro quadri appartenevano perlopiù a strati sociali piccolo borghesi come era avvenuto negli anni Settanta (anche se oggi si tratta di gruppi che presentano una composizione professionale diversa, legata soprattutto alle modificazioni indotte dalle nuove tecnologie). Tutto ciò ha fatto sì che abbiano seguito rapidamente lo stesso destino delle sinistre tradizionali, guadagnandosi il rigetto delle classi popolari che si erano brevemente illuse di trovare una nuova rappresentanza per i propri interessi. In conclusione: oggi sinistra è sinonimo di liberalismo di sinistra, per cui chi si dichiara (non a parole, ma perché sinceramente intenzionato a rappresentare gli interessi delle classi subalterne e la speranza di un radicale cambiamento di civiltà, e non solo del modo di produzione) comunista non può, né deve, avere più alcunché da spartire con queste sinistre.

Perché comunismo vuol dire dare priorità agli interessi, ai bisogni e ai valori comunitari rispetto agli interessi, ai bisogni e ai valori individuali

La propaganda anticomunista batte ossessivamente sul tasto della libertà e dei diritti individuali. Ma la presunta “universalità” dei diritti dell’individuo (borghese), come già annotava Marx, si riduce di fatto alla tutela dei diritti dell’uomo proprietario. Il diritto “uguale” fra soggetti astratti si rovescia nel diritto disuguale fra soggetti concreti, visto che solo un’infima minoranza di quest’ultimi dispone delle risorse necessarie per far valere i propri diritti, mentre per tutti gli altri questi si riducono a pure affermazioni di principio (non a caso la nostra Costituzione – tanto odiata dai liberal liberisti – afferma la necessità di garantire le condizioni per la realizzazione dell’uguaglianza sostanziale fra i cittadini). Oltre che dell’individuo proprietario, il diritto borghese si premura di tutelare i diritti dell’individuo consumatore: il diritto del consumatore si afferma a danno dei diritti del lavoratore (costretto ad accettare salari bassi e ritmi di lavoro infernali per contenere il costo delle merci). Certo il lavoratore è a sua volta consumatore, ma se accetta il punto di vista borghese viene messo contro i suoi fratelli – e contro se stesso. Senza dimenticare che, in nome dei diritti del consumatore (occidentale!) si perpetrano crimini tanto ai danni dell’ambiente, quanto dei popoli schiavizzati dei Paesi poveri. E ancora: in nome del desiderio (trasformato in diritto) individuale di avere figli delle coppie gay, si legittima l’infame pratica dell’utero in affitto che riduce donne in difficoltà a ridursi a “contenitori” di bambini (a loro volta ridotti a “prodotto”) per conto terzi. E a legittimare la mercificazione del corpo femminile è, paradossalmente, proprio il movimento femminista (o almeno la sua componente neoliberale, oggi mainstream) che, del resto, da tempo ha assunto questa prospettiva, nella misura in cui considera il corpo come una sorta di oggetto, una “proprietà” (vedi sopra) individuale. Al posto degli interessi dell’individuo proprietario e consumatore, il comunismo difende gli interessi, il benessere e la sicurezza dell’individuo produttore in quanto parte organica della collettività (l’individuo non vive nel vuoto: è il prodotto di molteplici determinazioni sociali) impegnata a riprodurre se stessa e a garantire il prevalere del bene comune. Quanto diversi siano gli effetti di queste due visioni del mondo, lo abbiamo potuto misurare grazie alla differenza nella gestione della pandemia da parte della Cina rispetto a quella del mondo occidentale: da un lato, il diritto alla salute e alla sicurezza del popolo intero, dall’altro il diritto al profitto delle Big Pharma che ha richiesto, assieme allo smantellamento dei sistemi sanitari pubblici voluto dai governi neoliberali, il tributo di milioni di morti. Ma noi occidentali siamo liberi…di crepare.

Perché il comunismo è internazionalista e non cosmopolita

Che la globalizzazione sia stata frutto di una legge economica “oggettiva” è una mistificazione liberal-liberista fatta propria dalla sinistra. Una narrazione che nasconde come dietro il processo di internazionalizzazione dei capitali si celi la “guerra di classe dall’alto” che il capitalismo ha avviato a partire dalla dagli anni Settanta del secolo scorso. L’esercito di questa guerra sono state le grandi imprese transnazionali, armate della loro capacità di muovere capitali, merci e persone inseguendo le condizioni più favorevoli offerte da mercati del lavoro, politiche fiscali e sistemi giuridici locali. Ma pensare che ciò significhi la fine dello stato nazione è un’idiozia, perché le multinazionali non avrebbero potuto espandersi senza il sostegno e l’aiuto dei rispettivi stati di origine. La globalizzazione è un processo politico sostenuto e accompagnato dagli stati più potenti (Stati Uniti su tutti) che se ne servono per ristrutturare l’ordine mondiale, e l’obiettivo della globalizzazione non è liberare il capitale dal giogo degli stati, bensì da quello della democrazia. Il neoliberismo non vuole distruggere lo stato, vuole costruire uno stato forte ma non democratico. La battaglia ideologica contro lo stato nazione va di pari passo con quella contro il socialismo e ha l’obiettivo di spezzare il legame fra stato e democrazia. Così il tradizionale nazionalismo di destra cede il passo al cosmopolitismo liberale e allo pseudo internazionalismo di sinistra. L’ondata populista non è stata tanto l’esito della controffensiva di settori capitalistici arretrati che tentano di rianimare l’ideologia nazionalista, quanto della reazione popolare agli effetti della globalizzazione. Ma la crisi della globalizzazione ha gettato nel panico le sinistre convertite al cosmopolitismo, che hanno reagito etichettando come fasciste le idee “sovraniste”. Così la parola patria oggi incute terrore negli eredi di una cultura politica che, fino agli anni Settanta, era ancora consapevole del fatto che tutte le rivoluzioni socialiste sono state rivoluzioni nazional-popolari. Le sinistre hanno adottato un internazionalismo che somiglia all’ideale cosmopolita di un mondo pacificato e unificato dagli scambi economici. Questa ideologia rispecchia valori e interessi del ceto medio riflessivo e delle sue aspirazioni di mobilità fisica e sociale, un ceto che ignora interessi e bisogni della stragrande maggioranza della popolazione mondiale che vive inchiodata al luogo di nascita. Viceversa per i comunisti la difesa della sovranità nazionale è un fattore imprescindibile: la patria è sinonimo di res publica, di una società concreta di uomini e donne che lottano per l’autogoverno dei cittadini, l’indipendenza nazionale e la sovranità popolare. I comunisti sono consapevoli che la lotta di classe non si svolge solo all’interno dei singoli Paesi, è anche lotta fra popoli oppresse e nazioni dominanti, e questa verità non vale oggi solo per i rapporti fra potenze imperialiste e Paesi ex coloniali, ma anche per quelli fra Paesi del Nord e del Sud Europa, per i quali la riconquista della sovranità nazionale è l’unica strada per riacquistare il controllo politico sulle proprie risorse, sulle politiche economiche e sociali e sui flussi di capitali, merci e persone. Ecco perché i comunisti non possono che essere contro questa Europa, contro questo mostruoso esperimento politico che mira a mettere in pratica l’utopia del fondatore del liberalismo moderno, von Hayek, l’uomo che sognava di spezzare il rapporto biunivoco fra politica e territorio neutralizzando, assieme alla sovranità nazionale, i conflitti sociali e la possibilità di offrire loro rappresentanza democratica. La Ue funziona come una sorta di polizia economica che sfrutta l’euro e il principio di concorrenza per sterilizzare appunto i conflitti sociali. Il sistema dei trattati è una costituzione materiale che agisce come una costituzione senza stato e senza popolo e rimpiazza la democrazia con la governance. L’impianto filosofico che ispira questo esperimento è l’ordoliberalismo che,

contrariamente al liberismo classico, non dà per scontata la capacità dei mercati di autoregolarsi, ma affida a un potere politico forte il compito di garantire la stabilità dei prezzi (a partire da quello della forza lavoro!). Per i Paesi del Sud Europa, l’ingresso nella Ue ha voluto dire milioni di posti di lavoro e migliaia di imprese in meno, deindustrializzazione e declassamento al ruolo di subfornitori delle imprese tedesche. Una relazione asimmetrica che è stata, non solo accettata, ma addirittura promossa dalle nostre élite: i vari Andreatta, Ciampi, Padoa Schioppa e Prodi, la hanno voluta per promuovere, con la scusa del “vincolo esterno”, le riforme neoliberali: tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e implementazione nella nostra Costituzione (attraverso il famigerato articolo 81) del Fiscal Compact, cioè del divieto costituzionale di adottare politiche economiche keynesiane. Ecco perché i comunisti dei Paesi euromediterranei dovrebbero adottare il principio del delinking (sganciamento) teorizzato da Samir Amin: solo riconquistando la sovranità nazionale sarà possibile ridare spazio al conflitto redistributivo, invertire la tendenza alla privatizzazione, nazionalizzando banche ed imprese in crisi e ri-nazionalizzando i servizi pubblici, e adottare politiche fiscali progressive.

Perché il comunismo non è antistatalista, ma mira a far sì che le classi subalterne si facciano stato

Il rifiuto delle sinistre nei confronti della nazione va di pari passo con il rifiuto nei confronti dello stato. Il ripudio dell’esperienza storica del socialismo, e l’ideologia “orizzontalista” comune a tutte le componenti della sinistra radicale, fanno sì che il vecchio principio marxista, secondo cui la macchina statale borghese non può essere ereditata e usata così com’è da parte delle classi subalterne, si sia trasformato nel dogma secondo cui lo stato in quanto tale non può più essere usato. Per questa ideologia neoanarchica lo stato, qualsiasi classe o forza politica ne detenga il controllo, è sempre e comunque un nemico, per cui il concetto di presa del potere è sparito dal suo orizzonte culturale. La logica del controllo subentra alla logica della conquista, e alla volontà di costruire un’alternativa globale al modo di produzione capitalistico e alle istituzioni dello stato borghese subentra una sorta di “democrazia dell’opinione” che diffida del potere ma non aspira a governare, non mira ad abolire il capitalismo bensì ad addomesticarne la ferocia. Ne è prova il ruolo svolto da Terzo settore, Ong e volontariato, i quali collaborano attivamente allo smantellamento del welfare in sintonia con la logica ordoliberale del “capitalismo sociale”. Ne è prova quel patetico surrogato dell’utopia comunista che è l’ideologia “benecomunista”, mentre dà per scontato che un partito rivoluzionario che pretenda di essere avanguardia politica dei movimenti non solo non serve, ma è controproducente. Insomma: siamo di fronte a un’ideologia che potremmo sintetizzare con la formula “cambiare il mondo a partire dal basso, (o addirittura a partire da sé!) senza prendere il potere”, che potremmo ironicamente accostare al detto di Cristo “il mio regno non è di questo mondo” (purtroppo la storia insegna che il detto cristiano che invita a tenersi alla larga dal potere non ha particolarmente contribuito a cambiare i rapporti di forza fra potenti e sudditi). Contro questa visione va rivendicata la necessità di conquistare il potere, o meglio, per dirla con Gramsci, di guidare le classi subalterne a farsi stato - stato che non va abolito in quanto tale, ma del quale occorre abolire il carattere di classe.

Post Scriptum

Due parole sul perché ho scelto di schierarmi con Il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo piuttosto che con un altro dei tanti partiti e movimenti italiani che si dichiarano tali. In primo luogo perché, attraverso un serrato confronto che ho avuto con questi compagni dopo avere concluso la mia esperienza nei gruppi sovranisti di sinistra, ho verificato che sono quelli con cui ho maggiori affinità su una serie di temi che considero discriminanti, poi perché sono di gran lunga i più lontani da quella cultura di sinistra della quale ho appena finito di descrivere le caratteristiche che mi inducono a valutarla come un avversario politico. Caratteristiche che, viceversa, hanno contaminato fino a snaturarne le origini una formazione come Rifondazione Comunista. Probabilmente esistono altre forze politiche che in futuro potranno contribuire alla rinascita di un forte partito comunista nel nostro Paese, ma non penso che la mia scelta sia in contraddizione con l'impegno di superare le ragioni che ancora ci dividono.