L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 giugno 2021

Pare poi che il vaccino non copra tanto bene

COVID E VACCINI: CONTROINCHIESTA 

di Leonardo MazzeiGIU 03, 2021 di SOLLEVAZIONE in SALUTE


Allora, tutto va ben Madama la Marchesa?

A sentire i media parrebbe di sì. Catastrofisti quando spaventare è d’uopo, ottimisti e perfino euforici quando si tratta di incensare i loro idoli: così funzionano i gazzettieri d’oggidì. Ed il loro servilismo nel decantare le sovraumane doti del Salvatore di turno – chissà perché sempre un big delle banche e della finanza! – è pari soltanto a quello di cui danno prova davanti alla nuova religione laica di una scienza depurata dal dubbio e dalla ragione. Dunque, viva Draghi e viva il sacro vaccino!

Come tutte le narrazioni efficaci, la loro è di una semplicità impareggiabile. Da quasi un anno e mezzo ci dicono che siamo in lotta con un mostro capace di sterminare l’umanità. Contro di esso ogni arma è invana, salvo il fenomenale vaccino. Nella sua trepida attesa c’era solo da isolarsi, distanziarsi, rinunciare alla vita ed al lavoro senza protestare, barricandosi in casa muniti di un unico farmaco: la leggendaria tachipirina. Poi, come sempre d’oltreoceano, la salvezza è arrivata, riaprendo così alla speranza di una vita normale. Evviva Draghi, evviva il sacro vaccino. E già che ci siamo, viva anche il generale Figliuolo con le sue medagliette al (non si sa quale) merito!

Insomma, una storiella davvero edificante. Perché rinunciarvi in un’epoca così avara di miti? Beh, forse un paio di motivi ci sono.

Il primo è che la vita normale per ora non la vediamo neppure col binocolo. Il distanziamento continua, le mille norme vessatorie delle “linee guida” applicate a tante attività pure. Prosegue il mascheramento di massa anche laddove è palesemente inutile, come pure la buffonata dell’Italia a colori. Lo stato d’emergenza sarà in vigore fino al 31 luglio ed ancora non si sa se verrà davvero cancellato, mentre l’obbligo vaccinale (cioè l’imposizione forzata di un farmaco sperimentale) per i lavoratori della sanità è diventato legge. Nel frattempo, mentre la disoccupazione dilaga, nuovi dispositivi autoritari, discriminatori ed anticostituzionali sono stati messi in moto, dall’italico “certificato verde”, all’imminente “green pass” europeo (viva l’Europa, viva l’Europa, viva l’Europa!). E potremmo continuare…

Ma c’è un secondo motivo per dubitare dell’ammirevole storiella che ci viene propinata. E questo motivo sta nei numeri dell’epidemia. Naturalmente questi numeri sono largamente contestabili, per i tanti motivi di cui spesso ci siamo occupati in passato. Tuttavia questi dati sono gli unici che abbiamo. Gli unici su cui si possa ragionare. E siccome la loro attendibilità è dubbia oggi quanto lo era un anno fa, un confronto a pari data tra il 2020 ed il 2021 un senso ce l’ha.

Primavere 2020 e 2021: un confronto imbarazzante

Visto l’evidente andamento stagionale dell’epidemia, tipico del resto di ogni virus influenzale, confrontare gli stessi periodi dell’anno è certamente uno dei modi migliori per provare a capire come vanno davvero le cose.

Ma prima di questo confronto, spendiamo qualche riga sulla bufala che i grandi espertoni da talk show ci hanno spacciato a fine aprile. Esattamente come nel 2020 (guarda un po’!), le catastrofi annunciate a causa di una “riapertura” a loro giudizio troppo ampia e troppo precoce, proprio non ci sono state. Mentre ancora attendiamo le cataste di cadaveri con la maglietta neroazzurra degli irresponsabili tifosi dell’Inter accalcatisi in Piazza Duomo, le riaperture sembrano aver fatto bene – sia in termini di “casi” che di decessi – tanto nel 2021 quanto nel 2020. Che l’aria aperta, ed una vita un po’ meno claustrale giovino alla salute? Mi raccomando, mai fare una domanda cosi hard ai visi pallidi dei Crisanti e degli Speranza. Potrebbero risentirne.

Già a fine aprile avevamo notato come la curva dei contagi calasse meno, rispetto al picco di metà marzo, a confronto di quanto avvenuto dopo il culmine autunnale. Eppure, a differenza dell’autunno, ad aprile la vaccinazione era in corso da 4 mesi! Per gli amanti della precisione, i numeri (sempre riferiti alla media mobile a 7 giorni) sono questi: in autunno, dopo il picco del 16 novembre (35.289 positivi), i casi si dimezzano già il 10 dicembre (17.381), cioè in soli 25 giorni; in primavera invece, in piena figliuolesca inoculazione di massa, si arriverà al dimezzamento del picco del 17 marzo (22.623) solo 47 giorni dopo, con gli 11.371 casi medi registrati al 3 maggio. Questa maggiore lentezza nel calo della curva dei contagi, peraltro riscontrabile anche in altri paesi europei, già poneva dei seri dubbi sulla reale efficacia dei vaccini.

Ma certamente il confronto anno su anno, riferito alla stessa settimana di fine maggio, è ancor più significativo.

Cosa ci dicono questi dati? Se volessimo dedicarci al numero dei positivi il confronto risulterebbe assolutamente impietoso per il 2021. Nell’ultima settimana di maggio, nei quattro paesi più popolosi dell’Unione europea i casi ufficiali sono stati infatti 9/10 volte superiori a quelli del 2020. In Italia si è passati da una media giornaliera del periodo di 449 ad una di 3.403 quest’anno. Un aumento simile si è registrato in Francia (da 910 a 8.776), in Spagna (da 461 a 4.410) ed in Germania (da 453 a 4.275). Cifre che si commentano da sole, alle quali si potrebbe però parzialmente obiettare tenendo conto del maggior numero di tamponi effettuati oggi rispetto ad un anno fa.

Proprio per ovviare a questa obiezione, consideriamo allora il numero dei decessi ufficialmente attribuiti al Covid. In questo caso il numero dei tamponi è ininfluente, mentre si spera che almeno i morti li sappiano contare. Oltretutto questo secondo dato è ancor più significativo, visto che si afferma che se magari il vaccino non ferma il contagio esso serve però a prevenire gli effetti più gravi della malattia. Ragion per cui almeno i decessi dovrebbero essere sensibilmente in calo.

Ma è così? Assolutamente no. Nello stesso periodo di cui sopra i decessi medi giornalieri sono passati da 90 a 114 in Italia, da 62 a 122 in Francia, da 49 a 34 in Spagna, da 34 a 158 in Germania. Nonostante l’eccezione della Spagna, nel complesso dei quattro maggiori paesi dell’Ue si è dunque passati da un totale di 235 vittime giornaliere nel 2020 alle 428 (+82%) del 2021. E meno male che la vaccinazione sta avendo successo! Chissà cosa sarebbe avvenuto in caso contrario…

A fine maggio circa 34 milioni di dosi di vaccino (pari al 58% della popolazione) risultavano somministrate in Italia. Analoghe le percentuali degli altri tre paesi considerati. Ma la copertura delle fasce più a rischio (anziani e soggetti fragili) è ben più alta. Una ragione di più per attendersi un calo più netto della mortalità. Al posto del calo c’è stato invece un aumento, per cui i casi sono due: o i dati che ci forniscono sono completamente sballati o l’efficacia del vaccino è molto, ma molto più bassa di quanto annunciato.

Ora qualcuno dirà che queste nostre considerazioni sono però smentite dal caso della Gran Bretagna. Qui, se nello stesso periodo i casi sono comunque aumentati (da una media giornaliera di 1.700 ad una di 3.346 quest’anno), i decessi sono invece crollati da una media di 212 ad una di 8. La più estesa vaccinazione realizzata oltre-Manica, con 65 milioni di dosi inoculate (98%) e con 25 milioni di persone che hanno già avuto la doppia dose, sembrerebbe aver ottenuto un chiaro successo.

Guardando oltre l’Europa

Ma così come non sarebbe saggio limitarsi ad esaminare il caso dei maggiori paesi dell’Europa continentale, ugualmente sbagliato sarebbe considerare soltanto il caso britannico e non anche quello di altri paesi ad alto tasso di vaccinazione. E qui il discorso si complica maledettamente.

Si complica perché i dati sono tutt’altro che univoci. Mentre solo il caso israeliano (dosi somministrate pari al 122% della popolazione) suona come conferma di quello inglese, già negli Stati Uniti (88%) le cose vanno diversamente, visto che il calo delle vittime c’è stato ma in misura assai minore a Gran Bretagna ed Israele. In altri paesi con elevati tassi di somministrazione, come l’Ungheria (92%) e la Serbia (66%), la curva dell’epidemia è sì in diminuzione, ma le vittime sono ancora sopra a quelle dello stesso periodo del 2020.

Per contro abbiamo due paesi dell’area mediorientale con tassi di vaccinazione altissimi – Emirati Arabi Uniti (131%) e Bahrein (103%) – dove l’epidemia è tuttora in aumento. Viceversa, in quattro grandi paesi asiatici la curva è in forte regressione pur in presenza di tassi di vaccinazione particolarmente bassi. E’ questo il caso della Turchia (34%), del Bangladesh (3%), del Pakistan (3%) e dell’Indonesia (9%).

Spostandoci dal decisivo emisfero nord, al meno popolato emisfero sud che si avvia verso l’inverno, abbiamo alcune conferme al nostro ragionamento. In Cile, a dispetto di una vaccinazione a livelli britannici (97%) l’epidemia è in crescita. Una tendenza confermata dall’Uruguay (82%). Ma che il fattore stagionale batta comunque quello vaccinale è un fatto avvalorato anche dalla notevole impennata dei casi in Argentina. L’estate (che è inverno nell’emisfero sud) è ben più forte del vaccino. Una constatazione che lascia aperti dubbi enormi su quel che potrebbe accadere nel prossimo autunno.

Ovviamente quelli qui citati sono solo degli esempi, ma di esempi estremamente significativi si tratta.

Conclusioni

Dunque i vaccini non servono a nulla? Non è questa la tesi di chi scrive. A nulla probabilmente no, e sarebbe comunque presto per dirlo. Che servano però a poco, guardando anche ai dati ad oggi disponibili, mi pare lecito pensarlo. Quel poco che al momento possiamo immaginare giustifica allora la sperimentazione di massa? Giustifica i rischi ad essa connessi? Giustifica l’obbligo per alcune categorie? Giustifica forse i pass vaccinali? Giustifica infine l’autentico sabotaggio delle cure domiciliari?

Si faccia avanti chi è sicuro che tutto ciò sia in qualche modo giustificato. Alla luce di quel che oggi sappiamo questa giustificazione proprio non c’è.

Il sottoscritto, che detesta il “tanto peggio, tanto meglio”, vorrebbe tanto sbagliarsi. Ma, considerata anche l’incerta copertura temporale dei vaccini, siamo sicuri che alla prova della verità del prossimo autunno le cose andranno bene?

Questa certezza non ce l’ha nessuno. Ma l’attuale narrazione a lieto fine dei media di regime, altra faccia del loro incredibile catastrofismo dell’ultimo anno, è oggi un obbligo. Un obbligo che li porta a negare quanto il fattore stagionale pesi assai di più di quello vaccinale. Magari sperando che nel frattempo si confermi quel che è accaduto in passato, quando epidemie di questo tipo si sono sempre esaurite in un paio d’anni, per lorsignori il dogma assoluto da propagandare resta quello: solo il vaccino ci salverà.

Peccato che ad oggi i numeri ci narrino un’altra storia.

Fonti:
Tutti i dati sull’epidemia citati in questo articolo sono stati ripresi da Worldometers, quelli sulle vaccinazioni dal Sole 24 Ore.

Mai fidarsi di uno che ha tolto i soldi ai greci costretti a lunghe code ai bancomat per prelevare solo pochi euri al giorno

Il vero volto del Governo Draghi: né verde né keynesiano

di Rete dei Numeri Pari
31 maggio 2021

Sblocco dei licenziamenti dal 1° luglio; semplificazione del codice degli appalti senza creare nuove garanzie; nessuna misura di redistribuzione della ricchezza; nessuna riforma della pubblica amministrazione; nessuna riforma fiscale; nessun progetto di riforma del modello di welfare; nessun investimento strategico sulla sanità territoriale, l’istruzione, la ricerca e le nuove generazioni; nessun piano di investimento strutturale per l’edilizia popolare, il recupero e il riutilizzo di immobili pubblici dismessi e privati invenduti; nessun programma per sconfiggere la dispersione scolastica e la povertà educativa; nessuna riconversione ecologica ma il paradosso di veder riproposti vecchi e superati megaprogetti come il ponte dello Stretto e le trivelle nell’adriatico. Reinserito nel DEF invece il disegno di legge per l’autonomia differenziata, nonostante la pandemia abbia evidenziato le insufficienze strutturali del Servizio Sanitario Nazionale pubblico causate dalla regionalizzazione, dalle politiche di austerità e dalle privatizzazioni attuate negli ultimi 20 anni. In compenso tanti soldi alle imprese, specie a quelle del nord, senza nessuna condizionalità.

Dopo la favola del Draghi verde, le scelte e i numeri raccontano di un governo sempre più espressione degli interessi di Confindustria, che non interviene in maniera adeguata a contrastare il dramma dell’aumento senza precedenti delle disuguaglianze e della povertà. La priorità del Governo Draghi è il perseguimento di quello stesso modello economico e culturale che ha provocato la crisi e che impedisce il cambiamento. Siamo dinanzi al tradimento della Costituzione che stabilisce come prioritari i diritti sociali fondamentali e obbliga la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Questo è quello che emerge dal consiglio dei Ministri che si è tenuto lunedì 24 maggio. Il Governo Draghi si dimostra attento unicamente alle richieste di Confindustria, scegliendo di stare dalla parte dei più ricchi e dei più forti, mentre nel paese continuano a crescere disuguaglianze, povertà, precarietà e disagio sociale e psichico. Un paese sempre più fragile e disuguale: 6 milioni di persone in povertà assoluta, oltre 9 milioni in povertà relativa, disoccupazione sopra il 10%, più di 950 mila posti di lavoro persi dall’inizio della pandemia e milioni di lavoratrici e lavoratori poveri, per citare solo alcuni dati. Un quadro drammatico in cui l’aumento senza precedenti delle disuguaglianze sociali, causato e favorito dall’assenza di politiche pubbliche e di investimenti adeguati da parte dello Stato, finiscono per favorire gli interessi delle organizzazioni criminali. Sono proprio le mafie che continuano a mettere in campo un welfare sostitutivo capillare attraverso il quale rimpiazzano l’assenza di politiche sociali efficaci e rafforzano il loro potere di penetrazione sui territori. Disponendo di liquidità e approfittando della crisi, si impadroniscono di intere filiere produttive, investono nella finanza e studiano come mettere le mani sui soldi che arriveranno dal Next Generetion EU. Quando la politica è debole, come in questo caso, sono le mafie a essere forti.

Ma quello che ci preoccupa di più è l’assenza di qualsiasi opposizione rispetto alle proposte e le scelte di un Governo che è l’espressione più compiuta di un modello economico e culturale ormai insostenibile in termini sociali, economici, ambientali e sanitari. La relazione tra collasso climatico, riduzione della biodiversità e coronavirus, dimostra una volta di più che siamo davanti a crisi figlie dell’insostenibilità del modello di sviluppo liberista. Ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche sono gli “effetti collaterali” di un modello economico per sua natura insostenibile. Abbiamo la necessità e l’urgenza di cambiare, per costruire un punto di vista che metta insieme giustizia sociale, giustizia ambientale e giustizia ecologica. Abbiamo bisogno di dare voce e rappresentanza politica alla stragrande maggioranza della popolazione che è stata in questi anni indebolita e impoverita e che non troverà nessuna risposta efficace in un modello che per sua natura ha bisogno delle disuguaglianze, di sottopagare il lavoro e di spremere per i propri interessi tutte le risorse, comprese quelle esauribili, del nostro pianeta, minando il nostro diritto alla vita e quello delle generazioni che verranno.

Al Governo Draghi e al Parlamento continuiamo ad avanzare le proposte che sono frutto del lavoro di oltre 600 realtà sociali. Le stesse che in questi anni di crisi hanno continuato a promuovere solidarietà, cooperazione e mutualismo garantendo risposte concrete a decine di migliaia di persone lasciate indietro anche in piena pandemia.

Reddito di dignità; garanzia del diritto all’abitare tramite l’utilizzo del patrimonio pubblico disponibile, dell’invenduto, del confiscato e calmierazione dei fitti; investimenti nel servizio sanitario nazionale; aumento del Fondo Nazione Politiche Sociali ai livelli del 2008; riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica da portare avanti in maniera pianificata, inclusiva, equa e partecipata attraverso investimenti pubblici, lavori di cittadinanza, socializzazione delle infrastrutture strategiche e attività di riproduzione socio ecologica e di cura del vivente: unica strada per creare lavoro così da garantire la salute dei lavoratori e contrastare cambiamento climatico e inquinamento ambientale; riforma fiscale e patrimoniale su grandi ricchezze per recuperare i fondi necessari. Queste continuano a essere le uniche proposte efficaci per uscire dalla crisi e garantire dignità e democrazia economica a partire da milioni di persone a cui è stata negata.

La Strategia della Paura nata l'11 settembre del 2001 a New York quando due aerei fanno crollare tre torri ha avuto bisogno di rinverdirsi con il terrorismo degli stati Occidentali sulle masse attraverso l'influenza covid per distoglierli dalla crisi economica sistemica in cui NON riescono ad uscirne fuori

L’Emergenza Covid e la strage delle coscienze

di Un amico di Winston Smith"
30 maggio 2021

Nota: ad articolo già pubblicato, ci siamo accorti di un’imprecisione nel citare un testo di alcuni nostri detrattori, oltre che di un paio di aspetti che meritavano di essere meglio definiti (l’abbiamo fatto adesso aggiungendo due note, la 2 e la 5). Sostituiamo quindi la precedente versione con questa, leggermente riveduta.


Una strage tuttora in corso

La grande montatura medico-spettacolare nota come Emergenza Covid-19 dovrebbe essere ricostruita seguendo due filoni: da un lato il gonfiaggio dei “casi” (compresi i morti per altre patologie) attraverso l’abuso dei test diagnostici detti “tamponi”; dall’altro l’aggravamento della malattia attraverso il boicottaggio sistematico, da parte delle autorità sanitarie nazionali e internazionali, di ogni cura efficace o anche solo promettente nell’affrontare il morbo. Se al primo aspetto accenneremo brevemente (visto che influirà anche nel determinare il “successo” dell’attuale campagna militar-vaccinale), ci concentreremo ancora una volta sul secondo: da un lato perché negli ultimi mesi, in Italia, la questione delle cure domiciliari ha visto nuovi e scabrosi capitoli; e dall’altro perché, sotto i nostri occhi e sulla nostra pelle, continua a consumarsi una vera e propria strage di Stato silenziosa, che non può e non deve essere ignorata da chi tiene minimamente a cuore la propria sorte e quella dei propri simili (il gruppo al potere inseriti nel Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato, odia gli italiani).

Senza ripercorrere tutta la storia di quali e quante cure sono state negate (servirebbe un libro, o almeno un documentario)1, cerchiamo di inquadrare brevemente che cos’è il Covid-19 da un punto di vista sanitario (e almeno dal nostro punto di vista, con tutti i limiti costituiti dal fatto che non siamo né medici né scienziati).

Si tratta, a quel che appare, di una strana sindrome influenzale di origine virale che, a differenza di altre, può determinare un’infiammazione di tutti gli organi del corpo; e che, se non viene opportunamente curata, può in alcuni casi condurre alla morte o determinare danni fisici anche permanenti. Al di là di quali cure possono essere adottate, la loro efficacia dipende comunque dalla tempestività con cui si interviene (da qui la VIGILE ATTESA"): se ci sono molte persone che si sono curate con rimedi artigianali, casalinghi, naturali, o che sono guarite spontaneamente, in caso di sintomi pesanti e di individui compromessi dall’età, o da malattie pregresse, cercare di bloccare l’infiammazione sul nascere è una semplice questione di buonsenso. Lo si può fare in una molteplicità di modi: ricorrendo ad alcune vitamine (come la C e la D), proteine (quercetina e lattoferrina), antinfiammatori (come il nimesulide), antivirali (china e derivati), eventualmente associati ad antibiotici (in caso di coinfezione batterica) e anticoagulanti (cortisonici ed eparina, qualora vi sia coagulazione del sangue). Viceversa, ignorando, denigrando, boicottando le indicazioni di molti medici e scienziati onesti, le autorità sanitarie internazionali (come l’OMS e le varie agenzie del farmaco) hanno diffuso fin dall’inizio un Protocollo di cura fatto al contrario e assolutamente criminale, basato sul principio della “vigile attesa”: non far niente durante i primi giorni di sintomi, attendendo che più pazienti possibili si aggravino e finiscano in ospedale2. Se questo ha legato le mani ai sanitari più coscienziosi (che agendo di testa loro sono chiamati a rispondere penalmente in caso di problemi, rischiando denunce anche per epidemia colposa), ha pure contribuito fin da subito ad accentrare la “cura” della malattia negli ospedali. Questi, oltre ad andare in affanno (dando così un po’ di sostanza all’allarme mediatico), si sono trasformati velocemente nei principali focolai di contagio, aggravando un problema sanitario che poteva essere contenuto e fungendo da volano di un’Emergenza che non ha cessato di autoalimentarsi.

È vero, come ricorda più d’uno, che questo meccanismo ha trovato la strada spianata da anni di tagli alla medicina territoriale, e di accentramento della sanità all’interno delle grandi strutture ospedaliere. Ma è vero anche – senza di che il quadro è monco – che in Italia ci sono tuttora 44.000 medici di famiglia che potevano essere messi in condizione di operare, e che invece sono stati lasciati a casa a prescrivere per telefono la tachipirina (che non allevia l’infiammazione, ma la aggrava), oppure mobilitati negli ospedali (dove solo nel nostro Paese circa 400 sanitari, tra medici e infermieri, hanno trovato la morte durante la cosiddetta “fase 1”). Più che per i tagli, l’aziendalizzazione della sanità ha contribuito a costruire e alimentare l’Emergenza in un altro senso. Secondo quel principio neoliberale di “autonomia” che a partire dagli anni Novanta ha letteralmente contagiato ogni servizio pubblico (per citarne solo alcuni, le scuole e le università), le strutture sanitarie ricevono finanziamenti secondo i risultati prodotti e le esigenze esibite. Come ha ricordato anche Guido Bertolaso in un’intervista3, in nome dell’Emergenza ogni ospedale riceve dai 1000 ai 2000 euro al giorno per ogni paziente classificato come “caso-covid”, con il massimo del montepremi per i giorni di terapia intensiva. Chiaro come questo abbia sia favorito il ricovero indiscriminato nei reparti-covid di chi aveva sintomi appena compatibili con quelli della malattia, sia incentivato il ricorso facile ai reparti di rianimazione, con l’unico limite costituito dall’onestà o dal “buon cuore” del primario e del capo reparto di turno. Se a tutto ciò si aggiunge l’assurdità di scoraggiare le autopsie (svolte solo alla fine di aprile 2020 da alcuni medici che hanno disobbedito alla nota circolare del Ministero della Salute), col risultato di scoprire in ritardo la coagulazione del sangue e di far morire decine di migliaia di persone nelle terapie intensive; il clima determinato dall’allarme mediatico (con migliaia di persone che ai primi sintomi affollavano i pronti soccorsi, e medici di base che non visitavano i malati per paura di contrarre la nuova peste); gli effetti psicosomatici generati dalla paura e dalla reclusione sui sistemi immunitari della popolazione; e infine quelli materialmente prodotti dalla disorganizzazione sanitaria sulla cura di tutte le altre patologie, con centinaia di migliaia di visite e interventi saltati, annullati, rinviati… avremo forse il quadro completo. La logica dell’Emergenza, della quale sono responsabili tanto i media ufficiali quanto le autorità medico-scientifiche e i vari governi, ha trasformato un problema sanitario di relativa pericolosità in una tragedia planetaria, facendo strage di milioni di individui.

Come la logica dell’Emergenza ha affossato ogni cura

Come ogni altro ambiente regolato da organizzazioni e logiche autoritarie, anche la Comunità medico-scientifica obbedisce a norme e convenzioni eterogenee, spesso in contraddizione tra loro e ancor più spesso modulabili a piacimento. Più che il ginepraio delle norme, a determinare il da farsi, in ultima istanza, è sempre chi ha il potere di interpretarle ed applicarle. La stessa logica dell’Emergenza (che implica sempre risposte eccezionali e straordinarie) può essere usata a piacimento in almeno due sensi: calpestando ogni cautela, o viceversa richiamando alla massima precauzione. Se per quanto riguarda i vaccini si è seguito senza esitazione il primo approccio (immettendo sul mercato dei ritrovati sperimentali testati nel giro di pochi mesi), sul fronte delle cure ci si è più volte appellati al secondo, boicottando sul nascere ogni sperimentazione o squalificandone il valore, spesso a dispetto di ogni logica ed evidenza. Vediamo come.

Mentre la propaganda inondava la popolazione mondiale con informazioni tanto allarmanti quanto contraddittorie, nell’ambito più strettamente medico si approntava un preciso dispositivo di discorso: siccome siamo in presenza di un virus completamente nuovo, non abbiamo a disposizione nessuna cura di provata efficacia. Cosa significa concretamente? Il modo in cui si guarda e si nomina la realtà produce delle conseguenze. Così anche la malattia chiamata Covid-19 può essere osservata da due punti di vista: o valorizzandone i tratti comuni ad altre influenze (che siano più o meno lievi, più o meno gravi), oppure enfatizzandone la novità in senso assoluto. Non tener minimamente conto del primo aspetto è stata una scelta deliberata: sia perché il Covid-19 è un’influenza che agisce come tante altre (determinando infiammazioni più o meno estese, e conosciute nei loro meccanismi di azione), sia perché si tratta di un parente prossimo delle due SARS precedenti: quella cinese del 2003 e quella mediorientale del 2012 (la MERS), entrambe generate da coronavirus e diverse volte più letali di quella odierna. Così, mentre in Cina si risolveva velocemente il problema anche rimettendo mano agli studi sull’idrossiclorochina di quasi vent’anni prima (e altri Paesi, come Cuba, Venezuela, Vietnam, Corea del Sud e infine Australia e Nuova Zelanda, con o senza lockdown, seguivano più o meno la stessa strada, lasciando dietro di sé un numero contenutissimo di morti), in Occidente si mettevano più ostacoli possibile tanto a chi curava la malattia affidandosi al proprio buonsenso (e a farmaci comunemente utilizzati contro le polmoniti interstiziali), quanto, se non di più, a chi cercava di provare l’efficacia di determinate terapie secondo parametri scientifici. Ciò che è toccato in sorte, per fare solo un paio di esempi, sia all’illustre Didier Raoult (che nel 2020 vede interrotti dalle autorità francesi gli studi sull’idrossiclorochina condotti presso l’Ospedale Universitario per le Malattie Infettive di Marsiglia) sia, alle nostre latitudini, al meno noto Giuseppe De Donno, le cui sperimentazioni sul plasma iperimmune (o plasmaferesi) presso l’ospedale di Mantova si inceppano inspiegabilmente quando comincia a occuparsene l’Istituto Superiore di Sanità, mentre il reparto del medico mantovano viene addirittura perquisito dai NAS4 (e tutto questo nonostante la plasmaferesi venga sperimentata con successo in altri Paesi, come ad esempio il Venezuela e la stessa Cina). Se fin qui siamo di fronte al terrorismo sanitario di Stato più spicciolo e brutale, contro la nota esperienza di cura dei medici di base (come quelli del Movimento Ippocrate, o del Comitato italiano per la Terapia Domiciliare) vediamo all’opera una logica ancora più sottile e perversa. Di fronte agli innegabili risultati ottenuti da questi medici (pochissimi ricoveri e quasi nessun morto), si invoca l’assenza di studi clinici controllati che dimostrino in modo incontrovertibile l’efficacia delle cure. Conviene qui capire di cosa si stia concretamente parlando. Con l’espressione studi clinici controllati si intendono sperimentazioni effettuate su un numero ristretto di volontari a partire da precise metodologie, tra le quali la più rigorosa è la sperimentazione detta in doppio cieco. Quando si adotta questo approccio, gli individui che fanno da cavie vengono divisi più o meno a metà tra un gruppo cui viene somministrato il medicinale da testare e un altro (detto “gruppo di controllo”) al quale viene fatto assumere un placebo, senza che né gli sperimentatori né i volontari sappiano a chi venga somministrato l’uno o l’altro. Non solo condurre una sperimentazione di questo tipo per il Covid sarebbe aberrante da un punto di vista etico5 (visto che a una parte dei malati sarebbero negate le cure), ma per dei medici di base sarebbe del tutto impossibile, o almeno controproducente, condurre anche sperimentazioni d’altro tipo. Con quali strumenti potrebbero mai farlo, all’interno delle case? E chi tra loro potrebbe mai dedicarsi alla raccolta dei dati (attenzione: non i dati sugli esiti: guariti, ricoveri, morti, che sono verificabili presso le ASL/USL, ma quelli riguardo i decorsi, quindi lo stato di salute generale dei pazienti, le terapie impiegate, la posologia dei farmaci utilizzati, il miglioramento o peggioramento giornaliero dei sintomi ecc.), se non sacrificando tempo ed energie preziosi già dedicati a curare contro intralci istituzionali di ogni sorta, per poi magari vedersi ancora negare dalla (tecno)burocrazia i risultati ottenuti?

Una vicenda più recente, e tuttora in corso, illumina pure un altro aspetto della questione. Data l’alta popolarità raggiunta dal Comitato per la Terapia Domiciliare (la cui pagina facebook conta, nel momento in cui stiamo scrivendo, quasi 500.000 iscritti), nel febbraio scorso Mario Draghi si convince a dare un segnale, nominando il dottor Giuseppe Remuzzi come consulente per le cure domiciliari. Direttore dell’Istituto per la ricerca farmacologica “Mario Negri” di Milano, Remuzzi è estraneo sia al Comitato sia al Movimento Ippocrate, ma è comunque un sostenitore della necessità di “superare” la linea della «vigile attesa», intervenendo contro il Covid fin dai primi sintomi. Si tratta quindi del personaggio ideale per rassicurare i medici, tentare una mediazione prima che qualcuno perda la pazienza e, soprattutto, continuare a prendere tempo.

A partire da questa “svolta”, il dottor Remuzzi e il collega Fredy Suter, all’interno dell’Istituto “Mario Negri”, stanno svolgendo la sperimentazione di un Protocollo domiciliare precoce ridotto all’osso: niente tachipirina, per fortuna, ma nemmeno idrossiclorochina, proteine e vitamine. Soltanto aspirina e antinfiammatori ai primi sintomi, con l’aggiunta di antibiotici in caso di coinfezione batterica e di cortisonici ed eparina per l’eventuale coagulazione del sangue. Nonostante l’evidente laconicità (per non dire incompletezza) di questo Protocollo, i risultati sono già promettenti, con un abbattimento del 90% dei giorni di ospedalizzazione6. Se per chi conosce la lunga vicenda delle cure domiciliari si tratta davvero di una scoperta dell’acqua calda, l’aspetto più significativo di questa ricerca milanese è che si tratta di uno studio retrospettivo: invece di adottare il doppio cieco, Remuzzi e Suter somministrano le cure a tutti i volontari, per poi confrontare decorsi ed esiti con le cartelle cliniche pregresse di malati dalle caratteristiche analoghe (per età, stato di salute generale ecc.) che non hanno potuto beneficiare di cure precoci, attraverso l’utilizzo di un algoritmo. Se non possiamo ancora sapere quanto si terrà conto di questa ricerca (e scommettiamo che, nel farlo, il suo uso politico sarà considerato maggiormente del suo valore scientifico), essa ci dice chiaramente una cosa: ammesso e non concesso che degli studi clinici controllati fossero necessari, questi erano possibili già da prima. Mentre se ne contestava l’assenza, e se ne rendeva impossibile lo svolgimento, tutto è stato detto e fatto fuorché promuoverli o anche solo permetterli. Dobbiamo aggiungere ancora altro per svelare la frode? Crediamo di no. Tuttavia, c’è un ultimo capitolo che merita di essere raccontato.

Il gioco delle tre carte

Il 4 marzo scorso, alcuni medici del Comitato italiano per la Terapia Domiciliare, col consueto patrocinio dell’avvocato Grimaldi, ottengono dal TAR del Lazio l’annullamento del Protocollo della “vigile attesa”, con la facoltà per tutti i medici di poter curare i pazienti «secondo scienza e coscienza» senza più rischiare ripercussioni legali. Di fronte a questa sentenza, che rischia di far tremare seriamente tutta l’impalcatura della “nuova normalità”, il governo decide di giocare su due tavoli, ricorrendo al trucco più vecchio del mondo: quello di dividere i compiti tra uno sbirro cattivo e uno “buono”7.

La parte del “buono” tocca al viceministro della salute Pierpaolo Sileri, inviato a trattare con i medici del Comitato. Dopo aver farfugliato qualcosa sull’assenza dei dati, Sileri fissa col Comitato un incontro in cui saranno presenti anche Matteo Bassetti (capo di AGENAS, l’ente che coordina le “cure” per il Covid a livello nazionale) e lo stesso Remuzzi, divenuto ormai il mediatore ufficiale tra i medici fedeli ad Ippocrate e i manutengoli della Ragion di Stato.

La parte del cattivo, ovviamente, se la assume chi non ha più alcuna faccia da perdere: il ministro Speranza. La sua prima mossa, quasi scontata, è fare ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del TAR, giocando l’ultima carta rimasta: meglio il vecchio Protocollo che nessun Protocollo. Quando, il 22 aprile, si tiene l’udienza, Speranza vince il ricorso proprio perché non ha niente in mano: i giudici del Consiglio si lasciano convincere che l’assenza di un Protocollo unico nazionale determinerebbe un grave vuoto di procedure.

Proprio il giorno dopo, 23 aprile, avviene l’incontro tra AGENAS e i medici del Comitato, convinti nonostante tutto di avviare la discussione sulle nuove linee guida. Non sanno di assistere a un vero e proprio gioco delle tre carte, e che nel giro di poche ore saranno ancora beffati.

In un’intervista al “Messaggero” del 24 aprile 8, infatti, Sileri annuncia che, a neanche ventiquattr’ore dall’inizio dei lavori, il “nuovo” Protocollo è inspiegabilmente già pronto. Il 26, al momento della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, viene svelata la beffa: si tratta del vecchio Protocollo della “vigile attesa”, con tanto di avvelenamento da paracetamolo, e con la sola aggiunta di alcuni antinfiammatori (come l’aulin). Se l’uso di antibiotici è di nuovo escluso, viene sbloccata l’eparina, ma a basse dosi e solo per gli allettati in ospedale. Lasciamo perdere, ovviamente, l’idrossiclorochina, le proteine e le vitamine. Accantonate di nuovo – è proprio il caso di dirlo – «scienza e coscienza», i medici si trovano ancora con le mani legate.

Estorsione vaccinale

Cerchiamo di fare il punto. Perché tanto accanimento contro le cure domiciliari? A che gioco stanno giocando Lorsignori? Se dimostrare – e prima ancora prevedere – tutte le finalità di una manovra vasta come l’Operazione Covid non è semplice, bisogna essere davvero ciechi per non coglierne almeno l’obiettivo immediato: fare più vaccinazioni possibile. Se non fosse già chiaro dalla stessa propaganda mediatica, per come ha costruito e accompagnato l’Emergenza fin dall’inizio, si vada a guardare come l’EMA ha concesso l’autorizzazione condizionata (fino al 2023!) per dei vaccini apertamente sperimentali, e testati per un tempo ridicolo su un numero limitato di soggetti.

«L’immissione in commercio condizionata dei medicinali per uso umano» è regolata dalla legge europea 507 del 20069. Come si può leggere all’articolo 4, si ha autorizzazione condizionata quando, «malgrado non siano stati forniti dati clinici in merito alla sicurezza e all’efficacia del medicinale», si riconosce che questo «risponde a esigenze cliniche insoddisfatte». Per tali «esigenze», «si intende una patologia per la quale non esiste un metodo di diagnosi, prevenzione e trattamento autorizzato dalla Comunità o, anche qualora tale metodo esista, […] il medicinale in questione apporterà un sostanziale vantaggio terapeutico a quanti ne sono affetti» [corsivo nostro]. Mentre sarebbe tutt’altro che semplice dimostrare qualsiasi «vantaggio terapeutico» dei cosiddetti vaccini (visto, a tacer d’altro, che persino chi li ha approntati non sa indicarne efficacia e durata), continuare a squalificare ogni cura permette di esibire la mancanza di un «trattamento» che nella realtà… manca proprio perché fatto mancare. Dall’altro lato dell’Oceano, le leggi americane in materia stanno esattamente allo stesso modo10. Al di là dell’aspetto meramente legale, sono gli effetti della malattia non curata (insieme alla montatura scientifica che li accompagna) a giustificare le restrizioni dette “sanitarie”; mentre queste, a loro volta, spingono a vaccinarsi anche chi non vi è direttamente obbligato. Come ha esclamato di recente – in un momento di sconcerto dettato dalle riaperture del Texas e della Florida – la signora Leana Wen (un’accademica da salotto televisivo molto nota negli USA, e vicina all’ambiente del World Economic Forum), «se tutti cominciano a riaprire, quale carota potremo offrire alla gente per spingerla a vaccinarsi?»11. Nel frattempo, si è scoperto che anche l’idea del passaporto vaccinale non è affatto sorta con la “pandemia”, visto che se ne parlava già in due documenti della Commissione Europea rispettivamente del 2018 e del 2019, per “incentivare” – se così si può dire – vaccinazioni di ogni tipo12. Sono questi, piaccia o non piaccia, i tratti e le modalità di un nuovo capitalismo della costrizione, per come va nascendo sotto i nostri occhi e sulla nostra pelle.

Tra domande e disgusto

Il silenzio di gran parte del mondo “antagonista” su tutta la vicenda delle cure negate, nonché una più generale supinità di fronte alla narrazione pandemica unica del potere, fa ormai più inorridire che riflettere. Se anche non si vuole credere a oscuri piani di Satana, per quale motivo ci si ostina a non prendere atto di una strage sanitaria più che provata, e dolosa al di là di ogni ragionevole dubbio? A chi pretende di avere un punto di vista di classe più lungo degli altri, ma forse è solo accecato dai grafici del PIL, gioverà ricordare una banalità: mentre finora non c’è stata una singola “morte eccellente” per Covid – neanche una sola vedette del mondo politico, padronale, televisivo, giornalistico, scientifico che non si sia ripresa dalla malattia nel giro di pochi giorni… –, la gran parte dei falcidiati dalla sua infame gestione sanitaria sono salariati più o meno in pensione, ovvero… proletari. E non è troppo difficile capirne i perché (con le debite differenze di contesto, è acclarato che negli Stati Uniti la gran parte dei morti attribuiti al Covid sono afroamericani poveri)13. Saremo forse «anime belle» ottocentesche, ma le morti inferte alla nostra classe non ci feriscono e non ci fanno incazzare di meno quando avvengono su un letto d’ospedale, anziché sotto la pressa di una fabbrica. Non solo. A costo di esporci agli strali della retorica marxista più deteriore, ammettiamo che neppure le morti di baristi, bottegai, piccoli imprenditori e finanche «tatuatori» ci lasciano indifferenti. Si trattasse pure di camorristi e trafficanti d’organi, noi non faremmo morire nessuno intubato in una terapia intensiva; e non augureremmo a nessuno di veder sparire i propri cari in un ospedale senza neanche poterli assistere negli ultimi momenti, né poter dar loro l’ultimo saluto. Se avere un cuore, e considerare il come si muore tanto importante quanto il come si vive, significa essere dei «piccoli borghesi», confessiamo volentieri questo nostro limite inverecondo. A differenza di quanti credono che il fine giustifichi i mezzi, per noi posso uccidere ma non torturare resta un principio. E ancora: se anche ci se ne vuole fregare di tanti padroni, padroncini, negozianti, artigiani più o meno piccoli gettati sul lastrico (compresi quelli che vivevano solo del proprio lavoro, senza sfruttare nessuno), cosa si pensa dei loro dipendenti, ridotti – quando va bene – a campare di miserevoli sussidî? E dei tanti – compresi molti adolescenti, e persino diversi bambini – che si sono suicidati? Sono forse, questi, problemi poco prosaici, troppo metafisici? Non ci pare.

Affermare che occuparsi di idrossiclorochina non sarebbe «serio», dimostra solo l’ottusità e la spocchia di chi lo scrive, mentre non sposta di un millimetro la realtà dei fatti. Non sappiamo, e probabilmente non sapremo mai precisamente, quali meccaniche14, pressioni, convergenze di interessi tra capitali e Stati più o meno “profondi” abbiano determinato, a livello mondiale, una gestione tanto dissennata e criminale dell’epidemia (semmai abbiamo ipotizzato, con buone ragioni e in folta compagnia, quali componenti del Gran Capitale abbiano maggiormente spinto in questo senso). Di più: da inguaribili volontaristi quali siamo, crediamo solo fino a un certo punto a leggi più o meno oggettive del capitalismo, e ancora meno a “piani” così perfetti da non poter essere sventati – vuoi per rivolgimenti operati dalla concorrenza e dalla lotta di classe, vuoi per «sedimenti extraeconomici» (sic!) di tipo antropologico e istituzionale (siamo d’accordo: per noi gli individui, la cultura e lo Stato hanno una loro autonomia, molto meno relativa di quanto pensino certi marxisti), vuoi, ed è quel che più ci interessa, dall’azione cosciente degli esseri umani. E forse peccheremo di eccessivo ottimismo, ma ci pare che la stessa tenuta dell’Operazione stia un po’ scricchiolando. Se la svolta autoritaria c’è ed è flagrante (e non è realmente cominciata, semmai si è “vaccelerata” con l’ultima Emergenza, visto che prosegue a passi più o meno lunghi almeno dall’11 settembre 2001), per arrivare a imporla seriamente ci vuole ben altro che un anno di martellamento televisivo. Se è da vent’anni (in Italia, con varia intensità, da almeno quaranta) che subiamo restrizioni contro le lotte come contro le libertà anche più spicciole, la tendenza degli Stati – per ora – è imporre crescenti giri di vite mantenendo i paramenti della democrazia, e puntando di conseguenza sull’autocontrollo (riflessivo e reciproco) di individui tenuti in un continuo stato di tensione. Si tratta di una strategia di logoramento, efficace proprio perché lenta, capillare, pervasiva. Ma che ha anche i suoi limiti. Per imporre una vera e propria dittatura, ci vogliono infine le armi e il sangue sul selciato. Col teatrino della paura si può fare molto, ma alla lunga… la gente si stufa, e non bastano slogan sempre più ripetitivi (gli irresponsabili, il virus che corre, la movida, i benefìci che superano i rischi ecc.) e la celere schierata in massa contro ogni “assembramento” (conditi da un po’ di arresti e manganellate, e diverse multe regolarmente annullate in caso di ricorso) per farla rinunciare del tutto alla vita. I tanti e le tante che in questi mesi sono ripetutamente scesi in strada (per contestare i vaccini o la DAD, per violare il coprifuoco, per cantare e persino per festeggiare lo scudetto), o hanno disdetto l’appuntamento per la dose, hanno sferrato contro il baraccone dell’Emergenza coltellate più poderose di quanto immaginino. Al momento, un’insubordinazione generale e diffusa appare come la strategia più efficace per buttarne giù l’impalcatura, o almeno per limitarne gli effetti collaterali, con i quali comunque dovremo fare i conti per anni (pure se l’Operazione dovesse rientrare). Auspichiamo tra l’altro che si comincino a sferrare colpi secchi anche contro il passaporto vaccinale, prima di lasciar passare l’ennesima rogna per la libertà di tutti (compreso chi si vaccina). Se poi davvero si sta preparando una discesa agli inferi dell’alta finanza, far fallire la stramaledetta campagna vaccinale – col crollo delle azioni di borsa che ne conseguirebbe – ci sembra anche un contributo ad affrettare la crisi. Anche questo è poco «serio», o lo è piuttosto far da sponda a un inedito «bisogno sociale» di donare il corpo alla Scienza?

Oltre a ciò, dopo 17 mesi di Emergenza e assurdità, chi non intende riconoscere il dolo nella “pandemia” dovrebbe quantomeno iniziare a farsi carico di una lettura alternativa un po’ convincente, e spiegare almeno una parte delle sue aporie. Ci venga spiegato, ad esempio, con quale logica si è accettato di contare i “casi” nei quotidiani bollettini della paura affidandosi unicamente a un test diagnostico approntato a gennaio 2020, senza vincolarlo né a sintomi né ad esami più approfonditi15; un test che è stato accettato per la pubblicazione dopo un solo giorno di peer review16; che si basa sulla ricerca di 3 minuscoli frammenti del virus su circa 30.000 basi17; che viene spesso eseguito anche oltre il limite estremo del gold standard (35 cicli di amplificazione della PCR)18; un test mai standardizzato né validato secondo le procedure della comunità scientifica, e per di più tradìto nella sua concreta applicazione (con la rilevazione, fin dall’aprile 2020, anche di un solo frammento per decretare la positività al virus!)19. Ci venga spiegato come mai, anche quando non si facevano le autopsie, questi stessi tamponi venivano, e sono tuttora eseguiti persino sui cadaveri, pur di accrescere il numero di “casi” e l’allarme sulla letalità20. Ci venga spiegato come mai l’OMS ha indicato criteri minimamente più selettivi e rigorosi per decretare la positività solo con due note pubblicate rispettivamente a dicembre e gennaio scorsi21, proprio in corrispondenza con l’inizio della campagna vaccinale. Ci venga spiegato, infine, perché in questo strano inizio di millennio tanti “sovversivi” continuino a esibire sufficienza verso chi manifesta dei dubbi, risparmiandosi oltretutto la fatica di informarsi, mentre sembrano aver perso l’abitudine di incalzare i governi sulle loro scelte e contraddizioni, anche flagranti.

Peraltro, quando certi “compagni” provano a intraprendere un discorso critico sulla gestione dell’epidemia, i risultati sono generalmente imbarazzanti. Vorremmo chiedere, a certuni di loro, come si possa blaterare di medicina del territorio senza parlare delle cure negate; come si possano invocare gli esempi “virtuosi” dei Paesi “socialisti” e orientali senza neanche accennare alle cure che vi sono state applicate; con quali ragioni insistere sulla logica (peraltro tendenzialmente poliziesca) del tracciamento a ritroso, quando è reso oggettivamente impossibile da migliaia e migliaia di “casi” al giorno. Ci spieghino come si possano tenere insieme vaccinazione di massa e medicina territoriale, fingendo di ignorare che la prima non potrà che sottrarre risorse alla seconda (e lo sta già facendo). Ci spieghino come intendono difendere i lavoratori della sanità quando sarà la telemedicina (dopo l’obbligo vaccinale) a ricattarli e minacciare di spazzarli via. Ci spieghino, soprattutto, come si possa tenere il virus fuori dagli ospedali senza curare la gente a casa. Ci spieghino con quale coscienza denuncino stragi di Stato recenti e remote, senza spiccicare mezza parola contro un’ecatombe di Stato quotidiana.

A queste domande, che con sgomento rivolgiamo anche a noi stessi, potremmo rispondere con una frase fatta, che è riecheggiata più e più volte dall’inizio di questa situazione. La pandemia ha davvero portato a galla ciò che già c’era, e non sapevamo né volevamo vedere. Ma questo, se può valere per la nostra società, vale ancora di più per i cosiddetti “movimenti”. Non stiamo parlando per forza e soltanto dei vari rigurgiti scientisti, tecnofili e persino stalinisti, peraltro emersi in abbondanza fin dai primi mesi, ma di qualcosa di più profondo: una sorta di intima e costante repulsione per la verità: di se stessi, dei propri moti di sdegno, delle proprie ragioni, del mondo là fuori (e, sia detto di passata, vedervi solo il momento della contraddizione tra Stati, Regioni ecc., che pure c’è stato, ci sembra davvero fermarsi alla «schiuma di superficie»). Come se guardare le cose coi propri occhi, dire ciò che si vede, denunciare l’ingiustizia ed esporre le proprie istanze di felicità ai nostri complici sconosciuti fosse la cosa più indegna di un “compagno” come si deve. La miseria militante non sa più guardare il mondo né sa dirne alcunché di verace: sa solo posizionarsi al suo interno. Fino a tollerare l’intollerabile, fingendo che non esista.

Se a questo aggiungiamo che non piace a nessuno ammettere di esser stati raggirati per un anno e mezzo, il cerchio si chiude. Siamo ancora in tempo a romperlo, se si mette da parte l’orgoglio, e soprattutto se lo si vuole.

Note
1 Su queste vicende si veda il recente: Covid: le cure proibite, di Massimo Mazzucco https://www.youtube.com/watch?v=Gc-qPDQiRDY&ab_channel=MarcoCerroniMarcoCerroni
A questa pagina si può invece trovare una notevole raccolta di materiali sull’argomento:
2 In realtà, nella prima frase dell’Emergenza (febbraio-maggio 2020), ad essere negato è stato più l’intervento dei medici che le cure in sé e per sé. Mentre la prima nota dell’Aifa (17 marzo 2020) prevedeva proprio l’uso di quei farmaci (idrossiclorochina e azitromicina) poi più ferocemente boicottati, in quel periodo erano i medici stessi ad esser tenuti lontano dalla case dei pazienti, con una serie di prescrizioni volte a impedirne l’intervento (tra le quali, in caso di contatto coi pazienti, comunque fortemente scoraggiato, l’uso obbligatorio di mascherine FFP2, che non sono state disponibili prima della fine di marzo), sotto minaccia di denuncia per epidemia colposa. A questo proposito si legga questa intervista alla dottoressa bolognese Maria Grazia Dondini:
utile anche a capire una serie di meccanismi con cui fin dall’inizio si è gonfiato il numero dei casi e concentrato
tanto l’intervento quanto i pazienti negli ospedali. L’attacco vero e proprio agli schemi terapeutici su cui si basano le
le cure domiciliari precoci comincia in realtà alla fine di maggio, con la campagna pseudo-scientifica contro
l’idrossiclorochina. Su quest’ultima vicenda in particolare confronta ancora Mazzucco, cit., oltre che il nostro
articolo precedente L’affare Covid.
4 Cfr. Mazzucco, cit.
5 Ciò non toglie che esperimenti di questo tipo siano stati effettivamente compiuti, con modalità assolutamente scorrette da un punto di vista scientifico oltre che etico, proprio nel quadro della campagna internazionale contro l’idrossiclorochina (a partire dal maggio-giugno 2020). Per avere un’idea della scorrettezza, si visiti la pagina dell’Aifa in cui questi “studi” vengono riassunti: https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1123276/idrossiclorochina%20update05_22.12.2020.pdf tenendo presenti due aspetti: 1) l’idrossiclorochina, come praticamente tutte le cure per il Covid-19, è efficace se somministrata entro i primi 3-4 giorni di manifestazione dei sintomi, e 2) il dosaggio normalmente previsto è 400 mg al giorno. Come ciascuno potrà constatare, questi “studi” sono stati tutti effettuati in ospedale e/o a diversi giorni dalla comparsa dei sintomi, ma quel che è peggio con un evidente sovradosaggio del medicinale (con punte di 800 mg al giorno!).
7 Su queste vicende cfr. queste testimonianze dell’avvocato Grimaldi:
11 Intervista alla CNN del 5 aprile 2021, in Mazzucco, cit.
14 Tuttavia, di tali meccaniche possiamo indicare almeno la più intuibile: la pressione esercitata dalla stessa montatura scientifica, e da quella mediatica. Pensiamo per esempio al noto scivolone di Boris Johnson all’inizio della “pandemia”: «Siccome non vogliamo rinunciare alla nostra libertà, dobbiamo accettare che muoiano milioni di persone». Dopo le ovvie polemiche, il lockdown in Gran Bretagna. Dobbiamo per forza pensare a un “teatrino” pre- allestito? Bah, non siamo paranoici fino a questo punto. Possiamo pensare, invece, a qualche dottorone al servizio di Sua Maestà che – in buona o malafede – ha suggerito a Johnson la cazzata che poi questi ha pronunciato, con tutto ciò che ne è conseguito (canea mediatica e allineamento britannico alle chiusure). Che nessuno poi ci accusi di “complottismo” se facciamo notare che non tutto ciò che accade è anche per ciò visibile, e che servizi segreti, apparati militari, gruppi di interesse ecc. sono costantemente al lavoro, stabilendo intese anche all’insaputa degli esecutivi. Stati e governi non sono la stessa cosa.
15 Cfr. p.es. Marco Mamone Capra, I vaccini al tempo del covid-19, reperibile all’indirizzo www.dmi.unipg.i/mamone/sci-dem ma anche questa interessante intervista a Giorgio Palù, prima che fosse sistemato all’Aifa: https://www.repubblica.it/cronaca/2020/10/25/news/coronavirus_il_virologo_palu_positivo_non_vuol_dire_malato_e_contagioso_ed_e_polemica-271849490/
16 Mamone Capra, cit.
19 Cfr. ancora Mamone Capra, ma la cosa è arcinota.

21 Ibidem, pp.8-9

Vladimir Putin ha detto: “Chi padroneggia l’intelligenza artificiale dominerà il mondo”

Che cosa architetta la Francia di Macron su Intelligenza artificiale, nucleare e cyber

5 giugno 2021


L’articolo di Giuseppe Gagliano

La Francia è in grado di tenere il passo imposto dalle grandi potenze nella corsa alle tecnologie dirompenti, alcune delle quali hanno appena raggiunto un nuovo livello (intelligenza artificiale o AI, missili iperveloci, armi a energia diretta, ecc.) mentre altre sono ancora allo stadio teorico (fisica quantistica)?

La base di difesa industriale e tecnologica francese (BITD) sarà in grado di riunire e padroneggiare le competenze necessarie nel campo delle tecnologie dirompenti?

Come sarà il campo di battaglia del futuro?

La Francia è ancora in corsa — sottolineano alcuni analisti vicino alla intelligence francese che abbiamo sentito — ma dovrà aumentare il proprio budget per darsi da un lato i mezzi per riuscire nella sua scommessa industriale e dall’altro mantenere autonomia strategica e capacità decisionale.

Gli Stati Uniti e la Cina, i due pesi massimi militari mondiali, sembrano irraggiungibili poiché le loro capacità finanziarie sono al di fuori della portata della Francia. Parigi si è risolutamente rivolta a maggiori finanziamenti per le tecnologie dirompenti che le consentiranno di mantenere il sopravvento sui suoi avversari.

Le armi nucleari hanno dato alla Francia un peso decisivo nell’ordine mondiale, sia diplomatico che militare. Non dimentichiamo che con la Brexit la Francia diventa la prima potenza nucleare militare dell’Unione europea.

Il Presidente della Repubblica, durante un discorso all’Ecole de Guerre lo scorso febbraio, ha ricordato il ruolo preminente della Francia, in virtù delle armi nucleari, la sua capacità di difendersi qualora i suoi interessi fossero minacciati, ma anche la necessità di costruire un dottrina strategica comune all’interno dell’Unione. Se l’arma nucleare francese sarà utilizzata da tutta l’Europa, lo sforzo dei paesi dell’Unione dovrà essere solo maggiore. Emmanuel Macron ha comunque offerto “a chi lo desidera”, collaborazioni comprese esercitazioni delle forze deterrenti. Un inizio di programma, i cui contorni restano però molto vaghi.

I nove paesi armati di armi nucleari stanno modernizzando i loro arsenali. La Francia non fa eccezione a questa regola. La Legge di Programmazione Militare (LPM) stanzia un budget di 25 miliardi di euro per il periodo 2019-2023. La componente aerea delle armi nucleari dovrebbe, dal 2035, sviluppare un missile ipersonico a bordo di un aereo da combattimento, un drone stealth o un jumbo.

Il dispiegamento dell’arma nucleare potrebbe quindi essere effettuato grazie a missili ipervelocenti, di fatto ipersonici, cioè navigando almeno a Mach 5. Lo sviluppo di questo strumento militare darà a chi lo controllerà un vantaggio incredibile contro suoi avversari. Per il momento solo la Russia avrebbe un’arma del genere: il missile Avangard. Questo può trasportare carichi convenzionali, ma soprattutto nucleari. Navigando a Mach 20, non avrebbe dato una possibilità al suo avversario.

La Russia non è l’unica potenza che lavora su questi missili iperveloci e l’annuncio delle condizioni operative degli Avangard ha riavviato i lavori in diversi paesi. È il caso in particolare degli Stati Uniti con il Conventional Prompt Global Strike, di Cina, India e Francia con il missile aria-superficie nucleare ASN4G.

La Francia ha un vantaggio in Europa grazie all’Ufficio nazionale per gli studi e le ricerche aerospaziali (ONERA).

Vladimir Putin ha detto: “Chi padroneggia l’intelligenza artificiale dominerà il mondo”. La Russia ha lanciato massicci programmi di ricerca e sviluppo sull’IA, ma non è la sola. Gli Stati Uniti e la Cina stanno lavorando per integrare l’IA attraverso varie armi robotiche e armate e sistemi di combattimento. I progressi sono stati spettacolari, soprattutto nel deep learning, che consente alle macchine di apprendere da enormi quantità di dati. Tuttavia, i ricercatori, anche i più esperti, non riescono ancora a spiegare il fenomeno della “scatola nera”, cioè non sono capaci di giudicare i dati che entrano nella scatola così come i risultati che escono, ma senza sapere cosa c’è dietro.

In questa corsa, la Francia non è lasciata indietro dalle tre grandi potenze dell’IA. I suoi punti di forza: matematica applicata e informatica, due aree in cui eccelle grazie alle sue università e centri di ricerca.

Nel 2018 Cédric Villani aveva dato al Presidente della Repubblica una relazione che era servita come base per il suo programma nel campo dell’IA. Ma se la Francia ha molti punti di forza, ha anche gravi handicap. Ad esempio, non ha un grande gruppo digitale. Bruno Le Maire ha poi spiegato: “L’intelligenza artificiale è un argomento molto vasto, che richiede notevoli risorse. Abbiamo sicuramente dei punti di forza in questo settore, ma questi sono contestati dai big”. Un’osservazione condivisa dagli economisti, tra cui Christian Saint-Étienne, che ha recentemente indicato che la nuova rivoluzione industriale (NRI) ci ha portato in un’economia 3.0.

Tuttavia, Francia ed Europa non pesano molto contro i colossi americano e cinese, a meno che non ci sia un’impennata collettiva spronata dalla Commissione europea a breve termine.

Alla sua affermazione sull’intelligenza artificiale, Vladimir Putin avrebbe potuto aggiungere il vasto regno del cyber. La Russia è un maestro del passato in quest’arte della guerra asimmetrica. La Francia, è partita in ritardo, ma sembra recuperare la distanza persa. Il generale Lecointre, capo di stato maggiore delle forze armate (CEMA), ha indicato che le sue capacità offensive e difensive erano “di ottimo livello”. La Francia ha vinto anche l’esercitazione internazionale di difesa informatica “Locked Shields 2019”, organizzata dalla Nato e che ha riunito 30 paesi. Il ministro delle Forze Armate, Florence Parly, ha così messo in guardia i paesi o piccoli gruppi che tenteranno di attaccare la Francia con armi informatiche: la dottrina francese non è solo difensiva e i suoi cybersoldati sono in grado di lanciare contrattacchi in due aree chiave: il sostegno alla operazioni convenzionali e neutralizzazione di un nemico.

In un’intervista Emmanuel Chiva, direttore della Defense Innovation Agency, ha notato l’emergere di scoperte tecnologiche che generano scoperte strategiche. Tra questi, i sensori quantistici. È quindi imperativo interessarsene, tanto più che la Francia ha corsi di eccellenza in questo campo, in matematica e fisica. Il campo delle possibilità è immenso. Quantum è una questione di sovranità nazionale, tecnologica ed economica che dovrebbe consolidare il tessuto industriale della Francia, ma anche dell’Europa.

Nel campo delle armi a energia diretta — il laser — Stati Uniti e Cina dominano i dibattiti. La US Navy e l’US Army stanno sviluppando laser e microonde in grado di neutralizzare armi e sistemi nemici (droni). Il vantaggio: il costo estremamente basso di un’arma del genere.

La Francia è rimasta indietro in questo settore. Tuttavia, può contare sull’azienda CILAS, che sta già lavorando al Laser Mégajoule. CILAS dovrebbe progettare laser per la difesa spaziale. Come gli americani, questa filiale di Ariane Group e Areva lavora con laser sparati da terra o da un’arma di bordo.

Per quanto riguarda le nanotecnologie, la Francia ha lanciato il piano Nano 2022. L’obiettivo è continuare a padroneggiare alcune tecnologie, ma anche mantenere attori strategici in Francia e in Europa, come STMicroelectronics.

Infine, nel campo delle neuroscienze, la Francia occupa un onorevole settimo posto nel mondo e il terzo posto in Europa, dietro al Regno Unito e alla Germania. Neurologia, neuroscienze, scienze cognitive, il campo di ricerca è ampio. Il progetto French Man Machine Teaming mira a sviluppare un sistema aereo cognitivo. Questa iniziativa è finanziata dalla direzione francese degli armamenti (DGA) e guidata da Dassault Aviation e Thales. I piloti potranno quindi interagire e comunicare con un’IA. Questo tipo di sistema è una componente molto importante del progetto europeo di caccia SCAF (Future Combat System).

Biden espande la lista nera delle aziende cinesi bandite dagli investimenti statunitensi. Questa è l'unica Strategia statunitense funzionò con il Giappone, ma era un paese sconquassato, Hiroshima e Nagasaki, difficilissima che passa con la Cina

Ecco come Biden cerca di castrare le aziende cinesi

5 giugno 2021


Biden espande la lista nera delle aziende cinesi bandite dagli investimenti statunitensi. L’articolo del Wall Street Journal

Il presidente Biden ha ampliato il divieto per gli americani di investire in aziende cinesi con presunti legami con l’esercito cinese, aggiungendo altre aziende a una lista nera che ha fatto arrabbiare Pechino e causato costernazione tra gli investitori.

Un ordine esecutivo che Biden ha firmato giovedì porta a 59 il numero totale di aziende cinesi bandite dal ricevere investimenti americani e mostra come la sua amministrazione stia continuando alcune delle politiche di linea dura lasciate dall’ex presidente Donald Trump – scrive il WSJ.

Molte delle nuove aziende prese di mira sono filiali e affiliate di grandi aziende statali e altre imprese nominate nella precedente lista nera. Essi includono un gruppo di aziende legate al gigante aerospaziale statale Aviation Industry Corporation of China e due affiliate finanziarie del produttore di apparecchiature per le telecomunicazioni Huawei Technologies Co.

Il nuovo ordine impedisce agli americani di investire in queste aziende, con un periodo di grazia di 60 giorni, fino al 2 agosto, prima dell’inizio delle sanzioni e un periodo di un anno per gli americani che hanno già investito nelle aziende – direttamente o tramite fondi – per disinvestire.

L’azione è una delle più ferme fino ad oggi come l’amministrazione Biden conduce una vasta revisione della politica cinese, compreso il modo di affrontare le tariffe e altre misure commerciali adottate da Trump. Finora l’amministrazione ha avanzato poche azioni concrete contro Pechino, anche se gli Stati Uniti si sono recentemente uniti agli alleati per imporre sanzioni contro i funzionari cinesi impegnati nell’incarcerazione di massa delle minoranze etniche principalmente musulmane nella regione dello Xinjiang.

“Vediamo questa come un’azione in una sorta di più ampio spettro di passi che stiamo facendo per rafforzare il nostro approccio per competere con la Cina e per contrastare le sue azioni che sono contro i nostri interessi e i nostri valori”, ha detto un alto funzionario dell’amministrazione in un briefing con i giornalisti.

Un portavoce del ministero degli Esteri cinese, interpellato giovedì sul futuro cambiamento, ha detto che l’ordine dell’amministrazione Trump è stato fatto con un “totale disprezzo dei fatti” e che ha “gravemente interrotto le normali regole e l’ordine del mercato”.

“Gli Stati Uniti dovrebbero rispettare lo stato di diritto e il mercato, correggere i propri errori e fermare le azioni che minano l’ordine del mercato finanziario globale e i diritti e gli interessi legittimi degli investitori”, ha detto il portavoce, Wang Wenbin, ai giornalisti a Pechino. Ha detto che Pechino prenderà misure per sostenere i diritti e gli interessi delle imprese cinesi.

L’ordine precedente, firmato da Trump lo scorso novembre, alla fine ha creato una lista di 48 aziende che è stata gestita dal Dipartimento della Difesa ed era diretta a tagliare i finanziamenti degli Stati Uniti ai fornitori e altre aziende con legami con l’Esercito Popolare di Liberazione. Le aziende citate includevano alcune delle aziende cinesi di tecnologia d’avanguardia, come Hangzhou Hikvision Digital Technology Co. Ltd., un produttore di sistemi di videosorveglianza, così come una fascia di aziende statali in ingegneria, costruzione navale, energia nucleare e altri settori.

L’ordine originale dell’amministrazione Trump, tuttavia, ha creato confusione tra gli investitori ed è stato colpito da sfide legali. La Borsa di New York, per esempio, ha ordinato, annullato e poi ordinato il de-listing delle ricevute di deposito americane dei tre principali vettori di telecomunicazioni della Cina.

Il produttore cinese di smartphone Xiaomi Corp. ha ottenuto una tregua dalla lista nera, dopo che un giudice federale a marzo ha messo in discussione la logica legale del Pentagono – incluso il fatto che il fondatore di Xiaomi ha ricevuto un premio statale – per mettere l’azienda sulla lista.

I funzionari dell’amministrazione Biden hanno detto che l’ordine dell’amministrazione Trump era stato soggetto a cause legali, quindi la nuova versione mira a fornire “una solida base legale”.

Sotto il nuovo ordine, la lista nera sarà gestita dal Dipartimento del Tesoro, che supervisiona molte delle sanzioni economiche che gli Stati Uniti impiegano e quindi dovrebbe essere un amministratore più efficace del divieto di investimento, hanno detto i funzionari dell’amministrazione Biden.

Una questione che ha attirato le lamentele degli investitori sotto l’amministrazione Trump è se il divieto si applicava alle filiali delle aziende incluse nella lista nera. I funzionari dell’amministrazione Biden hanno detto che la questione delle filiali era una ragione per espandere la lista a 59. Hanno suggerito che la lista potrebbe essere ampliata in futuro.

Entrando in carica, i funzionari dell’amministrazione Biden hanno giurato di sostenere un approccio intransigente verso la Cina e hanno detto che avrebbero migliorato la politica dell’amministrazione Trump lavorando più strettamente con gli alleati.

Nonostante gli appelli di Pechino, l’amministrazione Biden ha mantenuto la linea sulle tariffe di Trump che coprono circa 250 miliardi di dollari nel commercio con la Cina e sulle sanzioni separate del Dipartimento del Commercio che vietano il trasferimento di tecnologia statunitense al produttore di apparecchiature Huawei e altri. Ha anche seguito l’amministrazione Trump nel descrivere come genocidio il programma cinese di detenzione e assimilazione forzata degli Uiguri e di altri gruppi principalmente musulmani nello Xinjiang.

(Estratto dalla rassegna stampa estera a cura di Epr Comunicazione)

Il web è in mano alle multinazionali tecnologiche

Amazon, Google e Microsoft. Come e quanto incidono le big tech

5 giugno 2021


Il post di Giordano Alborghetti

Qualche tempo fa trovai in internet la notizia che Mediobanca aveva fatto delle presentazioni utilizzando i loro studi dal titolo “I giganti del web”. Incuriosito andai sul loro sito e trovai i loro report e quello dei primi 6 mesi del 2020. Scaricandoli iniziai ad analizzarli e più andavo avanti e più mi rendevo conto di quanto il web, rispetto all’inizio, era ed è saldamente nelle mani di poche grosse big tech.

Pur non avendo alle spalle studi specifici, pensai di realizzare una presentazione da portare all’annuale conferenza dell’Associazione LibreItalia. Così feci e in modo provocatorio cambiai il titolo originario in “I padroni del web”. Questa mia voluta provocazione di fatto è però la drammatica situazione in cui ci troviamo. Non solo come Italia, ma allargando lo sguardo, l’Europa e il mondo. Quello che mi lascia basito, come ho scritto più volte su Twitter, è che alle conclusioni a cui sono arrivato io, sarebbero dovuti arrivare persone molto più preparate di me. Invece c’è stato ad oggi, un silenzio assordante molto preoccupante.

Perché scrivo ciò?

Perché in una situazione normale, nel momento in cui si leggono certi dati ci si dovrebbe molto preoccupare. Qualche esempio? Sui report si legge: “In Italia rimane solo il 14% della liquidità totale, mentre attraverso il sistema di cash pooling [espressione mutuata dall’inglese per definire l’accentramento, virtuale o effettivo, di tutte le risorse finanziarie (flussi in entrata e in uscita) di un gruppo presso un’unica società] il restante 84,7% va a confluire in paesi a fiscalità agevolata, come Paesi Bassi, Lussemburgo, Irlanda, altri Paesi”. Di fatto vuol dire che in Italia, come si legge ancora, la piscina è quasi prosciugata, proprio perché la maggior parte dei guadagni “prendono il volo”. Già questo avrebbe dovuto svegliare o risvegliare la coscienza di diversi soggetti politici e non, ma per fare ciò, usando le parole di Wendell Phillips bisognerebbe avere: “il coraggio morale”. Questo è quello che manca da decenni in Italia.

Andando avanti nella lettura troviamo che tra le prime 25 big tech 14 sono statunitensi – e tranne Microsoft – hanno sede nello stato del Delaware (è un paradiso fiscale), 6 sono cinesi, hanno la sede legale alle isole Cayman, 3 giapponesi in Giappone e 2 europee in Europa. Proprio sull’aspetto fiscale è giusto ricordare che nel 2018 Amazon doveva aprire in Svizzera. A gennaio 2019 nuova regola sull’Iva: se vendi per corrispondenza e guadagni più di 100k franchi svizzeri all’anno le tasse le paghi tutte in Svizzera. I clienti svizzeri ricevettero una comunicazione da Amazon: dal 26 dicembre 2018 non consegnerà più nella loro terra. Per completezza Amazon consegna tramite Amazon.de, Amazon.it, Amazon.fr. Questo vuol dire che così come gli svizzeri hanno avuto “Coraggio Morale”, lo stesso lo dovremmo avere noi.

Andando avanti ad analizzare i report troviamo anche che da 2015 al 2019 il mercato delle Websoft è sempre più concentrato nelle mani di pochi. Le prime tre sono: Amazon, Alphabet, Microsoft che rappresentano la metà dei ricavi aggregati. Amazon domina e rappresenta da sola un quarto dei ricavi totali. Qualcuno per caso ha alzato la manina dicendo “Houston abbiamo un problema”. Nessuno. Proprio per questo ad un certo punto nella mia presentazione avevo messo questa slide.


Perché è quello che sta succedendo senza nessuna, o poca volontà politica, nel voler modificare le cose. Rispetto alla forzata digitalizzazione, a seguito della pandemia, Microsoft ha dichiarato che c’è stato un aumento del 775% dell’uso di Microsoft Teams. È presumibile pensare che lo stesso si potrebbe scrivere anche per Google Meet, e tutte le altre. Quindi potete benissimo immaginare che dietro la parvenza di voler agevolare gli studenti e insegnanti con la Dad, ci sono meramente e cinicamente interessi economici.

La mia presentazione termina così: “Non stupisce quindi che vi si sia nei riguardi della Ddi (didattica digitale integrata) tutto questo entusiasmo infantile. Da un lato per mancanza di conoscenza, dall’altro per convenienza “suggerite” da chi propone soluzioni software proprietario, senza considerare quante soluzioni ci sono nel software libero. Non dimentichiamo poi il danno erariale. Non applicazione del CAD art.68 e art.69. Recenti studi hanno inoltre evidenziato i danni nell’uso prolungato della Ddi”.

Dobbiamo rassegnarci a tutto ciò? Assolutamente no!

Certo è che non basta solo che sia la società civile a ribellarsi, ma la politica dovrebbe iniziare a fare la sua parte avendo la consapevolezza che oggi più che mai tutti dovrebbero avere un minimo di conoscenze e competenze digitali e informatiche.