L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 dicembre 2021

Ripetere giova. Portiamo a casa di Cingolani ed eredi le scorie radioattive

Perché l’Italia non può rinunciare al nucleare. Parola del ministro Cingolani a Ft



Perché l'Italia non può rinunciare al nucleare. Parola del ministro Cingolani a Ft

Cosa ha detto su rinnovabili e nucleare il ministro della Transizione ecologica Cingolani al Financial Times

Roberto Cingolani ha un messaggio schietto per gli italiani che si oppongono a nuove turbine eoliche o parchi solari nella loro zona.

“L’alternativa è sbarazzarsi della propria auto, niente aria condizionata, niente telefono cellulare, niente internet”, ha detto il ministro italiano per la transizione energetica al FT in un’intervista. “I cittadini devono capire questo”.

Cingolani, un fisico e un accademico, è stato nominato da Mario Draghi, il primo ministro, quest’anno per guidare una rinnovata spinta a ridurre le emissioni di carbonio in Italia. È responsabile della spesa di circa un terzo della quota di 200 miliardi di euro dell’Italia del fondo di recupero per la pandemia di 800 miliardi di euro dell’UE.

L’Italia è il più grande beneficiario del fondo. Il denaro dà a Roma, sotto la guida di Draghi, un’opportunità unica in una generazione di riavviare la sua economia dopo due decenni di stagnazione, con la transizione verde al centro dei suoi piani del fondo di recupero.

Cingolani ha fissato l’obiettivo di produrre almeno il 70 per cento dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, un grande passo avanti rispetto all’impegno del 55 per cento che Roma ha formalmente preso con l’UE. Il livello attuale è del 34 per cento.

Negli ultimi anni, il passaggio dell’Italia alle rinnovabili si è arrestato. Tra il 2015 e il 2020, solo 2 gigawatt di capacità eolica e 3GW di solare sono stati messi online, su una capacità totale installata di 116GW, secondo gli analisti di Ember, un gruppo di campagna.

Le rinnovabili rappresentano solo il 17% del mix energetico totale dell’Italia, lasciandola dipendente dal costoso gas naturale, il 95% del quale è importato. “Il nostro mix energetico è molto povero”, ha detto Cingolani.

Il paese è stato duramente colpito dai recenti aumenti del prezzo del gas. Il governo ha già stanziato 3 miliardi di euro per aiutare le famiglie più povere e le piccole imprese a pagare le bollette e sta preparando un ulteriore pacchetto di aiuti per il prossimo anno.

L’Italia ha bisogno di triplicare la sua capacità di generazione da eolico e solare entro il 2030, ha detto Cingolani. “Non c’è un piano B”.

L’obiettivo sarà probabilmente una forzatura, data la nota burocrazia italiana e la frequente resistenza politica ai nuovi progetti infrastrutturali. Il ministro ha detto che 3GW di progetti di energia rinnovabile sono attualmente bloccati a causa di obiezioni sull’impatto sul paesaggio e sul patrimonio.

Snellire le lunghe procedure amministrative per sbloccare la crescita è uno dei principali obiettivi del piano di ripresa dell’Italia.

Cingolani ha detto che da quando Draghi si è insediato a capo di un governo di unità nazionale a febbraio, dopo il crollo della precedente amministrazione, l’Italia ha attuato una “semplificazione molto potente” delle regole e delle procedure per autorizzare nuovi progetti. I funzionari hanno stimato che il tempo necessario per ottenere un permesso per un progetto infrastrutturale potrebbe essere tagliato da 1.200 a 270 giorni, “che è il migliore della classe”, ha detto.

Il governo centrale ha anche adottato nuovi “poteri di sostituzione”, che gli permettono di scavalcare le autorità regionali e locali e altri organismi in caso di ritardi prolungati nell’autorizzazione di progetti di infrastrutture.

Cingolani ha detto che il fondo di ripresa dell’UE – con 27 miliardi di euro destinati alla decarbonizzazione della produzione di energia e dell’industria – porterà il paese solo in parte verso l’obiettivo UE di emissioni nette di carbonio zero entro il 2050. “Vedo il piano di ripresa come il booster del razzo che deve andare dalla Terra a Marte. La sfida è che tra cinque anni i soldi finiranno”, ha detto.

Anche se l’Italia ha eliminato gradualmente la produzione di energia nucleare a seguito di un referendum nel 1987, dovrebbe considerare di riportarla indietro, ha detto Cingolani. Era “troppo tardi” per usare il nucleare per aiutare a raggiungere gli obiettivi del 2030 per le energie rinnovabili, perché il settore ora manca di investimenti e competenze, ha detto. Ma ha sostenuto che entro il 2050, la domanda di elettricità pulita sarà cinque volte quella che l’Italia sperava di generare nel 2030 e quindi tutte le tecnologie, compresi i piccoli reattori modulari, devono essere prese in considerazione.

“Non sono un fan del nucleare, sono un fan dell’innovazione”, ha detto Cingolani, che è entrato nel governo dalla società di difesa Leonardo, dove era chief technology officer.

Precedentemente direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, si è descritto come un “ministro tecnico. Non sono molto politico”.

Alla domanda se sarebbe stato possibile portare l’opinione pubblica con lui sulla massiccia espansione delle rinnovabili, è stato candido: “Come altrove, la risposta è no”.

Tuttavia, era importante “non fare dell’energia un’ideologia”, ha detto. I governi devono essere “molto ragionevoli”, soprattutto quando si tratta di aumentare il prezzo del carbonio.

Roma ha precedentemente espresso dubbi sui piani dell’UE di estendere lo schema di scambio delle emissioni alle abitazioni e ai trasporti, che aumenterebbero le bollette energetiche per i consumatori. Ha detto che vuole capire l’impatto economico sulle famiglie prima di dare la sua benedizione.

“Vogliamo fare cose buone, ma nel frattempo ci sono problemi sociali”, ha detto Cingolani. “La sostenibilità è un compromesso”.

(Estratto dalla rassegna stampa di eprcomunicazione)

Da una parte gli Stati Uniti che lavorano sull'Ucraina e fanno lievitare il prezzo del gas, dall'altra gli euroimbecilli che mettono una fantomatica tassa sulla CO2 il tutto fa lievitare alle stelle il gas. E noi popolo bue dobbiamo pagare le loro maledette strategie

La fuga all’europea di Draghi



Quella del covid non è la narrazione più inquietante e totalmente al di fuori della realtà che ci investe, anzi è nulla di fronte alla santificazione di Draghi per permettergli di fuggire indenne verso il Quirinale, alla barzelletta quasi oscena di un boom economico che viene raccontata da un’informazione senza più ritegno e al tentativo di addossare i guai non al “vile affarista” del Britannia e men che meno all’Europa delle oligarchie e della disuguaglianza, ma a vaghi fattori globali che accontentano gli imbecilli. Soprattutto si sta tendendo di assolvere Bruxelles dall'aumento straordinario dei prodotti energetici che a gennaio prossimo si farà sentire con un aumento delle bollette del 60 % secondo Nomisma (61% gas, 48% energia elettrica). Invece è proprio colpa delle autorità continentali come dimostra il fatto che mentre i costi del gas naturale sono stati sempre abbastanza allineati tra Europa e Usa adesso non si potrebbe avere una maggiore divergenza: 41 euro al Mwh negli Stati Uniti contro i 121 dell’Europa. Altro che fenomeno globale e sappiamo benissimo che su questa crescita stratosferica che si contrappone a una diminuzione in Nord america giocano molti fattori tra cui la stupida guerra alla Russia che contribuisce potentemente a diminuire le riserve, l’idea di ricorrere al mercato spot e soprattutto il sistema dei diritti di emissioni della Co2, un sistema, supportato da teorie climatiche, ma in realtà inventato per favorire la grande industria sulle attività più piccole: ad ogni modo questi diritti che in realtà non diminuiscono di un grammo l’emissione di Co2, vanno oggi dagli 80 ai 100 euro a tonnellata di Co2 un costo triplicato rispetto all’inizio dell’anno.

Tutto questo enfatico meccanismo che alla fine si scarica sui cittadini che pagano il conto ( le grandi aziende possono anticipare i costi, ma poi li scaricano sui consumatori) è un potente motore di inflazione, basti pensare che il sistema dei diritti di emissione pesa direttamente sulla produzione energetica con un aumento di costi incredibili, che arrivano a 25 centesimi a kilowattora prodotto col metano. tutto questo non ha niente a che vedere con situazioni globali, ma invece col malgoverno locale ed europeo e grazie a tutto questo quasi il venti per cento delle famiglie nella fascia di reddito medio avrà difficoltà a pagare le bollette nel 2022, mentre nelle fasce più popolari il disagio colpirà tutti. Ma forse visto che siamo in pieno boom economico come dicono gli idioti dei giornaloni saranno tutti in grado di pagare agevolmente. Non ha importanza se in termini reali i salari reali sono diminuiti e cominciano proprio adesso ad andare in picchiata ( meno 15 per cento per gli infermieri, scelgo questa professione simbolica di questi tempi) , se 154 mila attività autonome hanno chiuso, se i prezzi degli immobili sono calati del 15%, caso unico nel continente dove invece c’è stato un aumento medio del 26 per cento. E questo è il meno perché con l’efficientamento energetico necessario a fermare il riscaldamento globale che è ormai un mito catastrofista piuttosto che una ipotesi scientifica, molti che non potranno pagare il costo delle ristrutturazioni perderanno la casa determinando una ulteriore caduta dei prezzi. Insomma Draghi è riuscito nella sua breve e terribile permanenza a Palazzo Chigi a svendere uno dei patrimoni del Paese.

E tuttavia assistiamo a una delle prese in giro mediatiche se vogliamo anche più inquietanti di quelle che riguardano la presunta sanità: l’Economist infatti se ne esce dichiarando l’Italia, Paese dell’anno, beatificando Draghi sulla base del nulla, ma l’arcano è presto svelato l’Economist è di proprietà della famiglia Elkann – Agnelli, quella che peraltro possiede anche la Gedi, ovvero Repubblica, Stampa e compagnia scrivente: si tratta insomma di un omaggio a un amico del cuore. Un omaggio che porta anche sfiga , visto che i Paesi dell’anno di The economist sono Armenia , Uzbekistan e Malawi. Ma al di la di queste cortine di fesserie il redde rationem si avvicina: quasi in contemporanea con l’annuncio non esplicito, ma ugualmente chiaro della candidatura Draghi al Quirinale, la Bce ha fatto sapere che da marzo prossimo finirà il programma di acquisto dei titoli di stato, varato per la pandemia e che va sotto il titolo di Pepp: si passerà da acquisti mensili di titoli sui 100 miliardi a 20 o forse anche meno e questo comporterà un rialzo del costo sugli interessi del debito e si tornerà dunque a parlare di spread e comunque a dover stringere la cinghia al massimo. Per questo Draghi fugge verso il Quirinale dove potrà essere ancor più irresponsabile di quanto non sia stato.

Monte dei Paschi di Siena - Omicidio di David Rossi - I tre pm di Siena che hanno indagato su Mps e su David Rossi, hanno nominato un avvocato

David Rossi, la Commissione d’inchiesta sotto attacco dei magistrati che hanno indagato – L’inchiesta video
DIC 24, 2021 David Rossi


David Rossi morì il 6 marzo 2013. Il capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena, volò dalla finestra del suo ufficio e venne trovato cadavere sulla strada di Rocca Salimbeni. Sono quasi 9 anni che si cerca la verità, tra depistaggi e inchieste fatte male.

Il 19 febbraio 2013 la Guardia di Finanza entra sia nell’ufficio di David Rossi che nella sua abitazione. I militari perquisiscono anche l’ex presidente e l’ex direttore generale di Rocca Salimbeni, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni. Rossi, tuttavia, non era indagato. Erano però in corso delle indagini intorno all’acquisizione della Banca Antonveneta.

L’8 novembre del 2007, infatti, il Monte dei Paschi di Siena annuncia di aver raggiunto un accordo con Banco Santander per l’acquisto di Banca Antonveneta per 9 miliardi di euro. Dall’operazione è esclusa la controllata Interbanca che rimane di proprietà della banca spagnola. A fine aprile 2013 Banca Antonveneta viene completamente assorbita dal Monte dei Paschi, che a norma di legge subentra all’ex controllante ABB nel finanziamento di un passivo che al 2011 ammontava a 18 mld, dei quali 15 relativi a diritti vantati da terzi.

L’inchiesta di Zone d’ombra

Le indagini sull’acquisizione della Banca iniziano a Siena nel 2012 con il supporto del Nucleo Valutario della Gdf.

Si parla di maxi tangenti al Pd, fondi neri dello Ior e conti correnti segreti. Ma l’inchiesta si concentra più precisamente su questioni finanziarie, soprattutto sulle modalità con cui era stato fatto un aumento di capitale per l’acquisizione di banca Antonveneta dal Santander e sulle modalità con cui i bilanci successivi erano stati abbelliti proprio per evitare che si capisse che l’acquisto non era stato così redditizio. I derivati Alexandria e Santorini facevano infatti “scattare” il pagamento della cedola agli azionisti, ma poi aumentavano il conto dei debiti, calcolando il mark to market di quel periodo.

Le condanne

A novembre 2019 il tribunale di Milano condanna l’ex presidente Mps Giuseppe Mussari a una pena di 7 anni e 6 mesi nell’ambito del processo su una serie di operazioni finanziarie realizzate dalla banca senese per coprire proprio quelle perdite provocate dall’acquisto di Antonveneta. Sei anni e 3 mesi di reclusione, invece, all’ex dg Antonio Vigni, a cui si aggiungono per entrambi 2 anni di interdizione dai pubblici uffici. I reati, a vario titolo, sono di aggiotaggio, falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza.

L’affare Antonveneta

A far davvero lievitare i costi dell’affare Antonveneta erano stati però i crediti inesigibili in pancia alla banca padovana, in difficoltà a causa della crisi finanziaria di quel periodo. I debiti che quindi Mps si ritrovò per via di Antonveneta salirono a 17 miliardi, tra acquisto e passività ereditate.

L’accusa rivolta ai vertici è stata, a questo proposito, di non aver realizzato a suo tempo una due diligence che avrebbe mostrato prima dell’acquisto la reale situazione di Antonveneta. Da qui le narrazioni di quella mitica notte in cui Mussari decise di chiudere l’affare in poche ore rilanciando sull’offerta di Bnp Paribas, che aveva messo sul piatto 8 miliardi.

A occuparsi delle vicende del Fresh (su Antonveneta) e dei derivati Alexandria e Santorini è stata la procura di Milano, dove l’inchiesta è stata trasferita dopo qualche anno per competenza sui reati finanziari. I legali dei condannati hanno tutti annunciato l’appello. Un’indagine che si incrocia con il fascicolo d’inchiesta relativo alla morte di David Rossi.

I festini

Spuntano, tra le altre cose, presunti festini che avrebbero riguardato una sorta di “mondo di mezzo” senese, costituito dai “potenti” di Siena e di Roma, tutti d’accordo per non far uscire la verità essendo frequentatori delle stesse feste segrete.

“Stefano”, l’escort omosessuale intervistato dalle Iene, raccontava di essersi prostituito nel corsp di festini a base di coca e sesso, gay ed etero, nei dintorni di Siena, nel periodo 2012/2013. A quei party avrebbero partecipato importanti uomini dell’establishment senese ed in particolare magistrati e appartenenti alle forze armate. Pierluigi Piccini, ex dirigente del Monte dei Paschi ed ex sindaco di Siena, riferisce di festini a base di sesso e droga. “Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città” riferisce Piccini. “Non sono novità, almeno per noi senesi. Nel 2013 durante un’assemblea del Monte dei Paschi un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”.

Due giorni prima di morire, Rossi manda una mail a un alto dirigente di Monte dei Paschi avvertendolo che avrebbe raccontato tutto ai magistrati.

I festini di cui parla l’escort si sarebbero svolti nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d’Italia. L’obiettivo di queste cene era quello di “intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che organizzavano queste feste”. Tra i partecipanti c’erano personaggi come un ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, un sacerdote con un incarico di rilievo nella Diocesi, diversi magistrati, un politico, un giornalista e persino un ex Ministro. Tutte persone che l’escort conosce. “Ho guadagnato cifre da capogiro: fino a 10.000 euro in due o tre giorni di incontri” riferisce l’escort.

L’ipotesi, insomma, è che sulla vicenda di Rossi sia calato un muro di omertà per via di una pseudo massoneria che avrebbe stretto un patto per non far conoscere la verità. Tant’è che nel luglio 2017 il gip dispone l’archiviazione del fascicolo d’indagine aperto con l’ipotesi di reato d’istigazione al suicidio, accogliendo la richiesta avanzata dalla procura senese e respingendo così l’opposizione avanzata – nel novembre 2015 – dai legali della famiglia Rossi, da sempre convinti che non si sia trattato di suicidio. È la seconda archiviazione in questa vicenda: una prima indagine si era chiusa nel marzo 2014. E arriva un ulteriore colpo di scena: la procura di Genova, che indagava sulle rivelazioni dell’ex sindaco Piccini, convinto del fatto che qualcuno avesse agito per insabbiare o ostacolare l’inchiesta, archivia il fascicolo.

Ma quali sono i dubbi e i fatti che hanno portato a credere che la magistratura abbia svolto indagini superficiali?

1. L’inquinamento della scena.

La commissione d’inchiesta parlamentare scopre, grazie alle rivelazioni dell’ex comandante provinciale dei carabinieri di Siena, Pasquale Aglieco, che i tre pm – Nicola Marini (di turno), Aldo Natalini (l’altro collega che si occuperà delle indagini), e Antonino Nastasi (titolare del fascicolo sulle malversazioni della banca) – hanno alterato la scena del delitto. “Nastasi si è seduto sulla sedia di Rossi e ha acceso il computer”; “i pm hanno rovesciato sulla scrivania il cestino coi fazzoletti insanguinati e i biglietti strappati”; “Nastasi rispose a una chiamata di Daniela Santanché sul telefono di Rossi”.

2. I bigliettini strappati.

Scritti da Rossi, spiegherebbero il suo suicidio. Secondo una perizia calligrafica, il manager potrebbe però averli compilati sotto costrizione. Federica Romano, assistente capo della polizia scientifica racconta di averli trovati “in un libro”, dove “li avevano ricomposti i magistrati”.

3. I fazzolettini.

Sono sporchi di sangue e verranno sequestrati solo giorni dopo il sopralluogo. Ne verrà disposta la distruzione dal pm Aldo Natalini, prima della seconda archiviazione dell’indagine, senza che nessuno, mai, analizzi il Dna.

4. Il video sparito.

Altra scoperta della Commissione: Federico Gigli e Livio Marini, poliziotti della volante intervenuta per prima, girarono un video della scena: la finestra era aperta. Il video però sparisce dagli atti. La Scientifica trova la finestra chiusa. È davvero caduto dal secondo piano?

5. L’orologio.

Dalle indagini difensive della famiglia Rossi, che non ha mai accettato la versione del suicidio, emergono molti elementi anomali: le contusioni sul corpo di David, il segno dell’orologio sul polso come se qualcuno lo avesse tenuto appeso, lo stesso orologio (ritrovato a distanza dal corpo) che da un video sembra volare dalla finestra minuti dopo la caduta, un uomo mai identificato che compare nelle telecamere che inquadrano il vicolo. E infine nessuno dispone l’acquisizione dei tabulati telefonici per capire chi era al Monte dei Paschi quella notte.

6. La perizia informatica.

Qualcuno tentò di inviare due mail dal Blackberry di David Rossi, dopo la sua morte. Un’analisi informatica disposta dalla Procura di Genova nel 2020 accerta adulterazioni dei telefoni del manager: “Emergono numerose cancellazioni di messaggi e chiamate”, “oltre 300”. Da uno solo dei due cellulari sono stati eliminati “59 sms su 64”.

7. I festini, appunto.

8. La pista finanziaria.

Nel cellulare di Rossi, dopo la sua morte, sembra esserci una chiamata in uscita al numero 4099009. La Tim dà una spiegazione tecnica: sarebbe in realtà il dirottamento di una chiamata in entrata. Gli avvocati della famiglia non hanno mai creduto a questa versione. Nel 2019 la Procura di Siena ha riaperto indagini su un certificato di fondi al portatore che collegherebbe il sistema delle sponsorizzazioni sportive, gestito da David Rossi, alla Lega. Gli accertamenti non danno esito.

9. il testimone e lo ior.

Tre anni dopo la morte di Rossi un sedicente Antonio Muto si presenta all’ex avvocato della famiglia Rossi, Luca Goracci. Dice di aver mancato un appuntamento con Rossi il 6 marzo del 2013, di averlo trovato già morto, e di essere stato aggredito da tre sconosciuti armati. Due settimane dopo Report intervista Antonio Muto, imprenditore calabrese collegato a vicende di clan radicati a Mantova, indebitato con Mps. La coincidenza stupisce Goracci: non è la stessa persona da lui incontrata. Nello studio di David Rossi viene trovato il numero di cellulare dell’ex presidente della Banca Vaticana Ettore Gotti Tedeschi, mai sentito dai pm. Probabilmente sarà tra i prossimi testimoni convocati dalla Commissione, insieme all’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari.

10. Giancarlo Pittelli.

L’ex parlamentare di Forza Italia, indagato nell’inchiesta Rinascita Scott e arrestato nuovamente pochi giorni fa su richiesta del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, parla di David Rossi in un’intercettazione: “Non si è suicidato, è stato ucciso. Se riaprono l’indagine sulla morte di Rossi succederà un grosso casino… Se si sa chi lo ha ammazzato”.

Per tutti questi fatti è stata chiesta ed ottenuta una commissione parlamentare d’inchiesta che in 5 mesi ha dato risposte concrete.

Intanto con l’ausilio di un laser scanner sono state ricostruite le condizioni del 6 marzo 2013, quando David Rossi morì. Tre sono le altre perizie disposte: quella sul traffico telefonico, affidata ai Ros per risolvere il giallo della telefonata con risposta o meno della Santanché, fatta a Rossi dopo la sua morte; quella sul materiale informatico in dotazione all’ex manager; una perizia medico legale affidata ad un collegio di esperti.

In totale 50 i quesiti ‘non suggestivi’ affidati dalla Commissione di inchiesta ai reparti speciali dei carabinieri. “In particolare abbiamo chiesto di simulare sia l’ipotesi del suicidio sia quella della defenestrazione”, ha sempre sottolineato il presidente della Commissione Zanettin.

Ma la vicenda si tinge ancora una volta di oscuro. I tre pm di Siena che hanno indagato su Mps e su David Rossi, hanno nominato un avvocato. Il professionista ha il compito di tutelare i giudici dalle indagini della commissione parlamentare d’inchiesta che sta approfondendo le circostanze della morte di Rossi. Insomma, i giudici vogliono difendersi dalla Commissione: perché?

Nel corso dell’audizione di alcuni ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, chiamati a chiarire cosa avvenne nelle ore immediatamente successive alla morte di Rossi, il presidente della commissione, Pierantonio Zanettin, ha fatto sapere di aver ricevuto una lettera dell’avvocato Andrea Vernazza, all’interno della quale si contesta in particolare il comportamento di tre commissari e la scelta di nominare nuovi consulenti. Vernazza è stato incaricato di contestare l’andamento delle indagini proprio dai tre pm. I magistrati erano a Siena la notte del 6 marzo 2013, Aldo Nadalini, Antonio Nastasi e Nicola Marini. E la commissione non l’ha presa bene: nelle prossime ore potrebbe chiedere al presidente della Camera Roberto Fico di muoversi per tutelare i commissari (e i deputati).

24 dicembre 2021 - David Rossi, la Commissione d'inchiesta sotto attacco dei magistrati che...

I tre volte vaccinati non hanno affatto superpoteri, vengono infettati da SARS-CoV-2 come gli altri comuni esseri umani, sono ricoverati in ospedale e muoiono in presenza di positività, il che quasi mai significa di Covid, ma comunque non sembrano essere più resistenti degli altri.

Dilaga la pandemia dei vaccinati



Sebbene per spingere le vaccinazioni e le misure coercitive le autorità politiche sempre più compromesse negli affari dei preparati a mRna e delle cupole di potere reazionarie, abbiano tirato fuori la pandemia dei non vaccinati, peraltro contestata persino dall’Oms, gli ultimi dati non rendono più possibile nascondersi dietro questa bugia. I numeri resi pubblici dati dell’Autorità sanitaria scozzese, per esempio, mostrano che i tre volte vaccinati non hanno affatto superpoteri, vengono infettati da SARS-CoV-2 come gli altri comuni esseri umani, sono ricoverati in ospedale e muoiono in presenza di positività, il che quasi mai significa di Covid, ma comunque non sembrano essere più resistenti degli altri. Insomma non sono affatto meglio protetti, lo dicono i numeri, ma questo di certo non smuove chi afferma, mentendo per la gola, che il richiamo offre una protezione “definitiva” e questo quando in Israele già si dice che la dose definitiva è la quarta, mentre Big Pharma prevede un richiamo ogni 9 mesi e altri propendono addirittura per un’iniezione ogni tre mesi, sfondando ogni precedente record del grottesco. Parrebbe una barzelletta se non fosse che i destinatari della narrazione invece di ridere di fronte a questi contorcimenti privi di senso, li prendono come fossero cose serie, riguardanti argomenti sanitari e non politici come in effetti sono. Ad ogni modo gli ultimi dati sanitari che risalgono a oltre un mese fa dicono che il 17% dei decessi in presenza di positività riguardava non vaccinati, mentre il rimanente l’83% coinvolgeva i completamente vaccinati e quelli con la terza dose in corpo. I ricoveri ospedalieri sono stati rispettivamente del 27% e del 73%, ma sembra che gli ultimi numeri virino sempre di più verso l’alto per i vaccinati, a parte poi che questi ultimi sono considerati tali solo a partire dal 14 ° giorno dopo l’ultima iniezione, alterando in modo significativa le statistiche gravemente le statistiche.

In Danimarca si ha la dimostrazione più clamorosa di questa realtà, sempre tenendo conto che quando parliamo di decessi e di ricoveri si parla di persone che affette da gravi malattie e che poi, magari in ospedale, vengono trovate positive a un test che non ha alcuna validità diagnostica, tanto per mettere i puntini sulle i e mostrare il circolo vizioso che coinvolge tutta la narrativa. Comunque lo Statens Serums Institute (SSI) danese sta elencando i casi di Omicron in base allo stato di vaccinazione e risulta che al 12 dicembre 4222 delle 5377 persone infette da Omicron registrate fino a quel momento erano completamente vaccinate e 512 avevano fatto la terza dose. Solo 643 persone infette erano quindi non vaccinate. In altre parole, solo il 12% degli infetti non era stato trattato geneticamente. Ora dal momento che in Danimarca il 23 per cento della popolazione non è vaccinata vuol dire che non essere vaccinati protegge dal virus o quanto meno da Omicron. Cioè assistiamo a una pandemia di vaccinati.

Ora a parte che dovremmo credere che in tre settimane omicron sia arrivato da zone isolate del Sudafrica alla Danimarca in modo così massiccio è qualcosa che le autorità sanitarie dovrebbero andare a dire alla nonna in carriola nella speranza di essere creduti perché probabilmente questa non che è una delle tante varianti compresenti nello sciame virale e già ampiamente diffuso, ma rispolverato in occasione delle feste natalizie. Ad ogni modo i numeri sono resilienti alle chiacchiere e ancora una volta portano al naufragio dell’efficacia dei vaccini a mRna del resto asserita sulla base di studi clinici ampiamente manipolati. Ma ormai le cose sono diventate così intricate che solo un elemento fideistico e devozionale può renderli non dico credibili, ma accettabili facendo lo sforzo di non pensare.

Se i vaccinati sperimentalmente e i non hanno la stessa possibilità di trasmettere il virus allora obblighi e sospensioni nell'ambito sanitario e in più generale nel pubblico impiego non hanno non hanno alcuna ragione di esistere

 LE INTERVISTE DI BYOBLU

ASSALTO “NO VAX” ALL’OSPEDALE DI PORDENONE? LA REALTÀ SEMBRA ESSERE TUTT’ALTRA

Lo scorso 15 dicembre Fabio La Falce, Farmacista ospedaliero presso l’Ospedale Civile di Pordenone, insieme ad alcuni sanitari sospesi dal servizio, ha tentato di aprire un dialogo con la direzione generale dell’ospedale per portare all’attenzione dell’opinione pubblica il fatto che a Pordenone, come in altri ospedali, viene applicata la misura del “due pesi e due misure”. Seguendo le norme vigenti, infatti, alcuni sanitari e amministrativi non vaccinati sono stati sospesi, mentre ad altri viene concesso di continuare a lavorare con tampone.

Se il personale non vaccinato è così pericoloso come dicono allora l’azienda sanitaria sta volontariamente mettendo in pericolo i propri pazienti? E se invece vaccinati e non vaccinati hanno la stessa possibilità di trasmettere il virus allora obblighi e sospensioni non hanno alcuna ragione di esistere. L’azione di La Falce, però, è stata immediatamente bollata dai media generalisti come attacco “terroristico” dei “no vax” e a Stefano Puzzer che era andato per portare solidarietà è stato addirittura notificato un daspo urbano.

https://www.byoblu.com/2021/12/23/assalto-no-vax-allospedale-di-pordenone-la-realta-sembra-essere-tuttaltra/

Vediamo. Uno, il debito è salito da quando Andreatta e Ciampi decisero di separare la Banca d'Italia dal Tesoro. Due, quando il mio potere d'acquisto diminuisce me ne frego che l'inflazione è stabile

Con l’euro abbiamo avuto 20 anni di prezzi stabili e cambio forte
L'alta inflazione di questi mesi ci fa apprezzare ancora meglio i prezzi stabili degli ultimi 20 anni con l'euro, merito di un cambio forte
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 24 Dicembre 2021 alle ore 07:49


Tra pochi giorni, l’euro taglia il traguardo dei suoi primi 20 anni di vita, anche se in realtà nacque ufficialmente l’1 gennaio 1999. Solamente che nelle tasche dei cittadini dell’unione monetaria ci finì a partire dall’1 gennaio 2002. Da allora sembra passata un’eternità e, in effetti, ne abbiamo viste tante. Con l’euro abbiamo vissuto i momenti drammatici della guerra in Iraq, della lotta al terrorismo islamista dopo l’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008-’09, la crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona con lo spread alle stelle in Italia e da ultimo la pandemia.

Nell’ultimo decennio, come conseguenza del forte deterioramento economico vissuto dal Bel Paese a seguito della crisi che ha colpito il suo debito pubblico, tra gli italiani si è diffuso un sentimento di rigetto verso l’euro, percepito come l’incarnazione dei nostri mali. In questi mesi, però, forse torniamo ad apprezzarne i meriti. A novembre, l’inflazione è salita al 3,7%, livello massimo dal 2012. Siamo preoccupati per il venir meno dei prezzi stabili, a cui proprio il primo ventennio dell’euro ci aveva abituati.

Se andiamo a leggere i dati, scopriamo che negli ultimi 20 anni l’inflazione cumulata in Italia è stata del 33,4%, pari alla media annua dell’1,45%. Un dato molto basso e che di fatto ci ha consentito di proteggere il potere d’acquisto di stipendi e risparmi. Nel ventennio precedente, cioè tra il 1981 e il 2001, l’inflazione era stata del 212%, cioè i prezzi correvano al ritmo medio del 5,85% all’anno, quattro volte più velocemente. Andando ancora più indietro al ventennio compreso tra il 1961 e il 1981, l’inflazione era stata del 527%, la media del 9,6% all’anno e 6,6 volte più alta del ventennio sotto l’euro.

Prezzi stabili grazie all’euro

In pratica, oggi lamentiamo la crescita dei prezzi, quando con la lira accadeva molto, molto di peggio e strutturalmente. E c’entra molto il tasso di cambio. Contro il dollaro, l’euro guadagna da inizio 2002 il 22%. Aveva debuttato a 0,88 e oggi si attesta a 1,13. Ma negli anni precedenti alla crisi globale del 2008-’09, era salito fino a 1,60. Invece, la lira italiana contro la valuta americana aveva perso il 45% tra il 1981 e il 2001 e il 49% tra il 1961 e il 1981. In 40 anni, era passata da un cambio di 620 a circa 2.200, segnando -72%.

La spirale inflazione-svalutazione-inflazione era una realtà nota dagli italiani nei decenni della “liretta”. Prezzi in crescita più che nelle altre principali economie occidentali richiedevano la svalutazione del cambio da parte della Banca d’Italia, che a sua volta provocava tassi d’inflazione ancora più elevati per l’aumento dei costi dei beni importati. Tutto questo finiva per zavorrare il potere d’acquisto delle famiglie. Ed è vero che perlomeno allora i redditi crescevano, mentre sotto l’euro sono rimasti fermi o, addirittura, sono diminuiti in termini reali. Ma, a parte che ci trovavamo in una fase storica differente, cioè in fase di maturazione della nostra economia, molta di quella crescita si ebbe a colpi di debiti, gli stessi che paghiamo a caro prezzo da quasi 30 anni a questa parte.

E a proposito: il debito stesso ci costa molto meno oggi di quando c’era la lira. E anche in questo caso, grazie al fatto di essere denominato in una valuta ritenuta credibile e forte come l’euro. Nel 1993, spendemmo il 12% del PIL per pagare gli interessi, oggi siamo all’incirca intorno al 3,5%, a fronte di un debito salito di una trentina di punti percentuali rispetto al PIL. Quest’anno, ad esempio, abbiamo emesso mediamente titoli di stato al costo dello 0,1%, circa 100 volte più basso di quanto il Tesoro si vide costretto ad offrire agli inizi degli anni Novanta.

I governi si stanno dimostrando incapaci di controllare le dinamiche esplosive dei prezzi dell'energia e quindi usano decine e decine di miliardi di euro di fondi pubblici per le bollette senza che si sappia esattamente in quali tasche questi denari vadano a finire

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Energia, una folle Giostra
Velleitarismo, improvvisazione e mercatismo

23 dicembre 2021
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Annaspano, boccheggiano, sembrano intontiti come se stessero su una giostra impazzita, che gira vorticosamente. I governi, non solo quelli europei, non riescono a reagire di fronte alla fiammata dei prezzi dei prodotti energetici.

In Francia erogano un Bonus inflazione di 100 euro, una tantum, mentre cercano di plafonare almeno l'aumento dei prezzi dell'elettricità e rimborsare i distributori di gas, mettendo a bilancio circa 10 miliardi di euro tra la fine di quest'anno ed il prossimo.

In Italia si procede un trimestre alla volta, cercando di calmierare le bollette per le famiglie meno abbienti e le micro imprese, con una serie di interventi che arrivano ad oltre 7 miliardi. Forse non basteranno.

E poi ci vengono pure a raccontare che "è tutto il sistema che non funziona", e che i produttori di energia elettrica da fonti idroelettriche, solari e eoliche starebbero facendo profitti stellari, vendendola alle aste allo stesso prezzo di chi per produrla usa invece il gas, che invece ha costi altissimi per via dell'aumento del suo prezzo di mercato. Nel primo caso, infatti, i costi sono assolutamente stabili, e talora risibili visto che le dighe sono state costruite da oltre cinquant'anni e gli investimenti sono stati tutti completamente ammortizzati, e visto che gli impianti solari hanno un ritorno sugli investimenti già ampiamente assicurato. Dalla benzina alla elettricità, al gas, ci sono aumenti vertiginosi: sono le quotazioni sul mercato che sono salite alle stelle, dicono incontrollabili.
Un po' si dà la colpa all'Opec che non avrebbe riportato la produzione ai livelli pre-crisi, un po' si dà la colpa ai fornitori russi di gas, in quanto non offrirebbero quantità sufficienti sul mercato spot, limitandosi ad assicurare la consegna di quanto pattuito sulla base dei contratti a lungo termine. Inoltre, il prezzo del gas non è più "oil linked", cioè ancorato a quello del barile del petrolio: prima scendeva, ora sale senza fermarsi.

E si teme pure il razionamento delle forniture, con il blocco della attività produttive che già oggi devono fronteggiare bollette sempre più alte.

In Francia c'è da fare i conti con la manutenzione già programmata di alcune centrali nucleari.

In Germania si procederà alla chiusura definitiva, anche questa già pianificata, di altre centrali nucleari sulla base di un accordo politico sostenuto dai Verdi che considerano altamente inquinanti le scorie nucleari. In Italia si rimettono in funzione le centrali a carbone che erano state dismesse perché altamente inquinanti e costose per via dei diritti di emissione di CO2.

Insomma, il mercato internazionale dell'energia è completamente fuori controllo:

La liberalizzazione del mercato al dettaglio per la fornitura di energia elettrica e di gas non impone alle imprese distributrici di coprirsi adeguatamente, con contratti pluriennali di approvvigionamento. Si va allo sbando, alla giornata.
Manca un sistema adeguato di stoccaggi del gas, di cui solo l'Italia si era dotata anni fa, quando c'erano i vecchi e vituperati "monopolisti pubblici".
I mercati dei futures non sono soggetti a nessun controllo per evitare speculazioni: le quotazioni salgono senza sosta.
I diritti di emissione della CO2, un balzello imposto sono nell'Unione Europea, sono prodotti completamente "finanziarizzati", e ne è dunque consentito il trading secondario anche su base unicamente speculativa. Anche in questo caso, i loro valori, e dunque i costi che gravano sulla produzione dell'energia, lievitano a dismisura.
La fissazione del prezzo dell'energia viene fatta al prezzo della offerta marginale più elevata, "impilando" una sull'altra le offerte di fornitori che hanno costi di produzione estremamente diversi. Si paga così tutta l'energia che viene venduta al prezzo dell'offerta marginale più costosa: una follia che vale anche per il piazzamento dei titoli di Stato!
I governi si stanno dimostrando incapaci di controllare le dinamiche esplosive dei prezzi dell'energia e quindi usano decine e decine di miliardi di euro di fondi pubblici per le bollette senza che si sappia esattamente in quali tasche questi denari vadano a finire. Le bollette di alcune famiglie rimangono ferme, ma solo perché la differenza ce la mette Pantalone!

Eppure erano tutti pimpanti, i vari Presidenti ed i vari Ministri, appena qualche mese fa, al G20 di Roma o al COP26 di Glasgow, quando parlavano di transizione climatica e di obiettivi di decarbonizzazione da raggiungere entro date prefissate.

Fanno promesse per il 2030, si impegnano per il 2050, mentre non sono in grado di controllare quello che accade sotto i loro occhi, giorno dopo giorno.

Qualcuno paga, qualcuno incassa.

Velleitarismo, improvvisazione e mercatismo

Energia, una folle Giostra

(Foto: Raul Varzar on Unsplash)

Il paese del Sol levate dimostra ancora una volta la sua subalternità alle scelte di politica estera americana. E' un paese occupato militarmente e succube degli Stati Uniti

GIAPPONE. AUMENTATE LE SPESE MILITARI DI SOSTEGNO ALLA PRESENZA STATUNITENSE
24 Dicembre 2021
(Foto: Notizie Geopolitiche).

di Giuseppe Gagliano –

Come indicato dai principali periodici online nipponici tra cui Japan Times il Giappone ha deciso di contribuire in modo rilevante alle spese della presenza militare Usa nel proprio territorio. Infatti intende spendere circa 9 miliardi di dollari che dovrebbero servire non soltanto a mantenere in efficienza le infrastrutture militari americane, ma soprattutto a finanziare l’addestramento congiunto. Quale significato attribuire a questa scelta da parte del Giappone? In primo luogo il paese del Sol levate dimostra ancora una volta la sua subalternità alle scelte di politica estera americana (subalternità che ha oramai cinquant’anni di storia); in secondo luogo questa scelta allontana in modo sempre più netto e definitivo il Giappone dalle clausole della sua Costituzione di ispirazione pacifista. Ma soprattutto questa scelta non farà altro che aumentare le tensioni con la Cina nell’Indo -Pacifico, nello specifico anche sulla questione Taiwan. Servirebbe al contrario da parte americana porre in essere scelte distensive con la Cina volte a evitate pericolose escalations militari il cui esito è imprevedibile.

Questi inglesi spocchiosi non finiscono mai di stupire

Iran, Londra non interferisca su nostra politica di difesa
Dopo critiche per lancio di missili balistici in esercitazione


Redazione ANSATEHERAN
25 dicembre 2021 08:27 NEWS

(ANSA) - TEHERAN, 25 DIC - "L'Iran non chiederà il permesso per le sue attività di difesa".

Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Saeed Khatibzadeh, replicando alle critiche giunte nelle scorse ore dalla Gran Bretagna verso le ultime esercitazioni militari di Teheran, durante le quali sono stati lanciati 16 missili balistici.

"Posizioni di questo genere vengono considerate non solo come un'interferenza negli affari interni dell'Iran, ma anche come la manifestazione di un doppio standard da parte di Londra, che porta avanti una competizione senza fine per vendere le sue armi più distruttive nella regione dell'Asia occidentale", ha dichiarato Khatibzadeh, citato dall'Irna. "I funzionari britannici cercano di diffondere l'idea che l'Iran sia una minaccia per la regione, mentre ciò che provoca insicurezza è la sete senza fine di quel Paese e di altri Stati europei di esportazione di armi agli Stati della regione", ha concluso il portavoce di Teheran. (ANSA).

Io non sono #CharlieHebdo e ne sono orgoglioso

Putin “Insulti a Maometto? Non è libertà d’espressione”/ “Si provocano rappresaglie”
Pubblicazione: 24.12.2021 - Silvana Palazzo
Vladimir Putin prende posizione sull’Islam: “Insulti a Maometto? Non è libertà d’espressione, così si provocano rappresaglie”. La reazione del premier pakistano Imran Khan

Russia, Vladimir Putin (LaPresse, 2021)

Insultare il profeta Maometto non è espressione della propria libertà di espressione, ma violazione della libertà religiosa. A tornare sul caso Charlie Hebdo è Vladimir Putin. Lo ha fatto in occasione della conferenza stampa annuale in cui ha spiegato che la libertà artistica in generale ha i suoi limiti e non dovrebbe infrangere le altre libertà. A proposito degli insulti a Maometto, il presidente russo ha detto chiaramente, come riportato dall’agenzia russa Tass, che la considera una «violazione della libertà religiosa e la violazione dei sentimenti sacri delle persone che professano l’Islam».

Ma Vladimir Putin ha anche criticato altri episodi che possono dare luogo a rappresaglie estremiste, citando come esempio l’attacco alla redazione della rivista Charlie Hebdo a Parigi dopo la pubblicazione delle vignette su Maometto. Il presidente della Russia ha evidenziato che il suo Paese si è evoluto: è multietnico e multi-confessionale, quindi la popolazione russa è abituata a rispettare la tradizione altrui.

PUTIN “RISPETTO PER RELIGIONI ALTROVE SCARSEGGIA”

«In altri paesi, questo rispetto scarseggia», ha osservato Vladimir Putin nel corso del suo intervento. Imran Khan, primo ministro del Pakistan, ha apprezzato molto le parole del presidente russo, tanto da riportarle in un tweet e cogliendo l’occasione per esortare il mondo occidentale a rispettare i sentimenti delle comunità musulmane quando si avvalgono della propria libertà di espressione. In una recente intervista ad Al Jazeera il premier pakistano ha fatto notare che i leader musulmani non hanno mai mostrato il vero Islam all’Occidente, soprattutto dopo l’11 settembre.

Quindi, questo ha fatto sì che i musulmani si siano ritrovati ad affrontare l’islamofobia, nonostante il fatto che il terrorismo non abbia alcuna relazione con l’Islam, ha aggiunto. «Imran Khan da solo non può fare alcun cambiamento», ma ritiene che l’intero mondo musulmano debba prendere una posizione comune, ad esempio, alle Nazioni Unite per fare davvero la differenza.




E' stata fatta una lucida e criminale battaglia nell'uso dell'ivermectina da parte delle multinazionali farmaceutiche, da google, facebook, dai mezzi d'informazione,per curare l'influenza covid

Usa: svelato il piano delle autorità contro l’ivermectina



Come volevasi dimostrare o meglio, come si poteva sospettare: Cdc, Fda e media mainstream hanno costruito dal nulla una bugia per impedire l’uso dell’ivermectina e dunque fare spazio ai vaccini sperimentali. La leggenda di morti per intossicazione dovuta a questo farmaco da sempre considerato innocuo era una balla costruita a tavolino e ora i funzionari del New Mexico che sono alla base di questa menzogna ammettono di essersi “sbagliati”: due persone non sono affatto morte a causa di questo farmaco, come era stato affermato in precedenza dalle autorità . Eppure il Cdc ha generato la più alta allerta sanitaria e migliaia di titoli i su casi falsi di questo tipo. Quando un allevatore del Texas di settantanove anni è morto lo scorso settembre nel New Mexico con positività al covid, la sua famiglia non aveva certo previsto di diventare la protagonista di una campagna mediatica decisa ad evitare che l’ivermectina si mettesse di traverso all’affare dei vaccini e dunque anche all’ingegneria sociale costruita su di essi, ma si è trovata proprio nell’occhio del ciclone: in una clamorosa conferenza stampa, il segretario ai servizi sanitari del New Mexico, il dottor David Scrase, annunciò la prima “overdose di ivermectina” del suo stato, aggiungendo presto una seconda morte presumibilmente da ” tossicità” dovuta a questa sostanza.

Ora, Scrase ha riconosciuto che le sue ripetute asserzioni erano infondate: i due decessi non sono stati causati dall’ivermectina, ma dal ritardo nelle cure del covid, il che tra l’altro farebbe capire che se avessero preso prima questo farmaco sarebbero vivi, almeno per quanto ne sappiamo. Ma la storia è esemplare di come vanno le cose in tempi di pandemia narrata : le affermazioni di Scrase avrebbero dovuto essere confermate da un rapporto tossicologico il quale non solo non è mai stato fatto, ma nemmeno è stato mai mai ordinato mentre il medico legale ha giudicato la morte dell’allevatore texano avvenuta per cause naturali. Dunque si è trattato di un teatrino organizzato dalla prima all’ultima battuta. In realtà il responsabile della sanità del New Mexico aveva ammesso tutto questo il primo dicembre scorso, ma sulle sue “confessioni” è caduto il solito silenzio stampa, fino a che la documentazione non ha reso possibile mettere al tappeto questo ennesimo caso di diffusione di bufale funzionali ad alimentare le vaccinazioni e impedire le cure. In realtà sebbene questa menzogna fosse in qualche modo circoscritta, il fatto stesso che abbia avuto una certa diffusione, è in qualche modo clamoroso ed emblematico della crisi cognitiva che ci attraversa perché l’ivermectina è un farmaco straordinariamente sicuro e approvato dalla FDA, compare nell’elenco dell Oms come uno dei 100 medicinali essenziali che tutti i sistemi ospedalieri dovrebbero avere, mentre in quattro decenni ne sono state distribuite quasi quattro miliardi di dosi senza alcun caso di decesso, nemmeno nell’uso veterinario. Improvvisamente e vergognosamente, per soli scopi commerciali, è stata demonizzata sulla base di due casi che si sono rivelati una balla.

So che sembra assurdo, ma è in questa assurdità che viviamo: il New Mexico è diventato un attore chiave in un ampio modello di inganno alla fine della scorsa estate per rappresentare l’ivermectina come pericolosa, quando invece la ricerca ha fortemente sostenuto l’efficacia del farmaco contro il covid e le prescrizioni dei medici di questo farmaco erano alle alle stelle: i funzionari della sanità pubblica unicamente concentrati sulla vaccinazione. avevano bisogno di qualcosa per fermare il farmaco. Ed assieme alla Fda hanno costruito il caso: prima l’avvertimento su Twitter della Food and Drug Administration lo scorso agosto contro l’uso dell’ivermectina destinato al bestiame, suggerito da informazioni non verificate e in seguito risultate erronee dal Mississippi, ma subito raccolte anche dal Cdc. Poi i casi interamente costruiti dal nulla nel New Mexico che hanno dato avvio alla campagna mediatica planetaria rivolta a non solo agli Usa ma anche all’India, al Giappone e ai Paesi africani che fanno uso massiccio di ivermectina con eccellenti risultati. Insomma siamo di fronte uno spaccato delle viscere creative della pandemia per così dire, a una visita dietro le quinte della commedia che va in scena e che giorno per giorno mostra come la buona fede sia merce rara dentro un piano lucidamente attuato.

La logica ferrea è che i russi posizionerebbero anche i loro missili da crociera ipersonici appena al largo delle coste degli Stati Uniti come Putin ha minacciato tre anni fa

Cosa intendeva Putin per misure “tecnico-militari” se i negoziati falliscono

Maurizio Blondet 25 Dicembre 2021

Prova a spiegarlo il russologo Gilbert Doctorow

Negli ultimi due giorni, i miei colleghi della comunità degli analisti russi hanno affrontato la questione del “cosa succede se” – cosa può e può fare la Russia se i negoziati con gli Stati Uniti sulla bozza dei trattati sulla sicurezza in Europa falliscono entro il brevissimo periodo di tempo che i russi hanno fissato, apparentemente un mese. Tra parentesi, sono divertito dal fatto che i portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti dicano che potrebbero iniziare colloqui con i russi a gennaio. Sembra che non avere colto il breve termine stabilito dai russi o che creduto erroneamente che fosse un bluff.

La migliore delle analisi dei miei colleghi analisti è stata pubblicata ieri dall’ex diplomatico canadese Patrick Armstrong . Raccomando questa lettura a tutti, perché è un suo modo rassicurante, proponendo possibilità di opzioni russe che sono ben lontane dal premere il pulsante e mandarci all’aria tutti, e se stessi, a pezzi.

Tuttavia, non ho visto nel suo pezzo, né trovo negli scritti di altri analisti indipendenti, per non parlare delle pagine dei nostri giornali mainstream, qualsiasi dichiarazione di cosa intendesse esattamente Vladimir Putin quando ha detto inizialmente e ripetuto prima della Collegio del Ministero della Difesa che se i colloqui con gli Stati Uniti dovessero fallire, la Russia attuerà immediatamente misure di ritorsione “militari-tecniche”.

Il termine “tecnico-militare” è stato ripreso e venduto com’era da quasi tutti i nostri media. Non viene data alcuna spiegazione, perché molto probabilmente nessuno capisce davvero il termine.

Quindi ci proverò qui e ora, dopo che un momento eureka mi è venuto in mente questa mattina. Il termine è sfuggente come la traduzione di “адекватный”, che quasi tutti (o tutti i software di traduzione) traduce erroneamente come “adeguato” quando normalmente significa “appropriato” o “adatto”.

Il “tecnico” nell’espressione deriva da техника, che è il modo comune russo di dire “attrezzatura”. Per “tekhnika” militare si intendono obici motorizzati, portaerei, jet da combattimento, ecc. Tekhnika ha anche un uso civile comune: l’allestimento di una fabbrica è “tekhnika” come in “техническое оснащение”.

Quindi, quello che Putin sta dicendo è che i russi risponderanno schierando materiale militare . Ora che hardware sarebbe? Dato che gran parte delle bozze di trattato trattano di missili a corto raggio che gli Stati Uniti stanno schierando in Europa e sperano di schierare in Ucraina, è del tutto logico che la risposta russa al fallimento dei negoziati non sarà quella di invadere l’Ucraina, non sarà sarà quello di tagliare le forniture di gas all’Europa, ma sarà di dispiegare i suoi missili a corto raggio con capacità nucleare in Bielorussia e a Kaliningrad.

Ma non è tutto. Lo schieramento in Europa servirebbe solo in parte allo scopo dei russi. Scatterà una furiosa reazione nella NATO, il che significa molta aria fritta, ma sarà anche una condizione preliminare per gli europei ad accettare docilmente l’eventuale capitolazione degli Stati Uniti che altrimenti denuncerebbero come pacificazione.

Come ho detto in precedenza, l’intero approccio di Putin è che la Russia è in un braccio di ferro con un solo paese, gli Stati Uniti. Sa che agli USA non importa davvero se Russia e UE si fanno esplodere a vicenda: ciò rafforzerebbe solo la loro egemonia globale.

Quindi la logica ferrea è che i russi posizionerebbero anche i loro missili da crociera ipersonici appena al largo delle coste degli Stati Uniti come Putin ha minacciato tre anni fa, quando ha parlato delle armi strategiche all’avanguardia e di nuova generazione della Russia che allora e oggi non hanno ancora uguali nel mondo.

Questa è la pistola alla testa che costringerà i negoziatori statunitensi a sudare freddo e fare che deve essere fatto per porre fine alla loro crescita della NATO e che includerà la creazione dell’Ucraina in un futuro missile avanzato della Russia. E gli europei staranno zitti.

Morale della favola mentre ci dirigiamo verso le feste natalizie: la fine del mondo non è vicina.


Gilbert Doctorow è un analista politico con sede a Bruxelles. Il suo ultimo libro è La Russia ha un futuro? Ristampato con il permesso dal suo blog .

© Gilbert Doctorow, 2021

Adesso ci si ritrova con decine di migliaia di morti in più post vaccinazione sperimentale, con milioni di reazioni avverse di una certa gravità e per giunta con i contagi in aumento rispetto al periodo in cui i vaccini sperimentali non erano comparsi

Operazione Omicron: la prima sconfitta dell’armata pandemica



Due o tre giorni fa avevo scritto che avevano sbagliato variante, ma adesso il dubbio che sia sia voluto rinnovare l’allarme in maniera del tutto ingiustificata per imporre nuove segregazioni e rilanciare la costrizione vaccinale nonostante la sua palese inutilità , fa capolino anche in qualche testata del mainstream. Le notizie e i primi studi provenienti dal Sudafrica secondo i quali Omicron era una variante più mite di Delta , sono stati in un primo tempo derisi e zittiti: “Le morti potrebbero arrivare a 6.000 al giorno“, ha urlato il Guardian, riprendendo il solito modulo delle previsioni catastrofiche, ma totalmente divergenti dalla realtà oppure “Due milioni di casi al giorno, migliaia di morti al giorno”. Però sono state sufficienti due settimane per sconfessare queste profezie messe a punto dagli spin doctor della pandemia giusto in tempo perché le ” misure” dei governi occidentali fossero inasprite e rovinassero le feste di Natale, pericoloso momento di incontro e di confronto fra le persone al di fuori dell’ipnosi mediatica. E’ del tutto evidente che l’obiettivo finale di questi allarmi continui sul nulla visto fra l’altro che le varianti di un virus sono a dir poco migliaia, è quello di arrivare a una obbligatorietà del vaccino che da una parte funga da vitalizio ultra miliardario per Big Pharma e i suoi azionisti e dall’altro instauri una sorta distopica dittatura sanitario – maltusiana. Ma questa volta è stato fatto un passo falso: gli orrori biblici che Omicron ci avrebbe fatto vivere, si sono rivelati pura fantasia è si è accertato che questa variante è davvero molto mite, parecchio più di Delta che a sua volta era più mite del virus originario con rischi di ricovero che vanno dal 40 all’ 80 % per cento in meno.

Tutto questo però ha dato più forza alla domanda su chi siano i presunti esperti che pretendono di guidarci attraverso una crisi sanitaria e se questa non sia in gran parte costruita: perché assalirci con visioni infernali di ospedali invasi e migliaia di morti quotidiane? La rapida sequenza temporale tra menzogna e disvelamento è stata fatale: così forse per la prima volta dopo due anni serpeggia la consapevolezza che una società democratica dovrebbe fare i conti con l’inquietante disparità tra ciò che viene detto e la realtà. Prendiamo lo scenario peggiore dei 6.000 morti al giorno evocato dalla stampa inglese: certo erano proiezioni, completamente sbagliate e tuttavia date in pasto al pubblico. Ma queste persone non sono nate ieri., sapevano, sicuramente, che questo numero del tutto fuori dalla realtà avrebbe suscitato paura in gran parte della popolazione. Perché lo hanno fatto? Forse perché in realtà sono pessimi esperti, gente della quale non ci si può fidare? O perché non riescono a valutare l’impatto negativo che ha sulla salute delle persone l’enfatizzazione di un pericolo in realtà statisticamente così remoto da poter essere considerato inesistente? E se anche tutto questo dovesse essere addebitato sul conto di un eccesso di precauzione, perché al contrario esso è stato completamente abolito nel caso di vaccini sperimentali?

Questo per non parlare del fatto che dopo tanto tambureggiare sui preparati a mRna adesso ci si ritrova con decine di migliaia di morti in più post vaccinazione, con milioni di reazioni avverse di una certa gravità e per giunta con i contagi in aumento rispetto al periodo in cui i vaccini non erano comparsi. Insomma omicron è stata davvero un gaffe del potere, al punto che The Spectator scrive: “Omicron potrebbe rivelarsi un punto di svolta, non solo per questo maledetto virus mutante, ma anche per la politica della salute pubblica. La gente, spero, comincerà a mettere in discussione l’agenda guidata dalla paura. Vorranno sapere perché continuano a essere fatte profezie terribili anche dopo che le precedenti sono andate in pezzi. Inizieranno a sentirsi agitati dagli incessanti sforzi dall’alto per gestire il nostro comportamento dicendoci che ci saranno conseguenze apocalittiche se disobbediamo. Siamo adulti. Siamo cittadini. Iniziate a trattarci così.” Si tratta di una presa di posizione significativa perché The spectator è il più antico settimanale inglese e il punto di riferimento dei conservatori britannici. Benché abbia importanti firme fuori contesto come quella di Slavoj Žižek, la sua direzione è stata spesso un trampolino verso incarichi importanti nel Partito Conservatore, come è accaduto anche per Boris Johnson. Dunque questa uscita significa che parte del mondo che stato accanitamente a difesa della narrazione pandemica, comincia ad esprimere dei dubbi sull’intera costruzione e soprattutto che molti stanno cominciando a capire che ci sono parti del potere che non voglio affatto farci uscire dalla pandemia.

Che te lo dico a fa?

24 Dicembre 2021 11:00
I veri salari in Cina
Pasquale Cicalese


Spesso in Italia si dice che quando un lavoratore guadagna pochissimo, è pagato una miseria, ha salari cinesi.

Ma come sono i livelli del salario in Cina?

Nel libro "Piano contro Mercato" racconto che il Governo tramite il salario sociale globale di classe negli ultimi anni ha deciso detrazioni per spese mediche, abitative e detrazioni fiscali.

Da una ricerca condotta risulta che in una media metropoli i salari, se rapportati al costo della vita, non sono bassi, con la premessa che in Cina i salari si differenziano notevolmente per province e che a Pechino e Shanghai risultano i più alti.

Andiamo a verificare i salari di una media metropoli posta nell’Est del Paese. Un operaio guadagna 576 euro, un impiegato 1088 euro, nette. Il suo salario ha delle trattenute: fondo pensione 54 euro, assicurazione medica 14 euro, disoccupazione 2 euro, Fondo per la casa 34 euro. Il suo salario lordo è 681, al netto di queste trattenute fa 576.

A sua volta il datore di lavoro paga per il lavoratore 123 euro il Fondo Pensione, 61 euro assicurazione medica, 5 euro disoccupazione, 7 euro la maternità e 34 euro Fondo Casa, oltre a due euro assicurazioni infortuni. Abbiamo detto che per la casa il Governo dà detrazioni fiscali. In Cina un lavoratore può usufruire parzialmente del Fondo Casa, suo e del datore di lavoro, per pagarsi l’affitto, affitto che, in una media metropoli, costa, casa nuova, 347 euro, 111 una casa che ha diversi anni.

Il Fondo Casa può essere utilizzato dal lavoratore al 100% per l’acquisto casa (costo medio mq 1800 euro) o può essere, se non utilizzato, liquidato a fine lavoro come liquidazione. Per quanto riguarda il costo della vita un’ottima cena in un ristorante che non sia di lusso costa 6,87 euro a persona, le utenze domestiche, acqua luce gas, 28 euro, la corsa della metro 0,69 euro. Questi dati si riferiscono a 5 giornate lavorative a settimana e non contemplano gli eventuali straordinari.

Diversa la situazione a Pechino e Shanghai, qui un operaio guadagna 873 euro nette e un impiegato 1296. Nella media metropoli i salari possono sembrare bassi ma occorre rapportarli al costo della vita.

La reflazione salariale cinese, partita 20 anni fa e ancora in pieno svolgimento, ha avuto effetti sulla domanda interna, che costituisce ormai il 70% del pil, e sul benessere dei cinesi, i quali, unici al mondo, hanno la prospettiva, e così pensano, di migliorare sempre più la loro condizione di vita. Come si vede nella busta paga ci sono tutti gli istituti del Welfare, parzialmente a carico dei lavoratori, a cui corrispondono costo della vita e costo utenze domestiche basse.

Tra salario diretto e salario globale di classe, garantito dal Governo, pensiamo agli alloggi popolari con prezzi calmierati o alla copertura dell’assicurazione media tramite detrazioni, i salari cinesi mostrano un livello di tutto rispetto.

Siamo noi che abbiamo salari da fame, non loro, l’epoca dei salari bassissimi in Cina è finita da un pezzo.

P.s. Pasquale Cicalese ha aperto un suo blog Pianocontromercato.it dove raccoglierà tutti gli scritti della sua lunga produzione scientifica.

Nella guerra che Voi ci avete fatto noi i sopravvissuti ne usciremo più forti e Voi più deboli

24 Dicembre 2021 11:10
Andrea Zhok - "Per quanto possibile Buon Natale"
Andrea Zhok

Spero che un giorno guarderemo a questo periodo come un incubo superato, un periodo di follia collettiva come ogni tanto la storia riserva.

Ma in attesa di quel momento, se mai verrà, una cosa, alla vigilia del Natale più mesto di sempre, voglio dirla.

Questa vicenda, se da un lato ha distrutto molte illusioni, dall'altro ha aperto anche una dimensione umana insperata e inattesa.

Si sono scoperte affinità e solidarietà ideologicamente trasversali, si è riusciti a trovare conforto nella parola e nell'atto di persone fino a poco tempo prima sconosciute, con cui si è stabilita una connessione umana fondata su un primario senso di libertà, rispetto della persona e giustizia.

Questa connessione è "prepolitica", o forse meglio, è originariamente politica nel senso primitivo del termine: è fiducia umana nella capacità di cooperare.

L'abbandono definitivo delle categorie politiche del passato, a partire da "destra" e "sinistra", abbandono per alcuni maturato da tempo, ha ricevuto la definitiva consacrazione.

Il mondo che ci aspetta a valle di questo tornante della storia è un mondo politicamente da ricostruire da zero, perché del vecchio mondo non è rimasta pietra su pietra (per quanto molti non se ne siano ancora accorti).

Per quanto possibile, Buon Natale.

Sionisti puah!

I neo-sionisti di Israele, ossia la faccia "presentabile" del suprematismo ebraico
I neo-sionisti sono tornati. Sia i suprematisti ebrei che quelli di destra. Basta non toccare la loro illuminazione. Sono meravigliosi, proprio come quelli di destra

Israele

24 Dicembre 2021

Attenzione.: i neo-sionisti sono tornati. E rappresentano la faccia accomodante, “presentabile”, ” del suprematismo ebraico.

Di cosa si tratti lo racconta, con la consueta sapienza giornalistica e coraggio delle idee, l’icona del giornalismo radical israeliano: Gideon Levy

“Come funghi dopo un temporale, – scrive Levy su Haaretz – spuntano fuori, fanno capolino dalle loro tane, si strappano le maschere, si liberano dei loro travestimenti ed escono allo scoperto. Dopo aver temuto per anni di farlo, per non essere bollati come sostenitori di Satana, alias Benjamin Netanyahu, ora possono tornare ad essere gli Archie Bunkers che sono, gli Yair Lapid del ricco quartiere Gimmel di Ramat Aviv.

I borghesi ben pasciuti, infinitamente autocompiaciuti, che vogliono solo tranquillità, serenità, una bella vita e soprattutto continuare a sgobbare su se stessi e sul loro paese, che i loro padri hanno creato, senza che nessuno disturbi il loro banchetto autocompiaciuto.

La resistenza palestinese li disturba, così come Adam Raz con i suoi reportage del 1948, così come Moiz Ben Harosh con il suo odio per gli ashkenaziti. Tutto questo incrina la loro immagine di sé, così bella e illuminata ai loro stessi occhi. Questo è ciò che sta rubando il loro paese e lo sta portando giù per lo scarico, come hanno cantato nelle sessioni patriottiche con Saraleh Sharon.

Sono sui 40 e 50 anni, per lo più ashkenaziti, alcuni ex kibbutzim o moshavim, signori della terra. In gioventù, negli anni ’90, erano di sinistra. Erano così contenti di Oslo e così scioccati dall’assassinio di Yitzhak Rabin, che uccise anche la pace che era dietro l’angolo, se solo Yigal Amir non fosse esistito.

Erano i figli delle candele e dei sostenitori degli accordi di Ginevra, andavano ogni anno ai raduni di Rabin nella piazza omonima e cantavano: “Hai promesso la pace”. Un’intera generazione che chiedeva la pace. Poi Netanyahu è salito al potere, e si sono riversati nelle strade per scacciarlo. Che Guevara e Nelson Mandela fatti in casa.

Ora possono finalmente sdraiarsi sulle loro poltrone e rivelare le loro facce, essere di destra e nazionalisti senza essere sospettati di essere bibi-isti, che è la cosa peggiore in assoluto. Ora si può dire – in realtà sono tutti Yair Lapid, vuoti e di centro come lui, e le differenze tra loro e Naftali Bennett o Ayelet Shaked sono molto più piccole di quello che sembrano, se esistono davvero. Anche la differenza tra loro e Bezalel Smotrich è più piccola di quella tra loro e Ayman Odeh. Ecco perché l’attuale governo può esistere con tanta comodità. Non ci sono vere dispute ideologiche al suo interno.

Guardate come Merav Michaeli risponde a un attacco terroristico. Quando i palestinesi tendono un’imboscata a un’auto che scende da uno degli insediamenti più violenti e criminali di tutti e uccidono una delle persone che vi sono dentro, è “un attacco terroristico feroce e spaventoso”. Quando gli invasori dello stesso Homesh hanno torturato un ragazzo palestinese, l’hanno appeso a un albero e gli hanno bruciato i piedi, non abbiamo sentito dal ministro del Partito Laburista che è stato feroce e spaventoso. E quando i soldati hanno sparato in testa a un manifestante palestinese una settimana prima, Michaeli è rimasta in silenzio, proprio come quando le ONG palestinesi per i diritti umani sono state chiuse, e ha solo protestato “per come è stato fatto”. Dov’è la differenza ideologica tra lei e Bennett? O tra lui e Meretz, ora troppo impegnato a parlare dell’occupazione? E guardate cosa sta succedendo a Haaretz. Uri Misgav, il kibbutznik veterano di guerra in una serie di articoli penitenziali. Appena Netanyahu è caduto, sono cadute anche la maschera e la bandana. Improvvisamente la Nakba non è affatto solo una questione palestinese, il Golan rimarrà per sempre nelle mani di Israele. “Sviluppare il Golan è sbagliato anche adesso?” geme il cosacco derubato. E Ben Harosh non deve scrivere canzoni contro gli ashkenaziti, perché gli hanno dato dei premi. Uri Zaki, un pilastro del Meretz, nel suo nuovo lavoro sionista come presidente del Centro Herzl, scrive che non bisogna paragonare l’occupazione del Golan a quella della Cisgiordania perché il Golan è vuoto. Prima Israele ha cacciato 100.000 persone, e ora possiamo affermare che il Golan è vuoto e quindi non è occupazione. Uccide i suoi genitori e piange di essere orfano, poi si spaccia per di sinistra. Moran Sharir è anche dispiaciuto di non aver sostenuto “Il popolo è con il Golan”: “Siamo fortunati che allora non ci fosse un partner per la pace”.

Per concludere: .”I neo-sionisti sono tornati. Sia i suprematisti ebrei che quelli di destra. Basta non toccare la loro illuminazione. Sono meravigliosi, proprio come quelli di destra”.

Quell’accusa infamante

I premi Nobel per la pace Jimmy Carter, Desmond Tutu, Mairead Maguire. Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch. E l’elenco potrebbe proseguire a lungo. Personalità e organizzazioni che hanno denunciato i crimini commessi a Gaza, e per questo sono stati considerati “antisemiti”.

La memoria torna a quell’estate di sangue del 2014. Ci sono anche sette premi Nobel per la Pace tra i 64 firmatari di una lettera aperta nella quale si chiede che venga applicato, nei confronti di Israele, un embargo internazionale per quanto riguarda la vendita delle armi. La lettera-appello è del 21 luglio 2014. La missiva, sul Guardian, chiede che il provvedimento venga preso per i “crimini di guerra e i possibili crimini contro l’umanità a Gaza”. “Israele – si legge nella lettera – ha ancora una volta scatenato tutta la forza del suo esercito contro la popolazione palestinese, in particolare quella della Striscia di Gaza, in un atto disumano e in una illegale aggressione militare. La capacità di Israele di lanciare questi attacchi impunemente deriva in gran parte dalla vasta cooperazione militare internazionale che intrattiene con la complicità dei governi di tutto il mondo. Chiediamo alle Nazioni Unite di attuare immediate misure di embargo militare nei confronti di Israele simili a quelle inflitte al Sudafrica durante l’apartheid”. Tra i firmatari dell’appello ci sono anche sette premi Nobel per la Pace: si tratta in particolare di Desmond Tutu, Betty Williams, Federico Mayor Zaragoza, Jody Williams, Adolfo Peres Esquivel, Mairead Maguire e Rigoberto Menchu. Ma non solo: il documento è stato sottoscritto anche da importanti accademici come Noam Chomsky e Rashid Khalidi, dai registi Mike Leigh e Ken Loach, dai musicisti Roger Waters e Brian Eno, dagli scrittori Alice Walker e Caryl Churchill e dai giornalisti John Pilger e Chris Hedges. Tra i firmatari, inoltre, ci sono anche due accademici israeliani: Ilan Pappe e Nurit Peled.

La destra israeliana e la stampa mainstream italiana li definirebbe antisionisti e, peggio ancora, antisemiti. Noi, al contrario, li consideriamo dei veri amici d’Israele. Perché un amico, un amico vero, non è quello che giustifica tutto quello che fai, ma che ha il coraggio di dirti che hai sbagliato e che proseguire su una certa strada è un errore esiziale. Vale per i singoli come per i popoli, gi stati e i governi. Israele incluso.

Israele, c’è ancora vita a sinistra?

Per provare a tornare ad una qualche rilevanza, la sinistra dovrebbe avere il coraggio delle idee, di saper andare controcorrente, e di dotarsi di una visione di lungo respiro. Quella delineata da un “Grande d’Israele”, recentemente scomparso: Zeev Sternhell. Così il grande storico israeliano ragionava in una intervista concessa, pochi mesi prima della sua morte, a chi scrive.

“Integrazione o apartheid: tertium non datur. Certo, sul piano dei principi resta la soluzione ‘a due Stati”, e qui c’è la responsabilità storica della comunità internazionale, non solo degli Stati Uniti e dell’Europa ma anche dei Paesi arabi, nel non aver forzato su questo punto quando ne era il tempo. Oggi, di fronte alla realtà degli insediamenti nella West Bank, ad una presenza di oltre 400mila israeliani-coloni, a me pare francamente improbabile, per non dire impossibile, realizzare questa soluzione. Ma a Gerusalemme come nella West Bank, non devono esistere due leggi e due misure, una per i cittadini ebrei e l’altra, penalizzante, per i palestinesi. Ritengo peraltro che la prospettiva di uno Stato binazionale democratico possa essere un terreno d’incontro, di iniziativa comune, tra quanti, nei due campi, credono ancora nel dialogo e nella convivenza. Mi lasci aggiungere che credere in uno Stato binazionale non significa che le comunità che ne fanno parte rinuncino alla propria identità. Integrazione non è sinonimo di omologazione, di azzeramento delle diversità. Io penso che siano nel giusto i Palestinesi a voler essere persone libere e di aspirare al benessere soprattutto per i giovani. Ecco, io credo che, nelle condizioni date, questa aspirazione sia più praticabile in uno Stato binazionale”.

Uno Stato binazionale di nome Israele guidato da un arabo…

“Per quel che conosco della realtà palestinese, non mi pare che sul piano politico sia un monolite, tutt’altro – fu la sua risposta alla domanda che gli posi -. E non mi riferisco solo alle divisioni tra le fazioni storiche, Hamas e al-Fatah, ma penso anche a quelle che separano laici e fondamentalisti. E per quanto riguarda Israele, non ne parliamo…Voglio dire che non va dato per scontato che in uno Stato binazionale il voto sia incardinato ad un principio assoluto di appartenenza etnica, che annulli totalmente visioni diverse, spesso opposte, di società, del rapporto tra Stato e religione, di parità di genere, di pluralità culturale che attraversano sia Israele che la società palestinese. D’altra parte già oggi Israele è uno Stato che ha come terza forza parlamentare una Lista, che già nella sua definizione, Lista Araba Unita, fa riferimento esplicito ad una popolazione, quella araba israeliana, che rappresenta oltre il 20% del Paese. So bene le difficoltà, le resistenze, gli ostacoli da superare, che non sono solo politici ma culturali, identitari. Ma credo anche che questo sia il momento per un Nuovo Inizio. Sin qui si è detto: due popoli, due Stati. E’ tempo di affermare ‘due popoli, uno Stato. Democratico’”.

Il j’accuse di Falk

L’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei palestinesi (2008-2014), il professor Richard Falk, ha scritto nel 2009, subito dopo la seconda guerra a Gaza condotta da Israele, che: “Israele ha avviato la campagna di Gaza senza un’adeguata base legale o una giusta causa, ed è stato responsabile della stragrande maggioranza delle devastazioni e della sofferenza dei civili nel suo complesso. Il fatto che Israele si sia basato su un approccio militare per sconfiggere o punire Gaza è stato intrinsecamente ‘criminale’ e come tale ha dimostrato sia violazioni della legge di guerra che la perpetrazione di crimini contro l’umanità”.

Oltre ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, Falk estese la sua argomentazione legale a una terza categoria. “C’è un altro elemento che rafforza l’accusa di aggressione. La popolazione di Gaza era stata sottoposta a un blocco punitivo per 18 mesi quando Israele ha lanciato i suoi attacchi”.

“Alla fine, il problema non eludibile è capire se i crimini di guerra ascrivibili al comportamento di Israele a Gaza interessano, ed in tale caso, quanto. Io credo che siano importanti in considerazione di quella che potrebbe chiamarsi “la seconda guerra”, la guerra della legittimità, che spesso finisce per dare forma alle conseguenze politiche più dei risultati del campo di battaglia. Gli Stati Uniti vinsero ogni battaglia in Vietnam e persero la guerra; lo stesso vale per la Francia in Indocina e Algeria, e per l’Unione Sovietica in Afghanistan. Lo Scià dell’Iran crollò, come fece il regime dell’apartheid in Sudafrica, a causa delle sconfitte nella guerra della legittimità.
A mio giudizio l’affiorare di queste imputazioni contro Israele, durante e dopo i suoi attacchi su Gaza, hanno dato luogo ad importanti successi per i palestinesi sul fronte della legittimità. La percezione popolare molto diffusa della criminalità israeliana, specialmente l’aver intrapreso una guerra usando un armamento moderno contro una popolazione indifesa, ha spinto le persone in tutto il mondo a proporre il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni. Questa mobilitazione esercita una pressione su governi ed imprese perché abbandonino le relazioni con Israele, e richiama alla memoria la campagna mondiale anti-apartheid che tanto fece per mutare il panorama politico in Sudafrica. Vincere la guerra della legittimità non è garanzia di realizzazione dell’autodeterminazione palestinese nei prossimi anni, ma cambia l’equazione politica in una misura non pienamente apprezzabile in questo momento. L’ordinamento globale offre una struttura legale capace di imporre il diritto penale internazionale, ma non si migliorerà senza la presenza della volontà politica. Israele sarà probabilmente immune da iniziative giudiziarie formali per accuse di crimini di guerra, ma affronterà le conseguenze che hanno origine dalla veridicità che queste accuse possiedono per l’opinione pubblica mondiale. Questa ricaduta sta rimodellando i fondamenti dello scontro Israele/Palestina e sta dando, rispetto al passato, di gran lunga più importanza alla guerra della legittimità (combattuta su un campo di battaglia politico globale)”.

Così scriveva Richard Falk il 15 marzo 2009 in un artico dal titolo I crimini di Israele. Appello per un’indagine sugli attacchi a Gaza.

Falk, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, è di origine ebraica. Anche lui è un antisemita?