L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 luglio 2021

Non si infettano non muoiono ma vogliono farli diventare cavie per la sperimentazione vaccinale di massa

30 JUNE 2021


Rieccoci qui. Distogliere momentaneamente lo sguardo dagli orrori riposa e ricarica, ma come è ovvio, non significa affatto che questi orrori spariscano da sé. Sui vaccini e la loro efficacia non l'hanno data da bere agli adulti, tenuto conto che quelli che non si vaccinano sono assai più numerosi di quanto non strombazzino i media, e ora che fanno? si attaccano ai bambini, questi nuovi pazzi Erode del Terzo Millennio. Avrete sentito parlare di "rastrellamenti" dei non vaccinati chiamati "latitanti" come si usa per i delinquenti; avrete sentito Bertolaso invocare la possibilità di inviarci i carabinieri a domicilio, nonché di geolocalizzazioni dei non vaccinati da parte di Figliuolo (nel senso del generale), il quale si arrogherà il diritto di ottenere un vero e proprio censimento delle regioni, in proposito. Nel frattempo è bene avventarsi sulle prede più indifese: i bambini e gli adolescenti. Erode non l'ho citato a caso. I pediatri italiani si sono espressi a favore del vaccino per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Lo ha pubblicato il 21 giugno scorso proprio il Sip (Società italiana di pediatria) in specifico documento. Pareri di assenso senza SE e senza MA. Del resto, "chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i pur pochi casi gravi di Covid?". Così si esprime il dott. Alberto Villani, responsabile di pediatria generale, ex presidente della citata Sip e attualmente responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù.

Non convincono però i numeri snocciolati dagli stessi pediatri. "Nel nostro paese, nella fascia compresa tra i 0 e i 9 anni i casi sono stati il 5, 5%, mentre in quella tra i 10 e 19 anni , la percentuale sale al 9, 6%" (fonte: La Verità del 22 giugno). "Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana i decessi sono pochissimi, tanto che perfino il Villani è stato costretto ad ammettere che "si trattava in nella maggior parte dei casi di bambini fragili". Quindi, di che cosa stiamo (o meglio, di che cosa stanno) parlando? E perché vaccinare con un siero, che in ogni caso, non rende immuni, ma al contrario, toglie preziose difese immunitarie? Dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate alle conseguenze del virus. Inoltre non vi è nessuno studio davvero probatorio citato nel documento dei pediatri. Non mancano invece toni sibillini e subdoli circa la possibilità di "beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza". E pure alla "tempestività del raggiungimento" degli obbiettivi sulle "coperture vaccinali".

Più avanti in tono quasi sarcastico si parla di "voler guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole". Ma va là? Che c'è di "libero e consapevole" in una campagna di propaganda a reti unificate e di un pressing addirittura martellante che ci assale dalla mattina alla sera? Inoltre si parla di "implementare un'offerta vaccinale universale che aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso". E qui c'è una contraddizione palese: le famose varianti Delta (la quarta lettera dell'alfabeto greco) si diffondono proprio nei paesi più vaccinati (vedi GB). Ci sarebbe da ridire anche sulla scelta del nome. Alfa, Beta, Gamma, Delta, cioè quella "quarta ondata" che se l'avessero chiamata col suo nome, avrebbero reso troppo palese le loro politiche terroristiche e gufesche.

Silvana De Mari ci informa ieri, sempre sulla Verità, che la Società Italiana di Pediatria (SIP) riceve 78.000 euro all'anno dalla Glaxo. Ecco perché tanta fretta da parte dei Pasdaran della Siringa. L'ultima parola ai genitori: solo loro possono opporsi con veemenza e fermezza a questa ricerca forsennata di cavie umane, a partire dalla sempre più giovane età. Non cedete ai ricatti che inevitabilmente salteranno fuori sulla "sicurezza a scuola". Non cedete alle minacce del "o siringa o mascherina perenne". Non fatevi spaventare se ci saranno quelli che marchiano con l'etichetta di "piccolo untore", il vostro bambino non vaccinato. Questa non è scienza, è solo un rigurgito di superstizione oscurantista. E non dimenticate che al governo c'è il partito del Forteto e di Bibbiano, quello che vuole togliervi la "patria podestà" sui vostri figli per parcheggiarli nelle case-famiglia o presso coppie LGBT. Dall'esproprio proletario, all'esproprio della prole. Il ddl Zan e l'abbassamento dell'età vaccinale sono tutte sfaccettature di uno stesso infame disegno. Vale la pena di ricordare che i piani del NWO del dott. Richard Day rivelati da un insider, scaturirono proprio da un raduno di pediatri in Pennsylvania. Qui il ripasso.

Si tratta di un documento vecchio, ma oggi in via di spedita realizzazione. Ma che filantropi, che benefattori dell'umanità, questi pediatri! Senza denaro con la moneta elettronica, col DNA modificato, senza prospettive sui figli sospinti sempre più sotto la "protezione" dello stato che ora si arroga il diritto dell'educazione gender nelle scuole e della vaccinazione coattiva. Questo è il futuro che ci spetta se non ci sarà un forte sussulto di orgoglio. Una risposta molto risoluta.

Nessuno osi toccare i bambini! Non ne avrete che del Male.

S. Teobaldo di Provins

Più sbraitano e irrigidiscono le regole più è evidente la loro paura di aver fallito completamente. Non convinceranno le masse che rifiutano a fare da cavia per le sperimentazioni di massa

06 JULY 2021

 

Ecco in un tweet l'ultima sconcertante dichiarazione di Matteo Bassetti, l'infettivologo del S. Martino di Genova, che poi è lo stesso ospedale dove è deceduta la giovane Camilla Canepa, dopo la somministrazione di un vaccino Astrazeneca. Poi c'è Pregliasco detto Pirlasco. Lui ha un'altra geniale trovata: non far più lavorare chi non si vaccina. A ben vedere va ancora più in là della stessa epidemia allorché molti posti di lavoro vennero catastroficamente andati perduti a causa delle chiusure. Massì! Sbattiamo sul lastrico ancora un po' di disoccupati, dato che non bastano. La Sanità "virtuosa" si fa anche così.



Non si può fare a meno di citare il katanga sessantottino al seguito di Capanna oggi in veste di luminare in camice bianco - quello che riempiva sale di rianimazione immaginarie e che fu pure smentito dai suoi stessi sanitari dell'ospedale Sacco di Milano. Parlo di Massimo Galli che va prezzemolando per ogni talk ed ogni emittente tv scuotendo il capo. E' riuscito perfino a presenziare a due talk contemporaneamente, come i famosi fustini di detersivo per la lavatrice: paghi uno e pigli due.


L'invadenza, la pervasività e il prezzomolismo mediatico del resto, sono la cifra di tutti i virologi, infettivologi, immunologi da un anno e mezzo a questa parte. Come gli altri due di sopra , del resto. Dal vietato vietare sessantottino, il "vecchietto" Galli è passato al "vietato uscire di casa". E Meluzzi (da ex sessantottino pure lui) si chiede il perché. Semplice: ora che "l'immaginazione è andata al Potere" , non hanno più alcun bisogno di fare i libertari e di lottare contro la "repressione" del cosiddetto "Sistema". Ora il "Sistema" sono loro e pertanto la repressione sono loro a gestirla. Bassetti e Galli hanno finto di litigare tra di loro per social e per talk, come due... galli nel pollaio. Il primo passava per "aperturista", e il secondo era nettamente "chiusurista". In realtà si tratta di una commedia grottesca tutta giocata tra di loro. Bassetti vuole rinchiudere i "non vaccinati", Galli invece gioca più grottescamente per il "tutti dentro", reclusi nelle galere domestiche.

Non ho citato la Capua ("sta fora de Capua", diceva di lei Montesano nelle sue satire, a proposito delle sue strampalate richieste di restrizioni. Una delle quali era quella di separare nonni da nipoti e di trascorrere il Natale da soli per non creare contagi tra parenti). Crisanti, Ricciardi, Burioni sembrano felici solo di augurarci il nostro male e il morbo come i monatti di manzoniana memoria. Manca loro solo il carretto con cadaveri accatastati e con tanto di lugubre campanello .

Infine per la "par condicio" ecco un addetto alla repressione sanitaria "di destra": Guido Bertolaso.


"Non possiamo ancora mandare i carabinieri a casa di chi non vuole vaccinarsi". Peccato, eh? Coi carabinieri c'est plus facile. A che titolo Bertolaso si permette di parlare in questo modo? Lui non è un ministro né un politico né ha cariche istituzionali, se non legate alla logistica di una regione. Perciò non deve permettersi di fare di queste larvate minacce, oltretutto fortemente lesive dei diritti costituzionali. Vale la pena di sottolineare il linguaggio generale di esplicita criminalizzazione rivolto a chi non si vaccina usando termini come "stanare" (Bonaccini) e "latitanti", come si indica per i criminali. I cittadini perbene devono passare alla controffensiva, perché qui ormai il troppo è troppo! A dare l'imprimatur a questi "arruolati speciali" c'è l'Istituto Pasteur di Francia che preconizza di confinare solo i "non vaccinati". Si dà il caso che proprio in Francia coloro i quali non si vaccinano siano quasi la maggioranza d'Europa. Dunque, non, propriamente una minoranza. E che pure da noi saremmo a oltre il 30%.


Gli scopini italioti in camice bianco (vedi anche Bassetti), si sono già prontamente allineati alla regola dell'Obbedienza. Al di sopra del Pasteur, c'è il WEF (World Economic Forum) di Schwab (qui, in proposito, una guida su come manipolare le coscienze e indurre alle vaccinazioni) e l'ombra sinistra (mai aggettivo fu più appropriato) del Grande Reset. Le loro malefatte e menzogne si aggiungono a malefatte e menzogne. Tuttavia non riusciranno a resettare le nostre vite. Per questo dobbiamo resistere con ogni mezzo.

S. Maria Goretti

I vaccini sperimentali vengono bucati dall'evoluzione dei virus e allora a che serve il pezzetto di carta digitale che ti fa sentire privilegiato? In Italia è arrivato il momento dello zoccolo duro che non vuole fare da cavia

16 JULY 2021


La differenza c'è e si vede. Mentre in Italia si blatera ancora di pallone sulle diatribe tra il Prefetto e i due goleador Bonucci e Chiellini, in Francia si combatte per la sopravvivenza. Per l'aria che respiriamo, per la libertà che abbiamo dalla nascita, ma che vogliono toglierci in modo accanito e protervo. Per il ripristino delle libertà democratiche e costituzionali conculcate e per il contratto sociale bruscamente strappato dal novello Luigi XVI in versione petit Louis, ai suoi cittadini. Micron le Petit, del resto è un programma: decide tutto da solo nelle segrete stanze dell'Eliseo. E ora fa pure la voce grossa, parlando di 45.000 euro di multa più un anno di galera per quegli esercenti che non richiedono il pass sanitario ai loro avventori. La mia impressione è che Macron vada in cerca di guai come Luigi XVI. «Liberté, liberté», «Non à la vaccination obligatoire», «on n'est pas des cobayes». "Non siamo cavie". "Le pass ne passera pas", #Le pass de la honte. Sono questi gli slogan da parte di migliaia di persone, onesti cittadini che il peggior servizio pubblico televisivo (il nostro) liquida come "no vax". Aggiungo che nemmeno i giornaloni francesi della gauche-caviar come Le Monde e l'Express hanno il coraggio di etichettarli in questo modo, poiché sanno che si tratta di semplici cittadini che non vogliono sottostare al siero genico sperimentale per il tramite dell'inganno, del raggiro e del ricatto: il pass. Ma noi abbiamo tutto il peggio del peggio in fatto di pennivendoli. prezzolati.

A proposito dei quali, smentisco categoricamente che migliaia di persone in Francia corrano a vaccinarsi. Non è vero. La Francia si conferma la nazione d'Europa più scettica al vaccino e vanta al suo attivo due virologi di chiara fama mondiale: Luc Montagnier e Didier Raoult. Due veri onesti ricercatori, non le virostar vanesie, disoneste e vacue che abbiamo da noi. Per questo Micron le Petit cerca di fare la voce grossa e gonfia il petto come quella rana che crede di essere un bue. Mentre il popolo francese sfida i lacrimogeni e le botte della polizia, da noi si discute sui diritti delle "minoranze" sessuali e su quel ddl Zan che è stato fatto passare per un voto al Senato, grazie alla diserzione del centrodestra. Gli italiani hanno sopportato 16 mesi di arresti domiciliari e ora al 31 luglio, il governo Draghi sta per prorogare lo stato di emergenza, come se non fosse già abbastanza tutto quel che abbiamo subito. Recita così un proverbio marinaro: "Da una razza (cioè da un pesce largo e piatto ) non può saltare fuori un gattuccio (cioè un pesce lungo simile a uno squaletto). Metafora che ben si adatta alla mentalità italiana, pavida e pusilla. Capisco che gli italiani "tengono famiglia" più dei francesi, ma propongo questa galleria di filmati di varie città d'Oltralpe in queste ore di rivolta, per far capire che le misure liberticide prese da Micron , hanno dei sodali micidiali in Italia: Letta, già docente alla Sorbona e amico di Macron, il Pd, il M5s, una Lega narcotizzata "di governo" (e non più di piazza) e Farsa Italia con gli europeisti alla Tajani. Poi c'è la Meloni che finora non è mai passata dalle parole ai fatti. Ribellarsi al pass della vergogna è un dovere morale, umano e civile. Pensare di aver bisogno di un tampone, di un lasciapassare per bere un cappuccino e per mangiare una pizza è semplicemente disgustoso e rivoltante. Un abominio dei diritti civili, umani e costituzionali. Non vanno accettate in nessun modo nemmeno le misure edulcorate e compromissorie (si fa per dire) di un pass all'Italiana volute da Salvini e Gelmini che limiterebbero l'uso del green pass agli stadi, alle discoteche e ai teatri.. Sui principi di libertà, giustizia e sulla lotta alla discriminazione vaccinale, non esistono deroghe e non si deve negoziare.


A Parigi protestano e manifestano. E in molte altre città della Francia come Lille, Bordeaux, Montpellier, Perpignan, Lione, Metz, Strasburgo, Annecy, Marsiglia, Clermont Ferrand, Vichy, La Rochelle, Tolosa, St. Etienne, Dunkerque, Aix-en-Provence e numerose altre...

Giorno di Nostra Signora del Carmelo

...e che la Beata Vergine schiacci col piede la testa della serpe che avvolge e avvelena il mondo cercando di renderlo prigioniero...

Viva la filosofia del calcio nazionale che spazza via le cariatidi delle mascherate ad oltranza

13 JULY 2021


Il trucco c'è e si vede. Lo abbiamo visto nelle gimkane, nei caroselli, nei bagni di folla, nella coppa Uefa portata in giro con un bus aperto per le vie di Roma come la Madonna pellegrina. Lo abbiamo visto perfino nell'incontro a Palazzo Chigi con un Draghi beato, sorridente e smascherato, come se la vittoria fosse sua. In Mattarella che nello stadio di Wembley pareva un gufo rannicchiato col complesso di inferiorità, ma che poi ha alzato le braccia rinsecchite in segno di esultanza dopo il primo goal di pareggio verso la squadra inglese. Per non dire degli abbracci visti a Palazzo Chigi, con un menagramo in mascherina come Speranza messo finalmente lì nell'angolo in disparte (nessuna telecamera se lo filava manco di striscio). Quel che voglio dire è semplice: se solo il calcio permette di disobbedire (come è giusto) a tutti i divieti liberticidi che ci hanno angariato in tutti questi 16 mesi, allora calcio sia! A Genova hanno sfondato i cordoni dei divieti sul numero chiuso per avere accesso ai maxischermi della piazza principale. Hanno tentato di mettere al pubblico, la clausola di "mascherina, distanziamento, Green Pass", o altra App, ma non ci sono riusciti. Irrefrenabili! I tifosi hanno sfondato transenne e picchetti. Del resto molti governatori e i sindaci hanno "consentito" l'installazione di maxischermi per le partitelle secondarie come Ucraina, ,Svizzera, Portogallo ecc. E allora come è possibile poi negare ai tifosi l'accesso alla finale Inghilterra contro Italia? Bisogna avere lo stesso sadismo di quelli che negavano la partita a Fantozzi proponendogli per l'ennesima volta la proiezione del film sovietico "La Corazzata Potemkin" con sottotitoli in lingua bulgara! E del resto, il regime comunista e tiranno è sempre quello delle assurdità idelogiche.

Ho guardato i comportamenti dei tifosi da una piccola angolazione e li ho pure fotografati. Il baretto della piccola borgata marinara che mi ha ospitato durante le vacanze si è allestito a proprie speso il maxischermo ex-aequo con i ristoratori vicini. Poi hanno allungato i tavoli, permettendo ai tifosi di portarsi la "schiscietta" da casa. L'importante era consumare bibite. Sembrava di essere tornati ai primi tempi della televisione in Italia dove la brava gente semplice si riuniva in quei bar nei quali c'era un teleschermo per i quiz di Mike Bongiorno. La finale è andata avanti fino a tardi con tempi supplementari e i rigori. I boati, le parolacce contro gli inglesi, i cori sgangherati e tutto l'armamentario di prammatica delle partite di calcio. Grido liberatorio finale a vittoria conquistata, bottiglie di spumante che si stappavano, mortaretti, bengalini e fuochi d'artificio lanciati sull'acqua, baci abbracci, saltelli insieme con lo slogan "chi non salta un Inglese è " e così via.

Due cose: sono stata umanamente contenta per la vittoria degli Azzurri, ma sotto sotto si è fatto largo il sospetto che sia stata la vittoria di "questa Ue" che detesto, e che la "nazionale" di calcio si sia prestata ad un gioco più grande di lei, contro i perfidi albionici della Brexit umiliati a casa loro. E del resto parla chiaro la copertina del giornale scozzese "The National" che ritrae il ct Roberto Mancini in costume da "Braveheart". Ma ce n'è anche per loro, gli Inglesi.

I loro hoolingan che hanno picchiato selvaggiamente gli italiani, fischi all'inno di Mameli, il tricolore calpestato, si sono sfilati in fretta la medaglia d'argento dei "secondi arrivati", hanno abbandonato il campo e nessuna autorità inglese ha mostrato quel che si chiama "spirito sportivo"., rimanendo lì sul podio, a fare da padrone di casa. Sì, ce n'è anche per loro perché potevano risparmiarsi l'inginocchiamento ipocrita e stupido dei BLM, tanto più che poi nei loro social hanno violentemente attaccato i loro tre calciatori negretti, rei di aver fatto perdere la loro squadra ai rigori. E allora a che gioco ipocrita giochiamo? Inginocchiarsi in solidarietà di gruppi marxisti violenti e promotori dell'iconoclasta "cancel culture", per poi attaccare i loro stessi giocatori di colore nati in territorio britannico? E poi che razza di Brexit volete fare con un paese che permette perfino la sharia islamica nei loro tribunali?


Ovviamente non condivido neanche lo spirito di pavida accondiscendenza dell'inginocchiamento dei nostri. La Fiesta, ma che bella ma che bella questa Fiesta andrà avanti ancora a lungo. Dopotutto un po' di sabbia negli occhi serve a non farci pensare a quello che verrà e a quel che hanno in mente per tenerci ancora al guinzaglio. Ma insomma, per il momento siamo al carpe diem. E già che ho citato il tormentone della Carrà, vale la pena di sottolineare che la "Carrambata" funebre in memoria della Raffa nazionale, è andata avanti per una settimana con Virginia Raggi che ha consentito processioni su processioni di curiosi davanti al feretro della soubrette , ospitato in Campidoglio. Tanto per non dimenticare: la Raggi fu quella che istigò alle delazioni se a Villa Borghese c'era qualche malcapitato che violava "il lockdown". Detta istigazione alla delazione è stata fatta anche per le mascherine. I parenti delle vittime bergamasche (e non solo) non hanno potuto porgere nemmeno l'estremo saluto ai propri cari a causa di protocolli volutamente disumani e crudeli. In compenso, ad una celebrità conosciuta solo in tv , sono stati permessi interminabili cortei e affollamenti. La Raggi si vergogni.

Ma consoliamoci. Domani dopo gli "assembramenti" dell'allegra "variante Azzurra", saranno già in agguato i soliti lugubri bollettini sanitari con i corvacci menagrami dei virologi a cui l'onda lunga calcistica ha rubato loro la scena in tv. E' stato bello credere per un momento di esserceli tolti dalle palle, per il tramite del Pallone!

S. Enrico

Le vaccinazioni sperimentali producono morti questi sono i dati ufficiali statunitensi

Ultim’ora: in Usa 2000 morti a settimana dopo i vaccini



Ormai saltano tutti i conti: il 14 luglio scorso, riprendendo i dati del Vaers americano riferiti alla data del 3 luglio, avevo riferito dei 9048 morti post vaccino, adesso il conteggio della settimana successiva che arriva al 9 luglio si ha un aumento di di duemila morti e così il conto arriva a 10.991. Questo mentre le segnalazioni di effetti avversi sono arrivate a oltre 463 mila. Se si tiene conto che sono sono solo segnalazioni e che quindi riportano solo una modesta fetta della realtà si può immaginare quale sia il tributo che le popolazioni occidentali sono obbligate al Moloch farmaceutico e a quello finanziario che gli sta alle spalle. Per il resto che dire si contano 30 781 ospedalizzazioni, 59 402 ricoveri in pronto soccorso, 2885 paralisi di Bell, 2487 choc anafilattici, 19,814 reazioni allergiche gravi, 3906 infarti, 2466 casi di miocardite, 2552 casi di trombocitopenia e 8832 casi di grave pericolo di vita. Tutti gli altri dati potete trovarli sulla pagina del Vaers e magari confrontarli con quel del mio post del 13 luglio per vedere di quanto sono aumentati i numeri.

Ma almeno quelli americani ci sono, sia pure in forma di punta dell’iceberg, mentre quelli europei son o ormai metafisicamente manipolati perché ogni giorno vengono cancellati i vecchi e immessi i nuovi, rimanendo però intorno alla cifra dei 5.437, il che ovviamente dimostra la maggiore dipendenza della burocrazia sanitaria, ma anche dei singoli medici da Big Pharma.

Lo stregone maledetto c'è riuscito ha privatizzato la sanità pubblica. Sancito anche nella pubblica amministrazione il precariato a vita. Il voto inutile ai partiti attuali succubi della finanza internazionale

Addio a concorsi e contratti stabili. La sanità polverizzata da Brunetta

di Redazione Contropiano
11 luglio 2021

La notizia è stata scoperta da un sito specializzato (AssoCareNews), perché ormai l’informazione ufficiale (quella che pretende di essere l’unica “attendibile e certificata”) preferisce lasciare nell’ombra la tempesta sociale preparata dal governo Draghi.

In sintesi:

Il Ministro Brunetta ha presentato nei giorni scorsi davanti al Senato il DL 80/2021, con cui si appresta a fare una “piccola grande rivoluzione” nel mondo del lavoro pubblico.

Per quanto riguarda per il reclutamento di professionisti iscritti ad albi (come Infermieri, Medici e Professioni Sanitarie), le pubbliche amministrazioni potranno ricorrere più facilmente a tipologie di contratto quali:
Contratto di lavoro subordinato a tempo determinato;
Conferimento di incarichi di collaborazione con contratto di lavoro autonomo.

Si ufficializza dunque il precariato in un settore strategico devastato per 30 anni con i tagli di spesa e i regali alla sanità privata.

E ogni operatore sanitario si chiederà a questo punto come si fa a gestire un ospedale o un pronto soccorso con gente che oggi c’è, domani chissà…

Per essere assunti i professionisti dovranno iscriversi in un apposito elenco digitale sul Portale del reclutamento del Dipartimento della funzione pubblica.

Il rinnovo dei contratti è legato mani e piedi al raggiungimento degli obiettivi valutato annualmente. In caso di mancato raggiungimento vi è l’impossibilità di rinnovo per legge. Dunque, interi ospedali e singoli reparti potranno restare all’improvviso svuotati di personale e dunque impossibilitati ad operare.

Non male come insegnamento della pandemia, no? O forse, semplicemente, Brunetta non ci capisce niente e si affida agli “spiriti animali” degli imprenditori della sanità privata, che lo riempiono di “buoni consigli”…

La durata massima dei contratti sarà comunque di 3 anni + 2 rinnovabili.

Per quanto riguarda gli incarichi di collaborazione, il conferimento avverrà con procedure “più accurate e maggiormente comparative di quelle previste fino a ora”.

Si va quindi verso un addio ai concorsi. Secondo quanto si legge, la selezione avverrà prima di tutto scremando fra i curricula e con modalità di comparazione dei profili avvalendosi anche di test digitali, forse anche a distanza. Un bell’algoritmo e via, fatta la selezione, il paziente si faccia il rito scaramantico che preferisce, alla faccia del giuramento di Ippocrate e del dettato costituzionale.

Se qualcuno pensava che il governo Draghi avrebbe investito di più nella sanità, visto il disastro certificato dalla pandemia, è bene che se ne faccia una ragione: il Recovery Plan approvato dall’Unione Europea non prevede spese sociali considerate “inutili”.

Dovete morire prima, questa la parola d’ordine lanciata – non da ora – da Bruxelles e Francoforte.

Chatcontrol - la guerra in atto in Euroimbecilandia tra falchi e colombe se la Bce diventi banca centrale di ultima istanza non elimina la volontà di coartare diritti garantiti nelle Costituzioni degli stati

Chi controlla Chatcontrol?

Gabriele Cruciata
17 luglio 2021

Il 6 luglio il Parlamento europeo ha approvato in fretta e furia un regolamento assai controverso denominato Chatcontrol. Come suggerisce lo stesso nome, il regolamento consente alle piattaforme digitali che offrono un servizio di messaggistica di poter controllare le chat private degli utenti.

Si tratta di un regolamento emergenziale la cui scadenza è fissata a tre anni e ha come obiettivo quello di trovare e segnalare materiale pedopornografico e tentativi di adescamento di minori.

Nonostante il tema oggetto di contrasto sia già sensibilissimo, Chatcontrol stimola delle riflessioni che saranno sempre più urgenti nel futuro prossimo. In sostanza, il punto è capire quanta importanza diamo ad alcuni diritti e ad alcuni crimini e quanto siamo disposti a cedere sui primi per far sì che i secondi siano più facili da reprimere o prevenire. Lo ha detto anche il giurista Innocenzo Genna, specializzato in questioni di privacy online: “È una questione di proporzionalità e il rischio è quello di abituarsi all’ipersorveglianza”.

Va detto che ad un certo – alto – grado di ipersorveglianza siamo già abituati. Per fare un esempio, qui su War abbiamo già parlato del riconoscimento facciale, della diffusione selvaggia delle telecamere nelle nostre città e delle conseguenze che questo può avere per la nostra libertà e i diritti politici delle minoranze. Ma Chatcontrol va oltre: siamo alla sorveglianza della nostra presenza privata e non più di quella pubblica. Una cosa che solo pochissimo tempo fa ci avrebbe fatto pensare alla Stasi e che oggi è realtà in Unione Europea.

(foto: Unsplash)

In effetti a preoccupare non è tanto Chatcontrol in sé, quanto una sua eventuale mala-applicazione e – soprattutto – dell’impatto culturale che potrà avere. Se dovesse passare e affermarsi il concetto che è ok farsi leggere le chat per evitare casi di pedofilia o (magari in futuro) di terrorismo, violenza sessuale o altro, allora potremmo ben presto trovarci di fronte a scenari un bel po’ orwelliani.

La velocità e i numeri con cui è stato approvato il regolamento fanno tra l’altro trasparire una mancanza di discussione. A fronte di 537 voti favorevoli, ci sono stati solo 133 voti contrari e 24 astenuti. In un articolo sul tema, Wired ha anche spiegato che molti eurodeputati hanno denunciato una specie di clima da pensiero unico, in cui ogni opinione contraria era immediatamente tacciata di essere a supporto della pedofilia. “È una scelta presa su un tema delicatissimo e con cui non si può essere in disaccordo che rischia però di diventare un enorme esperimento sociale”, ha detto Genna.

Occorre ricordare che è probabile che la Corte di Giustizia europea (che semplificando potremmo assimilare alla Corte costituzionale italiana) possa annullare il tutto per incompatibilità con alcuni dei principii chiave su cui si basa l’Ue. Il problema è che – a causa delle lungaggini della Corte da un lato e della brevità del nuovo regolamento dall’altra – qualora arrivasse, questo verdetto arriverebbe dopo un periodo lungo di piena attività.

Allargando il discorso, bisogna poi notare che Chatcontrol mette a dura prova un paio di concetti ormai ben solidi nell’immaginario digitale collettivo europeo. Il primo è il meccanismo della crittografia end-to-end, al momento il meccanismo più sicuro per garantire che la piattaforma di messaggistica non possa spiare cosa viene detto grazie alla piattaforma stessa. Da oggi le piattaforme potranno dotarsi di sistemi che di fatto aggirano la crittografia, mandando in soffitta il diritto alla riservatezza delle conversazioni.

Il secondo tema che inizia a traballare è la neutralità della piattaforma. Cioè: la piattaforma è responsabile di ciò che viene detto su di essa? Di base la risposta sarebbe negativa, ma tra normative antiterrorismo che impongono l’obbligo di rimozione dei contenuti e facoltà di controllo antipedofilia, questo principio è sempre meno scalfito nella pietra.

Supponiamo infatti che un minore caschi preda di un pedofilo che lo ha adescato tramite messaggistica online. È possibile senz’altro che quella piattaforma possa finire a processo per non aver evitato qualcosa che in potenza avrebbe potuto fermare. D’altro canto però quella stessa piattaforma potrebbe aver ottenuto nel frattempo l’accesso a moltissime informazioni private sui propri utenti che altrimenti non avrebbe potuto ottenere.

Insomma, il quadro è fumoso almeno quanto Chatcontrol stesso. Quello che è sempre più certo è invece che nei prossimi anni dovremo sempre più combattere per dei diritti che pensavamo esser scontati. E tutto in nome della sicurezza digitale: quanta riservatezza siamo disposti a barattare per sentirci più sicuri da pedofili, terroristi e altri criminali?


La guerra in seno ad Euroimbecilandia verte se la Bce diventi formalmente banca centrale prestatore di ultima istanza o continui a fornire elementi per portare avanti il Progetto Criminale dell'Euro

Il coprifuoco a Barcellona ha il sapore di assist: Bce sull’orlo di una crisi (di debito)

16 Luglio 2021 - 21:12

Nel giorno in cui la Catalunya suona l’allarme, spuntano rumors di scontro totale in vista del board del 22 luglio. E un grafico mostra come «quota 42%» sia diventata il Rubicone tra falchi e colombe


La notizia è finita in fretta nel novero dell’ormai quotidiana contabilità emergenziale: da domani, a Barcellona torna il coprifuoco notturno. Lo ha comunicato la Corte superiore di Giustizia della Catalunya come misura di contrasto al dilagare dei contagi da variante Delta. Praticamente, Natale a Milano senza il panettone. Perché Barcellona che chiude la propria movida a metà luglio, nel pieno della stagione turistica, equivale a una resa. Eppure, ad oggi il sistema sanitario iberico non segnala criticità particolari a livello di ospedalizzazioni o decessi.

Certo, i contagi sono esplosi ma come in gran parte d’Europa, Nessuno però, a parte l’Olanda, era ancora ricorso a misure così drastiche. Ma c’è un’altra notizia che non ha goduto della grancassa mediatica, rilanciata da Bloomberg che ne ha ottenuto l’esclusiva tramite una sua fonte sotto anonimato: in vista del board del 22 luglio, lo scontro in seno alla Bce sarebbe esploso. Tanto da costringere un portavoce dell’Eurotower a trincerarsi dietro un laconico no comment e a spingere i funzionari interpellati a definire le discussioni in divenire sempre più intense e surriscaldate. Vero? Falso?

Il problema, paradossalmente, non risiederebbe nemmeno nella fondatezza della notizia. Tanto più che i rumors sottolineano come la seconda questione dirimente - ovvero, le modalità di prosecuzione del Pepp verso la fine dell’anno - non sarebbe in agenda per la prossima settimana e vedrebbe la resa dei conti già rinviata di comune accordo a settembre. Cosa sarebbe quindi al centro della disputa? Il cambiamento di linguaggio rispetto alle politiche di stimolo monetario contenuto nelle bozze che i vari membri del board avrebbe cominciato a visionare. Di fatto, l’aggettivo persistente che Christine Lagarde ha utilizzato con il Financial Times per definire lo status operativo del nuovo veicolo di sostegno che nascerà dalla mutazione proprio del Pepp dopo il marzo 2022.

Nominalismi, insomma. Ma la criticità sottostante appare un’altra, al di là dei contenuti. L’unica questione a importare, infatti, è quale fra le due fazioni - falchi e colombe - abbia avuto interesse di far giungere a Bloomberg la notizia della frattura in seno al Consiglio, vera o presunta. Perché se fosse stata l’ala rigorista, tradirebbe la consegna del silenzio fino ad ora sposata dalla Bundesbank, talmente in modalità tattica da non replicare alle accuse di alterazione della realtà rispetto alla decisione all’unanimità sul cambio di target inflazionistico nel recepire la policy review.

Se invece fosse stata l’anima espansiva incarnata da Christine Lagarde, Isabel Schnabel e Fabio Panetta, allora il collegamento - quantomeno temporale - con la notizia giunta da Barcellona avrebbe un senso. Perché evidenziare l’esistenza di una minaccia di frattura nelle politiche di sostegno, proprio mentre una delle città-simbolo della movida si chiude nuovamente a causa della pandemia, equivale ad affiggere sul muro un manifesto con la scritta Wanted e il simbolico volto di Jens Weidmann. E se così fosse, questo tradirebbe una crescente tensione fra le colombe in vista del 22 luglio.

Il motivo? Lo mostra questo grafico,

Fonte: Jefferies International/Bce

elaborato da Jefferies International proprio su dati Bce: gli ultimi dati relativi ai programmi di Qe, infatti, evidenziano come dal 2020 in poi gli acquisti dell’Eurotower abbiano operato un matching pressoché perfetto con le nuove emissioni di debito sovrano dei governi dell’eurozona. Di fatto, la Bce oggi detiene quasi il 42% di tutto l’outstanding di debito pubblico, divenendo creditore privilegiato e pressoché assoluto. Prestatore di ultima istanza, nei fatti. Bancomat per il finanziamento diretto dei deficit e la monetizzazione dei debito, se a descrivere la dinamica fossero invece i falchi.

Una cosa appare certa: dentro il palazzo di Francoforte, questa volta qualcosa scricchiola veramente. Per il semplice fatto che quel grafico presuppone l’esistenza di due approcci, antitetici: ritenere quel 42% un Rubicone invalicabile, al fine di evitare di sprofondare in una trappola del debito auto-alimentante e senza più via d’uscita. Oppure, guardare a quel punto di non ritorno come il cavallo di Troia che garantisca la trasformazione del Pepp in strumento strutturale e non più emergenziale e temporalmente delimitato.

E, conseguentemente, spalancare la porta anche alla sistemicità obbligata di un principio di emissioni europee comuni per finanziarlo. Nei fatti, i prodromi sotto mentite spoglie degli Eurobond. Non fosse così, difficilmente si spiegherebbe una concentrarsi di tensioni simili attorno al board del 22 luglio, sulla carta chiamato a una mera ratifica di quanto concordato a maggioranza - e non più tardi di una settimana fa - in sede di policy review. Il futuro dell’Europa, forse, passa da Barcellona.



Mali il fallimento del colonialismo francese

Mali? Una sconfitta per Onu e Francia


17 luglio 2021

Che cosa succede in Mali. L’analisi di Giuseppe Gagliano

L’attuale fallimento della missione francese in Mali non deve destare particolari sorprese poiché la situazione conflittuale attuale ha non soltanto una genesi storica antica ma è il risultato di una situazione estremamente complessa.

Il conflitto è iniziato nel 2012, ed è iniziato con la dichiarazione di successione del cosiddetto Azawad, un territorio desertico del Nord successione alla quale poi si è aggiunta successiva invasione del Nord da parte di forze islamiste sostenute da formazioni autoctone.

Se inizialmente i gruppi islamisti attivi erano tre – Ansar Dine, Mujao e Aqmi -, allo stato attuale vi è stata invece una frammentazione dei gruppi islamisti, che hanno tuttavia un obiettivo comune: e cioè asservire il Mali alla legge della Sharia. Proprio per questa ragione gli episodi di lapidazione, mutilazione, distruzione di mausolei considerati iconoclasti dagli integralisti islamici sono stati – e sono – all’ordine del giorno.

LE RAGIONI DELLE TENSIONI IN MALI

Una delle ragioni – ma certo non la sola – dell’attuale conflittualità sociale dipende dalle implicazioni assolutamente nefaste del colonialismo francese: non dimentichiamoci infatti che il Mali è diventato indipendente dalla Francia nel 1960.

Una seconda ragione dipende dalla permanente conflittualità tra diversi gruppi etnici e cioè bambara, i fulani, i sarakole, i senufo, i dogon, i malinke e i tuareg. Inoltre la popolazione, che è musulmana per oltre 80%, è concentrata per più del 40% in aree urbane.

Ora, al di là del drammatico tasso di analfabetismo che supera il 65%, un’altra ragione della conflittualità presente in Mali dipende da un lato dalle ricche risorse naturali (oro, fosfati, sale, uranio, gesso, granito, giacimenti di bauxite, ferro, stagno e rame), e dall’altro lato dalla scarsità di terra, che è sempre più contesa anche per una semplice quanto drammatica ragione climatica: l’avanzata del deserto.

Una quarta motivazione è legata ad uno scontro tra pastori nomadi di etnia fulani e agricoltori stanziali di etnia dogon. Ebbene, questo conflitto si può definire una vera e propria lotta per la vita. Tra questi due gruppi vi sono – allo stato attuale – soltanto scontri perché entrambe le popolazioni hanno bisogno sempre di più di terra. La loro insomma è una lotta per la sopravvivenza.

Ma l’attuale deriva conflittuale è tuttavia anche la conseguenza del fatto che la situazione nelle province del Nord del Mali era già critica.

Inoltre, negli ultimi anni, sia i caschi blu dell’ONU che i militari francesi sono stati oggetto di numerose imboscate mortali nella regione di Gao e di Timbuktu. Allo stato attuale la situazione è talmente fuori controllo che ormai le autorità non sono più in grado di stabilire se questi attacchi giungano da frange dei movimenti islamisti o invece dal fronte Tuareg. Infatti sono proprio queste zone, cioè le zone calde, dove si gioca ormai il futuro del Mali.

LA PERDITA DI CREDIBILITÀ DELLE MISSIONI

A questo punto sia l’operazione Serval che l’operazione francese Barkhane non hanno più alcuna credibilità come seppure implicitamente ha fatto comprendere Macron. Infatti, nonostante la presenza negli anni passati di quasi 8000 soldati effettivi, queste non hanno alcun controllo del territorio e soprattutto non sono in grado di prevenire i giochi di alleanze che islamisti e Tuareg alternano ormai da molto tempo.

A tutto ciò dobbiamo anche aggiungere le fondate accuse di corruzione e complicità nel traffico di armi che riguardano la regione.

Se le truppe francesi sono oggetto di costante bersaglio, analogamente l’operazione ONU denominata Minusma è stata fatta oggetto di attacchi sia da parte degli gruppi terroristici che da parte dei Tuareg. L’efficacia dell’azione terroristica è tale che questa è stata in grado di raggiungere anche il sud del Mali.

In ultima analisi, se l’Afghanistan ha rappresentato per la Nato e per gli Stati Uniti una plateale sconfitta, il Mali – almeno fino allo stato attuale – rappresenta una evidente sconfitta soprattutto per l’Onu, per l’Europa ed, in particolare, per la Francia.

LA CRISI IN MALI E L’ITALIA

Per quanto riguarda il nostro paese, gli accordi bilaterali volti a contrastare il terrorismo e soprattutto l’immigrazione clandestina sono certamente comprensibili e necessari, come fra l’altro dimostra la nostra partecipazione alla “Task Force Takuba”, operativa in Mali da marzo del 2020, che è stata istituita inizialmente dalla Francia e da altri 13 Paesi europei.

Come sappiamo, questa missione ha come scopo quello di contrastare le attività dei gruppi armati nella regione dell’Africa occidentale in stretto coordinamento con gli eserciti del Mali e del Niger. Proprio in questo contesto di collaborazione deve essere letta la visita di Di Maio il 6 maggio al suo omologo Al Hamdou Ag Ilène, con il quale ha presenziato alla firma di un accordo di pace tra le comunità del Nord del Mali.

Tuttavia, un esame critico delle operazioni militati fino adesso condotte lascia emergere con molta evidenza il fallimento delle operazioni fino a qui condotte dall’Occidente. Siamo persuasi insomma che il Mali potrebbe rappresentare un altro Afghanistan. Quindi, anche se la nostra presenza è necessaria e comprensibile, dobbiamo renderci conto realisticamente che il nostro contributo sarà assolutamente marginale e non modificherà in alcun modo la situazione attualmente presente.

In Euroimbecilandia gli stati devono scomparire anzi no

MOBILITÀ
Macron dovrà soccorrere l’industria auto della Francia? Report Le Monde



17 luglio 2021

In Francia l’industria dell’auto chiede aiuto a Emmanuel Macron di fronte ad una transizione energetica “devastante”. L’articolo di Le Monde

La filiera francese dell’industria automobilistica – scrive Le Monde – chiede 17,5 miliardi di euro di sostegno statale per accompagnare la graduale scomparsa del motore a combustione senza rotture sociali.

Il Presidente della Repubblica dovrebbe ricevere, lunedì 12 luglio, all’Eliseo, un’industria automobilistica particolarmente preoccupata. Emmanuel Macron dovrebbe fare il punto della situazione del settore un anno dopo l’attuazione del piano di salvataggio nell’estate del 2020 e soprattutto in vista degli arbitrati del “Green Deal” della Commissione europea, previsto per mercoledì 14 luglio. Tutti si aspettano decisioni radicali: riduzione drastica delle emissioni di CO2 dell’automobile e divieto del motore a combustione entro il 2035.

“Questa accelerazione avrà conseguenze devastanti”, avverte Luc Chatel, presidente della Plateforme filière automobile (PFA), l’ente pubblico che rappresenta il settore e i suoi 400.000 posti di lavoro in Francia. “Se a questo aggiungiamo il futuro standard Euro 7 in preparazione, che si preannuncia molto severo, e le decisioni locali di divieto, come la fine del diesel nel 2024 a Parigi, ci ritroviamo con l’obbligo di muoverci molto rapidamente verso un’unica soluzione tecnologica che è l’auto elettrica a batteria. In altre parole, la Commissione getta via cento anni di know-how europeo e sceglie invece una tecnologia in cui i cinesi sono dieci anni avanti a noi”.

Il signor Chatel, con una delegazione di alcuni dei principali capi e sindacalisti del settore, perorerà quindi la causa di un’industria centenaria coinvolta in un vortice di trasformazioni senza precedenti. “Ci sono due scenari: quello del declino, con il rischio di vedere scomparire 100 000 posti di lavoro entro il 2035, ma anche quello del recupero, che implica un forte sostegno dello Stato che stimiamo in 17,5 miliardi nei prossimi quattro anni”.

Per “fare un successo della batteria elettrica”, il PFA ritiene che le autorità pubbliche dovrebbero iniziare accelerando – con una A maiuscola – l’attuazione delle stazioni di ricarica rapida pubbliche. “Alla fine di marzo 2021, la Francia ne aveva solo 31.000. Dovremmo avere 100.000 stazioni di ricarica entro la fine dell’anno”, nota il signor Chatel, “e ne abbiamo bisogno di 700.000 entro il 2030. C’è stato uno sforzo, ma siamo ancora lontani. Abbiamo bisogno di un vero cambio di passo, un piano Marshall di 8,5 miliardi di euro per i terminali entro il 2025”.

Il settore vuole anche evitare una retrocessione della Francia nella seconda divisione dell’industria delle auto a zero emissioni. La PFA ritiene che per mantenere la sua posizione, la Francia dovrebbe essere in grado di rappresentare il 20% del mercato europeo delle batterie, il 25% del mercato dell’idrogeno e il 25% del mercato dell’elettronica di potenza, che è una componente essenziale di un’auto elettrica, entro il 2030. Per sostenere questa ambizione, il settore avrebbe bisogno di aiuti per 9 miliardi di euro da qui al 2025, di cui 6,6 miliardi solo per l’industria delle batterie.

Ridurre il divario di competitività all’interno dell’Unione Europea


L’altra grande richiesta dei produttori del settore è una riduzione del divario di competitività all’interno dell’Unione Europea. “In Francia, il prezzo di costo della fabbricazione di un veicolo è di 600 euro più alto che nell’Europa dell’Est e di 300 euro più alto che nell’Europa del Sud”, spiega Luc Chatel. Il PFA chiede anche un aiuto alle PMI francesi per la loro robotizzazione, che è molto in ritardo rispetto agli equivalenti paesi industrializzati (compresa la Cina), così come un aumento del fondo sociale per sostenere questi cambiamenti, che attualmente ha 50 milioni di euro.

Al fianco del signor Chatel e degli appaltatori del settore, i rappresentanti dei lavoratori porteranno le loro rivendicazioni. “Se la fine dell’energia termica è annunciata per il 2035, ne prenderemo atto”, dice Valentin Rodriguez, segretario federale della federazione FO-Metals, “ma deve essere fatto senza rotture sociali e con un buon livello di aiuti per la transizione. La questione per i sindacati sarà soprattutto la localizzazione francese della produzione di auto elettriche e dei loro componenti. Su questo punto, i produttori devono anche cambiare il loro programma”, nota il signor Rodriguez. Sarebbe utile creare o rilanciare il marchio Made in France.

Su questo tema del “made in France”, la questione del futuro delle auto ibride ricaricabili, dotate di un motore a combustione interna che dovrebbe essere vietato, sarà probabilmente un tema scottante. “Molti di loro escono dalle fabbriche francesi”, sottolinea Luc Chatel. D’altra parte, i sostenitori di una transizione rapida ritengono che sarebbe un errore strategico aggrapparsi ad essa. “Gli ibridi non soddisfano gli obiettivi climatici”, dice Diane Strauss, direttore per la Francia della ONG Transport & Environment. “Per essere competitivi e raggiungere la parità di prezzo tra auto a combustione ed elettriche nel 2026, i produttori devono concentrarsi sul 100% elettrico”.

(Estratto dalla rassegna stampa di Epr)

è proprio il vaccinismo così cieco e assoluto da tollerare anche preparati non sperimentati e da ignorare il numero assolutamente abnorme di reazioni avverse, la scarsa efficacia dei preparati e i dubbi sulla loro azione, ad essere tipico del pensiero magico

Odifreddi o del pensiero banale



Ci sono diversi tipi di pensiero, quello scientifico, quello filosofico, quello artistico, quello letterario e poi c’è il pensiero banale che mette la propria sagacia nell'imitarli tutti parendo intelligente, profondo e originale, ma non essendo altro che un collage del già detto e dunque un prodotto assolutamente inautentico. Questo è anche il pensiero che piace al potere perché è cortigiano senza darlo a vedere ma è anche falsamente ribelle o alternativo, rappresenta insomma l’ideologia dominante appena uscita dal chirurgo plastico e per gli stessi motivi piace agli uomini senza fantasia come avrebbe detto Proust. Naturalmente il mondo brulica di pensiero banale e alcuni interpretano al meglio quel peggio che rappresentano: se dovessi fare dei nomi per quanto ci riguarda direi che due nomi spiccano sugli altri per notorietà e vacuità, ovvero Galimberti che plagia anche quando non copia e Odifreddi che si atteggia a sacerdote e più spesso a ventriloquo della scienza, salvo nei momenti in cui si dedica a pellegrinaggi religiosi, un uomo insomma che copre tutto l’arco costituzionale del mainstream per così dire. Ogni tanto a dire la verità ha qualche stravaganza rispetto al pensiero banale che è poi anche quello unico, come, per esempio quando si ostina a credere nell’esistenza delle razze sfidando il geneticamente corretto o quando accenna o quando è stato protagonista del noto incidente sulla shoa, ma proprio per questo deve dare maggiori attestazioni della sua affidabilità come cane da pastore delle greggi contemporanee. Che non si metta in dubbio che Piergiorgio è il miglior amico dell’uomo di potere, nonostante l’irrequietezza.

Quindi non avevo dubbi che prima o poi avrebbe dovuto sacrificare l’agnello grasso alla pandemia e alla pseudoscienza e l’ha fatto una settimana fa su Domani di Carlo de Benedetti, riuscendo a sintetizzare come non mai l’identità editore – autore. Ma non avevo nemmeno dubbi sul fatto che questo sacrificio sarebbe stato culturalmente il più banale, scontato e ripetitivo che si potesse immaginare. Infatti il nostro , armato non scienza, ma di scientismo, dice che essere antivaccinisti ( ma naturalmente non prende in considerazione il fatto che non si tratta dei vaccini in generale, ma di questi vaccini) e parla di regressione vero il pensiero magico, quando è del tutto evidente ( ma credo che Odifreddi non abbia letto né Frazer , né Levy Strauss, né Malinowski, né De Martino) che è proprio il vaccinismo così cieco e assoluto da tollerare anche preparati non sperimentati e da ignorare il numero assolutamente abnorme di reazioni avverse, la scarsa efficacia dei preparati e i dubbi sulla loro azione, ad essere tipico del pensiero magico. Questo infatti ha una caratteristica di base, quello di non essere costruito sulla negazione di qualcosa, che è invece tipico del pensiero razionale, ma sulla asserzione di qualcosa, sulla costruzione di associazioni empatico – simbolico – sacrali fra cose ed eventi. Proprio chi vede nei vaccini il Santo Graal esercita il pensiero magico. In attesa che Odifreddi si faccia una cultura in fatto di antropologia ed etnografia invece di fingerla, è meglio sorvolare su un intervento al di sotto di ogni aspettativa che non parla di problemi e di etica, ma solo in favore della bancarella di Big Pharma e che si conclude in maniera imbarazzante con una un tentativo di sommergere il lettore con una raffica di imparaticcio sulla proteina spike che è veramente sconfortante, se non fosse in primo luogo ridicolo. Vale la lettura come sforzo di adeguamento alla verità imposta.

Talmente ridicolo che ci si chiede immediatamente come mai questo tuttologo spacciato come argento mentre è semplice alpacca, abbia avuto tanto successo. E so che moltissime persone, anche di una certa età non lo ricordano, ma Odifreddi è stato circa quarant’anni fa una sorta di Solgenitsin a ore: nel 1983 Odifreddi si trovata in Unione Sovietica ufficialmente per motivi di studio quando a Genova Viktor Pronine, un agente di Mosca venne arrestato con l’accusa di spionaggio industriale. I sovietici per ritorsione lo trattennero per qualche mese assieme ad altri due altri italiani ossia il giornalista Luigi Vismara de Il Giorno che era corrispondente dall’Urss e un trafficante d’arte, Michelangelo Mazzarelli, in realtà di casa a Mosca che in seguito venne implicato nel trafugamento di un prezioso libro dalla cattedrale di Bari che poi ha restituito molti anni dopo per l’intervento diretto di Putin invocato da rettore della chiesa russa della città pugliese. Facile intuire che nel clima della guerra fredda il “martire” Odifreddi, qualunque cosa stesse facendo in Russia, è balzato in primo piano tanto che nel medesimo anno cominciò ad insegnare all’Università di Torino, nonostante titoli non proprio eccelsi diventando pian piano personaggio pubblico.

A questo punto non vorrei aver dato l’impressione che Odifreddi sia un cretino: niente affatto, è un buon affabulatore e un decente polemista, nonostante sia anche un pessimo divulgatore, solo che la gravità del pensiero unico lo attrae con la forza di una stella di neutroni e qualsiasi tentativo di riguadagnare lo spazio aperto si risolve in una ulteriore discesa. A un certo punto ritorna nell’orbita assegnata, quella che tra l’altro gli garantisce una lucrosa visibilità, come gli accadde quando in nome di una razionalità subalterna al potere si scagliò contro chi osava mettere in dubbio la versione ufficiale dell’ 11 settembre, ed escludendo che fosse possibile ciò che poi è stato invece provato. Sarà così anche con i vaccini, ma con la vergogna di aver dato man forte ad una strage di libertà.

17 luglio 2021 - News della settimana (9-16 lug 2021)

La mossa del cavallo. Cina e Russia insieme comprano Cuba spiazzando completamente la strategia dell'Impero Statunitense

ESTERI
Venerdì, 16 luglio 2021
Cuba torna al centro della guerra fredda. Biden segue Trump e sfida Putin-Xi

Cina e Russia convinte che dietro le proteste ci sia la mano degli Usa. Biden segue la stessa linea del predecessore. E l'isola torna terreno di scontro globale

di Lorenzo Lamperti


"Patria o morte", si urlava a Cuba ai tempi della rivoluzione. Oggi, però, per le strade de L'Avana risuona uno slogan diverso: "Patria e vita". Quanto sono cambiati i tempi, da quando i cubani si liberavano da un regime filo americano per diventare la spina (socialista) nel fianco del gigante a stelle e strisce. Ora l'isola torna improvvisamente (e inaspettatamente) al centro non solo di proteste interne ma anche dello scenario geopolitico globale. Se è vero che Stati Uniti e Cina (con Russia sullo sfondo) stanno proponendo un'edizione rivista e corretta della guerra fredda, Cuba ne è di nuovo (come nella prima versione) uno degli snodi cruciali.

Cuba, i motivi alla base delle proteste

Era da 60 anni che il regime castrista non era bersaglio di proteste così decise. E ora lo diventa, ironia della sorte, dopo i primi segnali di transizione politica, visto che Raul Castro, fratello di Fidel, ha di recente trasmesso il potere a Miguel Diaz-Canel. Ma nella sostanza nulla è cambiato. Anzi. Le libertà civili, politiche ed economiche non sono aumentate e i cubani si sono riversati nelle strade non tanto per un singolo evento improvviso ma per un accumulo di motivi. La mancanza ricorrente di elettricità, l'assenza di prodotti alimentari, un'economia in via di fallimento e, da ultimo, il peggioramento della crisi pandemica.

Cuba, come Trump ha fatto retromarcia sulle aperture di Obama

La situazione di Cuba è a dir poco complessa. Dopo le aperture di Barack Obama, e il simbolico momento del concerto dei Rolling Stones, ci si aspettava una stagione di apertura e avvicinamento verso gli Usa e l'occidente. E invece tutto è cambiato. Donald Trump ha cambiato politica imponendo dure sanzioni e il regime cubano è tornato a chiudersi a riccio. Il Covid-19 ha fatto il resto, con il crollo del settore turistico, uno dei comparti fondamentali dell'economia dell'isola e la riluttanza del governo locale nel comprare sieri dall'estero ha fatto sì che al momento solo il 16% della popolazione sia totalmente vaccinata.

La differenza con le proteste di massa del passato

Già negli anni novanta, dopo la caduta del "grande protettore" sovietico, l'economia cubana era sull'orlo del collasso e ci furono proteste imponenti. Ma ora l'utilizzo di internet e dei media digitali non solo rende più semplice organizzare manifestazioni di massa ma consente anche di vedere le immagini della repressione delle autorità e delle forze di sicurezza. Il blocco di internet non è considerato per ora strategico dal governo, che incassa circa 80 milioni di dollari al mese dalle altissime tariffe di connessione, senza contare la trasmissione delle rimesse dall'estero.

Prime timide aperture di Diaz-Canel, ma resta la retorica anti Usa

Diaz-Canel sta provando a dare qualche concessione, per esempio abolendo i dazi sulle importazioni di cibo e medicinali. Ma la retorica dominante resta quella della crisi causata dall'estero, vale a dire dagli Stati Uniti. Il governo addossa tutte le responsabilità alle sanzioni degli Stati Uniti, portate avanti "per distruggere la rivoluzione socialista". Questa "situazione complessa", ha detto Diaz-Canel, è stata sfruttata "da coloro che non vogliono realmente che si sviluppi la rivoluzione cubana o un rapporto civile e rispettoso con gli Stati Uniti".

Biden non cambia la linea Trump su Cuba

Un riferimento all'amministrazione Trump, certamente, che ha imposto più di 200 misure contro Cuba in quattro anni. Tra le entità colpite anche, Fincimex, che gestisce le rimesse in entrata a Cuba. Le sanzioni avevano costretto Western Union a sospendere i servizi con Cuba, lasciando molti cubani americani senza mezzi legali per inviare soldi alle loro famiglie. Ci si attendeva che con l'arrivo di Biden alla Casa Bianca potesse cambiare l'approccio alla questione cubana. Così come accaduto con la Cina, non è stato così. Anzi. Biden ha confermato tutte le sanzioni e le restrizioni imposte da Trump, nonostante in campagna elettorale avesse garantito l'opposto.

Biden, niente dialogo: "Cuba stato fallito, dare la libertà al suo popolo"

E in un discorso molto duro delle ultime ore ha definito Cuba uno "stato fallito che reprime i propri cittadini". Biden ha aggiunto che sta valutando diverse opzioni "per aiutare il popolo cubano, ma richiederebbero altre circostanze o la garanzia che queste non andranno a vantaggio del governo". Appare dunque chiaro che anche Biden manterrà la linea trumpiana e la sua linea si sia incanalata sullo scontro non solo politico-diplomatico, ma anche ideologico.

Russia e Cina: "Dietro le proteste a Cuba ci sono gli Usa"

La contrapposizione torna proprio come ai tempi della guerra fredda. La Russia sostiene che dietro le proteste ci sia la volontà degli Stati Uniti di fomentare una "rivoluzione colorata" a Cuba, aggravando le condizioni economiche dei cittadini per favorire un cambio di regime, come ha dichiarato la portavoce del Cremlino, Maria Zakharova. La stessa linea della Cina, con il ministero degli Esteri di Pechino che sostiene che Washington utilizzi le sanzioni come arma politica.

Per ora mancano i missili, ma il livello dello scontro intorno a Cuba si sta alzando, coi due schieramenti contrapposti che stanno prendendo posizione. Uno scenario che non semplifica, ma semmai complica la soluzione della questione e soprattutto allontana un futuro migliore per i cubani.

Chatcontrol - gli algoritmi sulla strada medesima dei tamponi farlocchi, depistano deviano sono inutili creano falsi positivi. Certo che in Euroimbecilandia non ne azzeccano una

CHATCONTROL/ Le domande che bocciano il “Grande fratello” anti-pedofilia dell’Ue

Pubblicazione: 16.07.2021 - Alessandro Curioni

Bastano alcune semplici domande per fare emergere tutti i limit del Regolamento dell’Ue “Chatcontrol” recentemente approvato

Il Parlamento europeo (LaPresse)

Detto da padre non esiste crimine più abbietto di quello commesso contro i minori. Abusare fisicamente o psicologicamente di un bambino è un’aberrazione così come intrufolarsi nella sua vita privata, spiarlo per poi esporre a sconosciuti la sua intimità. Allora mi chiedo, sempre da padre, come sia stato possibile che il Parlamento europeo abbia approvato il Regolamento denominato “Chatcontrol” che, ironia della sorte, dovrebbe contrastare proprio la diffusione di materiale pedopornografico.

Se l’obiettivo è sacrosanto, le modalità sono come minimo discutibili. Per com’è stato strutturato il provvedimento l’analisi sarà effettuata in modo indiscriminato su tutti i sistemi di messaggistica attraverso un’intelligenza artificiale. Si pone subito il problema dei “bias” ovvero dei pregiudizi che possono affliggere un algoritmo intelligente. La storia insegna che il problema dei falsi positivi si è manifestato con notevole frequenza, quindi possiamo immaginare come un considerevole numero di segnalazioni erronee passeranno al vaglio del personale del provider che secondo la norma rappresenta il secondo livello di controllo.

A questo punto centinaia di chat, foto, video privati, il più delle volte probabilmente innocui, saranno visionati da perfetti sconosciuti (immaginate la beffa se tra loro si nascondesse un pedofilo).

Francamente, detto da padre, non sono favorevole al fatto che la foto in completo intimo inviata da mia figlia a un’amica, per sapere se le sta bene, sia visionata da un operatore di Facebook. Detto da professionista, invece, mi domando come verranno “aggirati” i sistemi di crittografia end-to-end, posso immaginare che saranno predisposte delle “backdoor” che di fatto comprometteranno la sicurezza della comunicazione cifrata. Di conseguenza come saranno protetti questi “canali nascosti” dai non autorizzati? Quali controlli e contromisure saranno adottati? Se un’organizzazione criminale riuscisse a infiltrarsi le conseguenze sarebbero catastrofiche, se invece a farlo fosse un servizio segreto sarebbe inquietante.

Infine, questa volta da cittadino, mi domando se veramente la nostra civiltà deve cedere alla necessità che “il fuoco si combatte col fuoco”, “la violenza con la violenza” e la violazione di una norma con un’altra violazione. Cosa direbbe oggi Benjamin Franklin? Lo stesso uomo che più di due secoli or sono affermò: “Un popolo che rinuncia alla libertà per la sicurezza non merita né libertà né sicurezza”.


Il CROLLO CLIMATICO, il terzo giocatore della Strategia della Paura, prima di entrare in campo già soggiace a contraddizioni e critiche. Poracci

UE TASSA LA CO2/ Il promemoria di Australia e Usa sul destino dell’industria europea

Pubblicazione: 16.07.2021 - Paolo Annoni

La reazione di Australia e Usa al piano europeo per ridurre le emissioni di CO2 ricorda le ripercussioni che l’industria europea rischi di subire

Ursula von der Leyen, Unione Europea, bandiere turche (LaPresse)

Il Green New Deal europeo presentato all’inizio di questa settimana dalla Presidente della Commissione ha già suscitato reazioni nei partner commerciali dell’Unione. Il risvolto “commerciale” di un piano con cui si impongono alle imprese europee nuove tasse per indirizzare in senso green la produzione, infatti, non può che essere l’introduzione di dazi all’importazione. Se così non fosse le imprese europee si troverebbero fuori competizione nei confronti di società che hanno fabbriche in Paesi che non hanno ancora o non avranno mai regole ambientali simili. Ursula von der Leyen è quindi obbligata a “risolvere” il dilemma con dazi all’importazione, promettendo però che tutto avverrà nel rispetto delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Questo ottimismo forse è mal riposto. Ieri il Governo australiano per bocca del ministro del Commercio ha dichiarato che “se l’Unione europea introduce dazi sui prodotti che arrivano nell’Unione europea, l’Ue sta trattando diversamente i prodotti interni all’Unione rispetto a quelli importati”. Conclusione: “Guarderemo molto attentamente a ciò che fanno. L’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno è l’introduzione di nuove politiche protezionistiche.” L’imposizione di questi dazi, assumendo un dato contenuto di CO2, è oltretutto complicato e apre a infiniti dibattiti vista la “complessità” del tema che è sempre a rischio di tanta ideologia. Basterebbe indagare, per dire, su cosa finisce nelle batterie o nei pannelli solari, da dove vengono e come vengono prodotti; oppure su quello che accade alla scadenza della loro vita utile.

È inevitabile quindi che i partner vedano un rischio protezionistico mentre i cittadini europei dovrebbero pagare di più per prodotti che appena fuori dai confini costano meno o molto meno. Gli incentivi ad aprire canali alternativi e poi il controllo sono quindi un tema irrisolto.

Anche gli Stati Uniti non staranno a guardare. John Podesta ha dichiarato, in merito ai dazi verdi che l’Europa si appresta a introdurre, che “potrebbero far ritornare a frizioni commerciali”. Ci si riferisce in questo caso a quelle dell’era Trump. L’Amministrazione Biden di fronte alla possibilità che l’Europa imponga dazi alle importazioni verso l’America potrebbe rispondere introducendo a sua volta dazi contro le esportazioni europee. Non avrebbe scelta per non alienarsi il “suo” mondo produttivo. L’Europa impone dazi sulle importazioni di alcuni beni che importa e si aspetta che alcuni di quelli che esporta continuino a viaggiare liberamente perché inequivocabilmente “verdi”. Siccome su quello che produce o non produce inquinamento c’è tantissima ideologia e moltissima discrezionalità, i rischi di incomprensione sono evidenti. Qualcuno potrebbe dire che un diesel di ultima generazione che va a gasolio verde, per dire, inquina di meno di una batteria fatta estraendo materie prime in un Paese africano, con tutto il contorno, e piena di chimica irriciclabile.

Se il buongiorno si vede dal mattino quello che sta emergendo è la possibilità che si arrivi a una seria contrapposizione tra l’Europa e i suoi partner commerciali. Il rischio vero è che la politica europea stretta dalle pressioni esterne e da quelle interne, fatte da consumatori che di tutto hanno bisogno tranne che di pagare di più beni di largo consumo, scelga di andare avanti sull’ideologia, punendo comunque le aziende che producono in Europa, senza alzare barriere commerciali, impossibili, e per non ammazzare di costi i propri consumatori. La vittima è l’industria europea, All’inizio non si percepirebbe, poi arriverebbe tutto l’impatto di questa politica.

La scadenza degli obiettivi climatici di Cina e degli Stati Uniti, 2050 o tra una generazione e mezza, apre ampi spazi sulla velocità con cui si possono raggiungere. Nessuno sembra avere voglia di buttare via un mondo, quello degli idrocarburi, senza il quale gli incrementi di produttività che ci hanno permesso il nostro stile di vita, e un aumento di qualche decennio della vita media, sarebbero stati impossibili. Le rinnovabili certamente possono essere sviluppate e incentivate, ma senza ammazzare nel frattempo quello che c’è e comunque sempre in modo intelligente e compatibile con la vita di milioni di persone che non hanno voglia di tornare a lavare i vestiti a mano. Se l’Europa vuole essere la prima o la più veloce deve essere coerente e diventare autarchica, si spera impensabile, pena la fine del suo sistema industriale. Altrimenti, prima o poi, dovrà spiegare ai suoi cittadini e ai disoccupati che cosa è successo.

Non oggi ma da sempre le multinazionali vengono in Italia fanno i loro interessi anche con i lauti e gustosi aiuti di stato e poi se ne vanno, una lezione che la politica dei nostri politicanti non riesce ad imparare ma che a ogni pie sospinto apre bocca e riempie l'aria di rendere l'Italia sempre più appetibile per gli investitori esteri. Stupidi patentati!

SPY FINANZA/ Fuga delle imprese e guai industriali che l’Italia del Ddl Zan non vede

Pubblicazione: 16.07.2021 - Mauro Bottarelli

Le imprese, appena possono, se ne vanno dal nostro Paese. L’industria europea non vive un momento facile, ma l’Italia politica litiga sul ddl Zan

Lapresse

Siamo letteralmente sulla Luna. Viviamo in un Paese il cui Parlamento è paralizzato dal dibattito sulla legge Zan e, nel frattempo, tutto intorno comincia a bruciare. Fatevi una domanda: come mai le multinazionali continuano a licenziare e chiudere fabbriche nel nostro Paese? Nell’arco di una settimana, già tre. Prima Gkn e Giannetti, balzate agli onori delle cronache solo per i metodi poco urbani con cui è stato comunicato ai lavoratori che era licenziati.

Poi, il caso più civile e soft della Bayer, la quale a fronte dello stop alla sede di Filago, nella bergamasca, ha però affrontato la crisi con approccio da welfare nordico: ha ricollocato essa stessa gran parte dei 62 lavoratori lasciati a casa, garantendo anche la metà della retribuzione annua lorda nei primi 12 mesi del nuovo lavoro. Un applauso. Resta però il fatto: la Bayer, multinazionale tedesca nota in tutto il mondo, se ne va. E non da un’area depressa del Sud, bensì dall’operoso e infrastrutturalmente competitivo Nord. E pur di potersene andare, si sobbarca anche i costi e un’operatività da job center. Dovrebbe far riflettere. Senza contare poi i capitoli aperti da una vita come quello della Whirlpool a Napoli.

Nemmeno l’amuleto Draghi è riuscito a frenare questa emorragia. L’unica che conta davvero. Perché signori, parliamoci chiaro: tutti gli altri indicatori economici, ora come ora, contano zero. Perché manipolati. E non dal Governo, bensì dalla Bce e dal regime di deroghe, supporti, aiuti e blocchi emergenziali posti in essere come risposta al Covid. I quali, a meno che la variante Delta non corra paradossalmente in soccorso della Banca centrale e dei governi, imponendo una loro prosecuzione forzata, ora cominciano a scadere.

È il caso, ad esempio, del blocco dei licenziamenti. E qui, ennesima pantomima. Qualcuno dice che i dati parlano di un corsa alla ristrutturazione non appena scaduto il divieto, altri invece rassicurano e anzi sottolineano la volontà di molte aziende di assumere. Dove sta la realtà? Mistero, per ora. Di sicuro c’è solo l’altezza in continua crescita della pila di pratiche che giace sul tavolo dei ministri Orlando e Giorgetti, non a caso costretti a convocare i management di Gkn e Giannetti per l’ondata di sdegno suscitata dalle modalità di comunicazione del loro addio. FDI, un acronimo che pesa per l’economia di un Paese: Foreign Direct Investment, investimenti esteri diretti. Di fatto, la cartina di tornasole dell’attrattività di un Paese, del suo essere business friendly.

Capite perché l’Europa ci impone la riforma della giustizia come condizione sine qua non per ottenere i fondi del Recovery Plan e Mario Draghi e la ministra Cartabia spingano in maniera forsennata perché questa arrivi in Aula già entro luglio? Qui non c’entra la logica delle leggi ad personam o del cosiddetto salva-ladri che tanto piace a certi Robespierre, qui siamo di fronte a un Paese che ha dovuto fare i conti nel recente passato con il caso Eni-Nigeria al Tribunale di Milano. Quale multinazionale si fiderebbe a investire i propri soldi in un Paese simile, plasticamente rappresentato in questa impietosa immagine relativa ai tempi infiniti di processi civili e commerciali rispetto al resto d’Europa?


Non a caso, non appena la congiuntura lo rende possibile, se ne vanno (dopo aver fatto lautamente i propri interessi). Alcuni in maniera un po’ banditesca e dopo aver usufruito di sgravi e aiuti, altri in maniera civile come la Bayer. Ma resta un fatto: se ne vanno. E attenzione, perché questo grafico parla molto chiaro su quanto attende l’intera Europa in autunno. Mostra il sondaggio condotto fra le aziende dell’eurozona dalla Commissione Ue in vista della pubblicazione, avvenuta mercoledì, del dato Eurostat sulla produzione industriale. Il quale ha lanciato l’allarme: l’industria dell’area euro, dopo il rimbalzo record del primo trimestre, già rallenta (Domanda ed Offerta, da anni sono diminuiti i redditi delle masse ed ora se ne vedono gli veri effetti). E la variante Delta non c’entra. Quantomeno, non ancora.


La produzione industriale a maggio ha registrato un decremento mensile dell’1% dopo il +0,6% di aprile (rivisto da +0,8%) contro le attese del mercato di un -0,2%. Calo anche su base annua, visto che la produzione ha registrato un aumento del 20,5% contro previsioni di un +22,2% e dopo il +39,4% del mese precedente (rivisto da +39,3%). Non è un buon segnale. Anzi. E quel grafico va oltre. Perché dimostra plasticamente l’impennata vissuta nelle ultime settimane dalla criticità che i manager aziendali europei ritengono prioritaria come voce di limitazione della propria produttività: la scarsità di componenti. Soprattutto, microchip, semi-conduttori e circuiti integrati. Ma non solo, perché i prezzi alle stelle delle materie prime – in ossequio all’inflazione transitoria – e ora anche dei trasporti merci via container rischiano solo di aggravare ulteriormente la situazione, in vista delle riaperture totali dell’autunno.

Insomma, si rischia l’effetto rimbalzo del gatto morto. Oltretutto con la Cina che rallenta e che ha esaurito il proprio impulso creditizio con almeno due mesi di anticipo rispetto al ciclo di picco normale. E non basta, perché proprio ieri la TMSC, leader mondiale dei microchip con sede a Taiwan (di fatto, controllata da Pechino, la quale ha infatti posto vincoli legali alla decisione delle major di investire in Arizona), ha detto chiaramente che l’attuale regime di carenza di materiale si protrarrà certamente anche per parte del 2022. E senza quei semi-conduttori, salta tutto. Mercato dell’auto ma anche tech: pc, tablet, smartphone, tv di ultima generazione. Tutto. E a queste dinamiche, Bce e governi possono solo mettere una pezza monetaria. Niente più.

Non a caso, Angela Merkel – dopo aver inutilmente cercato di promuovere e accelerare una svolta europea sulla produzione domestica di microchip -, ha forzato i tempi in patria. Detto fatto, Bosch ha investito 1 miliardo di euro in un nuovo impianto a Dresda che entrerà in funzione a pieno regime già a settembre. E noi, cosa facciamo alla luce di dinamiche simili e della fuga continua di aziende estere dal nostro Paese? Paralizziamo il Parlamento per la legge Zan. Complimenti.