L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 giugno 2021

Gli ebrei sionisti fanno mancare l'energia elettrica a Gaza la prigione a cielo aperto

Beit Hanoun, nella Striscia di Gaza, 31 maggio 2021. (Felipe Dana, Ap/LaPresse)


Amira Hass, giornalista
12 giugno 2021

Dieci giorni dopo il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le forniture di corrente elettrica nella Striscia di Gaza erano ancora limitate, proprio come durante la settimana e mezzo di ostilità. Fino alla sera di domenica 30 maggio l’elettricità c’era solo tre o quattro ore al giorno. Dal giorno dopo c’è per sei ore, seguite da dodici senza.

Questi numeri vanno confrontati con quelli precedenti all’inizio del conflitto, quando l’elettricità di solito era disponibile per otto ore consecutive. All’inizio della settimana la Striscia di Gaza ha ricevuto appena 116 megawatt da Israele e dalla locale centrale elettrica palestinese, rispetto ai circa 190 megawatt di prima della guerra (una quantità comunque non sufficiente a soddisfare la domanda locale di 500 megawatt).

La drammatica riduzione di energia a Gaza è dovuta soprattutto alla decisione del governo israeliano di sospendere le consegne di carburante alla centrale elettrica palestinese a Gaza, nel tentativo di aumentare la pressione su Hamas. In Israele cinque linee dell’alta tensione che fornivano elettricità a Gaza sono state danneggiate durante questi combattimenti. Le riparazioni sono state completate il pomeriggio del 30 maggio. Una fonte che lavora alla centrale elettrica di Gaza ha dichiarato al Centro per i diritti umani al-Mezan della Striscia di Gaza che come in passato è il Qatar a pagare il carburante usato dalla centrale, che normalmente arriva da Israele tramite il valico di Kerem Shalom, chiuso dal governo israeliano.

La guerra dei giorni scorsi ha causato alla rete elettrica del territorio di Gaza danni per circa 22 milioni di dollari

In seguito alle interruzioni di corrente e alla carenza di carburante, anche gli impianti per la depurazione delle acque reflue non stanno funzionando. Almeno centomila metri cubi di rifiuti non filtrati provenienti dalle fogne sono stati riversati ogni giorno nel Mediterraneo. Per lo stesso motivo anche gli impianti di purificazione dell’acqua e quelli di desalinizzazione funzionano solo parzialmente. Significa che centinaia di migliaia di abitanti di Gaza non hanno accesso all’acqua potabile.

La centrale elettrica locale sta erogando 45 megawatt invece dei suoi soliti 70. La paura è che, nei prossimi giorni, la produzione cali ulteriormente o si fermi del tutto. I generatori privati di quartiere, che di solito coprono i blackout, funzionano solo alcune ore al giorno, e a volte neanche quelle, visto che manca il gasolio. La situazione potrebbe peggiorare ancora se Israele non abbandonerà la sua attuale politica.

I tagli all’elettricità colpiscono anche gli ospedali di Gaza, che a loro volta dipendono dai generatori. Questo mette in pericolo i pazienti, tra cui ci sono le persone ferite nelle recenti ostilità e i casi più gravi tra i malati di covid-19. A Gaza l’uso di pannelli solari è aumentato, ma è destinato soprattutto al consumo domestico.

La guerra dei giorni scorsi ha causato alla rete elettrica del territorio di Gaza danni per circa 22 milioni di dollari (più o meno 18 milioni di euro). Nei giorni scorsi l’azienda palestinese incaricata della fornitura elettrica ha riparato le parti delle linee elettriche provenienti da Israele, sul lato del confine di Gaza. Ma l’azienda ha detto all’associazione umanitaria israeliana Gisha che, anche se dovesse trovare i soldi per i pezzi di ricambio necessari a fare le riparazioni, non sa quando saranno consegnati questi pezzi, perché Israele ha deciso di limitare il trasporto di beni diretti a Gaza solo alle merci necessarie per scopi “umanitari”.

La Israel electric corporation (Iec, la società elettrica israeliana) ha completato le riparazioni alla linee elettriche israeliane che riforniscono Gaza nel pomeriggio del 30 maggio. La Iec fornisce a Gaza 120 megawatt d’elettricità attraverso dieci linee elettriche. Cinque sono state danneggiate durante la guerra.

Le riparazioni sono cominciate il 23 maggio, due giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco. Il lavoro è stato portato avanti anche se i dipendenti della Iec avevano minacciato di non completarlo fino a quando due civili israeliani dispersi e le spoglie di due soldati non fossero stati restituiti a Israele da Gaza. “La Iec tratta tutti i suoi clienti nello stesso modo. L’elettricità è un prodotto essenziale, non legato al conflitto”, ha risposto la compagnia elettrica quando le è stato chiesto se le riparazioni erano state sospese.

La Iec ha aggiunto che i danni erano notevoli e che ogni linea è stata colpita in vari punti. Per questo ci è voluto tanto tempo per individuarli e ripararli. L’azienda ha dovuto chiamare anche altri operai. E infatti, a partire dalla mattina del 31 maggio gli abitanti di Gaza hanno ricevuto sei ore di elettricità continua, seguite da dodici ore senza corrente, con un aumento delle forniture fino a 165 megawatt.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Sempre più stati in guerra contro le multinazionali tecnologiche. Scontro tra poteri



Siamo in guerra: le nuove superpotenze si chiamano Google, Facebook, Amazon, Apple e sono sempre più pronte a prendere il posto dei vecchi stati.

War è la newsletter di Wired che racconta le tensioni tra istituzioni nazionali e grandi piattaforme tecnologiche.

La Nigeria, Twitter e la repressione del dissenso

Nel 2016, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approvò una risoluzione non vincolante che sottolineava come “gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti anche online”. Nel mirino della risoluzione c’era la crescente tendenza, da parte di governi più o meno autoritari, a limitare l’accesso a internet dei propri cittadini, interrompendo le connessioni o bloccando interi siti.

Per amara ironia delle istituzioni internazionali, tra i promotori della risoluzione c’era la Nigeria dell’allora neoeletto Muhammadu Buhari, che oggi sui diritti (digitali e non) dei propri cittadini sembra avere tutta un’altra opinione. Il 4 giugno, da un momento all’altro, il governo di Buhari ha deciso di bandire con effetto immediato Twitter dal proprio paese. La scelta, improvvisa ma in linea con l’erosione della libertà d’espressione osservata in Nigeria negli ultimi anni, è arrivata dopo che Twitter ha rimosso un post del presidente su alcuni disordini che stanno interessando il sud-est del paese, già teatro di una sanguinosa guerra civile tra 1967 e 1970, a cui partecipò lo stesso Buhari come comandante dell’esercito nigeriano. “Molti di quelli che si stanno comportando male oggi sono troppo giovani per comprendere la distruzione e la perdita di vite umane della guerra civile”, ha scritto l’ex militare. “Ma noi che in guerra ci siamo stati li tratteremo in modo che capiscano”. Considerato che in molti ricordano l’uccisione sistematica e intenzionale delle persone di minoranza etnica Igbo prima e durante il conflitto come un tentativo di genocidio, il tweet di Buhari ha allarmato moltissimi osservatori, portando infine Twitter a decidere di rimuoverlo in base al regolamento sui “comportamenti abusivi” sulla piattaforma.

La rimozione sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per il governo nigeriano, che dal 2019 lavora ad un progetto di legge che renderebbe possibile punire chiunque pubblichi contenuti “che minacciano la sicurezza nazionale” o che “potrebbero diminuire la fiducia del pubblico nel governo” sui social. Al contrario dell’India di Modi, che sta cercando di far piegare le grandi piattaforme della Silicon Valley con atti intimidatori e leggi sempre più repressive senza però decidersi a bandirle come ha fatto invece per social cinesi come TikTok, Buhari ha optato per l’opzione nucleare.

foto: Olivier Douliery-Pool/Getty Images

In Nigeria Twitter conta 40 milioni di utenti. Come in gran parte del resto del mondo, ha un’influenza sproporzionata sull’opinione pubblica nazionale rispetto alla propria taglia perché è il social preferito da giornalisti, accademici e attivisti. Non a caso, è su questa piattaforma che nell’ottobre 2020 sono rimbalzate le notizie sul crescente movimento di protesta contro le violenze della polizia nigeriana #EndSARS, che ha creato senza dubbio più di un grattacapo al governo. Per giustificare la scelta, il ministro dell'Informazione e della cultura nigeriano ha citato “l'uso persistente della piattaforma per attività in grado di minare l'esistenza della Nigeria”, e le istituzioni si starebbero attrezzando per punire chi riesce comunque ad accedervi grazie a Vpn. La National Broadcasting Commission ha anche ordinato a tutte le stazioni di smettere di usare Twitter, minacciando di sospendere la loro licenza in caso contrario e affermando che “sarebbe antipatriottico per qualsiasi emittente in Nigeria continuare a patrocinare Twitter come fonte di informazioni dopo che è stato sospeso”.

Ottima cartina tornasole della gravità dell’accaduto è il commento di Donald Trump, che si è congratulato con Buhari per la propria decisione: “Più paesi dovrebbero vietare Twitter e Facebook perché non consentono discussioni libere e aperte – tutte le voci dovrebbero essere ascoltate”. L’ex presidente, bandito da Twitter a vita e da Facebook almeno per due anni, ha poi aggiunto: “Forse avrei dovuto farlo anch’io mentre ero presidente. Ma Zuckerberg continuava a chiamarmi e a venire a cena alla Casa Bianca dicendomi quanto fossi bravo”. Naturalmente, checché ne dica Trump, il diritto umano fondamentale all’espressione (che è protetto dalla Costituzione nigeriana alla sezione 39) dovrebbe protegge le persone dalla censura non di aziende private, ma governativa. Proprio quella censura che ha portato la Nigeria a restringere l’accesso prima a siti dell’opposizione, come quello del gruppo Feminist Coalition, e ora a Twitter.

Il 6 giugno, le ambasciate di Canada, Unione Europea, Irlanda, Regno Unito e Stati Uniti hanno condannato la decisione, sottolineando che misure simili “inibiscono l'accesso alle informazioni proprio in un momento in cui la Nigeria ha bisogno favorire il dialogo inclusivo e l'espressione delle opinioni”. Non che servisse ribadirlo: un rappresentante del paese doveva pur essere presente quando è stata approvata quella famosa risoluzione non vincolante tra le stanze dell’Onu, cinque anni fa.

La scelta di questi giorni ha svuotato da un giorno all’altro un’enorme piazza in cui la cittadinanza si trovava a chiedere alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità, senza nemmeno bisogno di alzare un manganello. E, come è spesso il caso anche per le violazioni dei diritti umani più clamorose, senza possibilità d’appello.

Certo è dura da far capire l'Ivermectina NON SA DA USA'

Scienziata a capo dell’OMS citata in giudizio per disinformazione e soppressione di prove

Di Markus Su 10 Giu 2021 1,584

Colin Todhunter
off-guardian.org

Il 25 maggio 2021, l’Indian Bar Association (IBA) ha notificato un avviso legale di 51 pagine alla dottoressa Soumya Swaminathan, responsabile dei consulenti scientifici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per:

“Le sue azioni nel diffondere disinformazione e fuorviare il popolo indiano, al fine di perseguire una propria agenda.”

L’IBA, con sede a Mumbai, è un’associazione di avvocati che si sforza di portare trasparenza e responsabilità nel sistema giudiziario indiano. È attivamente coinvolta nella diffusione della conoscenza giuridica e fornisce guida e sostegno agli avvocati e alla gente comune in lotta per la giustizia.

Secondo questo avviso legale la dr.ssa Swaminathan avrebbe:

“promosso una campagna di disinformazione contro l’Ivermectin attraverso la deliberata soppressione dell’efficacia del farmaco Ivermectin nella profilassi e nel trattamento della COVID-19, nonostante l’esistenza di enormi quantità di dati clinici raccolti e presentati da medici e scienziati stimati e altamente qualificati,”

e:

“rilasciato dichiarazioni nei social media e nei media tradizionali, influenzando così il pubblico contro l’uso dell’Ivermectina e attaccando la credibilità di enti/istituti acclamati, come l’ICMR e l’AIIMS di Delhi, che avevano incluso l’Ivermectina nelle Linee guida nazionali per la gestione della COVID-19.”

L’IBA afferma che sta intraprendendo un’azione legale contro la dottoressa Swaminathan per impedirle di mettere ulteriormente in pericolo le vite dei cittadini dell’India.La dottoressa Soumya Swaminathan, responsabile dei consulenti scientifici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

L’avviso si basa sulla ricerca e sugli studi clinici condotti dalla Front Line COVID-19 Critical Care Alliance (FLCCC) e dal British Ivermectin Recommendation Development (BIRD) Panel. Queste organizzazioni hanno presentato un’enorme quantità di dati a favore dell’uso l’Ivermectina per la prevenzione e il trattamento della COVID-19.

Secondo l’IBA, la dottoressa Swaminathan avrebbe ignorato questi studi e questi rapporti e deliberatamente soppresso i dati riguardanti l’efficacia dell’Ivermectina, con l’intento di dissuadere il popolo indiano dal suo utilizzo.

Tuttavia, le due organizzazioni mediche più importanti dell’India, il Consiglio Indiano per la Ricerca Medica (ICMR) e l’All India Institute of Medical Sciences (AIIMS) di Delhi, si erano entrambe rifiutate di avallare questa posizione e avevano mantenuto le indicazioni per l’uso dell’Ivermectina nella categoria “May Do” [trattamento possibile], per i pazienti con sintomi lievi e per quelli in isolamento domestico, come indicato nelle “Linee guida nazionali per la gestione della COVID-19.”

È interessante notare che i contenuti di diversi link ad articoli e rapporti inclusi nell’avviso notificato alla dottoressa Swaminathan, perfettamente visibili prima dell’emissione dell’avviso, sono stato rimossi o cancellati.

Sembra che i produttori di vaccini e molti governi siano disperati e vogliano a tutti i costi proteggere la loro agenda pro-vaccini e cerchino quindi di censurare le informazioni e le notizie riguardanti l’efficacia dell’Ivermectin.

L’avviso legale può essere letto per intero sul sito web dell’India Bar Association.

Colin Todhunter

Fonte: off-guardian.org
09.06.2021
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Loro pagano, se le pagano, il 15% di tasse. Anche noi anche noi solo il 15%

Paradiso per loro, Inferno per noi


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono economisti che si inebriano delle trovate acchiappacitrulli suggerite e sostenute da colleghi in grazia delle autorità imperiali.

Ma non sono i soli, opinionisti e cronisti ci hanno informato e hanno commentato in estasi l’accordo raggiunto in Europa per una tassa comune sulle multinazionali, convinti – o per convincerci – che si tratti di un evento epocale. Addirittura la esibiscono come rivoluzione fiscale allo scopo – ho letto anche questa – di finanziare lo Stato sociale fiaccato dal Covid e promuovere la riduzione delle disuguaglianze.

Qualcuno si è perfino lasciato andare a pensare che si tratti di uno spettro che si aggira per l’Occidente, mettendo insieme l’obiettivo, al 2023, di creare un quadro armonizzato della tassazione delle società che hanno potuto “sfuggire al fisco” facendo affari e reddito senza una presenza “fisica”, con la promessa fatta dall’amministrazione Biden di un nuovo contratto sociale con gli americani, che consiste in un aumento delle aliquote societarie abbassate da Trump, per finanziare le infrastrutture e ammortizzatori sociali.

Insomma parrebbe proprio che i governi siano stati folgorati dal Covid, abbiano intrapreso la via della redenzione equa e solidale, cominciando da quelle multinazionali che hanno tratto profitti insperati e eccezionali dalla pandemia che ha magicamente convertito tre quarti del mondo ai consumi online. E anche di questo, lo dice Gentiloni, dobbiamo ringraziare la longanime weltanschauung di Biden e il suo impegno costruttivo grazie al quale anche in sede Ocse si individueranno misure per contrastare la gigantesca elusione fiscale dei signori delle piattaforme. Certo qualcosa in cambio si dovrà dare e difatti preliminarmente si stanno studiando doverosi accorgimenti in modo da dare aiuto ai poveri ricchi alle prese coi pesanti costi burocratici che dovranno sostenere per adeguarsi a 27 diversi sistemi fiscali.

Il minimalismo che da filone narrativo e stilistico Usa di successo è diventato uno stilema delle politiche di rilancio della pandeconomia prevede che le azioni debbano convergere su due obiettivi: una parziale ridistribuzione dei diritti di tassazione per riflettere la globalizzazione e la digitalizzazione dell’economia; e una tassazione minima effettiva dei profitti delle multinazionali. A questo fine è allo studio una strategia della Commissione, che vedrà la luce, senza fretta, nel 2023, in forma di regolamento Befit (acronimo inglese per: Imprese in Europa – quadro per la tassazione del reddito), in modo che il prelievo sulle società venga equamente ripartito tra gli Stati membri, sulla base dei relativi diritti di tassazione e a sostegno delle politiche nazionali “per l’occupazione, la crescita e gli investimenti nel mercato unico”.

La svolta memorabile prevede dunque che le imprese multinazionali o le imprese autonome con ricavi consolidati complessivi superiori a 750 milioni di euro in ciascuno degli ultimi due anni consecutivi – condizione che escluderebbe dalla normativa il 90% delle multinazionali – siano costrette a rendere trasparenti i dati sull’imposta sul reddito in ciascuno Stato membro e in ciascun Paese extra-Ue inserito per almeno due anni consecutivi nelle liste nera e grigia dei paradisi fiscali dell’Unione, quell’elenco soggetto a continui rimaneggiamenti che finiscono per esimere dagli obblighi di segnalazione e che annoverano attualmente 21 Paesi, ad esclusione, tanto per fare qualche esempio illustre, le Isole Cayman, le Bermuda, le Isole Vergini britanniche.

Eh si ci vuole un po’ di cautela, la giusta dose di comprensione e solidarismo, siamo tutti sulla stessa barca, in fondo: quello che viene sbrigativamente definito il capitalismo delle piattaforme ha bisogno del suo tempo per adattarsi, dovrà mettere al lavoro i suoi fiscalisti formati alle stesse scuole dei colletti bianchi delle cupole criminali per mettere in mare le scialuppe di salvataggio prima che, con tutto comodo, vengano adottate misure annunciate da anni per limitare il ricorso alle società di comodo, le cosiddette «scatole vuote», prima che si organizzino per rendere pubbliche le aliquote fiscali effettivamente pagate almeno con la stessa visibilità con cui fanno valere le “perdite subite” negli anni 2020 e 2021, rispetto ai profitti non dichiarati delle annate precedenti.

E mica vorrete riservare a questi giganti buoni (i cui proventi serviranno un domani a migliorare le nostre vite, già allietate dall’arrivo in tempo reale dei chiodi, del giravite e dei quaderni di scuola, degli integratori e dei preservativi con confezione rispettosa della privacy, recati nei nostri domicili coatti dalla meglio gioventù trasferita dai master alla Bocconi all’università della strada) lo stesso trattamento e la deplorazione con la quale avete guardato a baristi, negozianti, osti, pretendenti di ristori e sostegni dopo aver eluso, evaso e inquattato scontri e ricevute.

E d’altra parte i migliori tributaristi e commercialisti arruolati dalle aziende con la missione precisa di trovare corridoi, pertugi e scappatoie così da ridurre al minimo le imposte da pagare sul reddito d’impresa, hanno dimostrato la loro superiorità disciplinare e tecnica rispetto alle autorità statali e europee vincendo contenziosi e incrementando la pressione lobbistica, persuadendo e corrompendo, come dimostrano i loro casi di successo, tra i quali spicca il ben noto ‘doppio sandwich irlandese-olandese’ che fino a qualche anno fa ha consentito a un gigante del calibro di Google e a molte altre multinazionali di spostare i soldi tra Dublino e Amsterdam per poi spedire il tutto, praticamente senza tasse, nel paradiso fiscale delle Bermuda. E niente fa pensare che ci siano ostacoli a una nuova versione della procedura, visto che Web tax e misure ad hoc per le major della rete non sono in calendario.

Intanto già insorgono Paesi che hanno adescato le multinazionali con zuccherini fiscali, come Irlanda, Olanda, Lussemburgo o Cipro. Mentre facendo buon uso di quel tratto antropologico distintivo della nostra autobiografia nazionale, l’ipocrisia ruffiana, mostriamo di compiacerci del modesto risultato, certi di perseverare nell’abitudine di attrarre investitori, Arcelor Mittal tanto per dirne una, che trovano la Mecca qui offrendosi di caricarsi il peso di aziende decotte da mandare in malora per cancellare competitori e lo fanno con l’aiuto fervido del nostro Stato. O dando in pasto, a prezzi scontati, immobili, terreni, coste, intere porzioni di città, a emiri e sultanati rapaci con l’accompagnamento di disposizioni ad hoc, fiscali, urbanistiche, ambientali, a dimostrazione di quanto di sia gradita la loro invasione compatibile, ancorchè fieramente islamica, con la nostra tradizione e la nostra civiltà superiore.

Ancora una volta ancora prima di concretizzare l’inganno ci infliggono le beffe.

A cominciare dalla conferma che nel mettere le basi dell’audace strategia punitiva dei colossi, si è provveduto a salvare Amazon, risparmiata a differenza di Google, Facebook o Microsoft, perché conta su strutture fisiche, magazzini, mezzi di trasporto, dipendenti, che comportano costi elevati.

I suoi oltre 20 miliardi di profitti realizzati e “denunciati” nel 2020 dipendono dal volume di vendite ingentissimo (382 miliardi), ma il rapporto tra utili e ricavi si ferma però al 6,3%, esonerando l’azienda dall’obbligo di pagare parte delle tasse nei paesi in cui effettua volumi di vendite consistenti, proprio come da noi, dove possiede 40 siti e oltre 10mila dipendenti e dove concede al fisco appena 11 milioni di euro di tasse. Senza dire che in quel reddito non è contemplata la voce più profittevole, quella che garantiscono i clienti mettendo a disposizione i loro dati personali, le loro preferenze di consumo, le loro inclinazioni e i loro desideri con relativo budget, un bottino non quantificabile che si riproduce e produce profitto infinito.

E dovevamo un po’ di rispetto anche alla società del filantropo per antonomasia, Microsoft: profitti del 2020, 315 miliardi di dollari (260 miliardi di euro), e tasse pagate, nemmeno un soldo, i cui guadagni sono affluiti alla filiale irlandese, ma che ai soli fini fiscali, è domiciliata alle Bermuda, dove le aliquote sui profitti societari sono pari a zero.

Altro che l’idraulico che non fa la fattura, il ristoratore che pecca sfilando con Casa Pound, la partita Iva in fila alla mensa della Caritas: quelli meritano la furia dei cavalieri dell’apocalisse creativa, mica questi poveri ricchi, resilienti e ricostruttori che si prodigano per noi.

Vaccini e miocarditi

Miocarditi post vaccino dilagano: riunione di emergenza del Cdc americano



Il Cdc americano, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie che è stato al tempo stesso autore e controllore della narrazione apocalittica della pandemia nonché della santificazione vaccinale, ha annunciato ieri la convocazione per il 18 giugno di una “riunione di emergenza” dei suoi consulenti per discutere delle segnalazioni superiori al previsto di infiammazione cardiaca a seguito di vaccinazioni con Pfizer e Moderna. I nuovi dettagli su miocardite e pericardite sono emersi nelle presentazioni a un gruppo di consulenti indipendenti della Food and Drug Administration, che si sono chiesti se è il caso di dare l’autorizzazione all’uso di emergenza per l’utilizzo di vaccini Covid-19 nei bambini più piccoli. Come riportato dalla Cbs, il Cdc ha fatto sapere che le segnalazioni di infiammazione cardiaca sono state rilevate principalmente negli uomini più giovani e negli adolescenti dopo la loro seconda dose e che c’era un “numero più elevato di casi osservati del previsto” tra i 16 ei 24 anni. tanto che già il mese scorso si era cominciato a mettere un po’ più attenzione sulla seconda dose.

Ma qui viene fuori tutto il lato oscuro della cosiddetta pandemia e dell campagne vaccinali, un lato immorale e inquietante: dopo aver scoperto 800 casi di infiammazione del muscolo cardiaco nel database Vaers si programma un summit di emergenza la bellezza di otto giorni dopo mentre nel frattempo, ogni figura dell’autorità sanitaria pubblica incoraggia i genitori a vaccinare i propri bambini. E’ una cosa tollerabile? Tanto più che questa situazione era già sotto osservazione fin dal 2 giugno e trovava conferme nei rapporti del governo israeliano che appunto aveva sottolineato la correlazione tra la seconda dose di vaccini a nRna e miocarditi. Per giunta esiste un studio clinico uscito proprio in questi giorni sulle infiammazione post vaccinale del muscolo cardiaco e che riguarda sette adolescenti che hanno sviluppato la patologia entro 4 giorni dalla seconda dose, ma come al solito si mette sul piatto il solito disco rotto che va dall’impossibilità di poter stabilire una correlazione al fatto che comunque i benefici dei vaccini superano i rischi. Ma questo, per quanto riguarda gli adolescenti è un palese falso come emerge da tutte le statistiche sul Covid che riguardano le età vanno da 0 a 18. Quindi anche qui siamo nel campo della corruzione scientifica e della mediocrità, due cose che come cercherò di mostrare in un futuro post sono strettamente legate fra di loro.

Nessuno degli adolescenti colpiti da questi disturbi avversi è morto, anche se molti sono stati in gravi condizioni, ma occorre tener presente che miocarditi e pericarditi possono danneggiare permanentemente il cuore con effetti che magari vengono scoperti o diventano invalidanti a distanza di anni. Ma adesso lasciatemi dire due parole sui vaniloqui para scientifici tra questi “esperti” che discettano sul rapporto rischio beneficio dei vaccini. E’ una discussione grottesca dal momento che i vaccini sono sperimentali e i loro effetti a medio e lungo termine, ma a quanto pare anche quelli a breve termine non sono ben noti, la stessa percentuale di efficacia viene contestata ed è comunque tema di dibattito, la durata della copertura breve, ma comunque non ben definita, mentre la totale manipolazione dei dati sul covid non permette di ricavare numeri minimamente seri sull’infezione. Come si fa a parlare di rapporto rischi – benefici se né gli uni né gli altri sono noti? Solo nel raggio di età tra 0 e 18 anni si sa che i danni provocati dalla malattia sono praticamente assenti e il rischio è inferiore a quello dei vaccini. Ma se quel poco che si sa confligge con la narrazione ufficiale e con i relativi affari allora viene semplicemente negato, messo da parte

Ancora una prova che il M5S è un falso ideologico

10 Giugno 2021 17:00

Di Maio a Kiev completa la giravolta fondamental-atlantista

Aurelio Armellini

“Immaginate se l’Ucraina diventasse membro della NATO. I missili saranno posizionati da qualche parte vicino a Kharkov - il tempo di volo sarà già di 7-10 minuti (ora ci vogliono 15 minuti affinché i missili dalla Polonia giungano a Mosca - ndr). Questa è una linea rossa per noi o no? Prendete quello che sarebbe inaccettabile per gli Stati Uniti: il dispiegamento di missili a Cuba. Tempo di volo: 15 minuti. E per ridurre il tempo di volo a 7-10 minuti, sarebbe necessario posizionare i missili al confine meridionale del Canada o al confine settentrionale del Messico. Questa è una linea rossa per gli Stati Uniti? Come dobbiamo reagire a ciò che viene proposto e discusso”.

Con rara precisione, nella sua ultima intervista, il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha chiarito che cosa accadrebbe in caso ingresso dell’Ucraina nella Nato. Che sia una “zona rossa” dagli scenari potenzialmente apocalittici è noto a Washington e nelle cancellerie europee. Desta quindi scalpore per tutti gli amanti della pace la dichiarazione rilasciata oggi dal ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio in visita ufficiale a Kiev sul futuro rapporto dell’Ucraina non solo con l’Unione Europea ma anche, appunto, con la Nato.

Le conseguenze sono state chiarite da Putin. E allora: per quale motivo l’Italia deve unirsi alla crociata contro la Russia? Senza una direzione sovrana, la politica estera italiana è un continuo oscillare nelle mani dei vari guerrafondai che siedono a Washington e Bruxelles. Una scelta davvero scellerata che va contro gli interessi del popolo italiano. Il fatto che la NATO si stia spingendo a ridosso della Russia - rompendo tutti i patti siglati con Mosca al momento dell’implosione dell’Unione Sovietica e del blocco socialista nell’Europa orientale – è il principale pericolo oggi per la pace internazionale. Per tali motivazioni l’espansione ad Est dell’alleanza atlantica trova oppositori, insospettabili, anche negli Stati Uniti stessi. George Kennan, il grande teorico della dottrina del contenimento, scriveva già nel 1997, dopo l’allargamento proposto da Bill Clinton, che «espandere la Nato è il più grave errore della politica estera americana dell’era post-Guerra fredda».

Ma l’Italia attuale riesce ad essere più realista del Re.

Per ironia della sorte poi la presa di posizione di Di Maio arriva nel giorno in cui l’Ucraina viene clamorosamente sconfessata dalla FIFA riguardo allo slogan nazista sulle divise della nazionale di calcio. L’ente che governa il calcio internazionale ha infatti obbligato la squadra nazionale ucraina a rimuoverlo. Le uniformi di gioco mostrano anche un'immagine sfocata che delinea i confini dell'Ucraina, con l’inclusione dei territori del Donbass e la Crimea russa. "Questo specifico slogan all'interno della maglia deve quindi essere rimosso per l'uso nelle partite delle competizioni UEFA, in conformità con l'articolo 5 del Regolamento attrezzature UEFA”, si legge nel comunicato.

Il regime di Kiev applica ormai politiche comparabili ai peggiori regimi fascisti, come l’aberrante legge sulle nazionalità indigena dell’Ucraina, la glorificazione dei Quisling nazionali senza dimenticare di citare i crimini del battaglione nazista Azov in Donbass. Tra i responsabili principali di tutte queste derive che ricordano passati drammatici della storia europea vi è il ministro degli interni Arsen Avakov con cui Di Maio, invece di pretendere risposte sulla morte del giornalista Rocchelli come richiesto dalla famiglia, ha incredibilmente siglato un accordo di collaborazione tra polizie. Nella vana attesa di commenti indignati di “antifascisti” solo laddove il fascismo non esiste per davvero, vi riportiamo quanto scriveva Sara Reginella su l’AntiDiplomatico presentando il personaggio a margine di un incontro avuto in Italia con Lamorgese.

“Arsen Avakov, l’uomo ricevuto dalla Ministra italiana, prima di essere eletto Ministro degli Interni fu alleato dell’ex Primo Ministro Yuliya Timoshenko che ricordiamo, tra l’altro, per la rivoluzione arancione, artatamente costruita a tavolino secondo il copione delle rivoluzioni colorate: un mix di tecniche mediatiche di propaganda, finanziamenti a gruppi di opposizione e ingerenze straniere volte a rovesciare i governi non in linea con i diktat dei poteri occidentali. Nel 2012, ritroviamo il futuro Ministro Avakov nella Casa Circondariale di Frosinone, a seguito di un mandato internazionale emesso dalle autorità ucraine per abuso di ufficio e appropriazione indebita di terreni.

Nello stesso anno, lo stesso rientrerà in Ucraina grazie all’immunità ottenuta attraverso l’elezione in Parlamento. Con il golpe e la presidenza Turcinov, Avakov verrà nominato Ministro degli Interni: con questa carica, a ottobre 2014 autorizzerà, legittimandole, unità paramilitari come l’Azov ad affiancare l’esercito della Guardia Nazionale Ucraina sulla linea del fronte, durante gli scontri armati contro le milizie delle Repubbliche Popolari del Donbass. Crea sgomento la foto in cui Avakov, Ministro di uno stato che aspira all’ingresso nell’Unione Europea, è ritratto al fianco di Andriy Biletsky, leader del Partito del Corpo Nazionale e Comandante dell’Azov.

Ricordo l’orrore di uomini e donne, personalmente incontrati in Donbass, nel ricordare la ferocia dei battaglioni punitivi di stampo nazista come l’Azov, il cui simbolo, val la pena esplicitare, è la runa Wolfsangel, emblema di alcune unità della divisione SS. Tale simbolo è lo stesso che costituiva il logo del Partito Nazional Sociale Ucraino di Andriy Parubiy, Presidente della Rada ucraina che, nel 2017, veniva anche ricevuto dall’allora Presidente della Camera Laura Boldrini. Tre dita stilizzate, a sostituzione della runa, andranno poi a costituire il logo del nuovo partito Svoboda, in ucraino “libertà”, trasformazione politically correct di quel Partito Nazionale Sociale direttamente ispirato al Partito Nazional Socialista di Hitler. Dunque, una buona compagnia: da Arsen Avakov ad Andriy Parubiy, esponenti e sostenitori del neonazismo ucraino sono accolti in una logica di cooperazione tra stati, finalizzata ad una paradossale “guerra alla criminalità e al terrorismo”, condotta a braccetto con l’ultranazionalismo. In quest’ottica assurda, lo stesso Avakov, circa un anno fa, definiva “eroe di guerra” il sergente ucraino Vitaly Markiv, condannato per l’omicidio del reporter italiano Andy Rocchelli, ucciso in Donbass il 24 maggio 2014.”

Quella giravolta che ha portato il fu Movimento 5 Stelle ad assumere le stesse posizioni in politica estera dei fondamentalisti atlantici alla Molinari, direttore di Repubblica, si è conclusa oggi.

Non c'è logica ma solo paura&terrore alternato a terrore&paura MA non tengono conto dell'adattabilità dell'essere umano

Una pandemia tira l’altra: il piano per ammalare l’umanità e salvare l’elite



Da qualche tempo si sentono da parte di presunti esperti di cose sulle quali non c’è ancora nessuna esperienza, ma soprattutto da parte di responsabili ( si fa per dire) politici che ci saranno nuove pandemie e che bisogna prepararsi. Persino il signor Draghi espertissimo in tutto ciò che può nuocere al nostro Paese e giovare al suo che si chiama Finanza, lo ha recentemente sostenuto con quell’espressione tra il sornione e la narcolessia che lo contraddistingue. E’ davvero stupefacente che assurdità di questo genere possano essere bevute e digerite a scatola chiusa pur essendo delle palesi stupidaggini oppure dei sottintesi ricatti: ci saranno future pandemie può essere o un insignificante previsione generica del tipo “vedrete che pioverà” oppure qualcosa di molto più preciso, ma che non viene rivelato nei particolari, mostrando l’animus oscuro del potere. Si abbia almeno i coraggio di portare delle prove circostanziate di ciò che si afferma e di come si fa ad affermarlo. Ma c’è anche una terza via che si illumina in queste profezie ovvero l’intenzione di trasformare in apocalisse qualsiasi ciclica pandemia, come ad esempio quelle di influenza che accompagnano l’umanità da tempo immemorabile. Insomma è la minaccia che nulla sarà come prima compreso ciò che assolutamente rimane come prima e comunque instaurare l’idea di un’umanità malata che può essere sanificata solo grazie ai grandi sacerdoti del vaccino.

In realtà questi terrifici vaniloqui hanno uno scopo ben preciso quello di arrivare a un trattato sanitario planetario per il quale si sta già lavorando che dovrebbe prescrivere una procedura vincolante a livello internazionale in caso di emergenze per la salute. Procedure non solamente sanitarie, ma che mettono da parte le costituzioni e legislazioni degli stati, impongono restrizioni della libertà fondamentali, controlli ossessivi, perdite di milioni di attività e di posti di lavoro mentre allo stesso tempo, dovrebbero essere combattute le cosiddette false informazioni su pandemie e vaccinazioni, facendo carne di porco della libertà di espressione in modo da permettersi qualsiasi assurdità senza contradditorio. Una sorta di trattato di questo tipo è stato chiesto e immaginato da più di 20 capi di governo che chiedono misure vincolanti a livello globale tra cui Merkel e i leader di Gran Bretagna, Francia, Spagna, Norvegia, Paesi Bassi, Grecia, Ucraina, Corea del Sud, Cile e Sudafrica e Indonesia, con dentro anche il Presidente del Consiglio Europeo e il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, una specie di Nato molto riconoscibile. Naturalmente tutto questo orribile piano ha un presupposto, ovvero che tale abbozzo di dittatura sanitaria mondiale serva per affrontare in tempi brevi le future e certe pandemie, in maniera da non essere presi di sorpresa come è accaduto col Covid.

Si tratta però di una premessa bugiarda che mette in risalto ancora una volta la radice essenzialmente politica di questa fiction sanitaria mondiale: infatti la risposta al covid è stata la più rapida mai immaginabile, talmente veloce che si sarebbe indotti a credere che tutto fosse stato in quale modo preparato: solo pochi giorni dopo le prime segnalazioni arrivate dalla Cina all’inizio del 2020, è stato pubblicato lo studio Corman – Drosten nel quale è stato descritto il test RT-PCR, ovvero la colonna portante della mistificazione come strumento di diagnosi modulabile a piacere. Il documento è stato presentato rivisto e pubblicato a velocità da iperspazio, in un solo giorno pur contenendo errori gravi, visibili anche un principiante e clamorosi conflitti di interesse non esplicitati. E per la cronaca, gli errori non sono mai stati corretti. Anche lo sviluppo dei vaccini è iniziato a gennaio, prima ancora che l’Oms rilasciasse dichiarazioni e molto prima che venisse dichiarata una pandemia. Difficile essere più veloci di così attraverso un trattato internazionale pandemico che a questo punto si mostra per quello che è un mero pretesto per operazioni di scasso della democrazia, dei diritti e delle libertà. e ha prodotto molte più vittime di una epidemia senza allarmismi. Del resto c’è chi ha sostenuto che la velocità di risposta è stata dovuta all’intreccio già esistente delle autorità sanitarie nazionali, organizzazioni internazionali come l’Oms o l’Ema e i rappresentanti dell’industria farmaceutica e/ o di fondazioni come Bill e Melinda Gates che di fatto sono il trait d’union di questo variegato ondo . Insomma si tratterebbe solo di dare un assetto stabile e legale a ciò che adesso si svolge in gran parte sottobanco, di legittimare una cupola.

Per fortuna c’è tutto un mondo che non accetterà mai tutto questo: Paesi come la Russia e la Cina per esempio, ma anche l’India stessa dove si è alternata la dittatura dell’Oms e la volontà interna a non rinunciare alle cure, non potranno essere costretti a questi ricatti sanitari che appunto riguardano solo di facciata la salute, ma molto più da vicino l’ingegneria sociale. E proprio questo alla fine toglierà legittimazione e credibilità alle cupole occidentali. Ecco perché si fa tanto rumore sulle prossime pandemie, visto che non sarà possibile tirare avanti a lungo col covid, anche in relazione all’inatteso disastro dei vaccini: in un mondo ritornato normale questa gente dovrà essere spazzata via.

La giusta berla degli Emirati Arabi Uniti all'Italia e a quella pletora di politici inconcludenti capaci solo a fare propaganda, ne abbiamo di tutte le misure e razze

Sconfitti dai talebani, umiliati dagli emiratini

11 giugno 2021


(aggiornato alle ore 23,58)

La cerimonia di ammaina bandiera del contingente italiano a Herat ha suggellato la sconfitta dell’Occidente, degli USA in primis e poi di tutta la NATO, nella più importante campagna combattuta contro i jihadisti dopo l’11 settembre 2001.

Frasi di circostanza e apprezzamenti per il lavoro di qualità svolto dai nostri militari hanno doverosamente evidenziato quanto di buono è stato fatto anche dall’Italia in questi 20 anni di impegno afghano ma non potevano certo coprire le dimensioni di una sconfitta epocale per le potenze occidentali. Una disfatta il cui peso è stato affievolito solo dalla fine di un’operazione militare la cui agonia si trascinava da almeno sei anni, da quando vennero ritirate le forze da combattimento alleate per lasciar spazio a una operazione di solo supporto addestrativo e consulenza alle forze afghane (Resolute Support).

Cacciati dai talebani come gli altri membri della Coalizione, a noi italiani l’8 giugno è toccato pure subire la sferzante umiliazione inflittaci degli Emirati Arabi Uniti, che hanno negato il sorvolo del loro spazio a un aereo militare italiano da trasporto Boeing B-767A dell’Aeronautica carico di militari e giornalisti diretti a Herat per la cerimonia di ammaina bandiera.

Non hanno solo impedito il sorvolo al nostro velivolo ma hanno vietato che atterrasse ad al-Minhad, Base Aerea Logistica Avanzata (nella foto sotto) da anni utilizzata dall’Aeronautica italiana come scalo logistico per le missioni in Iraq e Afghanistan.


Una evidente rappresaglia del governo emiratino, che vietando atterraggio e sorvolo a un aereo pieno di giornalisti ha ottenuto la massima amplificazione dello schiaffo rifilato all’Italia, per i ripetuti sgarbi di Roma sul fronte delle forniture militari.

Come abbiamo più volte commentato su Analisi Difesa paghiamo il conto per la cancellazione dei contratti con gli Emirati Arabi Uniti per le bombe di RWM-Italia ma anche per i pezzi di ricambio per gli aerei MB-339A della pattuglia acrobatica emiratina, creata a immagine e somiglianza della PAN.

Un boicottaggio che riguarda anche l’Arabia Saudita, legato alle vittime civili dei bombardamenti nello Yemen, guerra da cui peraltro gli emiratini si sono ritirati da tempo e in cui le Nazioni Unite non contestano più crimini alle forze della Coalizione araba a guida saudita.

Sarebbe stato da ingenui pensare che non ci sarebbero state rappresaglie per l’ennesima umiliante fregatura rifilata agli emiratini negando loro il rispetto di contratti già firmati per forniture aeree.

Il mese scorso titolammo un editoriale su questo tema “Tanto tuonò che piovve” mentre oggi potremmo affermare “tanto piovve che ci bagnammo”.

Facile quindi trarre le cosiddette lezioni apprese da quella che potremmo definire “la beffa dell’emiro”: l’Italia raccoglie quello che ha seminato prima nella Commissione Esteri della Camera e poi alla Farnesina.

Oggi subiamo una rappresaglia che ridicolizza l’Italia ma potrebbe anche andare peggio perché Abu Dhabi, oltre a stracciare i contratti commerciali per il made in Italy in settori diversi dalla Difesa, potrebbe anche imporci di lasciare la base aerea di al-Minhad (nella foto siotto) complicando non poco la logistica del ritiro dall’Afghanistan.


Certo esiste in accordo bilaterale per l’uso di quella base ma del resto esistevano contratti regolari anche per le forniture militari agli EAU che Roma ha reso carta straccia.

Secondo fonti della Farnesina riportate oggi dall’Agenzia di stampa LaPresse gli Emirati Arabi hanno intimato all’Italia di smobilitare lo scalo di al-Minhad. La notizia non ha avuto per ora conferme ufficiali ma le fonti hanno aggiunto che per il ritiro del contingente dall’Afghanistan verrà utilizzato uno scalo aereo in allestimento in Kuwait.

Un’altra lezione di cui alcuni ambienti parlamentari e ministeriali dovrebbero far tesoro, è che le nazioni che guardano con ambizione al proprio rango di potenza valutano i rapporti bilaterali in ambito globale. Lo stop alle forniture militari è uno sgarbo che ricade su tutto l’interscambio commerciale. E che gli EAU siano una potenza anche nel Mediterraneo sarebbe il caso se rendessero tutti conto in Italia: gli emiratini hanno basi, militari e contractors nella Cirenaica libica e hanno inviato caccia F-16 a Creta in appoggio ai greci ai ferri corti con i turchi.

Infine, l’Italia non può più permettersi di lasciare la sua politica estera in balia di dilettanti che si credono Metternich e a pacifisti da oratorio e centro sociale, né alle lobby filo-francesi e più recentemente anche filo-cinesi e filo-iraniane la cui somma può solo produrre danni agli interessi nazionali.

Ora che ci siamo bruciati in pratica in tutto il Mediterraneo allargato, la “beffa dell’emiro” ha avuto almeno l’effetto di imporre a molti di chiedersi come poter ricucire i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti (e con sauditi ed egiziani). Il modo più rapido ed efficace è ripristinare immediatamente i contratti per la Difesa interrotti.

Ieri il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, ne ha certamente parlato in una conversazione telefonica con il suo omologo emiratino, Mohammed bin Ahmed al-Bowardi, che potrebbe aver sbloccato la situazione.


In Italia la notizia non sembra essere stata resa nota ma secondo l’agenzia di stampa di Stato emiratina WAM, ripresa in Italia dall’Agenzia Nova, i due ministri hanno discusso del “rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi in campo militare e nel settore della difesa” e delle “modalità per sviluppare le loro relazioni al servizio degli interessi dei rispettivi Paesi”.

Sarebbe estremamente positivo se il Ministero della Difesa assumesse un’iniziativa idonea a riparare i danni provocati dal Ministero degli Esteri, anche perchè in ballo ci sono il nostro assetto strategico e geopolitico in Medio Oriente e importanti commesse militari di cui l’Italia ha oggi più che mai bisogno per salvaguardare le aziende hi-tech della Difesa e Aerospazio e i posti di lavoro ultra qualificati.

Un tema molto caro ad Analisi Difesa, che più volte ha evidenziato la necessità di colmare con ingenti ordini militari il gap di commesse civili che ha fatto seguito all’epidemia di Covid, ma che stranamente non sembra raccogliere molto interesse.


Lo ha confermato purtroppo anche in queste ore le scarse reazioni (al momento in cui scriviamo dal governo l’unica voce che si è sentita è stata quella del sottosegretario alla Difesa, Stefania Pucciarelli mentre esponenti di Lega, Italia Viva e PD hanno espresso compiacimento) suscitate dal mega contratto siglato da Fincantieri in Indonesia per 6 nuove fregate Fremm e 2 vecchie classe Maestrale dismesse che la Marina potrà vendere all’azienda cantieristica che le ammodernerà prima di cederle a Giakarta.

Un contratto stimato oltre 4 miliardi di euro (quasi quanto l’intero export nazionale dell’anno scorso nel settore Difesa) che garantirà i posti di lavoro esistenti e ne aggiungerà di nuovi a Fincantieri e in molte altre aziende grandi e piccole producendo punti preziosi di PIL alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti che si abbatterà sull’occupazione in Italia.

Un contratto che, vale la pena sottolinearlo in un’epoca in cui tanto si parla di esportare grazie agli accordi tra governi (GtoG), negoziato e concluso interamente dall’azienda guidata da Giuseppe Bono in una delle due aree del mondo (l’altra è il Medio Oriente) in cui la spesa militare è in costante e vertiginosa crescita.

Per chiudere con un pizzico di amarezza si può affermare che se da un lato non ha meravigliato la vasta eco mediatica avuta dalla “beffa emiratina”, dall’altro sorprende il silenzio istituzionale con cui è stato accolto il successo commerciale di Fincantieri che sta imponendo la FREMM italiana come unità da combattimento di riferimento sul mercato.

Foto: Difesa.it, WAM e Fincantieri

Il Progetto Criminale dell'Euro in ritirata strategica attestata dai voti contrari all'assorbimento della Bce, organismo politico non eletto, degli SPREAD. Il riconoscimento del Bitcoin e la proposta di Macron sono figli del medesimo disegno politico rendere le monete dell'Occidente sempre più immateriali al contrario della Cina e della Russia che accumulano oro fisico come ultima ratio in un mondo che gli stessi piloti non sanno dove condurre. Vanno a tentoni senza strategie esclusa quella della Paura, prima con il terrorismo, poi con l'influenza covid e fra momenti con il CROLLO CLIMATICO infischiandosi del CROLLO DEL LAVORO questo si reale e concreto per sopravvivere con un minimo di dignità

Un sondaggio e 3 voti contrari «a verbale» svelano la vittoria di Pirro della Lagarde

10 Giugno 2021 - 20:27

Formalmente, le colombe Bce hanno battuto i falchi. Ma la sbandierata unanimità del board non c’è stata. Anzi, tre membri si sono opposti alla scelta espansiva sul Pepp. E mentre l’Eurotower festeggiava, tutt’intorno le criticità si ammassavano: dall’inflazione negli Usa all’apertura di Basilea verso Bitcoin al nuovo record del reverse repo della Fed. Il tempo che Francoforte sperava di aver comprato, sta invece già finendo?


In onore degli Europei ormai alle porte, quanto deciso dal board Bce può essere condensato con una formula calcistica: l’importante è portare a casa i 3 punti. E in effetti, Christine Lagarde ha formalmente ottenuto ciò che voleva. Forse, persino di più. Il comunicato finale, di fatto, è una fotocopia di quello del Consiglio di aprile, tranne per un paio di particolari. Il primo, favorevole alle colombe appunto: current è stato sostituito da coming. Ovvero, il ritmo accelerato di acquisti obbligazionari sarà esteso anche al trimestre che si apre a luglio , schermando quindi fino all’autunno gli spread con acquisti che, se basati sui controvalori dell’ultimo bimestre, dovrebbero essere nell’ordine di circa 80 miliardi al mese.

Di fatto, un enorme sospiro di sollievo per i Paesi con indebitamento maggiore. Ma c’è dell’altro. Perché oltre ai simbolici 3 punti della vittoria, Christine Lagarde ha dovuto digerire anche tre volti contrari a questo sviluppo inatteso del Pepp. Stando a fonti non smentite, tre membri del board avrebbero infatti votato contro. E fatto mettere a verbale la loro scelta. A verbale, però. Non nel comunicato. Il quale infatti parla di unanimità nella scelta. Peccato che la stessa numero uno dell’Eurotower nel corso della conferenza stampa abbia dovuto ammettere quanto segue: There were some diverging views here and there. Poca cosa, di fronte al bottino pieno di fine partita. Ma un segnale.

Esattamente come certe prestazioni scadenti, certe gambe che non reggono più i 90 minuti, certe amnesie difensive graziate solo dalla buona sorte. Non sempre, alla fine, si trova il gollonzo. E, anzi, spesso di rischia la beffa. Non è un caso, infatti, che i tre membri contrari abbiano chiesto di verbalizzare il loro dissenso. I falchi, infatti, non hanno perso la battaglia. Hanno scelto la ritirata strategica. Forti di alcuni punti fissi, emersi prima della conferenza stampa. Stando all’ultimo sondaggio commissionato dalla tv tedesca ZDF in vista delle elezioni legislative del 26 settembre e reso noto questa mattina, la CDU di Angela Merkel avrebbe infatti guadagnato 4 punti, attestandosi al primo posto con il 28% delle preferenze. Mentre i Verdi, contemporaneamente, avrebbero perso altri 3 punti percentuali a livello nazionale, scendendo al 22%.

Dopo il sospiro di sollievo del voto regionale in Sassonia-Anhalt, un’altra conferma. La Bundesbank ha potuto permettersi di perdere la faccia in questo board, ufficialmente atteso da tutti come spartiacque ma tramutatosi di colpo in amichevole estiva. Quantomeno, per chi come Jens Weidmann ragiona su tempi lunghi. E punta alla guerra e non alla somma delle battaglie. E proprio il tempo ora diviene fondamentale. Al netto del board del 21-22 luglio prossimi, totalmente inutile stante quanto appena deciso e già oggi inteso come una sorta di rimpatriata per salutarsi prima delle vacanze, il primo appuntamento importante è rimandato alla riunione dell’8-9 settembre. Dopo Jackson Hole, quindi.

Paradossalmente, stavolta sarà la Fed a fare da apripista al grande circo delle Banche centrali. La Bce potrà giocare di rimessa. Il 26 settembre, poi, la Germania andrà alle urne per le legislative. Appuntamento tanto importante quanto difficile da decifrare, poiché la ripresa della Cdu e il ridimensionamento dei Verdi non significano comunque la possibilità di un esito chiaro fin dalla sera dello spoglio. Né la nascita rapida di un nuovo governo. Serviranno giorni. Forse settimane. E, quasi certamente, una nuova Grosse Koalition. Il board successivo a quello di settembre? Molto avanti nel tempo, addirittura il 27-28 ottobre. Per quei giorni, Berlino potrebbe avere un governo. E un’agenda.

A quel punto e con gli ultimi due mesi dell’anno ormai ipotecati, si potrà parlare di tapering. Non fosse altro perché il Pepp è comunque atteso verso la sua chiusura naturale nel marzo 2022. E per allora, almeno stando all’attuale situazione globale, il Covid dovrebbe essere stato domato dalle vaccinazioni di massa. Nel frattempo, cosa potrebbe succedere in grado di far saltare i piani di Madame Lagarde? Primo, il Comitato di Basilea proprio questa mattina ha di fatto legittimato le criptovalute come assets, pur travisando la sua mossa come atto di deterrenza. Ventilando un aumento monstre delle riserve da accantonare in caso di detenzioni a bilancio di Bitcoin e soci, i regolatori hanno di fatto poggiato la loro spada benedicente sul capo del principale mezzo di hedging contro l’inflazione reale. Proprio nel giorno in cui il CPI statunitense toccava quota 5% su base annua: ovviamente, è solo transitoria.

Ma non basta. Sempre oggi, parlando dal G7 in Cornovaglia, Emmanuel Macron ha non solo proposto l’allocazione di 100 miliardi in SDR dell’Fmi a favore delle nazioni africane ma anche reso noto come vedrebbe di buon occhio la vendita di riserve di oro fisico per finanziare il piano di aiuto all’Africa. Se questo grafico

Fonte: Bloomberg/Zerohedge

mostra come probabilmente il presidente francese sia ancora scosso dallo schiaffone preso l’altro giorno, visti i precedenti di vendite «politiche» a prezzo di saldo, la sparata dell’inquilino dell’Eliseo può essere letta in due modi.

Primo, arruffianarsi gli Stati africani per ottenere trattamenti di favore rispetto ai minerali necessari alla svolta green dell’industria. Secondo, un tentativo disperato e «su commissione» di liquidare lo status di bene rifugio dell’oro fisico. Ma non basta ancora. Perché sempre oggi, la facility di reverse repo della Fed ha accettato qualcosa come 534,94 miliardi da 54 bidders, nuovo record assoluto dopo quota 502 miliardi raggiunta ieri. Prima o poi, quel denaro fluirà nel mercato. E’ inevitabile, salvo manovre spericolate di Jerome Powell sui criteri di accettazione. A quel punto, cosa accadrà in un contesto globale di inflazione crescente e Banche centrali ancora impegnato in pieno nel Qe?

O il sistema esplode come una pentola a pressione o si cambia registro. Di colpo. Stile Greenspan o Trichet. La vittoria di Pirro di Madame Lagarde sottende solo la disperata necessità di guadagnare tempo: ma quest’ultimo, calendario dei tail risks alla mano, pare giocare a favore dei falchi.

La Bce è un organismo politico non eletto ne omogeneo è all'interno di questo che c'è lo scontro alle armi bianche tra il Progetto Criminale dell'Euro e la finanza internazionale che vuole il suo superamento attraverso gli eurobond permanenti, difesa comune e la trasformazione permanente in banca centrale prestatore di ultima istanza. La Germania e affini si trova nella prima posizione, la Francia e l'Italia nella seconda, per il momento sono i secondi che prevalgono sui primi

SPY FINANZA/ La vittoria di Pirro della Bce sulla Bundesbank

Pubblicazione: 11.06.2021 - Mauro Bottarelli

La Bce sembra essersi garantita il rinvio di ogni possibile taper almeno fino alla fine dell’anno. Ma qualcosa potrebbe cambiare ancora le carte in tavola

Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

Questo articolo è stato difficile da scrivere. Molto difficile. Perché quando devi dare conto dell’irrazionalità, il rischio è quello di venirne risucchiato. Di giustificarla in qualche modo. Addirittura, immedesimarti e ritenerla normale. E invece, questo è il momento in cui è necessario restare lucidi.

Perché quando la numero uno della Bce comincia la propria conferenza stampa parlando unicamente di inflazione in rialzo in base a un trend che proseguirà e si intensificherà, di bilanciamento dei relativi rischi già in revisione, mentre dall’altra parte dell’Oceano il dato CPI appena diffuso mostra una lettura del 5,0% su base annua – ovviamente, transitoria -, come mostra il grafico, l’impressione è quella di essere precipitati in una sceneggiatura del Quentin Tarantino più allucinato e lisergico. Perché, contemporaneamente, ti trovi a dover commentare la scelta della Bce di proseguire con acquisti accelerati anche per il terzo trimestre. E le braccia, allora, tendono a cedere alla forza di gravità. Precipitando al suolo.


Probabilmente, l’inflazione si batte con politiche espansive. Decenni interi di studi economici non avevano capito nulla: a questo punto, l’accoppiata Powell-Lagarde si candida di diritto al prossimo Premio Nobel. A quel punto, cerchi altrove delle risposte. E le trovi. In primis, abbandonando del tutto il fronte economico e gettandoti su quello politico: stando all’ultimo sondaggio commissionato dalla tv tedesca ZDF, in vista delle elezioni legislative del 26 settembre, la Cdu di Angela Merkel avrebbe guadagnato 4 punti, attestandosi al primo posto con il 28% delle preferenze. Mentre i Verdi, contemporaneamente, avrebbero perso altri 3 punti percentuali a livello nazionale, scendendo al 22%.

La Bundesbank, dopo il sospiro di sollievo del voto regionale in Sassonia-Anhalt, ora sa quale sia il vero orizzonte temporale, una volta messo in cassaforte il risultato più importante: ovvero, evitare come la peste che i Verdi con la loro agenda filo-Qe perenne prendano in mano il governo. Ecco allora che le resistenze all’interno del board cadono, i falchi tornano nel nido in attesa che il nemico si schianti da solo e la Bce può permettersi il lusso di arrivare all’appuntamento spartiacque con un comunicato che è identico a quello di aprile. Identico. Se non per una parola: al posto di current, compare coming. Ovvero, il ritmo di acquisti obbligazionari proseguirà in modo più spedito rispetto ai primi mesi dell’anno anche nel trimestre entrante e non più solo relativamente a quello in corso. Insomma, tregua estiva garantita da drenaggi di bond che molto probabilmente si stabilizzeranno sulla quota da Fed di 80 miliardi al mese. Almeno fino a ottobre.

Ed ecco che, calendario alla mano, tutto sembra quadrare. Al netto del board del 21-22 luglio, praticamene inutile alla luce di quanto comunicato ieri e quasi certamente dedicato solo ai saluti prima delle vacanze, Christine Lagarde ha ottenuto un altro risultato: blindando gli acquisti del prossimo trimestre, cioè il terzo dell’anno, anche il board dell’8-9 settembre perderà la sua connotazione di appuntamento di revisione del programma. Di fatto, un’altra mera occasione di incontro, tanto per valutare i dati di acquisto e rassicurare tutti sulla natura sempre e comunque transitoria dell’inflazione (nel frattempo probabilmente in area 3,5% per la Germania entro fine anno). Il 26 settembre, poi, il voto politico tedesco. Il vero e unico evento spartiacque europeo, in realtà. E la riunione del board seguente? Molto più in là: il 27-28 ottobre. Di fatto, la rimonta della Cdu in vista delle legislative ha garantito alla Bce una tregua fino a fine anno, oltretutto con possibilità di acquisti mensili sui massimi. Quando invece, il rischio era quello di un taper a partire già da settembre-ottobre. Così facendo, difficilmente si entrerà in regime di contrazione degli aiuti a due mesi dalle scadenze di fine anno, le banche ci resterebbero malissimo. O, comunque sia, lo si farà gradualmente.

Attenzione però all’arma a doppio taglio insita in questa vittoria di Pirro di Christine Lagarde su un Jens Weidmann per l’ennesima volta costretto prima alla mediazione e poi alla ritirata strategica dalla rediviva Cancelliera uscente. Tutto, realmente tutto, ora dipenderà davvero dal mercato. L’epoca dei magheggi politici e dei calcoli è terminata, perché l’orizzonte temporale strappato ieri dalla Bce di fatto va a coincidere con quello di fine pressoché naturale del Pepp. Ovvero, al massimo il marzo 2022. Cosa potrebbe cambiare all’orizzonte?

Due cose, ovviamente. Primo, proprio l’inflazione. La quale, se dovesse smentire del tutto la vulgata relativa alla transitorietà, potrebbe davvero andare fuori controllo e costringere anche il più creativo e ottimista dei banchieri centrali a bloccare di colpo i programmi di stimolo. E, magari, azzardare addirittura un annuncio di rialzo dei tassi. A quel punto, i funambolismi della Bce si ritroverebbero a camminare su un filo senza rete di protezione al di sotto. Secondo, il Covid. Finora, infatti, soltanto il virus ha permesso a tutte le Banche centrali di ignorare o minimizzare il trend di aumento generalizzato dei prezzi, in nome della lotta alla pandemia e al suo fallout macro-economico. Ma se, come sembra, ora quell’incubo sanitario appare alle spalle, cosa potrebbe garantire una nuova e funzionale distrazione di massa dei mercati? Magari, un bel conflitto. Anzi, la sua creazione ad arte e il suo atto prodromico. Come avvenne per mesi con la Corea del Nord, come continua ciclicamente ad accadere con l’Iran.

Proprio ieri, prima della pubblicazione del dato sul CPI, negli Usa si è infatti scoperto che la JBS, leader nella lavorazione e distribuzioni carni in America, avrebbe pagato 11 milioni di dollari di riscatto in criptovalute a degli hacker russi per veder terminare l’attacco informatico che ne bloccò 12 stabilimenti in tutti gli Usa lo scorso fine settimana. Russiagate 2.0. In progress, oltretutto. E alla vigilia di un G7 in Cornovaglia che vede Joe Biden esplicitamente intenzionato a trascinare di forza i partner nella sua agenda anti-Mosca e anti-Pechino. E restando in tema di valute digitali, sempre ieri il Comitato di Basilea ha clamorosamente dato vita a una legittimazione di Bitcoin e soci, pur sottoforma di mossa punitiva. I regolatori del sistema bancario, infatti, hanno proposto accantonamenti record per gli istituti che intendano detenere criptovalute a bilancio: apparentemente, una scelta di deterrenza. In realtà, la presa d’atto del loro valore di assets. Non a caso, appena diffusa la notizia, Bitcoin è salito.

Insomma, quello appena terminato è stato davvero un Super Thursday, nonostante sia apparso prevalere il fumo sull’arrosto. In realtà, la carne messa sul fuoco è stata molta. Moltissima. Anche troppa. Qualcosa è destinato a bruciarsi. E la dimostrazione arriva da questo grafico: mercoledì, infatti, la facility di reverse repo della Fed ha sfondato il record assoluto di 500 miliardi di utilizzo.


Di fatto, il Qe sta letteralmente affogando le banche di liquidità. Talmente tanta da vedere gli istituti obbligati a depositarla appunto presso la Banca centrale, ottenendo in cambio come collaterale di garanzia i medesimi Treasuries che questa drena mensilmente dal mercato per 80 miliardi di controvalore. Di fatto, il gioco delle tre carte. Con l’inflazione al 5%. E la quasi certezza che ogni minimo movimento in direzione restrittiva della politica monetaria farebbe crollare l’intero castello di carta.

Forse, il granello di sabbia che rischia di far grippare il meccanismo non dovrà essere atteso a fine settembre con il voto tedesco. Potrebbe arrivare a fine agosto da Jackson Hole. Russia e Covid permettendo, ovviamente. Attenti quindi a salutare con troppo entusiasmo la spider di Christine Lagarde che sfreccia in stile Il sorpasso, sfoderando un virtuale gesto dell’ombrello verso la Bundesbank: perché ha i freni sabotati. E le curve, prima o poi, arrivano.

La Francia con 5100 militari si voleva mangiare un pezzo enorme dell'Africa dopo 8 anni ci si è accorto che era impossibile. L'italia in suo soccorso con 200 militari, l'Occidente sempre più ridicolo e inconcludente

La Francia da sola non ce la fa: Macron annuncia la chiusura dell’operazione Barkhane in Sahel

11 giugno 2021


L’articolo di Enrico Martial

Alla vigilia del G7 di Cornovaglia, il presidente Emmanuel Macron annuncia in conferenza stampa la fine dell’operazione militare Barkhane e la trasformazione della presenza militare francese nel Sahel, sempre più esposto agli attacchi jihadisti e al rafforzamento dello Stato islamico dell’Africa occidentale.

L’operazione Barkhane conta oggi 5100 soldati francesi, diversi mezzi e basi, ed è nata con il nome di Serval nel 2013 durante la presidenza Hollande per salvare Bamako, capitale del Mali, che rischiava allora di cadere in mano jihadista.

Macron ha parlato con chiarezza di disimpegno già al G5 Sahel di Pau del 13 gennaio 2020, quando anche gli Stati Uniti di Trump sembravano smarcarsi, e l’ha più volte ripetuto. Sembra un incoraggiamento al faticoso sforzo di europeizzazione “al confine meridionale del Mediterraneo”, con la nascita della task force Takuba, che ora conta 700 militari di forze speciali estoni, della repubblica ceca e svedesi, e molte altre promesse. L’Italia ha programmato 200 soldati e alcuni mezzi, e saremmo alla vigilia della partenza.

Soltanto che le cose stanno precipitando, anche se Macron ha detto che il cambiamento non ha relazione diretta con gli ultimi avvenimenti. Non solo gli attacchi jihadisti aumentano, mentre cresce l’evidenza di presenze russe e cinesi, o mentre si assiste ad altri indebolimenti di altri governi, come in Ciad, dopo la morte del presidente Idriss Déby, o nella Repubblica Centrafricana, come spiegava Start.

La Francia non accetta il secondo colpo di stato militare realizzato in Mali il 24 maggio sotto la guida di Assimi Goïta, diventato presidente il 7 giugno, che viene letto in Francia come un avvicinamento alle posizioni dell’islamismo radicale. Il nuovo primo ministro, Choguel Maïga, è di posizioni “conservatrici” islamiche, e si ascoltano annunci favorevoli all’applicazione della sharia in parti del territorio nazionale (una vittoria politica per lo Stato islamico), in cui l’amministrazione statale è assente. Appunto: “la presenza duratura della Francia nelle operazioni esterne – ha detto Macron – non può sostituire il ritorno dello Stato e dei servizi statali alla stabilità politica e alla scelta degli Stati sovrani”.

Il cambiamento avverrà nel corso del mese di giugno, e l’annuncio di Macron pare soprattutto un messaggio all’Occidente. Il disimpegno francese lascia un vuoto, che può essere riempito dallo Stato islamico, oppure almeno in parte da forze russe, e che indica nell’internazionalizzazione (occidentale) e nell’europeizzazione la sola risposta accettabile in Sahel. Come sostituto dell’operazione francese Barkhane, Macron ha indicato appunto Takuba, cioè la forza europea e internazionale, “un’operazione militare e un’alleanza internazionale che coinvolga gli Stati della regione e tutti i nostri partner strettamente concentrati sulla lotta contro il terrorismo”.

Il ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale, con Joe Biden, è però un elemento di rassicurazione, che forse ha consentito l’azzardo dell’annuncio, prima degli incontri in Cornovaglia.

Le sanzioni sono veri e proprio atti di guerra e quelle di Euroimbecilandia alla Russia fanno capire a questa Nazione che NO nessuna fiducia si può porre agli euroimbecilli

Ecco come si avvicina la Russia alla Cina e all’India in funzione anti-Usa

11 giugno 2021


Tutte le sintonie non solo militari della Russia con la Cina e anche con l’India. L’articolo di Giuseppe Gagliano

Nonostante le sanzioni dell’Unione Europea nei confronti della Russia e nonostante le scelte poste in essere fino a questo momento dall’amministrazione Biden, Mosca si muove con una strategia volta a contrastare e a contenere l’egemonia globale americana sullo scacchiere globale.

Incominciamo la nostra rassegna partendo dalla competizione sull’Artico.

Prosegue incessante la competizione geopolitica tra la Russia e l’America sull’Artico. Infatti le manovre militari note come Arctic challenge che hanno coinvolto gli Stati Uniti, la Finlandia, Svezia e la Norvegia hanno determinato una reazione dura da parte dell’ambasciata russa negli Stati Uniti. Lo scopo di queste esercitazioni è quello di addestrare le forze armate dei paesi coinvolti per conseguire una sinergia militare nella quale le infrastrutture militari svedesi — Luleå-Kallax —, finlandesi —Rovaniemi — e norvegesi — Bodø e Ørland — giocheranno un ruolo fondamentale.

Per quanto riguarda nello specifico la partecipazione americana questa contemplerà l’uso del Corpo dei marines e in particolar modo di 10 caccia multi ruolo F/A-18.

Per quanto concerne invece le alleanze attuate dalla Russia, queste vanno verso un rafforzamento in direzione indo-cinese. A tale proposito infatti il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, il 9 giugno, nel corso della conferenza Primakov Readings, ha sottolineato l’importanza del 20º anniversario dell’accordo bilaterale con l’India e la Cina noto come “Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole“ siglato nel luglio del 2001.

Il rafforzamento strategico dell’asse sino-russo da un lato servirà a contrastare l’egemonia globale americana ma dall’altro servirà anche a controbilanciare la politica dell’Ue che si è schierata sulla stessa lunghezza d’onda di quella americana.

Nello specifico, per quanto riguarda la collaborazione indo-russa sul fronte militare, non va dimenticato che sono stati prodotti in India aerei da combattimento jet su-30, sono stati progettati missili BrahMos e si sono stati avviati progetti per la produzione di 200 elicotteri Ka-226T. Complessivamente l’accordo siglato nel settembre 2019, che prevede uno stanziamento di circa 14 miliardi di dollari, è proprio relativo al rafforzamento della cooperazione militare.

Sul fronte della deterrenza militare, ma anche del suo rafforzamento, si sta muovendo la Russia. Lo dimostra, da un lato, il fatto che il 10 giugno il ministro della Difesa della Federazione russa ha confermato l’esercitazione della flotta del Pacifico — esercitazione questa che vedrà il coinvolgimento di 20 navi da guerra ma anche dei sottomarini — e, dall’altro lato, che la Tupolev Aircraft Company sta sviluppando il bombardiere strategico di prossima generazione che dovrebbe essere in grado di rafforzare la protezione del velivolo attraverso la modernizzazione della tecnologia di guerra elettronica.

Inoltre, la presenza di missili da crociera strategici, di bombe di precisione e armi ipersoniche, consentirà al bombardiere strategico di nuova generazione di attuare un’efficace strategia di deterrenza.