L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 giugno 2021

Il commercio è l'elemento fondante per creare benessere e coltivare le arti

Cina, a interporto Erenhot 7.000 treni merci per Europa
Dal 2013, solo nel 2021 i convogli sono stati 1.188
Xinhua
24 giugno 202117:24NEWS

(ANSA-XINHUA) - HOHHOT, 24 GIU - Dal 2013 un totale di 7.020 treni merci Cina-Europa hanno attraversato il porto di confine di Erenhot nella regione autonoma della Mongolia interna, nella Cina settentrionale. Lo afferma il China Railway Hohhot Bureau Group Co.

Ltd.
A far data dalla giornata di ieri, il porto ha gestito quest'anno un totale di 1.188 treni merci Cina-Europa, in aumento del 30,5% rispetto al 2020. Tra questi, 669 mezzi erano in uscita, con un incremento del 70,7% su base annua.
Le importazioni includono beni agricoli come zucchero, semi di girasole, semi di lino e olio di girasole, oltre a prodotti tradizionali quali assi, pasta di cellulosa e altri materiali da costruzione.
Le esportazioni invece includono merci ad alto valore aggiunto, come prodotti meccanici ed elettrici, automobili e relativi pezzi di ricambio, e prodotti fotovoltaici, oltre a beni tessili, beni di prima necessità ed elettrodomestici.
(ANSA-XINHUA).

La marijuana entra di prepotenza nella Guerra Illimitata

La marijuana, un fronte di guerra poco noto tra Stati Uniti e Cina

Di He Qinglian 25 GIUGNO 2021

Sostenitori della legalizzazione della marijuana e membri dei gruppi comunitari, partecipano a una manifestazione contro i sequestri di marijuana di fronte a One Police Plaza a New York City il 13 giugno 2012. Il recente passaggio in Colorado e Washington di proposte che dichiarano la marijuana legale per uso personale ha cambiato la guerra degli Stati Uniti sotto l'effetto di droghe. (Spencer Platt/Immagini Getty)

Nel panorama politico americano, la competizione con la Cina è sempre stata un argomento importante. Sulla questione delle infrastrutture, i politici americani stanno copiando il metodo cinese di massicci investimenti di denaro pubblico; sulla questione di Taiwan, hanno paura di offendere il Partito Comunista Cinese; sull’energia eolica, i legislatori della Camera stanno escludendo la Cina a causa della concorrenza. Eppure c’è un’area dimenticata che sta coltivando ricchezza e probabilmente sarà terreno di concorrenza con la Cina: l’industria della marijuana.

In effetti, la Cina non solo raccoglierà i benefici economici dalla legalizzazione della marijuana negli Stati Uniti, ma sarà anche felice di vedere i cittadini americani vittime del consumo di varie droghe, poiché la produzione cinese di cannabis è solo per l’esportazione.

Il vero vincitore delle elezioni del 2020: la cannabis

Dopo la comparsa della dubbia «curva Biden» nella notte delle elezioni del 3 novembre, Paul Armentano, il vicepresidente dell’Organizzazione nazionale per la riforma delle leggi sulla marijuana (Norml), ha pubblicato estaticamente un articolo pre-rifinito su The Hill, annunciando che il vincitore delle elezioni del 2020 non era Donald Trump, né Joe Biden. Era la marijuana. L’articolo mostra la totale fiducia dell’America nella sua industria della marijuana, considerando le capacità di produzione, lavorazione, marketing e vendita; inoltre rende il consumo di marijuana un «diritto umano di quarta generazione». E questo importante passo compiuto dagli Stati Uniti probabilmente riorienterà e riscriverà la cannabis, così come l’intero mercato delle droghe illecite.

Armentano ha lavorato instancabilmente per molti anni per la legalizzazione della marijuana e le sue «previsioni» si stanno realizzando. L’industria della marijuana ha raggiunto una pietra miliare il 3 novembre 2020, quando è stata approvata la misura 110 dell’Oregon, che ha consentito la depenalizzazione di droghe (non di certo leggere) come l’eroina. Usa Today ha anche riferito che New Jersey, South Carolina, Montana e Arizona, lo stesso giorno avevano approvato leggi che legalizzano la marijuana ricreativa. L’Oregon ha svolto un ruolo fondamentale in questo processo di legalizzazione. Nel 1973, l’Oregon è stato il primo Stato a depenalizzare il possesso di marijuana. Nel 2014 ha legalizzato l’uso ricreativo della marijuana.

Ma i fan della cannabis non dovrebbero dimenticare chi ha portato l’alta marea della legalizzazione della marijuana: Obama.

Il catalizzatore per la legalizzazione della marijuana: Obama entra alla Casa Bianca

Nel 2008, Barack Obama è diventato il primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti. Durante un dibattito alla Northwestern University quando era un membro del Congresso, aveva dichiarato che la guerra alla droga dell’ex presidente Nixon è completamente fallita e che è necessario rivedere le leggi sulla marijuana e legalizzare la droga. Ha anche ammesso di aver fumato marijuana quando era giovane.

Questa storia di gioventù dell’ex presidente deve aver probabilmente influenzato le opinioni della gente, ed evidentemente è così, poiché il numero di persone nelle parate per la legalizzazione è cresciuto in modo esponenziale: tengono in mano striscioni stellati con la marijuana stampata su di essi e chiedono il diritto di usare la marijuana a scopo ricreativo come diritto umano fondamentale.

Nel 2012, lo Stato di Washington e il Colorado hanno approvato rispettivamente la Washington Initiative 502 e l’emendamento 64 del 2012 del Colorado e hanno dato il via all’era dell’uso ricreativo della marijuana. Si dovrebbe notare che il termine «marijuana ricreativa» è un altro nome ingannevole e romanzato per le droghe, creato dalla sinistra.

Dal momento che al presidente piace la marijuana, le leggi dovevano armonizzarsi a questa narrazione. Il caso della Corte Suprema, Gonzales v. Raich, che ha stabilito che il Congresso statunitense ha l’autorità di criminalizzare l’uso e la produzione di cannabis coltivata in casa, è stato rivisto, e il numero di Stati che hanno e legalizzano la marijuana è in costante aumento. Sempre più americani stanno diventando a favore della marijuana e questi problemi legali stanno scomparendo.

Il problema della marijuana americana è diventato una «guerra popolare»

Sulla base della nota che indicava la buona disposizione di Obama nei confronti della marijuana, i fumatori hanno rapidamente trasformato questo processo di legalizzazione in una guerra popolare. Di seguito sono riportati alcuni dati per illustrare questo punto.

Innanzitutto, la percentuale di persone che desiderano legalizzare la marijuana. Tra il 2000 e il 2009, un sondaggio Gallup aveva stabilito che la percentuale di americani disposti a legalizzare la marijuana era aumentata dal 31 al 44 percento, ma dopo che Obama è diventato presidente, tale percentuale è salita al 49 percento in due brevi anni (2009-2011). La tendenza in continua crescita era direttamente correlata all’atteggiamento di sostegno di Obama; tanto che, quando ha lasciato l’incarico nel 2012, la percentuale di americani disposti a legalizzare la marijuana era ormai salita al 64%.

In queste circostanze, qualsiasi politico che osasse mettere un piede di fronte a questa cascata di legalizzazione starebbe mettendo a rischio la propria carriera. Anche il presidente Trump, che era esplicitamente anti-droga, non ha avuto altra scelta che firmare il Farm Bill degli Stati Uniti del 2018, che legalizzava la coltivazione della cannabis.

Nello stesso periodo, le università americane sono diventate sempre più favorevoli alla marijuana e hanno iniziato a includere corsi che insegnano agli studenti tutto: dalla coltivazione all’economia della marijuana. L’America sta diventando palesemente il leader mondiale nella professionalizzazione della marijuana e nell’instillarla negli accademici. I college e le università svolgono un ruolo fondamentale nel plasmare l’opinione dei giovani nei confronti della marijuana.

Le elezioni del 2020 si sono svolte durante la pandemia e Biden ha promesso che una delle cose che desiderava cambiare era legalizzare la marijuana in tutto il Paese. Alla fine del 2020, 33 Stati, 4 territori degli Stati Uniti e il Distretto di Columbia hanno legalizzato l’uso medicinale della marijuana; mentre 11 Stati, 2 territori e il Distretto di Columbia hanno legalizzato l’uso ricreativo della marijuana. D’ora in poi, i tossicodipendenti di marijuana possono godere dei loro ritrovati diritti umani.

Esplode la produzione di marijuana negli Stati Uniti

Di seguito sono riportate alcune statistiche sulla produzione di marijuana negli Stati Uniti.

A partire dal secondo trimestre del 2020, l’area di coltivazione della cannabis ha raggiunto 465.787 acri e sono state distribuite 21.496 licenze per la sua coltivazione. Si tratta di un aumento del 27% rispetto al 2019. Secondo Bdsa, una piattaforma per il monitoraggio delle vendite di marijuana negli Stati Uniti, la vendita legale di cannabis ha generato una somma record di 17,5 miliardi di dollari nel 2020, con un aumento del 46% rispetto al 2019. Tre regioni che hanno contribuito principalmente a questa sbalorditiva quantità di vendite sono stati gli Stati democratici California, Colorado e Oregon. Laddove la marijuana ricreativa è stata legalizzata, la percentuale di persone che l’ha usata è passata dal 38 al 43 percento. Il mercato della cannabis è particolarmente forte in Colorado, dove il 48% dei residenti la consuma. Ora, la divulgazione della marijuana si sta diffondendo tra i giovani e i residenti suburbani, che sono i principali contributori alla crescita del mercato della cannabis nel 2020.

Bsda stima che nel 2026 le vendite legali di cannabis raggiungeranno i 41 miliardi di dollari a livello nazionale, livellandosi a fianco dell’industria della birra artigianale. Allo stesso tempo, si prevede che il mercato globale della marijuana sarà di 170 miliardi di dollari, e l’America assumerà senza dubbio il ruolo di primo consumatore.

L’aumento del consumo di marijuana negli Stati Uniti fa felice l’industria della cannabis in Cina

Felici quanto i consumatori negli Stati Uniti, sono i produttori dell’industria cinese della cannabis.

Euromonitor International prevede che la percentuale di prodotti a base di cannabis venduti legalmente raggiungerà il 77% entro il 2025, stimando un mercato di 166 miliardi di dollari. Si prevede che la vendita ricreativa di marijuana nei prossimi cinque anni aumenterà l’attuale dimensione del mercato del 376% e si stima che il 67% del mercato legale della marijuana sarà per uso ricreativo, mentre solo il 9% è per uso medicinale (meno della metà del 23 per cento del 2020).

Già nel 2017, quando è iniziata l’ondata di legalizzazione mondiale, la Cina si è resa conto che ci sono enormi profitti da realizzare dal mercato della cannabis. Ha quindi incaricato degli esperti di analisi di mercato di studiare la tendenza in vari Paesi e fornire una strategia lungimirante per l’industria cinese della cannabis.

Attualmente, la Cina è il più grande produttore di cannabis e produce la metà della quantità prodotta in tutto il mondo. Il tasso di produzione della Cina a partire dal 2018 è di 75.000 tonnellate all’anno e si prevede che raggiungerà le 105.000 tonnellate all’anno entro il 2024.
Poiché la Cina non ha ancora legalizzato la marijuana, la loro produzione consiste principalmente in cannabis industriale, tuttavia è in una posizione da leader a livello mondiale per la produzione di Cbd (cannabidiolo).

Il mercato cinese del Cbd ha raggiunto 760 milioni di dollari e si stima che raggiungerà 1,8 miliardi nel 2024. Il gruppo ArcView ha pubblicato un rapporto di analisi nell’agosto 2020, definendo la Cina una superpotenza in ascesa per la produzione di Cbd: «Man mano che le normative vengono chiarite nei mercati di destinazione in Nord America ed Europa, le multinazionali farmaceutiche e nutraceutiche che già acquistano un’ampia gamma di ingredienti dalla Cina, allo stesso modo acquisteranno ingredienti a base di cannabinoidi dalla Cina. È probabile che la Cina sia una delle principali fonti di cannabinoidi per la catena di approvvigionamento globale per il prossimo futuro, con il nuovo sostegno del governo per l’industria, uno dei costi di produzione dei cannabinoidi più bassi a livello globale e infrastrutture e competenze di produzione su larga scala senza rivali».

Questo potere assegnato alla Cina rivaleggia naturalmente con l’industria della cannabis degli Stati Uniti.

L’effetto della depenalizzazione della marijuana sulle relazioni Usa-Cina

L’industria della marijuana negli Stati Uniti è principalmente per uso medicinale, industriale e ricreativo, e oltre il 12% degli americani fa uso di una qualche forma di cannabis. Non un solo Paese osa dichiarare apertamente di aver tenuto sotto controllo gli effetti collaterali della marijuana, il che vale anche per l’America. Nelle circostanze date, l’industria e il mercato della cannabis godranno probabilmente di notevoli profitti, ma gli effetti collaterali negativi delle proprietà psicoattive della marijuana, alla fine diventeranno un peso per la società. L’America è già uno dei principali Paesi consumatori di droga e, poiché il numero di tossicodipendenti è in aumento, gli effetti negativi sulla società saranno probabilmente evidenti a un ritmo accelerato.

La Cina produce principalmente canapa, o cannabis industriale. È pienamente in grado di produrre marijuana ricreativa solo per l’esportazione e di aumentare ulteriormente la sua quota di mercato del Cbd. Può anche affittare terreni all’estero per coltivare marijuana in Paesi dove c’è una domanda.

La Cina ha severe restrizioni sulla droga per i propri cittadini. Data il passato cinese di lotta contro droghe come l’oppio dall’inizio della sua industrializzazione, finora la Cina ha di fatto proibito l’abuso di droghe. In queste circostanze, il tasso di consumo di marijuana in Cina non raggiungerà mai quello dell’America, dove il consumo di cannabis è considerato un diritto umano.

In sintesi, sebbene l’industria della cannabis statunitense voglia diventare autosufficiente, poiché la domanda è elevata, l’importazione sarà quindi inevitabile. La produzione cinese di cannabis è diversificata: può raggiungere l’autosufficienza per le esigenze dei prodotti a base di cannabis in medicina e cosmesi, e allo stesso tempo produrre marijuana ricreativa esclusivamente per l’esportazione, con il vantaggio del basso costo e del dumping.

Quindi abbiamo un Paese con la domanda più alta, e uno che ha la capacità di diventare il più grande fornitore. Sebbene il mercato in questo settore stia appena iniziando a svilupparsi, è già chiaro chi vincerà e chi perderà.

He Qinglian è una importante autrice ed economista cinese. Attualmente residente negli Stati Uniti, è autrice di «China’s Pitfalls», che discute la corruzione nella riforma economica cinese degli anni ’90, e «The Fog of Censorship: Media Control in China», che affronta la manipolazione e la restrizione della stampa. Scrive regolarmente su questioni sociali ed economiche cinesi contemporanee.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.


e poi arrivò opportunamente l'influenza covid, attraverso il virus fantasma, mai isolato e identificato. In sei mesi la Fed ha donato 9.000 miliardi al sistema interbancario che improvvisamente si è trovato a corto di liquidità.

Paradigma Covid: collasso sistemico e fantasma pandemico

di Fabio Vighi
22 giugno 2021


A un anno e mezzo dall’arrivo di Virus, qualcuno forse si sarà chiesto perché la classe dominante, per sua natura senza scrupoli, abbia messo nel congelatore la macchina del profitto a fronte di un patogeno che si accanisce quasi esclusivamente contro i soggetti improduttivi – quegli ultra-ottantenni che, tra l’altro, da tempo mettono a dura prova il sistema pensionistico. Perché, improvvisamente, tutto questo zelo? Cui prodest? Solo chi non conosce le mirabolanti avventure di GloboCap (capitalismo globale) può illudersi che il sistema chiuda i battenti per spirito caritatevole. Ai grandi predatori del petrolio, delle armi, e dei vaccini, non frega proprio niente dell’umanità.

Quale emergenza?

Prima di entrare nel vivo della discussione facciamo un passo indietro all’estate 2019, quando l’economia mondiale, a 11 anni dal collasso del 2008, era di nuovo sull’orlo di una crisi di nervi.

Giugno 2019: La ‘Banca dei Regolamenti Internazionali’ (BRI), potentissima ‘banca centrale di tutte le banche centrali’, con sede a Basilea, lancia un grido d’allarme sulla sostenibilità del settore finanziario. Nel suo Rapporto Annuale la BRI evidenzia il forte rischio di “surriscaldamento [...] nel mercato dei prestiti a leva”, dove “gli standard del credito si sono deteriorati” e “sono aumentate le obbligazioni garantite da collaterale (CLO).” Si tratta di prestiti erogati a società iper-indebitate che vengono poi messi sul mercato come bond. In parole povere, la pancia dell’industria finanziaria è di nuovo piena di spazzatura.

9 agosto 2019: Sempre la BRI pubblica un working paper in cui si chiedono esplicitamente “misure non convenzionali di politica monetaria” finalizzate a “isolare l’economia reale da un ulteriore deterioramento delle condizioni finanziarie”.

15 agosto 2019: BlackRock, il fondo di investimento più potente al mondo, pubblica un documento ufficiale in cui si ‘suggerisce’ alla Federal Reserve di iniettare liquidità direttamente nel sistema finanziario per prevenire “una drammatica recessione”. Confermando l’allarme della BRI, BlackRock sostiene che “è necessaria una risposta senza precedenti”, ovvero “un’azione diretta [going direct]”, da parte della banca centrale. Un piano che, come tale, comporta un rischio ben preciso: “l’iperinflazione. Gli esempi includono la Repubblica di Weimar negli anni ’20, così come, più di recente, l’Argentina e lo Zimbabwe.”

22-24 agosto 2019: I banchieri centrali del G7 si incontrano a Jackson Hole, nel Wyoming, per discutere il suddetto documento di BlackRock a fronte di una crescente volatilità finanziaria. James Bullard, presidente della Federal Reserve di St Louis, afferma: “Dobbiamo smettere di pensare che il prossimo anno le cose saranno normali”.

15-16 settembre 2019: La crisi finanziaria viene ufficialmente inaugurata da un picco dei tassi repo, che schizzano dal 2% al 10,5% nel giro di poche ore. ‘Repo’ sta per repurchase agreement, contratto finanziario in cui i grandi fondi di investimento prestano denaro dietro collaterale (tipicamente bond governativi). Al momento dello scambio, l’operatore finanziario (banca) si impegna a riacquistare il collaterale a un prezzo più alto, tipicamente nel giro di poche ore (overnight). In breve, i repo sono prestiti garantiti, l’equivalente dei nostri ‘pronti contro termine’. Fanno parte dello shadow banking system, gigantesco apparato di intermediazione finanziaria parallelo e complementare alla rete tradizionale, ma libero da vincoli di vigilanza. La funzione dei repo è consentire alle banche di ottenere liquidità a breve termine per rimanere attive nel settore speculativo, soprattutto nella galassia dei derivati. Una mancanza di liquidità nei repo, che solo negli USA muovono circa 3.000 miliardi di dollari al giorno, può scatenare una devastante reazione a catena su tutti i principali mercati. L’impennata dei tassi nella notte tra il 15 e il 16 settembre 2019 finisce per prosciugare l’erogazione del credito. La notizia fa il giro del mondo (vedi qui, qui, e qui) ma viene sottostimata dal mainstream.

17 settembre 2019: La Fed inaugura un programma monetario emergenziale che prevede la creazione settimanale di centinaia di miliardi di dollari da iniettare nel sistema finanziario, esattamente come suggerito da BlackRock. Non sorprende che, nel marzo 2020, la Fed affidi proprio a BlackRock la gestione del pacchetto di salvataggio in risposta alla ‘crisi pandemica’.

18 ottobre 2019: a New York viene simulata una pandemia zoonotica globale nell’ormai celebre Event 201, esercizio strategico coordinato dal Johns Hopkins Biosecurity Center e dalla Bill and Melinda Gates Foundation.

21-24 gennaio 2020: A Davos, in Svizzera, il World Economic Forum (WEF) discute di economia e di vaccini.

23 gennaio 2020: La Cina chiude Wuhan insieme a altre città della provincia di Hubei.

11 marzo 2020: Il direttore generale dell’OMS definisce il Covid-19 una pandemia. Il resto è storia.

Se colleghiamo i fatti sopracitati, emerge un’ipotesi riassumibile nel modo seguente: i lockdown, e dunque la sospensione globale delle transazioni economiche, hanno permesso alla Fed di inondare i mercati finanziari di denaro fresco di stampa arginando il rischio iperinflazione, che si sarebbe scatenata se quella massa di denaro avesse raggiunto l’economia reale. Tra settembre 2019 e marzo 2020 la Fed ha pompato più di 9.000 miliardi di dollari nel sistema interbancario, pari a più del 40% del PIL statunitense.

Per comprendere le ragioni della pandemia dobbiamo inserirla nel contesto economico che le spetta. Pochi mesi prima della comparsa del SARS-CoV-2, la Fed stava cercando di domare l’incendio che divampava nel sistema interbancario. Sappiamo che nel magico mondo della finanza, tout se tient. Uno battito d’ali di farfalla in un certo settore può far crollare l’intero castello di carte; a maggior ragione in un sistema drogato di debito, sorretto cioè da credito erogato a tassi vicini o pari a zero. Se lasciato al suo corso, l’incendio avrebbe contagiato i cicli economici globali legati a produzione e distribuzione, attraverso un effetto domino di insolvenze e default di tale portata da minare persino la tenuta del dollaro quale valuta di riserva globale.

Ci sono buone ragioni per sospettare che la crisi di liquidità nei circuiti finanziari fosse divenuta esiziale, al punto da imporre l’extrema ratio del congelamento dell’economia. Solo un coma economico indotto avrebbe garantito alla Fed lo spazio d’azione necessario a sbrogliare la matassa finanziaria. Dietro il paravento pandemico la Fed ha lavorato alacremente a tappare le voragini apertesi nel sistema dei prestiti interbancari, aggirando sia l’iperinflazione che il Financial Stability Oversight Council (agenzia federale per il monitoraggio del rischio finanziario creata nel 2010). Come ha scritto l’economista Ellen Brown, si sarebbe trattato di un altro bailout (salvataggio), ma questa volta sotto le mentite spoglie di un virus. John Titus, che da anni vigila sulle operazioni della banca centrale americana, non ha dubbi: “La pandemia virale è la narrazione di copertura [cover story] che ha permesso alla Fed di dare il via al piano BlackRock con un’ondata di acquisti massicci e del tutto senza precedenti.” Altri sono arrivati alla medesima conclusione.

In questa sede non importa stabilire dove esattamente si trovasse la miccia, perché quando l’aria è satura di materiali infiammabili qualsiasi scintilla può causare l’esplosione. Preme piuttosto constatare che nell’autunno del 2019 il sistema finanziario avesse raggiunto un’altra volta il punto di non ritorno. La vulgata del mainstream andrebbe dunque rovesciata: la finanza non è crollata perché è stato necessario imporre i lockdown; piuttosto, è stato necessario imporre i lockdown perché la finanza stava crollando. Il congelamento delle transazioni commerciali ha infatti drenato la circolazione del denaro e la richiesta di credito. Ciò ha permesso la ristrutturazione dell’architettura finanziaria attraverso manovre monetarie straordinariamente aggressive, possibili solo all’ombra di un’economia bloccata. E se oggi si comincia a riaprire, lo si fa con estrema cautela, evocando ‘varianti’ che andrebbero interpretate come sintomi dissimulati del rischio inflazionistico, autentica spade di Damocle da cui non si capisce come potremo liberarci.

A mio modo di vedere siamo di fronte a un cambio di paradigma. La gestione autoritaria di economia e società si impone come condizione necessaria alla sopravvivenza (distopica) del capitalismo stesso, che non è più in grado di riprodursi attraverso il lavoro salariato di massa e l’annessa utopia consumistica. L’agenda che ha partorito il fantasma della pandemia come religione sanitario-vaccinale nasce dalla percezione della sopravvenuta impraticabilità di un capitalismo a base liberal-democratica. Mi riferisco al crollo di redditività di un modello industriale reso obsoleto dall’automazione tecnologica, e per questo sempre più vincolato a debito pubblico, bassi salari, centralizzazione di ricchezza e potere, stato d’emergenza permanente, e alla creatività del settore finanziario, dove il denaro si moltiplica da sé, per partenogenesi.

Se partiamo da questo assunto, noteremo che il blocco dell’economia subdolamente attribuito all’emergenza sanitaria ha ottenuto risultati tutt’altro che disprezzabili in termini capitalistici. Ne sottolineo rapidamente quattro: 1) Ha permesso alla Fed di riorganizzare il settore finanziario grazie alla stampa di miliardi di dollari a getto continuo; 2) Ha accelerato il processo di estinzione delle piccole e medie imprese, consentendo ai maggiori gruppi di potere di monopolizzare i flussi di commercio, legandoli alle politiche monetarie delle banche centrali; 3) Ha ulteriormente alleggerito il costo del lavoro, facilitando inoltre cospicui risparmi attraverso lo smart working (che è smart soprattutto per chi lo impone); 4) Ha favorito la crescita dell’e-commerce, l’esplosione dei Big Tech, e la proliferazione del farma-dollaro – inclusa la tanto denigrata industria della plastica, che ora produce milioni di mascherine e guanti alla settimana, molti dei quali finiscono in mare (per la gioia dei green new dealers). Nel solo 2020, la ricchezza dei circa 2.200 miliardari del pianeta è cresciuta di 1.9 trilioni di dollari, aumento senza precedenti storici. Tutto ciò grazie a un virus talmente devastante che, stando ai dati ufficiali (OMS), almeno il 99.8% degli ‘infetti’ guarisce.

L’ipotesi del motivo economico deve dunque essere inserita in un più ampio e complesso contesto di trasformazione sociale. Lo scenario che ci si prospetta, se solleviamo il velo di Maya, è di carattere marcatamente neo-feudale. Masse di consumatori sempre meno produttive vengono regimentate, semplicemente perché i nuovi glebalizzatori non sanno più che farsene. Insieme ai sottoccupati e agli esclusi, il ceto medio impoverito diventa un problema da gestire con il bastone del lockdown (a breve anche in versione climatica), del coprifuoco, della propaganda, e della militarizzazione della società, piuttosto che con la carota del lavoro, del consumo, della democrazia partecipativa, dei diritti sociali (sostituiti nell’immaginario collettivo dai diritti civili delle minoranze), e delle ‘meritate vacanze’.

È dunque da illusi pensare che lo scopo delle chiusure sia terapeutico e umanitario. Quando mai il capitale si è preso cura dei suoi sudditi? Indifferenza e misantropia sono da sempre i tratti tipici del nostro modo di produzione, la cui unica vera passione è il profitto, e il potere che ne deriva. Oggi la classe dominante fa capo ai tre maggiori fondi di investimento al mondo: BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisor. Questi giganti, posizionati al centro di un’enorme galassia di entità finanziarie, gestiscono una massa di valore vicina alla metà del PIL globale, e sono i maggiori azionisti in circa il 90% delle società quotate in borsa. Attorno a loro gravitano istituzioni transnazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il Forum Economico Mondiale, la Commissione Trilaterale, e la Banca dei Regolamenti Internazionali, la cui funzione è coordinare il consenso all’interno della costellazione finanziaria. Non è difficile ipotizzare che in tale ambito vengano prese tutte le principali decisioni strategiche, non solo di carattere economico ma anche politico e militare.

D’altra parte, come potremmo fidarci di un mega cartello farmaceutico (l’OMS) che si occupa non di ‘salute pubblica’, ma di commercializzare prodotti privati in tutto il mondo alle tariffe più redditizie possibili? I problemi di salute pubblica, semmai, derivano da condizioni di lavoro ignobili, cattiva alimentazione, inquinamento di aria, acqua e cibo, e soprattutto da una dilagante povertà; eppure nessuno di questi ‘patogeni’ rientra nella lista delle preoccupazioni umanitarie dell’OMS. L’enorme conflitto di interesse tra i predatori lombrosiani dell’industria farmaceutica, le agenzie mediche nazionali e sovranazionali, e gli esecutori politici, è ormai un segreto di Pulcinella. Non deve stupire che il giorno in cui l’OMS ha classificato COVID-19 come pandemia, il WEF, insieme all’OMS stessa, ha lanciato la Covid Action Platform, una coalizione per la “protezione della vita” gestita da oltre 1.000 tra le aziende private più potenti al mondo.

Mettiamoci in testa che l’unica cosa che conta per chi dirige l’orchestra emergenziale è soddisfare la fame di profitto e potere, e dunque ogni mossa è programmata in tal senso. D’altronde, se chi produce armi provoca guerre, chi produce farmaci deve inventarsi malattie. Non a caso la ‘salute pubblica’ è il settore di gran lunga più remunerativo dell’economia mondiale, al punto che Big Pharma spende circa tre volte più di Big Oil e il doppio di Big Tech in finanziamenti lobbistici. La domanda potenzialmente infinita di vaccini e intrugli genici vari offre ai cartelli farmaceutici la prospettiva di flussi di profitto pressoché illimitati, specie quando garantiti da programmi di vaccinazione di massa (SPERIMENTALI) sovvenzionati da denaro pubblico (altro debito che ricadrà sulle nostre teste).

Perché tutte le cure precoci al Covid, dall’efficacia comprovata, sono state criminosamente sabotate? Come ammette candidamente la FDA (Food & Drug Administration, organo ufficiale americano in materia di salute pubblica) l’utilizzo di vaccini emergenziali è possibile solo se “non ci sono alternative adeguate, approvate e disponibili”. Le terapie domiciliari avrebbero aiutato a ridurre i ricoveri, mettendo fine all’emergenza ospedaliera. Ma l’operazione Covid mira a salvaguardare i privilegi economici, non la salute dei cittadini. Chi ancora si ostina a negarlo diventa complice di un sistema che, per sopravvivere, deve terrorizzare.

D’altra parte, la messinscena emergenziale attecchisce grazie a un palese difetto democratico, che si evidenzia nella feroce manipolazione dell’opinione pubblica. Ogni ‘dibattito pubblico’ è spudoratamente privatizzato, ovvero monopolizzato dalla religiosa osservanza di un Verbo tecnico-scientifico a libro paga delle élites economiche. Ogni ‘libera discussione’ è legittimata dall’adesione a postulati pseudo-scientifici accuratamente depurati sia dal contesto socio-economico che dalla possibilità del dubbio e del confronto. Il pensiero unico dei virologi di regime, talmente bislacchi da cambiare opinione con la frequenza con cui si cambiano i calzini, si fonda sulla censura di premi Nobel come Luc Montaigner, o giganti della microbiologia come Didier Raoult; per non citare dozzine di altre eccellenze scientifiche silenziate dal mainstream.

La salute pubblica privatizzata è da tempo un mezzo di ingegneria sociale, oltre che di leva economica. Si può dire che abbia sostituito la religione come avanguardia ideologica dell’imperialismo capitalista, come ben comprese il filantropo Frederick T. Gates, nonno di Bill e principale consigliere commerciale del grande industriale del petrolio John Rockefeller. Nel 1901, Gates nonno convinse Rockefeller a fondare una struttura di ricerca di medicina sperimentale contro le malattie infettive, il Rockefeller Institute for Medical Research (poi Rockefeller University) – buon sangue non mente.

In breve, per COVID-19 non ci è difficile immaginare il seguente quadro strategico. Si prepara una narrazione fittizia sulla base di un potenziale rischio epidemico presentato in modo tale da favorire comportamenti di estrema sottomissione. Per far questo basta un virus influenzale di ambigua collocazione epidemiologica, su cui costruire un’aggressiva narrazione di contagio relazionabile a aree geografiche in cui è alto l’impatto di polmoniti e malattie respiratorie o vascolari nella popolazione anziana e immunodepressa, magari con l’aggravante del forte inquinamento. Non c’è neppure bisogno di inventarsi granché, visto che le terapie intensive in paesi ‘avanzati’ come l’Italia erano già al collasso negli anni precedenti all’arrivo del Covid, con picchi di mortalità per i quali nessuno si era però sognato di riesumare la quarantena.

Ma questa volta si fa sul serio: si dichiara uno stato di emergenza che scatena il panico generalizzato, l’intasamento di pronto soccorso, ospedali e case di cura (in Italia, le sole infezioni ospedaliere causano circa 50.000 decessi annui), l’applicazione di nefasti protocolli terapeutici, e la sospensione della medicina di base. In queste condizioni, la pandemia diventa una profezia che si auto-avvera. La propaganda che impazza nei centri nevralgici del potere finanziario (Nord America e Europa zona Euro) è da subito essenziale al mantenimento dello stato di crisi, accettato come unica forma possibile di razionalità politico-esistenziale. Le moltitudini esposte a bombardamento mediatico non solo si piegano, ma addirittura si auto-disciplinano, aderendo con grottesco entusiasmo identitario a forme di civismo in cui la coercizione diventa altruismo, a tal punto che la lotta per il bene comune resuscita persino la pratica infame della delazione.

Ai registi del piano pandemico va dunque riconosciuta una certa sadica genialità, per quanto il crimine non possa dirsi perfetto. Da un punto di vista dialettico, qualsiasi forma di dominio che ambisce a totalizzarsi è destinata a fallire, e questo vale anche per i burattinai della finanza, e tutti i pupazzi di cui si servono per tenere in piedi l’operazione di guerra psicologica che ipnotizza le masse da più di un anno. Il potere, in fondo, tende sempre a illudersi sulla propria onnipotenza, innanzitutto perché, paradossalmente, è anch’esso eterodiretto. Oggi, le decisioni prese da chi siede nella stanza dei bottoni hanno come fine la riproduzione dell’ingranaggio socio-economico che chiamiamo ‘capitalismo’. Il potere, in altre parole, è la macchina impersonale del profitto, il cui unico scopo è continuare la sua folle corsa. E nell’attuale fase storica, lo stato d’emergenza globale rappresenta l’assetto politico che meglio garantisce la riproducibilità del dispositivo economico, indipendentemente da chi lo sta pilotando e dalle contraddizioni generate.

La grande simulazione, ovvero: presi per il Covid

Chiunque abbia conservato un minimo di indipendenza intellettuale dai media di regime dovrebbe aver compreso che l’emergenza da coronavirus è un artefatto. Di seguito farò un breve inventario delle principali evidenze di cui disponiamo.

Come ammesso dall’OMS, il tasso di letalità del misterioso patogeno, che colpisce quasi esclusivamente soggetti anziani affetti da comorbidità gravi, è paragonabile a quello di un’influenza stagionale (0.23% a fine 2020, e 0.15% a marzo 2021). Nulla a che vedere con le stime monstre di Neil Ferguson, padre di tutti i modellisti apocalittici sponsorizzati da Big Pharma. A causa della sua bassa letalità, SARS-CoV-2 rientra nel penultimo livello dei cinque stilati dalle autorità sanitarie statunitensi; un livello che, secondo le linee guida dell’OMS, richiede solo l’isolamento facoltativo dei malati, mentre esclude categoricamente misure emergenziali come lockdown, mascherine, chiusura delle scuole, distanziamento, e vaccinazioni. O meglio, le escludeva fino a quando non si sono cambiate le carte in tavola per legittimare la più grande campagna vaccinale di tutti i tempi, la cui assurdità è riassumibile nella seguente domanda: perché l’umanità intera (inclusi i bambini!) dovrebbe iniettarsi un siero sperimentale dagli effetti avversi sempre più inquietanti e fuori norma,1 quando almeno il 99.8% dei contagiati, di cui la stragrande maggioranza asintomatici, guarisce? La risposta è lapalissiana: perché i vaccini sono il vitello d’oro del terzo millennio, e l’umanità-gregge è carne da profitto di ‘ultima generazione’, ovvero in versione cavia.

Proprio alle cavie parlava Mario Draghi (l’uomo della provvidenza delle banche) inaugurando il Global Health Summit di Roma il 21 maggio scorso: “dobbiamo vaccinare il mondo contro il coronavirus, e farlo velocemente”. Parole sante, subito ribadite in accorato appello da Ezio Mauro: “abbiamo il dovere di salvare il mondo.” In un esercizio di impareggiabile ipocrisia, Mauro ci dice che “il gap tra i Paesi Poveri e i Paesi Ricchi si supera con un’inversione culturale”, che ovviamente consiste nell’abbracciare la teologia dell’universalismo vaccinale: “All’universale si risponde solo con l’universale”. Amen, con buona pace di Hegel.

Per chi non lo sapesse, in Europa il passaporto sanitario digitale era stato programmato nel 2018, con attuazione prevista per il 2022. A ridosso dalla ‘pandemia’ si erano tenuti grandiosi eventi promozionali come il Global Vaccination Summit (Commissione Europea, Bruxelles, 12 settembre 2019); e il Global Vaccine Safety Summit (OMS, Ginevra, 2-3 dicembre 2019). Negli USA, il 19 settembre 2019 Donald Trump firmava l’Ordine Esecutivo 13887, in cui veniva istituita una Task Force con l’obiettivo di lanciare un “piano nazionale quinquennale per la promozione dell’uso di tecnologie vaccinali più agili e scalabili” per contrastare l’impatto di “una pandemia influenzale”, che, “può diffondersi rapidamente in tutto il mondo, infettare un numero maggiore di persone e causare alti tassi di malattia e morte nelle popolazioni senza immunità”. Insomma, la tavola era stata apparecchiata con largo anticipo.

Basta poi osservare che la sintomatologia ufficiale del Covid e delle sue varianti (stanchezza, febbre, tosse secca, perdita di gusto e olfatto, ecc.) è talmente generica che tutti, anche i più sani, vi si possono riconoscere al primo sternuto; allo stesso tempo, rende la malattia facilmente riclassificabile come causa di decesso di chi sarebbe comunque passato a miglior vita, sia per anagrafe che per quadro patologico ampiamente compromesso. La stessa trasmissione per via respiratoria si sposa perfettamente con le ragioni dell’isolamento, per giustificare il quale si arriva persino a inventare la categoria molieriana del ‘malato asintomatico’.

C’è poi il punto dirimente, la leva di Archimede del ‘paradigma corona’. Tutta la sceneggiatura pandemica – dalla ‘curva del contagio’ ai ‘decessi da Covid’ – si regge sulla farsa del test PCR, strumento autorizzato alla rilevazione del SARS-CoV-2 da uno studio prodotto in tempi record dall’equipe del virologo berlinese Christian Drosten, su commissione dell’OMS. Come molti ormai sapranno, l’inaffidabilità diagnostica del test PCR fu già denunciata dal suo stesso inventore, il premio Nobel Kary Mullis (malauguratamente scomparso il 7 agosto 2019), e di recente ribadita, tra gli altri, da 22 esperti di fama internazionale che hanno chiesto lo stralcio dello studio in questione per evidenti difetti scientifici. Ovviamente la richiesta è caduta nel vuoto.

Autentico motore della pandemia, il test PCR (tampone) si presta a essere abusato in modo simile a come da bambini si abusava del termometro al mercurio, mettendolo sul termosifone per fingere la febbre e saltare la scuola. Si tratta di uno strumento che funziona attraverso gli ormai celebri ‘cicli di amplificazione’ (cycle thresholds): più se ne fanno, più si sfornano falsi positivi, come incautamente ammesso persino dal guru Anthony Fauci quando ha affermato che sopra i 35 cicli i tamponi non hanno alcun valore. Orbene, perché durante la pandemia, nei laboratori di tutto il mondo, si sono fatti di norma amplificazioni pari o superiori a 35 cicli? Persino il New York Times – non certo un covo di pericolosi negazionisti – l’estate scorsa aveva sollevato la questione.

Grazie alla sensibilità del tampone la pandemia si può aprire e chiudere come un rubinetto, cosa che permette al regime sanitario di esercitare un controllo assoluto sul mostro numerologico del contagio e della mortalità da Covid – gli strumenti chiave del terrore quotidiano. Così non deve stupire che nel gennaio del 2021, a inizio campagna vaccinale, l’OMS abbia messo in guardia sul rischio dei falsi positivi generati dall’uso improprio del test. A conferma di questa nuova prassi, nell’aprile-maggio di quest’anno il CDC americano ha chiesto sia di abbassare il numero dei cicli PCR laddove si sospettassero nuove infezioni, che di sospendere la conta delle infezioni asintomatiche o lievi di coloro che sono stati vaccinati. Tutto ciò per dimostrare che i vaccini funzionano.

Ricordiamo poi che a gonfiare la bolla dei decessi ha contribuito l’introduzione di nuovi protocolli medici (marzo 2020) che istruiscono a certificare ‘COVID-19’ come causa di morte anche laddove si presume abbia causato o contribuito al decesso, e senza necessità di verifica clinica. Lo scrive l’OMS ai medici legali: “applicate sempre queste istruzioni, che siano corrette o meno dal punto di vista medico”; e lo ratifica l’ISTAT: “anche se non c’è una diagnosi confermata.” Interessante, poi, come il Covid abbia ‘curato’ l’influenza, che è miracolosamente scomparsa. È stato inoltre dimostrato che la trasmissione asintomatica è statisticamente inesistente, e che i lockdown sono sia inefficaci che socialmente distruttivi, non ultimo nel causare migliaia di decessi attraverso la sospensione delle cure mediche. Sappiamo, per ammissione dello stesso CDC americano, e della Commissione Europea, che il patogeno in questione non è mai stato isolato né purificato, e che quindi ci si presenta con tutti i crismi di un virus-fantasma.

Se ciò non bastasse, pensiamo per un attimo all’evoluzione del significato di pandemia prima del 2020, rispetto all’influenza aviaria (2003) e alla suina (2009). Nel corso di quest’ultima, l’OMS decise di cambiare la definizione del termine, eliminando il riferimento all’“alta mortalità”. In sostanza, “diffusione epidemica di una malattia” divenne criterio sufficiente a far scattare l’allarme pandemico, insieme ai succulenti contratti vaccinali. E se aviaria e suina non portarono le vagonate di morti pronosticati dagli apprendisti stregoni dell’industria farmaceutica (celebri i 150 milioni di decessi pronosticati da David Nabarro, OMS, riguardo l’aviaria), furono comunque funzionali sia a sdoganare il business miliardario di mascherine, vaccini et similia, che nell’introdurre nelle popolazioni il tarlo del virus apocalittico, che ci attende sulla soglia di casa nonché ogni volta che incrociamo altri esemplari di Homo pandemicus; e dal quale, pare, non ci libereremo mai.

Negli ultimi anni, l’attesa per il grande evento era divenuta spasmodica, a un punto tale che si era preso a simularla, come in un blockbuster hollywoodiano: prima con il Clade X (maggio 2018), poi con il già citato Event 201 (ottobre 2019), esercizi strategici promossi dal WEF dell’ubermensch Klaus Schwab in collaborazione con il centro di biosicurezza della Johns Hopkins University e con l’immancabile Bill and Melinda Gates Foundation. Peraltro, già dal 2014 i meeting WEF a Davos promuovevano con insistenza il Great Reset, rivoluzione socio-economica a loro dire resa inevitabile dall’avvento di nuove tecnologie tra cui Intelligenza Artificiale, robotica, 5G e Blockchain. E nel 2010 la Rockefeller Foundation aveva pubblicato Scenarios for the Future of Technology and International Development, in cui si vaticinava, insieme alla quarta rivoluzione industriale, un’imminente pandemia che avrebbe spedito all’altro mondo 8 milioni di persone. Invece, cos’è successo?

Nel gennaio 2020 arrivarono sui nostri schermi immagini sconvolgenti di cinesi che “cadevano come birilli” per mano di un virus fulminante – situazioni da cinematografia fantascientifica mai più verificatesi in nessun’altra parte del mondo. Tant’è che in Cina il lockdown fu circoscritto a Wuhan e alla provincia di Hubei, di cui è capitale. La Cina, insomma, attivò e quasi subito disattivò l’emergenza. Dopo soli due mesi, quando Virus con un balzo prodigioso era sbarcato nel nord Italia, Wuhan tornò alla normalità.

Per comprendere il ruolo della pandemia nell’accelerare la transumanza verso il Nuovo Medioevo sarebbe utile rileggere Jean Baudrillard, il filosofo che meglio di tutti ha capito che nell’epoca del digitale la realtà finisce per sovrapporsi alla sua simulazione, divenendo così iper-reale, e in quanto tale incontestabile. Non c’è dubbio che la crisi sanitaria, vera in quanto simulata, sia dell’ordine dell’iper-realtà, proprio perché ci appare come un dogma inconfutabile: gli scettici e i dubbiosi sono eretici, e come tale vanno bruciati sul rogo. Altrimenti detto: abbiamo interiorizzato la nostra dominazione al punto tale da non poterla più riconoscere.

È lecito supporre che la maggior parte delle élites politiche fossero state informate sulla necessità di questa operazione. Ciò spiegherebbe perché tutti i capi di governo direttamente coinvolti, da tempo ridotti al ruolo di camerieri dell’alta finanza, abbiano recitato esattamente lo stesso copione. Il lancio di Virus gli dev’essere stato presentato come opzione molto meno traumatica rispetto a uno tsunami finanziario capace di mettere in ginocchio le maggiori economie occidentali, con annessi scenari da guerra civile. D’altronde, la stabilità finanziaria è nell’interesse di tutte le grandi potenze, incluse Cina e Russia, che per questo si suppone abbiano accettato di stare al gioco, anche se defilandosi quasi subito. Sicuramente più convinta la complicità degli alleati più fedeli degli Stati Uniti – sia quelli inseriti nell’alleanza dei ‘5-eyes’ (Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda) che quelli de facto sotto egemonia economica e militare americana, tra cui il ‘laboratorio Italia’.

Indipendentemente da quest’ultima ipotesi, puramente speculativa, riflettere sulla causa finanziaria sollecita una considerazione di natura socio-ontologica. Per comprendere la portata di ciò che stiamo vivendo dobbiamo allargare lo sguardo sull’intera struttura di riproduzione sociale. Ci sarà allora impossibile ignorare come l’emergenza covidiana sia sintomo di implosione sistemica: siamo entrati in una nuova fase storica caratterizzata dalla bancarotta del modo di produzione fondato sulla dialettica lavoro-capitale. Il blocco dell’economia ci ha detto che il lavoro salariato non è più la base della produzione di ricchezza nelle società capitalistiche. Questo perché il capitalismo può ormai solo affidarsi ai salti mortali della finanza, che, oltre a essere cinica e bara, è sempre più incompatibile con la struttura liberal-democratica di società fondate sul lavoro. Alla base del cambiamento di rotta verso il dominio totalitario del ‘capitale fittizio’ (Marx) c’è il crollo di redditività del capitale investito nell’economia reale.

Depurare il capitalismo dalla sua escrescenza finanziaria è dunque una pia illusione, per il semplice motivo che l’ingranaggio che muove le criminali speculazioni finanziarie è lo stesso che da sempre muove la ricerca del profitto. Parafrasando la formula di Marx nei Lineamenti, diremmo che l’anatomia della finanza è la chiave per comprendere l’anatomia del capitalismo sfruttatore di lavoro. Il capitale, indipendentemente da come si manifesta, è sempre denaro che crea altro denaro. E se fino a ieri lo sfruttamento del lavoro è stato il mezzo ideale per generare plusvalore e profitto, oggi, all’epoca dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, il capitale a trazione tecnologico-finanziaria tende a liberarsi del lavoro salariato. Ma non possiamo illuderci che, con la fine della società del lavoro, il capitalismo crolli. Piuttosto, come ha sempre fatto, si auto-rivoluziona, inaugurando ora una nuova fase che ha tutti i crismi di un ritorno alle origini, cioè a un regime leviatanico di predazione diretta. Questa fase richiede nuovi strumenti critici e nuove logiche di opposizione.

Diciamolo più chiaramente: per sopravvivere all’attuale implosione sistemica, il capitalismo deve distruggere la sovrastruttura liberale e promuovere un regime subdolamente oligarchico. Dovrebbe essere chiaro che ci stanno confezionando addosso un capitalismo basato sul signoraggio monetario, a scapito di un’umanità ridotta a 1) Un immensa mandria di sottoccupati in condizioni neo-schiavistiche (i cui pionieri sono gli operatori di Amazon costretti a orinare in bottiglie e defecare in sacchetti di plastica); 2) Disoccupati a sussidio; 2) Masse di reietti di cui nessuno ha più interesse a occuparsi. Anche per questo le teorie di Malthus sul depopolamento rimangono attuali.

Questa deriva non sarebbe possibile senza il potenziamento della propaganda: i media oggi operano come il clero in epoca medievale. L’evoluzione stessa del sistema-mondo ha reso possibile la messa in atto del più grande progetto propagandistico di tutti i tempi. Le possibilità di manipolazione sono aumentate vertiginosamente con la diffusione capillare di nuove tecnologie, che entrano direttamente nelle menti dei più giovani. La materia prima, peraltro, è sempre la stessa: l’intima e irrefrenabile vocazione al conformismo della specie umana.

Jacques Lacan sosteneva che la più grande passione dell’essere senziente è l’ignoranza. Nulla è più irresistibile della nostra volontà di non sapere, di spegnere il cervello dinanzi all’ipotesi che la realtà possa essere diversa rispetto a come ci viene narrata. L’adattamento, fatto di tanti piccoli comportamenti ostinatamente meccanici, è da sempre l’opzione esistenziale prediletta di Homo sapiens, per il semplice motivo che il pensiero critico richiede uno sforzo piuttosto doloroso, che costringe alla solitudine. Molto più semplice unirsi al coro, specie quando fondato sul ricatto morale di una guerra sanitaria per la difesa dell’umanità. A quel punto diventa persino gratificante obbedire a moralizzatori imbellettati che si auto-proclamano salvatori del mondo, pur essendo gli stessi che da tempo lo devastano.

Il Covid è una forma di dominio reale fondata su un preciso linguaggio, un arsenale di armi semantiche usate con cinismo su popolazioni preparate da decenni a vivere nell’insicurezza e nel conformismo. Il successo di questo linguaggio si misura sulla capacità di installare una vera e propria liturgia covidiana, un culto fatto di nuove abitudini che ci accomunano solo nell’alienarci, nell’allontanarci ulteriormente da noi stessi e l’uno dall’altro: dalla mascherina al distanziamento, dal coprifuoco ai vaccini, dal ‘green pass’ alla sanificazione compulsiva delle mani. “Inginocchiati e prega, e la fede verrà da sola” – il vecchio monito di Blaise Pascal oggi potrebbe tradursi così: “metti la mascherina e mantieniti a distanza dal tuo prossimo, e la fede (nel Covid) verrà da sola.”

La vera malattia è la nostra assuefazione alla farsa globale. Storicamente, essa è frutto di un’affabulazione emergenziale cresciuta di intensità a partire dall’11 settembre 2001, data d’inizio di una ‘guerra globale al terrore’ che ha sterminato milioni di innocenti. La paura di un nemico esterno caricaturizzato all’inverosimile (da Bin Laden alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein) rende il gregge particolarmente docile e pronto al sacrificio di tutto ciò che rende ancora vivibile la vita, poiché l’alternativa viene sempre dipinta come qualcosa di mostruoso, al limite dell’immaginazione, come appunto la ‘spaventosa morte da Covid’. La guerra epidemiologica, indipendentemente da dove e come sia partita, è oggi una guerra psicologica totale, surrogato dell’improbabile conflitto militare globale. Non illudiamoci, l’assedio è destinato a durare. La concessione di qualche ora di libertà vigilata servirà a indorare la pillola di nuove forme di coercizione.

Il destino del modo di produzione su cui si reggono le nostre società è l’implosione. Non se ne esce. La crisi da coronavirus conferma che il capitale dipende sempre più dal debito pubblico, dunque dalla creazione di denaro virtuale delle banche centrali, che finisce per svilire la moneta fiat (le valute nazionali per come le conosciamo dal 1971, quando fu interrotta la convertibilità dell’oro in dollaro). L’arrivo di una devastante iperinflazione legittimerà il consolidamento di valute digitali controllate dall’alto. Probabilmente si tratterà di un evento a tappe che il capitalismo potrà affrontare solo cavalcando nuove iterazioni di autoritarismo mascherato da una qualche ragione etica e umanitaria. L’unica reale alternativa al signoraggio monetario sarà abbattere definitivamente il sistema di produzione di merci a scopo di lucro, ma per far questo occorrerà una convergenza popolare tra tutti coloro che avranno compreso che il senso delle loro vite non è più gestibile dal capitalismo.

Note

1 A maggio 2021, il sistema di segnalazione passiva VAERS, che registra solo una piccolissima parte degli eventi reali, ha contabilizzato un numero di decessi dopo vaccinazione Covid negli USA superiore ai decessi per tutti i vaccini riscontrati nei precedenti 21 anni messi assieme.

non vi è nessuna ragione tecnica per cui la spesa pensionistica debba essere “coperta” dai contributi dei lavoratori attivi. Si tratta semplicemente di una convenzione. Uno Stato sovrano, a differenza di una famiglia o di un’impresa, possiede una capacità illimitata di spesa nella propria valuta. La spesa pubblica di uno Stato non è dunque vincolata ad alcun impegno sul livello di tassazione presente e futuro

Il mito dell’insostenibilità della spesa pensionistica

di Thomas Fazi
16 giugno 2021


Tra i tanti miti che continuano ad essere propagandati sul funzionamento dell’economia, uno dei più perniciosi riguarda senz’altro la spesa pensionistica e la sua presunta insostenibilità, uno dei mantra della politica italiana da almeno vent’anni. L’idea di fondo è che il “normale” nonché effettivo funzionamento dei sistemi pensionistici, e nella fattispecie di quello italiano, consista nel prelevare una certa percentuale dalla busta paga del lavoratore che poi viene “accantonata” in una sorta di “cassetta” previdenziale a cui lo Stato attingerà una volta che il lavoratore è andato in pensione per finanziare la pensione dello stesso.

A qualcuno che basi la sua concezione dell’economia sulla “saggezza convenzionale” – dunque alla maggior parte dei cittadini, ahinoi –, tale sistema potrebbe parere avere una sua logica. Peccato che questa rappresentazione del funzionamento del nostro sistema pensionistico non solo non abbia alcun senso, ma non corrisponda neanche alla realtà. Non ha senso perché gli Stati, a differenza di noi comuni mortali, non “risparmiano” oggi per aumentare la propria capacità di spesa un domani. La stessa idea che un surplus del bilancio pubblico rappresenti un risparmio nell’accezione tradizionale del termine, cioè una somma che viene “messa da parte” per poter essere spesa un domani, è errata: esso certifica semplicemente che in un dato periodo le entrate dello Stato sono superiori alle uscite, ma quei soldi non vengono accantonati, vengono effettivamente distrutti, tramite una semplice operazione contabile (giacché non paghiamo le tasse con i contanti ma per mezzo di trasferimenti bancari). Da ciò si evince come l’idea che lo Stato “metta da parte” i nostri contributi oggi per poi restituirceli un domani non abbia alcun senso.

Il concetto fu ben esemplificato già negli anni Sessanta da Bruno De Finetti, uno dei più grandi matematici e statistici italiani del Novecento (e, è superfluo dirlo, tutt’altro che un radicale):

“Una delle maggiori e più benefiche semplificazioni nella gestione della sicurezza sociale […] sta nella superfluità della costituzione delle “riserve”. Nel caso dell’assicuratore privato che gestisce assicurazioni libere, egli non può che accantonare e capitalizzare i premi di risparmio per far fronte alle prestazioni quando sarà il momento di pagarle, così come avviene per una banca. Questa operazione ha senso ed è necessaria per il privato; è necessaria perché altrimenti non potrebbe garantire di far fronte agli impegni alla scadenza, ed ha senso perché egli può investire in qualcosa e poi venderla realizzando l’importo occorrente. Per lo Stato, per la collettività, ciò invece non solo non è necessario, ma neppure ha senso.

La ragione – spiega De Finetti – è semplice: «Nel caso in cui queste osservazioni maggiormente si attagliano – quello delle pensioni di vecchiaia – le prestazioni [servono] a far vivere i pensionati mettendo loro a disposizione parte del reddito nazionale di ogni anno, e la differenza fra l’avere o no accumulato riserve sta in un giro contabile per far apparire la distribuzione del reddito corrente come eseguita a carico di esercizi precedenti».

Ciò che intende De Finetti è che la spesa pensionistica, come qualunque altra forma di spesa pubblica, rappresenta al massimo una redistribuzione del reddito nazionale corrente, laddove si scelga di finanziarla tramite la tassazione, non certo la “restituzione” di soldi accumulati in precedenza. Il fatto di «avere o no accumulato riserve», o contributi che dir si voglia, in passato è infatti del tutto ininfluente.

«Stando a queste considerazioni – conclude De Finetti – si potrebbero pertanto sopprimere tranquillamente le lambiccate contorsioni con cui vengono gestite con finzioni assicurativo-privatistiche persino le pensioni degli statali e affini: basterebbe continuare a corrispondere lo stipendio cambiandone la denominazione in pensione e l’ammontare nella misura prevista».

De Finetti ci invita a riflettere su una semplice quanto ovvia verità: da un punto di vista operativo e finanziario non c’è nessuna differenza tra lo stipendio e la pensione di un dipendente pubblico e difatti la cosa più logica sarebbe continuare a pagare lo “stipendio” al dipendente in questione anche una volta che costui sia andato in pensione; dunque l’idea che la pensione del dipendente pubblico – o quella di qualunque altro lavoratore se è per questo – debba essere finanziata tramite i “risparmi” messi da parte dal lavoratore nell’arco della sua carriera lavorativa non ha alcun senso: è, appunto, una «finzione assicurativo-privatistica», come dice De Finetti.

E infatti, come accennato, alla prova dei fatti, non è così che funziona il nostro sistema. La realtà è che i contributi pensionistici che i lavoratori versano oggi non vengono “accantonati” per pagare la loro pensione un domani ma sono usati per pagare le pensioni correnti, ed è così più o meno da quando esiste l’INPS; il sistema prevede, infatti, che i contributi ricevuti in un determinato anno siano utilizzati interamente per erogare i trattamenti pensionistici dello stesso anno. In altre parole, i contributi versati ogni anno dai lavoratori al sistema previdenziale vengono utilizzati per erogare le prestazioni pensionistiche ricevute dagli aventi diritto nel medesimo anno (a tal proposito, va specificato che il bilancio previdenziale dell’INPS – certo, al netto delle pesanti trattenute IRPEF sulle pensioni – continua a essere in attivo, nonostante i continui proclami sui “buchi di bilancio” dell’istituto).

Ma allora che senso ha parlare di pensione contributiva, che induce a pensare – a partire dal nome – che la spesa pensionistica sia finanziariamente legata al risparmio accumulato dal passato? La risposta, particolarmente sferzante, ce la fornice sempre De Finetti: «L’esistenza delle riserve, accumulate col pretesto di garantire il pagamento delle pensioni, serve, alla resa dei conti, come pretesto per negare il diritto alle pensioni». Chiaro, no? Il sistema contributivo – introdotto con la riforma Dini del 1995 (legge 335/1995), a sua volta presentata come inevitabile conseguenza dell’adesione dell’Italia al regime di Maastricht, sostituendo così il precedente regime retributivo – ha, infatti, un’unica finalità: erodere l’importo della pensione percepita dai lavoratori al momento della pensione.

La vecchia formula retributiva legava la prestazione alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro, con assegni previdenziali che spesso arrivavano all’80 per cento dell’ultima retribuzione. Con il sistema contributivo, invece, l’importo della pensione annua si calcola moltiplicando il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione relativo all’età del lavoratore alla data di decorrenza della pensione; in parole povere, l’importo della pensione dipende, oltre che da quanto si è versato nel corso della vita, da quanti anni si prevede che vivrà il percettore della pensione, il che a sua volta dipende non solo dall’età effettiva in cui costui va in pensione ma anche dall’aspettativa di vita media: più questa aumenta, più si riduce l’importo della pensione. Insomma, si arriva al paradosso di dover sperare di vivere meno a lungo per poter vivere meglio: una delle tante perversioni del sistema attuale.

Il risultato del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo è stato un drammatico peggioramento degli importi pensionistici, tanto che oggi non è fuori dal comune che un lavoratore di 67 anni con 37 anni di contributi si ritrovi a percepire una pensione pari al 55 per cento del suo ultimo stipendio. Basti pensare che il 70 per cento dei pensionati oggi percepisce meno di mille euro al mese. E, a parità delle circostanze attuali – sistema pensionistico vigente combinato con tassi di disoccupazione/sottoccupazione di massa –, la situazione non può che peggiorare, se si considera che oggi la maggior parte delle pensioni sono ancora retributive, perché maturate quando era in vigore il sistema precedente; bisognerà dunque aspettare i prossimi vent’anni affinché le riforme comincino a dispiegare le loro drammatiche conseguenze.

Come ha dichiarato l’ex presidente dell’INPS Tito Boeri, chi oggi ha 35 anni prenderà una pensione più bassa almeno del 25 per cento rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti (per esempio, i nati intorno al 1945) pur lavorando almeno fino a 70 anni o addirittura fino a 75 anni. E la ragione è ovvia: «[C]on l’introduzione nel 1995 del metodo contributivo per il calcolo delle pensioni, la relazione fra basse pensioni e bassi salari è resa ancora più stingente: periodi prolungati di disoccupazione e di lavoro precario e mal pagato restano indelebili come un peccato originale e incidono negativamente sulle pensioni future».

Tutto ciò nella narrazione mainstream viene “normalizzato” e “naturalizzato” sia facendo leva, spesso in maniera implicita, su criteri di “saggezza convenzionale” che tracciano indebiti parallelismi tra le finanze pubbliche e quelle di un normale cittadino, o tra pensione e comuni risparmi, che fanno apparire normale e persino giusto che la prima, esattamente come i secondi, dipenda da quanto ognuno di noi riesca a mettere da parte nel corso della vita (sebbene, come abbiamo visto, non sia così che funziona il sistema); sia chiamando in causa la presunta insostenibilità finanziaria del sistema, che deriverebbe dal crescente squilibrio tra occupati e pensionati, che, si dice, non può che peggiorare in futuro, dato il trend demografico: il dato chiave è l’indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni, in continua crescita da anni ma impennatosi in particolare nell’ultimo decennio per effetto del drammatico crollo delle natalità (in breve, i vecchi vivono sempre più a lungo ma i giovani non fanno figli).

L’assunto implicito della seconda argomentazione, che contraddice in parte l’assunto della prima, è che, stante che nella realtà i contributi pensionistici che i lavoratori versano oggi non vengono “accantonati” per pagare la loro pensione un domani ma sono usati per pagare le pensioni correnti, il “bilancio previdenziale” del paese debba essere in pareggio, cioè che la spesa pensionistica debba essere finanziata attraverso un prelievo fiscale di entità equivalente a carico dei lavoratori attivi. In base a tale assunto, non si può che dare ragione a chi sostiene che, a fronte del crescente squilibrio tra occupati e pensionati, il sistema pensionistico rischia di andare in “default”, come ci sentiamo raccontare da anni.

Da questa apparente ovvietà deriva tutto l’armamentario perverso di “riforme” – fortemente sollecitate se non addirittura imposte dalle istituzioni comunitarie – che da vent’anni si propone l’obiettivo ufficiale di assicurare la sostenibilità del sistema pensionistico: aumento dell’età pensionabile – in vent’anni siamo passati dai 55 anni per le donne e i 60 anni per gli uomini (pre-riforma Amato del 1992) ai 67 anni sia per gli uomini che per le donne (riforma Fornero del 2011), e, come accennato, già si parla di aumentarla ulteriormente a 70 o addirittura a 75 anni –, aumento degli anni di contributi, riduzione degli importi finali, incentivazione a ricorrere a soluzioni integrative private ecc.

Il risultato è lo scenario da incubo che si prospetta a un giovane di oggi: una vita intera a sgobbare in condizioni precarie e redditualmente inique, sempre che uno abbia la fortuna di trovare lavoro, seguita da una “terza età” altrettanto povera e precaria (e anzi tanto più povera e precaria quanto più lunga). Ma è veramente uno scenario inevitabile, come ci raccontano da anni, essendo dettato da dinamiche demografiche “secolari” che interessano tutto l’Occidente e contro le quali si può fare ben poco, essendo dettate in primis – si dice – da ragioni culturali?

Innanzitutto, anche accettando l’assunto per cui la spesa pensionistica vada finanziata tramite la tassazione dei lavoratori attivi, è discutibile che il calo delle natalità sia da ricondurre a ragioni prevalentemente culturali. Queste possono spiegare il fatto che si scelga di fare uno o due figli anziché tre o più, ma è evidente che nella scelta di non fare figli anziché farne uno o due giocano un ruolo di primaria importanza i fattori di natura socioeconomica; d’altronde, lo dimostra il crollo delle nascite verificatosi in seguito alla crisi economica (e agli effetti della “cura letale” di Monti) post-2011.

Lo squilibrio demografico di cui tanto si parla, dunque, discende, almeno in parte, dall’attuale regime di politica economica, a sua volta una conseguenza dell’adesione dell’Italia al regime di Maastricht. Lo stesso, ovviamente, dicasi del rapporto tra occupati e pensionati: va da sé che non c’è nulla di naturale negli attuali livelli di disoccupazione di massa (33 per cento tra i giovani) e che, anche assumendo la tesi per cui il bilancio previdenziale debba essere in pareggio (anzi, soprattutto in quest’ultimo caso), la soluzione migliore per tutti – lavoratori e pensionati – sarebbe quella di aumentare il livello degli occupati anziché ridurre il numero dei pensionati e nel mentre costringere milioni di persone a languire nel limbo della disoccupazione e della sottoccupazione, come avviene nel sistema attuale.

E invece, curiosamente, coloro che non perdono occasione di lamentare la “bomba a orologeria” delle pensioni sono gli stessi che difendono l’attuale regime di politica economica – e l’architettura europea che ne è alla radice –, fondato su bassi salari, precariato e disoccupazione di massa (al punto di arrivare a sostenere, come fece Boeri, che l’unica maniera per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora a un livello sostenibile è aumentare il numero di immigrati).

Ma il punto vero, per quanto riguarda la presunta insostenibilità finanziaria della spesa pensionistica, è un altro, ovverosia che non vi è nessuna ragione tecnica per cui la spesa pensionistica debba essere “coperta” dai contributi dei lavoratori attivi. Si tratta semplicemente di una convenzione. Uno Stato sovrano, a differenza di una famiglia o di un’impresa, possiede una capacità illimitata di spesa nella propria valuta. La spesa pubblica di uno Stato non è dunque vincolata ad alcun impegno sul livello di tassazione presente e futuro (detto diversamente, le tasse non finanziano la spesa), non comporta necessariamente l’emissione di titoli del debito pubblico, e anche se, per scelta, comportasse l’aumento del debito pubblico, quest’ultimo non sarebbe soggetto ad alcun rischio di default, posto che la banca centrale sia disposta a garantire la solvibilità dei titoli di Stato. In altre parole, in regime di sovranità monetaria, il problema della sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica (e della spesa pubblica in generale) non si pone neanche, poiché lo Stato non è soggetto ad alcun vincolo di bilancio: nei fatti, prima spende (creando moneta dal nulla) e poi tassa (ritirando una parte di quella moneta dalla circolazione).

Ne consegue, dunque, che nella misura in cui l’Italia presenta un problema di sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica (e della spesa pubblica in generale), questo è unicamente dovuto al fatto di aver rinunciato alla sua sovranità monetaria aderendo all’Unione economica e monetaria, in cui la capacità di spesa dello Stato è effettivamente dipendente in larga parte dalle entrate fiscali, dalla capacità di emettere titoli sui mercati e dalla “buona volontà” della BCE. La sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico italiano passa dunque, in primis, dal recupero della sovranità monetaria.

Ciò detto, il fatto che in regime di sovranità monetaria non esistano vincoli di natura finanziaria a quanto uno Stato può spendere in pensioni (o in qualunque altra cosa) non vuol dire che non esistano limiti reali a ciò che esso può (e dovrebbe) fare. Sarebbe a dire che ciò che conta ai fini della sostenibilità o meno di una certa spesa – in questo caso la spesa pensionistica – dipende dalla capacità produttiva reale dell’economia, cioè dalla capacità dell’economia di assorbire i soldi che i pensionati spenderanno nell’economia stessa. Detto diversamente, il problema non è pagare i pensionati, ma evitare che si generino eventuali pressioni inflazionistiche.

Questo concetto fu ben espresso dall’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, in risposta all’interrogazione di un deputato conservatore che gli chiedeva se ritenesse che il sistema pensionistico americano si trovasse in difficoltà finanziarie. La risposta di Greenspan liquidò l’intero presupposto della domanda del deputato. «Non direi che gli assegni del sistema [pensionistico] non sono sicuri», rispose, «nel senso che non c’è niente che impedisca al governo federale di creare tutto il denaro che vuole e pagarci qualcuno». Greenspan passò poi a spiegare che la vera domanda da porsi non riguardava la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, che era fuori discussione, quanto la sua sostenibilità reale: «Come si organizza un sistema che garantisca che vengano creati i beni reali che saranno poi acquistati con quegli assegni?».

A dire il vero, anche questo concetto era stato anticipato più di cinquant’anni fa da De Finetti, che concludeva così il suo intervento: «Superando queste contorsioni monetario-nominalistiche, ossia riconoscendo direttamente che comunque in definitiva si tratta di distribuire fra tutti, vecchi inclusi, i beni e servizi disponibili per il consumo anno per anno, tutti gli pseudoproblemi scompaiono e diventano addirittura inconcepibili». De Finetti coglie il punto centrale della questione: quando parliamo di “equità intergenerazionale” e di redistribuzione della ricchezza, la questione non è quanto togliere ai giovani per dare agli anziani, ma come redistribuire il potere di spesa fra le generazioni a fronte di una capacità di assorbimento dell’economia che è per forza di cose limitata.

Così commenta Stephanie Kelton nel suo (raccomandatissimo) libro Il mito del deficit:

«[S]iamo una società che invecchia. I milioni di persone che attualmente stanno lavorando per produrre i beni e servizi reali di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere domani usciranno dalle schiere dei lavoratori per andare in pensione. Di conseguenza, programmi [previdenziali] serviranno negli anni a venire a un numero sempre più elevato di [cittadini]. Quando pensiamo ai diritti previdenziali, dovremmo ragionare su come garantire che la nostra economia rimanga sufficientemente produttiva da fornire i beni materiali – cure sanitarie e beni di consumo – per provvedere alle necessità dei futuri beneficiari».

È quasi superfluo sottolineare come, da una prospettiva di questo tipo, la cosa peggiore che si possa fare, anche secondo i canoni mainstream della lotta all’inflazione, è mantenere la capacità produttiva di un’economia artificialmente sottoutilizzata per mezzo di politiche deflattive di compressione della domanda, che non si ripercuotono solo sui lavoratori sotto forma di disoccupazione di massa ma anche sugli stessi imprenditori che vivono di domanda interna, la stragrande maggioranza, sotto forma di minori consumi, finendo inevitabilmente per comprimere anche l’offerta (basti pensare che l’Italia ha perso il 20 per cento di produzione industriale solo nell’ultimo decennio).

E allora, uno potrebbe chiedersi, perché lo fanno? La risposta, perlomeno all’avviso di chi scrive, è semplice quanto sconfortante: il mantra dell’insostenibilità finanziaria delle pensioni rappresenta un perfetto grimaldello narrativo per smantellare una delle pochi roccaforti del welfare novecentesco sopravvissuto, nonostante le picconate, alla furia austeritaria degli ultimi decenni, con l’obiettivo di arrivare alla definitiva privatizzazione dello strumento previdenziale. E per giunta affermando di farlo, così come per le strategie di “riduzione del debito”, in nome dei giovani di oggi e delle generazioni future, in verità le prime vittime di questo regime di politica economica. La verità è che giovani e anziani condividono un nemico comune: l’austerità, l’architettura di Maastricht che la sostiene e i suoi vari corollari, disoccupazione, precarietà, povertà. Questo è l’unico “patto intergenerazionale” di cui abbiamo bisogno: un patto contro l’austerità e l’euro, un patto per la piena occupazione, per un welfare che garantisca a tutti – “dal grembo alla tomba” – una vita sicura e dignitosa, per il rilancio della natalità, per un’economia che lavori al pieno delle sue potenzialità.

Euroimbecilandia, è già oggi sottomessa all'Impero Ottomano, tant'è che paga il suo contributo fatto da miliardi di euro

Altri miliardi a Erdogan, padrone delle rotte. Così sottrarrà all’Italia il controllo sulla Libia

Draghi  servo  sciocco  di Merkel.

Soldi Ue alla Turchia per controllare le partenze da Tripoli. Beffa per Roma

Attenzione: il «dittatore» Erdogan è di nuovo tra noi. E grazie a una Angela Merkel attenta solo agli interessi tedeschi minaccia di regolare i conti con un SuperMario convinto, fino a ieri, di strappare all’Europa qualche impegno sui migranti. Invece nisba. Assente e lontano il «gendarme» americano e complici le paure tedesche, la Turchia di Recep Tayyp Erdogan punta a diventare l’arbitro incontrastato dei flussi migratori. Un ruolo che gli consentirebbe, con nostro grande scorno, di mettere in campo il consueto mix di minacce e ricatti anche su quella rotta del Mediterraneo Centrale che s’allunga dalla Libia alle coste siciliane. Per comprendere il perché di questo pericoloso ritorno in gioco di Erdogan bisogna guardare non solo al Consiglio europeo di ieri, ma anche alla Conferenza di Berlino di mercoledì. Una Conferenza durante la quale non si sono risolti né i problemi riguardanti il ritiro delle truppe mercenarie pagate da Ankara e Mosca, né quelli legati allo svolgimento delle elezioni libiche previste, sulla carta, per il prossimo dicembre. In questo vuoto pneumatico ha così preso corpo l’idea di estendere anche alla Libia gli accordi per il controllo dei flussi di migranti sulla rotta balcanica stretti con il «dittatore» nel 2016 e appena rinnovati dall’Unione europea su sollecitazione di Berlino. All’origine del rinnovo del ricatto impostoci nel 2016 quando – sempre su input tedesco – l’Europa promise al Sultano 6 miliardi di euro per chiudere il rubinetto dei migranti c’è l’incognita Afghanistan. Terrorizzata dall’arrivo sulla rotta balcanica di centinaia di migliaia di afghani in fuga da un paese pronto a ricadere in mani talebane dopo il ritiro americano la Germania ha appena promesso a Erdogan un nuovo balzello europeo. Un balzello da tre miliardi e mezzo di euro negoziato da Berlino, ma pagato, anche stavolta, con i fondi di tutti i 27.
Mario Draghi, comprendendo i timori della Cancelliera e di una Cdu che minaccia il ridimensionamento alle elezioni del prossimo settembre, aveva fin qui accettato di far buon viso a cattivo gioco. E così durante il summit con la Merkel di lunedì scorso a Berlino aveva detto sì al nuovo assegno da 3 miliardi e mezzo a favore del «dittatore». In cambio però s’aspettava una minima disponibilità tedesca a rilanciare il tema dei ricollocamenti e dei rimpatri. Invece oltre al nulla è arrivata l’ennesima tegola, ovvero l’insana idea, materializzatasi alla Conferenza di Berlino, di pagare Erdogan per controllare anche le partenze dalle coste di Tripoli.
L‘integrale dell’essenziale articolo di Micalessin qui: