L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 giugno 2022

Diario di guerra

DALLA RITIRATA ALLA SCONFITTA
By Redazione CDC On 28 Giugno 2022 18,986


AVVISO PER I LETTORI: ComeDonChisciotte continua a subire la censura delle multinazionali del web: Facebook ha chiuso definitivamente la nostra pagina a dicembre 2021, Youtube ha sospeso il nostro canale per 4 volte nell'ultimo anno, Twitter ci ha sospeso il profilo una volta e mandato ulteriori avvertimenti di sospensione definitiva. Per adesso sembra che Telegram non segua le stesse logiche dei colossi Big Tech, per cui abbiamo deciso di aprire i nostri canali e gruppi. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale Telegram.

Di Erwan Castel, ideeazione.com

È fatta: le forze ucraine hanno pietosamente abbandonato Severodonetsk, attraversando su zattere di fortuna e gommoni da spiaggia il fiume Donetsk che separa la città liberata da quella di Lisichansk, minacciata di rapido accerchiamento da parte delle forze russo-repubblicane provenienti dal saliente di Popasnaya (vedi su questo argomento l’ultimo SITREP su questo settore). I pochi soldati ucraini già accerchiati sulla sponda sinistra del Donetsk sono dunque condannati a morire o ad arrendersi.

Questa vittoria tattica fa parte di un crollo esponenziale delle forze ucraine in generale e del loro corpo di battaglia del Donbass in particolare. Durante l’ultimo mese, che corrisponde grosso modo al periodo della battaglia di Severodonetsk, che è stato il suo culmine militare, le forze di Kiev hanno perso circa 20.000 uomini (uccisi, feriti, prigionieri, disertori, dispersi, ecc.), cosa che costituisce la peggiore emorragia fisica e morale vissuta dal campo ukro-atlantista nei 4 mesi.

Le ultime unità ucraine fuggono come possono da Severodonetsk, abbandonando lì i loro uccisi, tutto il loro equipaggiamento pesante e il loro orgoglio.

Non solo circa 1.000 soldati ucraini si sono arresi alle forze russe e repubblicane, ma stiamo iniziando a osservare tra loro alcuni che si uniscono alle forze repubblicane a Lugansk per continuare la lotta contro questo regime ucraino-atlantista che li ha traditi e abbandonati.

Naturalmente, queste nuove vittorie tattiche delle forze alleate (Zolotoe, Severodonetsk…) sul fronte del Donbass settentrionale non sono state ottenute senza subire anche perdite umane, materiali, militari e civili, ma la loro curva, a differenza di quelle delle forze ucraine che è alle stelle, diminuisce sensibilmente grazie in particolare a:

alle nuove tattiche adottate per adeguarsi al combattimento urbano e favorire la sicurezza,
alla preparazione degli assalti effettuati dall’artiglieria, potente e precisa,

l’irrigidimento delle unità russe e repubblicane impegnate per diversi mesi,

alle difese ucraine incontrate oggi, meno consolidate e organizzate,

all’ingaggio in prima linea di unità ucraine inesperte e poco motivate.

Il crollo definitivo delle forze ucraine, su cui non c’erano dubbi sin dal primo giorno nonostante l’onorevole resistenza, è quindi a un bivio; o prende la corsia preferenziale continuando la ritirata delle sue unità verso Slaviansk, oppure sceglie la via sadomasochistica aggrappandosi il più a lungo possibile a questi ultimi bastioni del Donbass, a cominciare da quello di Lisichansk.

Anche nei media occidentali solitamente burberi e mendaci, il discorso è cambiato di fronte alla realtà della vittoria delle forze russo-repubblicane nel Donbass.

Sul terreno, lo stato maggiore ucraino deve prendere la sua decisione nelle prossime ore, perché la sacca di Lisichansk sta per trasformarsi in un calderone sapendo che l’ultima strada percorribile attraverso Seversk è già sotto il fuoco del nemico. L’artiglieria del primo scaglione alleata che è arrivato alla periferia sud della città.

In precedenza, lo Stato Maggiore ucraino aveva ordinato il ritiro delle sue unità combattenti dalla tasca di Zolotoe/Gorskove (a sud di Lisichansk), il 21 giugno prima che fosse completamente circondata, lasciando dietro di sé solo poche centinaia di persone delle forze territoriali e mobilitate che si sono arrese molto rapidamente. Non sono ancora stato in grado di definire con precisione dove si fossero ritirate queste unità di Zolotoe (Slaviansk in Occidente o Lisichansk nel Nord), il che potrebbe presagire la decisione ucraina per la continuazione delle operazioni.

Per quanto riguarda Lisichansk, il potere di Kiev deve affrontare un serio dilemma:
A) decidere di continuare la ritirata delle sue unità verso Slaviansk, che non sarà senza perdite, ma che rischia di trasformarsi in una debacle trascinando con sé le guarnigioni di Seversk, Artemovsk e scuotendo fortemente il già fragile morale di quelle di Slaviansk e Kramatorsk . Inoltre, questa manovra segnerà la totale liberazione del territorio della Repubblica popolare di Lugansk e raddoppierà la vittoria militare russa con una grande vittoria politica che rafforzerà ulteriormente la posizione diplomatica di Mosca.
B) altrimenti decide di aggrapparsi al terreno, bloccando le sue unità nell’assedio di Lisichansk e nella fantasia che con l’avvicinarsi degli aiuti militari occidentali (in particolare l’artiglieria di precisione a lungo raggio), riuscirà a respingere le forze russe e a mantenere la sua roccaforte. Ma tutto fa pensare che intorno a Lisichansk ci sarà solo una seconda Mariupol con conseguente umiliante annientamento e patetica resa della sua guarnigione, il cui numero è lo stesso (circa 15.000 uomini).

Dopo la chimera dei guerrieri delle luci dell’Azovstal , quella degli obici occidentali da 155 mm, quella della Legione Internazionale per l’Ucraina, gli ukro-atlantisti vi presentano quella dei Lanciarazzi multipli statunitensi “HIMARS” che, anche al meglio della loro efficacia, non cambieranno assolutamente nulla durante la guerra.

Intanto “le carote sono cotte” per il gruppo tattico ucraino di Severodonetsk/Lisichansk che ha già perso migliaia di uomini e centinaia di veicoli da combattimento, distrutti o catturati, sulla sponda sinistra del fiume Donets.

A Lisichansk, le forze ucraine visibilmente stressate sembrano ancora volersi organizzare in previsione di un possibile accerchiamento russo, inseguendo rifugi che vogliono requisire gli abitanti che sono sempre più maltrattati da questo odio russofobo ukro-atlantista a cui oggi si aggiunge la rabbia di una banda di rozzi che perdono tutte le loro battaglie.

Continuiamo dalla parte dei media servi occidentali che sempre più spesso riportano anche la realtà dell’identità di questa popolazione del Donbass che attende con impazienza la vittoria dei russi.
Tra le prove di una rinascita del nazismo in Ucraina , la realtà dei successi militari russi, il fallimento delle sanzioni economiche occidentali (a parte il loro effetto boomerang sui popoli ridotti in schiavitù dalla NATO), l’isteria dei filoucraini , la coerenza del discorso russo rivendica (come gli USA intorno al loro territorio) i principi della sicurezza collettiva e della neutralità dei paesi di confine, ecc. I cani da guardia dei media occidentali stanno iniziando ad abbaiare meno rumorosamente all’orso che fa a pezzi le bugie e le fantasie guerrafondaie della plutocrazia globalista una per una.

Tuttavia, come alcuni propagandisti, eviterò di dichiarare vittoria troppo presto perché la storia ci insegna che quando il capitalismo, sia esso nazionale, coloniale o globale, ha affondato le sue zanne in una preda, è difficile lasciarlo andare (sull’esempio di questa Francia Africa che ha mantenuto nelle sue ex AOF e AFN un neocolonialismo criminale). Se nel Donbass le forze ucraine hanno perso definitivamente l’iniziativa delle operazioni militari, d’altronde si possono immaginare da parte loro disperati tentativi di offensive nella regione di Kherson, Kharkov o perché no Zaporodje per sperare di arrivare al futuro tavolo negoziale , con un minimo di argomenti.

Queste offensive destinate al fallimento avranno l’unico scopo di prolungare ancora un po’ la guerra affinché la NATO costringa gli europei a sacrificare gli ultimi detriti galleggianti della loro indipendenza politica ed economica e ad affondare sempre più profondamente in una cobelligeranza insensata in questa guerra fratricida contro la Russia voluta da 8 anni da Washington. E in questo branco di pazzi e traditori, la Francia non è lontana dalla pole position, appena dietro a Polonia ed Estonia. E non venite a dirmi come dei semplicisti nazionalisti (pleonasmi) che “è” colpa dei socialisti! perché da un lato non c’è socialismo in Francia da molto tempo e dall’altro questa sottomissione al mercato economico del globalismo risale a Pompidou.

Arrivo del secondo lotto di Caesar francese in Ucraina. 6 miserabili cannoni che sicuramente si comportano bene ma il cui unico risultato tangibile sarà quello di aggravare la posizione politica di uno stato francese naufragato in volontaria servitù dell’ordine americano.

E questo risentimento occidentale vede oggi la sua corsa suicida a capofitto esacerbata da un nuovo collasso sistemico (annunciato nel 1972) del suo modello capitalista, e che la plutocrazia, dopo il fallimento del jolly della salute, ora vuole salvare con il jolly di guerra che gioca una volta di nuovo sulle rive del Mar Nero.

E l’Ucraina, che è stata l’obiettivo della talassocrazia britannica e poi americana sin dal 18° e 19° secolo, e ancora una volta la priorità dell’imperialismo statunitense in Europa lanciando nel 2004 (Rivoluzione arancione) poi nel 2014 (colpo di stato di Maidan) la sua strategia di prelazione di questo trattino (e disunione) tra l’Occidente e l’Eurasia nel tentativo di ottenere: attraverso il regime ucraino e le sue componenti naziste, un isolamento internazionale di Mosca e un logoramento militare ed economico della Russia, una strategia fantasticata dalla plutocrazia globalista e che sta fallendo miseramente.
Tramite la NATO, una nuova divisione dell’Europa e un aggravato addomesticamento delle sue popolazioni occidentali rese purtroppo possibili grazie alla loro apatia e alla collaborazione di stati-nazione consustanzialmente sottomessi agli interessi dell’élite capitalista.

Perché questa domanda “E dopo?” comincia ad imporsi implicitamente all’orizzonte della prossima vittoria russa nel Donbass.

Finché l’Ucraina rappresenterà per la vastità del suo territorio un potenziale coloniale per le industrie occidentali e soprattutto per il suo accesso al Mar Nero un interesse per la NATO, la plutocrazia globalista continuerà la sua strategia di prevenzione di questo “perno strategico europeo” ( Brzeziński), anche se significa sacrificare fino all’ultimo gli ucraini, in questo vulcano Donbass, commissionato nel 2014 dalla CIA ai golpisti di kyiv (allora Turtchinov) e che esplose il 24 febbraio con l’intervento russo destinato a porre fine liberando la sua Novorossiya e i suoi porti occupati dagli ukro-atlantisti.

Ma proprio come l’Europa si vedrà ancora una volta lacerata da una nuova cortina di ferro imposta dalla servitù volontaria degli stati-nazione occidentali alla dittatura della merce, è molto probabile che anche questa regione del Ponto si ritrovi dilaniata proprio come il Donbass durante i suoi 8 anni, da una nuova linea del fronte attiva lunga 900 km e che confina con il suo fuoco omicida il fianco occidentale della grande Russia.

A meno che i popoli d’Europa non seguano l’esempio di quello del Donbass, e non conducano una ribellione contro i loro stati-nazione venduti al Capitale e riconquistando i loro territori naturali in una comunità europea del destino dove tutti difendano insieme gli interessi e le identità non di ciascuno globalisti il ​​cui liberalismo è limitato esclusivamente alla loro casta dominante.

Il potere in Occidente non va preso perché marcio nel suo strutturalismo, va distrutto per permettere ai popoli d’Europa di unirsi all’immensa rete di un mondo multipolare ed equo in fiore.

Di Erwan Castel, ideeazione.com

27.06.2022


Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

Non tutti i medici hanno fatto finta di non vedere, Giovanni Frajese docet

VACCINI-COVID, IL VIROLOGY JOURNAL: “STOP A ULTERIORI DOSI DI RICHIAMO”

By Valentina Bennati On 13 Giugno 2022 56,567


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di Valentina Bennati
comedonchisciotte.org

Il 5 giugno scorso sul Virology Journal, importante rivista scientifica ad accesso aperto sottoposta a revisione paritaria, è stato pubblicato, a firma Kenji Yamamoto, un articolo di commento agli effetti dei vaccini COVID-19.
L’autore inizia menzionando lo studio pubblicato a febbraio da The Lancet sul declino dell’immunità nel tempo e sottolinea che la funzione immunitaria tra gli individui vaccinati, trascorsi 8 mesi dalla somministrazione di due dosi di vaccino covid-19, risulta inferiore a quella tra gli individui non vaccinati.

Poi fa un lungo elenco di preoccupanti effetti avversi. Riporto in corsivo alcuni passaggi degni di attenzione: “Le proteine ​​spike non decadono immediatamente dopo la somministrazione di vaccini mRNA. Le proteine ​​spike presenti sugli esosomi circolano in tutto il corpo per più di 4 mesi. Inoltre, studi in vivo hanno dimostrato che le nanoparticelle lipidiche (LNP) si accumulano nel fegato, nella milza, nelle ghiandole surrenali e nelle ovaie e che l’mRNA incapsulato con LNP è altamente infiammatorio. Gli anticorpi di nuova generazione della proteina spike danneggiano le cellule e i tessuti che sono preparati per produrre proteine ​​​​spike e le cellule endoteliali vascolari sono danneggiate dalle proteine ​​​​spike nel flusso sanguigno; questo può danneggiare gli organi del sistema immunitario come la ghiandola surrenale. Inoltre, può verificarsi un potenziamento anticorpo-dipendente, in cui gli anticorpi che migliorano l’infezione attenuano l’effetto degli anticorpi neutralizzanti nella prevenzione dell’infezione. Il peccato antigenico originale, cioè la memoria immunitaria residua del vaccino di tipo Wuhan, può impedire al vaccino di essere sufficientemente efficace contro i ceppi varianti. Questi meccanismi possono anche essere coinvolti nell’esacerbazione di COVID-19.”

E ancora: “Alcuni studi suggeriscono un legame tra i vaccini COVID-19 e la riattivazione del virus che causa l’herpes zoster. Questa condizione viene talvolta definita sindrome da immunodeficienza acquisita con il vaccino. Da dicembre 2021, oltre al COVID-19, il Dipartimento di Chirurgia Cardiovascolare dell’Okamura Memorial Hospital, Shizuoka, in Giappone (di seguito denominato ‘l’Istituto’) ha riscontrato casi di infezioni difficili da controllare. Ad esempio, si sono verificati diversi casi di sospette infezioni dovute a infiammazioni dopo un intervento chirurgico a cuore aperto, che non è stato possibile controllare anche dopo diverse settimane di utilizzo di più antibiotici. I pazienti hanno mostrato segni di essere immunocompromessi e ci sono stati alcuni decessi. Il rischio di infezione può aumentare e in futuro potrebbe essere necessario rivedere vari algoritmi medici per valutare la prognosi postoperatoria.”

Inoltre, più avanti, nell’articolo si legge: “A causa di una propaganda distorta i media hanno finora nascosto gli eventi avversi della vaccinazione come, ad esempio, la trombocitopenia trombotica immunitaria indotta dal vaccino (VITT). L’Istituto incontra molti casi in cui questa causa è riconosciuta. Queste situazioni si sono verificate a ondate; tuttavia, devono ancora essere risolte nonostante le misure implementate per lo screening di routine dei pazienti ammessi per un intervento chirurgico per gli anticorpi della trombocitopenia indotta da eparina (HIT). Dall’inizio della vaccinazione sono stati confermati quattro casi positivi agli anticorpi HIT; questa frequenza di casi positivi agli anticorpi HIT, invece, era stata osservata raramente prima. Sono stati segnalati anche casi mortali dovuti a VITT in seguito alla somministrazione di vaccini COVID-19.”

A questo punto l’autore scrive che “come misura di sicurezza le ulteriori vaccinazioni di richiamo dovrebbero essere sospese” e aggiunge che “nella cartella clinica di tutti i pazienti devono essere annotate le date delle varie vaccinazioni e il tempo passato dall’ultimo richiamo”.
Infine, segnala che “potrebbe essere necessario considerare il tempo trascorso dall’ultima vaccinazione COVID-19 tutte le volte che sono richieste procedure invasive” e indica diverse misure pratiche che possono essere implementate per prevenire una diminuzione dell’immunità: “Queste includono la limitazione dell’uso di farmaci antinfiammatori non steroidei, incluso il paracetamolo, per mantenere la temperatura corporea profonda, l’uso appropriato di antibiotici, la cessazione del fumo, il controllo dello stress e la limitazione dell’uso di emulsioni lipidiche, incluso il propofol (un anestetico), che possono causare immunosoppressione perioperatoria”.

Nella conclusione si legge: “Ad oggi, quando si confrontano i vantaggi e gli svantaggi dei vaccini mRNA, si riscontra che la vaccinazione è stata comunemente raccomandata. Tuttavia, man mano che la pandemia di COVID-19 diventa meglio controllata, le conseguenze del vaccino diventano più evidenti. Per il futuro si ipotizza un aumento delle malattie cardiovascolari, in particolare delle sindromi coronariche acute, causate dalle proteine ​​spike nei vaccini genetici. Oltre al rischio di infezioni dovute all’abbassamento delle funzioni immunitarie, esiste il possibile rischio di danno d’organo sconosciuto causato dal vaccino che è rimasto nascosto, senza manifestazioni cliniche apparenti, principalmente nel sistema circolatorio. È anche essenziale un’attenta valutazione del rischio prima di ogni intervento chirurgico e prima di procedure mediche invasive. Inoltre, anche se sono necessari studi randomizzati controllati per confermare queste osservazioni cliniche, va detto che la vaccinazione COVID-19 è un importante fattore di rischio per le infezioni nei pazienti critici.”

Dunque, sempre più studi scientifici stanno evidenziando la possibilità di gravi effetti avversi successivi all’inoculazione di questi farmaci preparati e commercializzati a tempo di record.
Ciononostante, il mondo non vuole vedere. La Svezia ha già autorizzato la quinta dose per l’autunno e anche Israele sta prendendo in considerazione l’ennesimo richiamo, benché i suoi stessi ricercatori abbiano documentato chiaramente l’associazione tra l’aumento statisticamente significativo degli eventi cardiovascolari di emergenza nella popolazione under 40 e il lancio della vaccinazione anti-Covid.
E l’Italia? Nicola Magrini, direttore generale dell’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco, ha già parlato di quinta dose in autunno per gli ultraottantenni e le persone fragili fra i 60 e i 79 anni e ha annunciato l’arrivo di altri vaccini, oltre ai due a Rna che oggi vanno per la maggiore. Infine, ha confermato l’arrivo, entro un anno, di un nuovo vaccino contro tutti i coronavirus.

Siamo precipitati in un incubo senza fine?
Pare di sì. Eppure, vari medici e ricercatori hanno urlato un’altra verità. Sono uomini e donne che si sono esposti, anche in sedi istituzionali (QUI l’intervento del Prof. Giovanni Frajese), andando con coraggio contro la narrazione unica, approfondendo, argomentando e prendendosi cura della salute e della vita di molte persone, non solo dei propri pazienti.
Per aver espresso obiezioni sulla sicurezza di questi trattamenti genici o per aver prescritto esami prevaccinali, sono andati incontro a grosse difficoltà, sono stati assurdamente sottoposti a procedimenti disciplinari e ingiustamente sospesi.
Nonostante ciò, continuano a dare una grande e preziosa testimonianza perché gli esseri umani che coltivano valori più elevati, liberi e forti, esistono ancora e sono una luce per il prossimo nei momenti tragici e difficili per l’intera umanità.
Possano questi medici e scienziati che agiscono in scienza e coscienza riuscire a illuminare più persone possibili.
Soprattutto possano ricevere presto giustizia.
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ComeDonChisciotte.Org

Ci hanno inoculato farmaci sperimentali spacciandoli per vaccini che hanno indebolito le difese naturali immunitarie e oggi gli inoculati sono più soggetti ad ammalarsi

“PIÙ TI VACCINI E PIÙ TI AMMALI” – [VIDEO]
Intervista al farmacista ospedaliero Fabio La Falce dopo il suo duro intervento all'Ordine di Torino. "E' boom di morti improvvise: non è normale morire così sotto i 40 anni"
INTERVISTACOVID-19VACCINI
By Redazione CDC On 28 Giugno 2022 22,312


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Di Loreto Giovannone per ComeDonChisciotte.org

Qui si tratta di omicidio e tentato omicidio di Stato. Se non ci sono gli studi come è stato possibile autorizzare questo farmaco?

E i farmacisti dov’erano? Sia chiaro: abbiamo anche somministrato ai nostri pazienti, alla faccia della tutela della salute pubblica, dei farmaci scaduti. E anche su questo c’è da riflettere.

Per il ruolo, per le competenze e per la dignità che il nostro ruolo e le nostre regole del codice deontologico impongono, oggi noi ci prendiamo la responsabilità di denunciare formalmente a questo Ordine che da parte della quasi totalità dei medici e farmacisti vaccinatori si starebbero perpetrando da mesi illeciti che se confermati potrebbero configurare reati di omicidio doloso e tentato omicidio doloso nella misura in cui si somministrassero vaccini fuori indicazione e senza studi a supporto e quindi non in sicurezza laddove questi abbiano o possano provocare la morte, come certificato dall’ultimo report di farmacovigilanza.

Chiediamo all’Ordine di procedere con una formale domanda e di denunciare tutte le difformità evidenziate in materia di appropriatezza prescrittiva e rispetto delle norme e della tutela della salute pubblica.

Si spieghi a Speranza che nessun vaccino oggi presente in Italia può servire ad ottemperare a quanto previsto dalla norma sull’obbligo vaccinale.

Non è normale morire oggi sotto i 40 anni, in questo boom di morti improvvise.

Anche come Ordine non possiamo accettarlo. Dobbiamo avere il coraggio di iniziare a dire la verità agli italiani (1).

Discorso durissimo quello del Dott. Fabio La Falce che è diventato un volto conosciuto, dopo l’intervento all’Ordine dei Farmacisti di Torino, il 24 maggio scorso; le sue parole in assemblea hanno preso a viaggiare nella rete evocando le coscienze di molte migliaia di persone.

Tredici anni in Piemonte, dodici a Pordenone, 25 anni di esperienza nel settore. Oggi la verità ha la voce autorevole di chi della materia farmacologica ha esperienza diretta nei reparti ospedalieri.

Gli abbiamo posto alcune domande con l’intento di capire meglio cosa l’abbia spinto ad esporsi così nettamente. 

Dott. La Falce, di cosa si occupa nello specifico?
Sono un farmacista ospedaliero, classe 47’, con esperienza maturata in vari ambiti di competenza ospedaliera tra cui anche la gestione dei farmaci sperimentali. 

Cosa è successo prima del suo intervento in assemblea?
Prima del mio intervento, un gruppo di farmacisti aveva già inviato messaggi pec all’attenzione del Presidente dell’Ordine di Torino segnalando incongruenze normative enormi; le medesime comunicazioni sono state inviate ad enti e colleghi senza aver mai ricevuto risposta alcuna alle osservazioni fatte. 

Com’è possibile che il comparto farmaceutico non abbia inizialmente compreso che i cosiddetti “vaccini” non erano veri e propri vaccini visto che da anni assistiamo ad una vera e propria aggressione con obblighi vaccinali?

I colleghi farmacisti si sono accorti di tutto, la domanda corretta è perché non abbiano fermato tutto.

La risposta è da ricercare nella propaganda mediatica creata attorno a questo virus (la cui classe di appartenenza era già nota da anni). Anche i colleghi farmacisti sono stati “ingannati” dalla paura di morire di Covid (non hanno nemmeno ragionato sull’età media di mortalità che era di 80 anni).

Quando sei preso dal panico, dalla paura e tirato dentro un vortice di stress ed informazioni che cambiano in continuazione non si ha più il tempo di ragionare e quindi – come milioni di altri cittadini – sono finiti con l’essere tutti tratti in “inganno”.

Fabio La Falce, farmacista ospedaliero

Cosa è accaduto nel mondo dei farmacisti ospedalieri all’inizio della pressione governativa con la spinta pandemica?
I farmacisti ospedalieri si sono dedicati soltanto alla gestione dell’emergenza e alla gestione logistica dei vaccini tralasciando il loro ruolo cruciale di referenti per l’appropriatezza prescrittiva… si sarebbero in tal caso fatti qualche domanda e si sarebbero fermati.

Quali sono i problemi che sono emersi durante la campagna di inoculazione dei sieri genici detti impropriamente: “vaccini anti-Covid-19”? E ora cosa sta accadendo?
In realtà, nessun problema: l’organizzazione e la gestione sono state impeccabili per quanto riguarda la gestione dei vaccini forniti agli ospedali, con il rispetto, e lo voglio sottolineare per tranquillizzare tutti, della catena del freddo molto rigorosa per la corretta gestione dei vaccini. 

Un medico di base, da noi contattato, ci ha rivelato che addirittura l’80% dei suoi assistiti con tripla dose è attualmente ammalato: cosa sta succedendo?
Sta succedendo quello che era in parte preventivabile e che molti colleghi medici vanno dicendo ormai da mesi: le continue sollecitazioni al sistema immunitario lo stanno mandando in tilt, a testimonianza di questo, ora siamo arrivati ad avere una efficacia negativa: più ti inoculi e più ti ammali.

IL VIDEO DELL’INTERVENTO INTEGRALE


Di Loreto Giovannone per ComeDonChisciotte.org
NOTE
(1)
https://www.alessandriaoggi.info/sito/2022/05/31/il-dottor-la-falce-ora-vi-dico-la-verita-sui-vaccini-incredibile-da-non-perdere-video/

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org
https://comedonchisciotte.org/piu-ti-vaccini-e-piu-ti-ammali-video/

Difficilissimo andare avanti con questi prezzi

Aumento dei prezzi del carburante: la situazione attuale e lo sconto accise

Sommario: Continua ancora negli ultimi giorni l’aumento dei prezzi del carburante in modo pressoché uniforme su tutta la penisola dopo l’invasione russa in Ucraina che ha portato a un rincaro di tutti i prezzi delle materie prime. Il Governo estende lo sconto delle accise sul carburante per Luglio 2022

Prosegue infatti fino all’2 Agosto lo sconto sui prezzi delle accise statali che viene anche esteso al metano che veniva considerato come opzione per risparmiare, ma che oggi vede anche un prezzo aumentato e che necessita un aiuto governativo dei consumatori.


Aumento dei prezzi del carburante

Nonostante gli aiuti governativi, il prezzo del carburante in Italia e gran parte dell’Europa rimangono estremamente alti, con un picco raggiunto durante il periodo di Marzo 2022. In quel mese infatti si è raggiunto il picco più alto del prezzo, superando quello durante la crisi storica degli anni ’70.

I prezzi attuali superano o si avvicinano notevolmente ai 2 euro per litro sia per la benzina, sia per il diesel. Gli aumenti rispetto allo scorso anno sono ad oggi aumentati del 40% per la benzina e addirittura del 52% per il diesel che, di fatto, ha raggiunto lo stesso prezzo della benzina.

La media italiana di questo mese della benzina è di 2,044 €/litro, mentre il diesel 2,011 €/litro.

Il prezzo italiano non è però nemmeno il peggiore in Europa. Altri stati, anche con potere di acquisto medio dei cittadini inferiore, vedono dei prezzi anche peggiori. Ne sono un caso la Grecia e Spagna o altri esempi sono alcuni paesi del Nord Europa. Ad esempio:

Prezzi attuali in Europa della Benzina

Finlandia 2,534
Norvegia 2,457
Grecia 2,424
Danimarca 2,401
Paesi Bassi 2,369
UK 2,177
Svizzera 2,153
Francia 2,087
Italia 2,044
Germania 1,894

Rinnovo dello sconto delle accise

Il governo aveva però, in soccorso dei consumatori, annunciato un taglio delle accise sui carburanti che sarebbe scaduto l’8 Luglio. Questo sconto può essere calcolato in un risparmio medio di circa il 30/35 centesimi di euro per litro. Questo sconto si applica su Benzina, Diesel, GPL e Metano.

Questa misura viene prorogata per quasi un mese in più, fino al 2 agosto 2022, data che potrebbe vedere un’ulteriore proroga, ma a seconda dei prezzi del mercato che ci saranno nel prossimo mese.

Quali sono le regioni con i prezzi carburanti più alti?

Il prezzo del carburante non è uguale in tutte le regioni e variano a seconda della posizione geografica e dai costi di trasporto per raggiungere quella regione. Il media, la regione in cui la benzina è piu economica è la Campania, con 1,991 €/litro a Napoli, mentre Potenza, in Basilicata, la benzina è mediamente più cara, arrivando in media quasi a 2,1 €/litro.

Per il Diesel, ancora una volta Napoli è il capoluogo di regione in cui si paga meno, mentre in questo caso Trieste si attesta la città, tra i capoluoghi di regione con il Diesel più caro, che ha lo stesso prezzo in media della Benzina.

CittàPrezzo Benzina più convenientePrezzo Diesel più conveniente

L’Aquila 2,034 €/litro Q8 1,934 €/litro Q8
Potenza 2,079 €/litro IP 2,009 €/litro IP
Catanzaro 2,046 €/litro IP 1,976 €/litro IP
Napoli 1,959 €/litro IP 1,939 €/litro Esso
Bologna 1,999 €/litro Q8 1,989 €/litro IP e Q8
Trieste 2,059 €/litro IP 2,039 €/litro Q8
Roma 1,979 €/litro IP 1,949 €/litro IP e Esso
Genova 2,07 €/litro IP e Eni 1,994 €/litro Eni
Milano 1,989 €/litro Esso 1,999 €/litro Q8
Ancona 1,979 €/litro Tamoil 1,899 €/litro Q8
Campobasso 2,029 €/litro Esso 1,999 €/litro Esso
Torino 1,998 €/litro IP 1,979 €/litro IP e Q8
Bari 2,009 €/litro IP 1,999 €/litro Q8
Cagliari 2,024 €/litro Eni 1,989 €/litro Q8
Palermo 2,049 €/litro IP 1,994 €/litro Q8
Firenze 1,999 €/litro Q8 1,994 €/litro Q8
Trento 2,029 €/litro Q8 1,999 €/litro IP e Q8
Perugia 2,039 €/litro IP e Tamoil 1,998 €/litro Q8
Aosta 2,039 €/litro Tamoil 1,999 €/litro Tamoil
Venezia 2,019 €/litro Q8 1,999 €/litro IP e Tamoil

A cosa è dovuto questo rincaro del prezzo del carburante?

Essenzialmente si tratta di uno dei tanti rincari dovuti alla crisi diplomatica tra Unione Europea e la Russia, che ha causato un aumento del prezzo di molte materie prime, di cui la principale è visibile sulle bollette del gas e della luce, ma che riguardano molti altri settori.

Petrolio, Gas, Carbone, Ferro e Alluminio e i Cereali sono le principali materie prime che hanno risentito dei prezzi e che mettono nuovamente in evidenza la difficoltà dell’Italia causata dalla dipendenza energetica del paese e che ci rende uno dei paesi globalmente più in difficoltà del momento tra i paesi occidentali.

Aggiornato su 27 Giu, 2022La redazione di Energia-Luce.it
Matteo Bono

"Non si possono ignorare i fondamentali economici che portano a una probabile recessione, e l'amministrazione [a Washington] è testarda o paralizzata come un cervo nei fari"

La Fed di Dallas precipita mentre gli intervistati scatenano uno slamdown senza precedenti della "disastrosa" amministrazione Biden

Tyler Durden's Photo
DI TYLER DURDEN
LUNEDÌ 27 GIU 2022 - 19:33

Dopo un aumento inaspettato degli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti (a maggio) e delle vendite di case in sospeso (a maggio), il Manufacturing Survey della Fed di Dallas (a giugno) è precipitato ai minimi da maggio 2020.

Fonte: Bloomberg

L'indagine dovrebbe salire modestamente da -7,3 a -6,5, ma è precipitata a -17,7. I nuovi ordini si sono schiantati in territorio negativo e l'occupazione si è indebolita in modo significativo.

I commenti degli intervistati sono forse i più illuminanti della realtà che molte aziende devono affrontare in America: dipendenza estera, inflazione dei costi, eccessiva regolamentazione e politiche energetiche di Biden ...

  • Come paese, non guardiamo al futuro e stabiliamo relazioni con i paesi emergenti come dovremmo per alleviare la dipendenza da prodotti e servizi cinesi. Questo ci farà male a lungo termine.

  • Tutto ciò che compriamo e vendiamo va e viene in camion, se possiamo ottenere un camion a qualsiasi prezzo. L'inflazione continuerà fino a quando il paese non sarà autosufficiente in termini di petrolio e gas. L'attuale  politica potrebbe non cambiare fino al 2024. Pertanto, l'inflazione sarà la nostra compagna costante per un po ', poi la stagflazione!

  • C'è una maggiore preoccupazione per i produttori messicani che guadagnano più affari negli Stati Uniti. a causa della mancanza delle tariffe della Sezione 232.

  • Vediamo che l'ambiente per l'industria petrolifera sta diventando ancora peggiore rispetto ai mesi precedenti. Biden sta promuovendo un atteggiamento molto caustico nei confronti dell'industria petrolifera, che non aiuta in alcun modo il paese.

E infine, il commento di questo intervistato della Fed di Dallas sull'amministratore Biden sembra riassumere come molti in America si sentono oggi:

"Saremo tutti fortunati ad avere un lavoro con altri due anni di questo disastro".

"Non si possono ignorare i fondamentali economici che portano a una probabile recessione, e l'amministrazione [a Washington] è testarda o paralizzata come un cervo nei fari"

"I programmi di spesa eccessiva e trasferimento del governo hanno gonfiato l'offerta di moneta, causando corruzione e sprechi incontrollati. Pagheremo quel conto per generazioni, e che colossale spreco di risorse e opportunità mancate".

Peggio ancora, la "speranza" sta evaporando rapidamente mentre le aspettative di attività a sei mesi di anticipo sono crollate vicino ai minimi del COVID-lockdown ... a parte il blocco COVID, la "speranza" non è stata così debole da Lehman ...

Fonte: Bloomberg

"Paura della crescita" di nuovo su ...

https://www.zerohedge.com/personal-finance/dallas-fed-tumbles-two-year-low-hope-crashes?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=748

giugno 2022 - L'ironia di Fassina: "Elezioni? Le dobbiamo fare... se poi i cittadini v...

Se intendi investire in BTp devi chiederti quale sia il tuo obiettivo

Investire in BTp, ecco l’errore comune che devi evitare
Chi vuole investire in BTp, spesso è portato a commettere errori che lo inducono a perdere denaro. Ecco quale e come comportarsi.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Giugno 2022 alle ore 06:59


Ora che i rendimenti sono saliti ai massimi da diversi anni a questa parte, investire in BTp sta diventando un business da non sottovalutare più come abbiamo fatto di recente. E’ vero che lo spread suona sempre la sveglia circa i rischi sovrani che si affrontano inserendo titoli di stato in portafoglio. Ma dovete porvi una domanda prima di ogni altra, anzi due: l’Italia fallirà davvero? Se sì, siamo sicuri che il nostro più grande problema siano i titoli del debito pubblico o non rischi per caso di venire giù tutto? Tralasciando scenari estremi e fortunatamente remoti, dovremmo iniziare a operare sui mercati con il dovuto sangue freddo. Siamo un popolo latino, per definizione emotivo, ma l’emotività sui mercati gioca brutti scherzi.

Errori comuni del trader

Per prima cosa, quando si decide di investire in BTp, bisogna sapere accettare una certa volatilità delle quotazioni. Se compri un titolo di stato, lo fai per due ragioni: o per incassare un certo rendimento fino alla scadenza o per sperare di rivenderlo in futuro a prezzi più alti. In questi mesi, i prezzi sono crollati come mai era avvenuto negli ultimi decenni. Obiettivamente, mantenere il sangue freddo è stato difficile anche per trader di esperienza. Tuttavia, se abbiamo acquistato a tassi bassi, il problema non si risolve mica rivendendo in forte perdita. Se abbiamo acquistato a tassi alti, staremmo accusando perdite limitate o nulle, per cui non vi sarebbe alcuna ragione di disinvestire in scia al panico.

Anche chi ha acquistato in queste settimane, spesso si fa prendere dall’impazienza. I rendimenti (prezzi) continuano a salire (scendere)? Ecco che vende per limitare le perdite. Quale significato ha avuto tale investimento? Nessuno. Lo stesso dicasi nel caso in cui i rendimenti (prezzi) scendono (salgono): è subito corsa a sbarazzarsi del bond per incassare il guadagno. Ok, è andata bene, ma aspettando sarebbe potuta andare molto meglio.

Fatto salvo che nessuno sia in grado in anticipo di conoscere la data esatta in cui entrare e uscire dal mercato, perlomeno bisogna guardare ai trend. Investire in BTp in questa fase significa chiudere gli occhi dinnanzi ai probabili ulteriori cali che i prezzi accuseranno nei prossimi mesi. Se non siamo preparati a questo, meglio non entrare neppure sul mercato. In generale, tollerare perdite molto basse può sembrare una strategia volta alla riduzione del danno, ma tendenzialmente lo amplifica. Essa spinge a chiudere la posizione non appena la soglia massima di perdita tollerata sia raggiunta, ma facendoci perdere possibili opportunità di guadagno per il caso in cui i prezzi si muovessero successivamente in direzione favorevole.

Investire in BTp, ci vuole calma

Riepilogando, se intendi investire in BTp devi chiederti quale sia il tuo obiettivo. Se vuoi incassare un flusso di reddito costante fino alla scadenza, non ha alcun senso che ti metta a monitorare l’andamento del titolo sul mercato secondario. A te importa solamente che il Tesoro ti rimborserà il capitale alla data convenuta. Se punti a un acquisto speculativo, invece, il monitoraggio dei prezzi va certamente effettuato, ma dovresti avere l’accortezza di guardare al trend non giornaliero, bensì di più lunga durata (qualche mese, anno). Solo così potrai sfruttare appieno l’andamento del bond, evitando di rivendere alla prima occasione utile con guadagni scarni o, addirittura, in perdita.

Il default che non cambia niente

Bond Russia, fu vero default? Ecco cosa sta succedendo al debito di Mosca
Due bond sovrani della Russia, di cui uno in dollaro e l'altro in euro, sono stati oggetto di default ieri per il mancato pagamento.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Giugno 2022 alle ore 06:19


Da lunedì mattina, tecnicamente la Russia è in default su 40 miliardi di dollari di bond denominati in valute straniere. Non sono pervenuti i pagamenti agli obbligazionisti in possesso di due obbligazioni con scadenza rispettivamente il 27 maggio 2026 e il 27 maggio 2036. La prima è denominata in dollari, la seconda in euro. In totale, meno di 100 milioni di dollari. Domenica 26 giugno, scadeva il periodo di grazia di 30 giorni, successivamente al quale scatterebbe formalmente l’evento creditizio. Nel tentativo di evitarlo, il Tesoro russo aveva depositato la corrispondente cifra in rubli sul conto del National Settlement Depository. Ma ciò non è servito a rinviare l’inevitabile. Un mese fa, infatti, gli USA posero fine all’eccezione transitoria concessa alla Russia per effettuare pagamenti a favore dei creditori americani anche dopo l’inizio della guerra.

Bond Russia, cosa accade ora

Per i bond della Russia si tratta di un evento formale. Il default implica l’esclusione del paese inadempiente dai mercati finanziari internazionali. Tuttavia, la Russia è stata già tagliata fuori con l’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni dell’Occidente. Ma il default agisce da stigma per le future emissioni di debito. Pensate che l’ultimo relativo ai bond esteri risaliva al 1917, quando con la Rivoluzione di Ottobre i bolscevichi ripudiarono i debiti contratti dallo zar. Nel 1998, infatti, il default riguardò il solo debito in rubli.

Il dubbio che sta sorgendo in queste ore riguarda l’effettivo default della Russia. In teoria, dovrebbero essere le agenzie di rating a dichiararlo con i relativi declassamenti a “Selective Default” o Default. Ma da un paio di mesi almeno, tali istituti hanno sospeso i giudizi sul debito russo a causa delle sanzioni. Di fatto, manca al momento l’arbitro che fischi il gol. A questo punto, potrebbe essere un gruppo di creditori a dichiarare formalmente che la Russia sia inadempiente e, quindi, in default. Resta da vedere se intendano farlo o magari preferiscano attendere gli sviluppi della guerra.

Default Russia, dure conseguenze per Mosca

Per dirla con le parole del ministro delle Finanze, Anton Siluanov, “chiunque può dichiarare ciò che vuole, ma non si tratta di un default”. In effetti, qua non si è verificato un evento creditizio a causa della carenza di risorse per onorare le scadenze. I soldi ci sono, così come anche la volontà di Mosca di pagare. Solo che tecnicamente è impossibile farlo, in quanto le sanzioni vietano a qualsiasi banca depositaria di accettare accrediti dalla Russia in dollari, euro e altre valute straniere.

Questo non significa, però, che non sia successo nulla. La Russia è in default, seppure tecnico. E default è default. I costi di emissione nei prossimi anni saranno verosimilmente più alti. Gli investitori stranieri non vorranno portarvi i capitali a cuor leggero, memori di quanto avvenuto nel corso del 2022. Più che il default in sé, però, la Russia sarà tagliata fuori dai mercati esteri per via del suo crescente isolamento internazionale. Come oggi, si rifinanzierà perlopiù sul mercato domestico o rivolgendosi a una piazza importante come la Cina. Con l’Occidente i rapporti saranno ridotti ai minimi termini.

Argentina e Iran hanno chiesto di entrare nei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica mentre il G7 pesta acqua

SPY FINANZA/ Il nuovo equilibrio mondiale che l’Occidente finge di ignorare
Pubblicazione: 28.06.2022 - Mauro Bottarelli
In contemporanea con il G7 in Baviera si è concluso il Forum economico di BRICS che è stato decisamente molto più importante e interessante

Lapresse

Non c’è niente da fare, la realtà è qualcosa che l’Occidente non riesce proprio a guardare in faccia. L’Italia, poi, sembra quasi vittima di un incantesimo. Quantomeno, la sua stampa cosiddetta autorevole. Leggendo ieri giornali e siti, gli stessi che annunciavano trionfalmente il default russo ma si sono ben guardati dal prendere atto con i loro lettori del normalissimo sorgere del sole nel giorno seguente, hanno rilanciato con sublime senso della piaggeria il supposto via libera del G7 al prezzo su gas e petrolio. Balle. Stante il nostro atteggiamento da scendiletto in seno all’Ue di tutte le richieste belliciste di Usa e Nato, Joe Biden ha imposto agli altri Grandi di inserire nel documento finale la frasetta di rito per garantire a Mario Draghi uno strapuntino da mostrare al rientro in Patria: è stato conferito il mandato ai tecnici per studiare un price cap energetico. Scadenze entro le quali presentare il piano? Tempi di eventuale attuazione effettiva ed entrata in vigore? Zero, in entrambi i casi. Nel frattempo, il ministro Cingolani millanta un 55% di riserve di gas già riempite. Fosse vero, serve comunque arrivare all’80% entro il 1° novembre. Senza LNG statunitense, opportunamente tenuto da conto nell’hub texano della Freeport dopo l’incidente di fine maggio.

Insomma, nessun accordo sul tetto al prezzo: semplicemente il via libera a una discussione operativa. Esattamente quanto ottenuto in sede di Consiglio Ue. Anzi, paradossalmente a Bruxelles, l’Italia ha ottenuto di più, poiché almeno è stata fissata una data per il vertice ad hoc sul tema: ottobre. Il G7, invece, è rimasto sul vago. Molto vago. Uno strapuntino, appunto. Ma si sa, quegli incontri si basano sostanzialmente su bilaterali a porte chiuse e sulla mitica foto di gruppo per vendere al mondo un’unità di intenti che, nei fatti, è minata alla radice dalla sacrosanta perpetuazione degli interessi di parte.

Bene, con quale realtà non vuole fare i conti l’Occidente? Quella rappresentata in questa foto, appunto: nel silenzio generale, in contemporanea con il G7 bavarese si è chiuso a Pechino il Forum economico dei BRICS, i Paesi in via di sviluppo. Tradotto, Brasile, India, Cina, Russia e Sud Africa. Insomma, una bella parte di mondo. Molto ampia. Quasi un quarto del Pil totale. Che ha bellamente riaffermato la sua volontà di ampliare i rapporti commerciali con Mosca, alla faccia delle sanzioni occidentali.


E non basta. La 14ma riunione dei BRICS appena conclusasi in Cina ha portato con sé una novità non da poco: Iran e Argentina hanno chiesto di entrare a far parte del gruppo. Il primo ufficialmente e con tanto di comunicato, la seconda in via un po’ meno formale, forse timorosa della reazione a caldo degli Usa e di quel Fmi che la tiene per il bavero con l’ennesima ristrutturazione del debito. Ma resta il fatto che da Buenos Aires non sia per ora giunta alcuna smentita alla dichiarazione in tal senso della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova. Tradotto, è nato un altro G7. Parallelo e alternativo a quello appena riunitosi in Baviera. Un G7 basato su materie prime contro un G7 basato sulla tipografia Lo Turco delle Banche centrali. Praticamente, a Pechino sono appena stati gettati i prodromi di un nuovo equilibrio globale. E in gran parte nucleare. Ma sui giornali è finita la panzana del price cap inesistente, forse un omaggio alle strette di mano con il vuoto di Joe Biden.

Per quanto il nostro mal riposto senso di superiorità ci faccia storcere il naso di fronte a questi parvenu del benessere e della civiltà, occorrerebbe dare un’occhiata ai dati macro di quei Paesi. E al loro peso esiziale a livello proprio di commodities: noi possiamo esportare armi, democrazia e derivati. Loro ciò che garantisce da mangiare, per scaldarsi e per far funzionare le fabbriche. Proprio sicuri che possiamo snobbarli? Soprattutto ora, stante la dichiarazione ufficiale che da Pechino ha operato da simbolico contraltare al conferimento del mandato occidentale sul price cap: i tecnici dei vari Paesi lavorino fin da ora alla creazione di un paniere valutario dei Brics da opporre a dollaro ed euro.

E anche qui, giova ripetere quale sia il contesto in cui nascerebbe la nuova valuta: garantita implicitamente da petrolio, gas, grano, terre rare, carne bovina e oro. Roba molto volgare, lo ammetto. Un mercantilismo tardo novecentesco di fronte alle supercazzole MMT e alle cripto-idiozie occidentali. Ma voi cosa mangiate, carne, latte e cereali o Bitcoin e swaps? Con cosa scaldate e illuminate la casa, forse con gli scudi anti-spread o i futures? E i vostri apparecchi ultra-tech, a cosa devono le loro prestazioni straordinarie, forse alle terre rare che li rendono quasi faustiani nella loro performance? I circuiti integrati con cosa si fabbricano, forse con il Recovery Fund o il Green New Deal?

I nuovi BRICS nati a Pechino rappresentano il mondo del fare contro il mondo del millantare, la fabbrica contro la start up. E se è ovvio che innovazione e ricerca siano alla base del futuro, attenzione a non scordare quale dovrebbe essere la finalità di quelle attività sacrosante e benedette: produrre e garantire benessere e non gonfiare valutazioni di Ipo e garantire profitti meramente finanziari da speculazione e marketing. Elon Musk potrà anche andare su Marte in taxi. ma il mondo continuerà ad aver bisogno di fabbriche energivore e triviali prodotti industriali.

Forse, stiamo talmente tanto guardando in avanti da essere finiti palesemente in fuorigioco? E siamo così poco lucidi da continuare a chiedere un lancio in profondità per andare in rete, mentre il mondo già attende il fischio dell’arbitro che interrompa l’azione? L’ingresso dell’Iran nei BRICS, da solo, vale un’intera edizione di giornale. Perché porta con sé dinamiche petrolifere, di proliferazione nucleare e geopolitiche ai massimi livelli. Altro che il mandato sul price cap energetico. Ma non vogliamo capirlo. O, forse e più semplicemente, ci fa comodo ignorare di non essere più i padroni del mondo, i civilizzati che possono dettare legge sui barbari, salvo offrire loro qualche concessione. Il rischio è che, fra poco, ci ritroveremo in un mondo dagli equilibri invertiti di 180 gradi. Perché in Baviera si è parlato di missili, guerra e sanzioni. A Pechino di collaborazione economica e commerciale, in punta di numeri e risorse che il G7 ufficiale si scorda. Anzi, da cui dipende pressoché interamente, come conferma la necessità di continua implementazione delle sanzioni contro quella Russia che scalda e illumina tutta Europa.

Vogliamo fare la guerra all’altra metà del mondo? Davvero siamo convinti che il regime sanzionatorio più duro del mondo, se imposto solo dal G7, sia in grado di stroncare Mosca e la sua economia? Sicuri che gli amici del Cremlino, quelli in posa nella foto più le new entry Iran e Argentina, non siano sufficienti a mantenere a galla le casse moscovite? E, anzi, a farle prosperare, una volta terminato il periodo degli sconti emergenziali e obbligati? Se la pensiamo così, meglio prepararsi a un brutto risveglio. E a un impatto da incubo con la realtà.

Il G7 pesta acqua

SPY FINANZA/ Le illusioni e le vere notizie che contano sul G7
Pubblicazione: 28.06.2022 - Mauro Bottarelli
Il G7 che si chiude oggi a Schloss Elmau riserva delle novità importanti. Ma non si tratta del bando alle importazioni di oro russo

(Pixabay)

Cosa c’entra un piano infrastrutturale da 600 miliardi di dollari con le priorità della vigilia del G7 tedesco? Nulla. Ma, in realtà, il senso di quanto accaduto nel fine settimana sta tutto lì, in quella proposta Usa giudicata in primo tempo velleitaria persino da alcuni alleati e ora divenuta impegno sulla carta. La finalità? Ufficialmente, evitare che le autocrazie attecchiscano a colpi di liquidità e infrastrutture nelle zone più povere dal pianeta, dall’Africa all’America Latina.

Ma non si doveva parlare di tetto sul prezzo dell’energia, prioritario per l’Europa? Lo si è fatto. E, come nella migliore tradizione, i convenuti hanno deciso che ci rifletteranno. Tradotto, il business fruttuoso dei futures sulle materie prime energetiche non si tocca. E qui non è stata l’Olanda a porre il veto, bensì pressoché tutti tranne l’Italia. La quale, come mostra questo grafico è ben al di sotto della metà del guado, in quanto a riempimento delle riserve di gas entro il 1 novembre.


E attenzione, perché può sfuggire il particolare più interessante. A differenza di tutte le altre nazioni e in virtù dell’enorme peso che le aziende fortemente energivore hanno sulla produzione industriale, la Germania entro quella data deve arrivare al 90% di riempimento. Per gli altri, basta l’80%. Ma all’atto pratico, Berlino ha già oggi attivato il secondo livello del piano energetico di emergenza. L’Italia non ha nemmeno dato una risposta effettiva, chiara e univoca alle Regioni che il Governo ha convocato e che chiedono a gran voce uno stato di emergenza immediato e generalizzato, stante la possibilità di attraversare il Po a piedi da sponda a sponda senza scomodare miracoli. Continuiamo a millantare certezze che non abbiamo. Al Consiglio Ue abbiamo incassato un clamoroso no alla richiesta di convocazione di un vertice straordinario sul tema a luglio, dovendoci accontentare di ottobre. Alla luce di quella tabella capite quale sia, già oggi, l’inutilità pratica di un tale appuntamento.

Insomma, l’Europa va in ordine sparso. In compenso, l’America lancia la sua versione di Nuova Via della Seta per contrastare quella originaria della Cina e l’eccessivo protagonismo delle autocrazie nei Paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda l’Africa, l’Occidente è in ritardo di circa 15 anni. Lo sanno tutti, il Continente Nero è bastione cinese. E anche la Russia si muove sempre più agevolmente, prediligendo però scenari più strategici a livello meramente geopolitico. Vedi la Siria. Perché allora quei 600 miliardi, di cui 200 solo dagli Usa?

Semplice: qual è il succedaneo spendibile, politicamente corretto e avulso da ogni critica rispetto ai rischi dell’inflazione al Qe? L’investimento pubblico a pioggia. Denaro che entra in circolo da fonte governativa e cerca in giro per il mercato un effetto leva che mantenga in piedi il baraccone ancora per un po’, in attesa che la recessione faccia il suo dovere e permetta alla Fed di mettere in pausa la normalizzazione dei tassi. I quali, futures alla mano, hanno già oggi ridotto drasticamente il loro arco temporale: da metà 2023, il picco dell’attività di intervento sul costo del denaro è oggi prezzato a marzo del prossimo anno. E tutto grazie alla sola certificazione di recessione, sia per gli Usa che per l’eurozona. Ancora un po’ di trambusto nei dati macro e, guarda caso, si potrebbe arrivare a una perfetta corrispondenza fra inizio del cammino di discesa verso nuovo stimolo ed elezioni di mid-term di inizio novembre. Le quali, oltretutto, sono già state tramutate in referendum sull’aborto e anti-Trump dalla sentenza della Corte Suprema. Quindi anche il capitolo inflazione può essere ridimensionato.

Siamo alla disperazione di un Occidente che sperava di poter giocare a specchio con la crisi ucraina e che, invece, ora deve muovere qualche pedina. Obbligatoriamente. Quindi, si limita a soluzioni meramente di facciata, puramente strategiche per prendere tempo senza sortire effetti. Prendete la pagliacciata del bando sulle importazioni di oro russo, altra geniale intuizione uscita dal simposio bavarese. Era il 7 marzo scorso, quando la London Bullion Market Association (Lbma) decise di togliere alle raffinerie russe il bollino Good Delivery, di fatto la certificazione necessaria per denominare i lingotti vendibili per intermediazione finanziaria. Insomma, il G7 sta vendendovi utilissimi doposci nel pieno dell’ondata di Caronte, facendosi bello per il prezzo imbattibile e spacciando il tutto come occasione del secolo.

Nei fatti, il G7 ha solo fornito un titolo ai giornali di ieri. E, infatti, poche testate ci sono cascate in pieno, mentre le altre hanno ridotto e di molto lo spazio dedicato alla mossa più inutile dalle sanzioni su vodka e caviale. Certo, quando il tuo editore esce con le ossa rotte dai ballottaggi, perdendo anche nella città la cui squadra di calcio è appena stata promossa in serie A grazie al suo impegno, è meglio parlare d’altro. Panzane su oro e default russo in testa. Negli ultimi anni, infatti, gli stessi governi del G7 che hanno imposto il bando sull’oro russo hanno guidato la crociata culturale contro il carattere anacronistico dello status di bene rifugio del lingotto, forti come erano della convinzione che la liquidità col ciclostile garantita dai Qe sistemici della loro Banche centrali avesse reso ormai totalmente vuota, mal riposta e fuorviante la certezza che l’oro fisico fosse il bastione che tesaurizza le aspettative di crisi. E in molti casi, hanno venduto per fare cassa. O comunque, smesso di acquistare riserve. E la Russia, secondo produttore al mondo, ha agito di conseguenza. Rivolgendosi altrove e trovando tre clienti fidati su tutti: Cina, India e Turchia. Verso cui il commercio di oro è assolutamente libero e svincolato da sanzioni prese dal G7 e quindi valide solo per quei Paesi.

E questo grafico sembra implicitamente suggerire quale sia la tacita e sottintesa finalità della mossa imposta a freddo dagli Usa al G7: offrire una percezione di sostegno alla de-dolarizzazione progressiva in atto nel nuovo ordine mondiale capitanato da Cina, Russia e India. Ovvero, si scarica debito pubblico Usa e si compra oro. Magari, adesso, aumentando persino gli acquisti, sia perché Mosca potrebbe operare uno sconto come sul petrolio degli Urali ai Paesi amici – quasi un fixing parallelo e di emergenza -, sia per sostanziare sempre di più le riserve collettive a garanzia globale del progetto di valuta benchmark concorrente di dollaro ed euro, proposito appena confermato al Forum dei Brics di Pechino.


La riprova dell’efficacia o meno della mossa del G7? Proprio il prezzo dell’oro, quello ufficiale. Tenetelo d’occhio. E scusate se non ho perso tempo a ragguagliarvi sulla pagliacciata del default tecnico di Mosca scattato ieri. La reazione da cadavere che il mercato ha riservato all’accaduto, parla da sola.

martedì 28 giugno 2022

Grazie all'atlantismo d'accatto Euroimbecilandia ha dichiarato il proprio de profundis. Ama incondizionatamente il NUOVO NAZISMO e lo vuole importare costi quel che costi

La UE “a tutto gas” verso disastro economico e irrilevanza strategica
27 giugno 2022


L’Unione Europea accelera nella corsa verso il disastro economico e l’irrilevanza politico-strategica rinunciando a ogni velleità da “grande potenza” che pure avrebbe potuto esercitare tentando di imbastire una gestione ponderata e autonoma dagli Stati Uniti della crisi determinata dal conflitto in Ucraina, delle sanzioni (specie quelle energetiche) alla Russia e del via libera a nuove candidature all’ingresso nell’Unione.

Tra le opzioni ragionevoli la Ue avrebbe potuto subordinare ogni decisione alla conclusione del conflitto, incentivando così un negoziato tra Kiev Mosca, sempre più urgente per scongiurare gravissimi danni all’intera Europa.

Utilizzando l’arma energetica la Ue, che da anni compra gas e petrolio da Mosca e finanzia Kiev per il transito lungo i gasdotti che la attraversano, avrebbe potuto e forse dovuto negli 8 anni di guerra nel Donbass imporsi come mediatore per “sollecitare”, forte del suo peso finanziario, i due rivali a trovare una soluzione diplomatica. Magari garantita da una forza d’interposizione europea in cui porre sul tavolo la normalizzazione dei rapporti con Mosca e l’accesso dell’Ucraina all’Unione.


Nulla di tutto questo è stato fatto negli ultimi otto anni ma neppure oggi pare che la Ue intenda sfruttare queste potenzialità. Nessuna occasione è stata colta e, rispetto a Washington, la Ue sembra composta oggi da tante “Porto Rico” più che da nazioni che, tutte insieme, hanno espresso finora la maggiore potenza economica mondiale in termini di PIL.

Un primato che rischia di venire irrimediabilmente perduto, complici una politica energetica dominata da deliri “green” (che tramontano nella riapertura di centrali a carbone e nel ritorno delle stufe a legna nelle case) e la rinuncia a firmare contratti a lungo termine per il gas: elementi che già ben prima della guerra avevano portato a un brusco rialzo dei prezzi.

Mentre i vertici politici europei impostano razionamenti e austerity che determineranno una “decrescita” ben poco felice rischiando di far uscire dai mercati il “made in Europe” ingigantendo la disoccupazione e condannandoci all’impoverimento, centri studi e associazioni industriali ribadiscono in tutto il Vecchio Continente che non sarà possibile rimpiazzare in breve tempo le forniture di gas russo e che le acquisizioni da altri fornitori non saranno sufficienti in termini quantitativi e saranno molto più costose in termini finanziari.

Inoltre il nuovo corso energetico basato sullo sganciamento dalla dipendenza dalla Russia, ci renderà nuovamente dipendenti da aree geopolitiche instabili quali Medio Oriente e Africa stringendo accordi con nazioni che non ambiscono certo al podio nel ranking mondiale quanto a democrazia, diritti umani e trasparenza. Valori che del resto sembrano avere sempre meno rilievo per la Ue come dimostra l’attribuzione all’Ucraina dello status di candidato.

Il ranking ucraino

Certo, pare ci vorranno molti anni prima della reale adesione di Kiev ma il messaggio che lancia la Commissione non è certo edificante quanto a tutela dei principi su cui dovrebbe fondarsi l’Unione e rispetto delle candidature balcaniche.


Seconda il Global Democracy Index 2020 redatto da The Economist, l’Ucraina era al 79° posto (l’Italia al 29°) e quest’anno resta sul podio dei paesi europei meno democratici superata solo da Russia, Bielorussia e Bosnia-Herzegovina.

La classifica sulla qualità della democrazia (Ranking of Countries by Quality of Democracy) stilata nel 2020 dall’Università di Wurzburg vedeva l’Ucraina del presidente Zelenski 92a dietro alla Birmania e davanti allo Sri Lanka (l’Italia era 22a).

Si tratta di classifiche realizzate da istituti di ricerca che non potrebbero certo venire inseriti nelle “liste di proscrizione” dei putiniani che tanto sono in voga in Italia.

Ma soprattutto si tratta di classifiche stilate prima dell’inizio dell’attacco russo e quindi prima che il governo ucraino ponesse fuori legge 11 partiti (incluso il secondo per consensi elettorali), reprimesse più duramente la stampa non allineata e punisse i reati di opinione, incluso quello di contraddire la narrazione ufficiale sulla guerra contro l’aggressione russa, che di fatto impedisce a chiunque di parlare del conflitto anche come di una guerra civile in atto da 8 anni e che vede parte della popolazione e dei combattenti ucraini schierati al fianco dei russi.

Non si può del resto ignorare il tema del nazionalismo ucraino in salsa nazista, che molti media occidentali e anche italiani hanno più volte evidenziato negli anni scorsi sottolineando le derive autoritarie e illiberali di Kiev, la glorificazione di Stepan Bandera (cui l’Ucraina di oggi dedica piazze, strade e monumenti), delle SS ucraine e del regime filo-nazista della seconda guerra mondiale.


Analisi Difesa affrontò già nel 2014 la questione del fenomeno culturale e politico del nazismo nell’Ucraina post-Maidan, alimentato in funzione anti-russa e di come l’Europa lo stesse gestendo in modo superficiale con un editoriale che negli ultimi mesi in molti hanno riletto e persino riproposto.

Pur collocando il fenomeno nella sua dimensione storica di contrapposizione a Stalin e all’Unione Sovietica, è difficile non notare che le stesse nazioni europee pronte a gridare all’allarme-fascismo a ogni affermazione elettorale di movimenti sovranisti pienamente democratici, oggi mitizzano i combattenti dei diversi reggimenti che si richiamano alle SS in modo inequivocabile, come dimostrano anche svastiche e frasi emblematiche tratte da Mein Kampf che decorano i corpi tatuati di diversi prigionieri catturati dai russi a Mariupol.

Anche il peso della corruzione e della criminalità organizzata in Ucraina rappresenta o dovrebbe rappresentare una valida limitazione per l’accesso alla candidatura all’Unione. Per primi, già l’11 marzo abbiamo posto interrogativi ed espresso dubbi circa il rischio che parte delle forniture belliche occidentali a Kiev finissero per alimentare traffici illeciti di armi verso paesi lontani e organizzazioni criminali e terroristiche.

Dubbi e perplessità poi presi in esame dal Washington Post in maggio, poi dal New York Times in giugno e soprattutto dal direttore dell’Interpol ma che non sembrano aver fatto riflettere i leader politici sulle due sponde dell’Atlantico.

Eppure quanto sia strutturata e ramificata la malavita organizzata ucraina in traffici su vasta scala anche di armi è noto fin dalla dissoluzione dell’URSS, quando miliardi di dollari in armi sovietiche presenti in Ucraina vennero venduti sul mercato nero, così come è ben noto il livello di corruzione della politica e della pubblica amministrazione ucraina.


Lo sancisce anche il Corruption Perceptions Index che nel 2021 attribuiva all’Ucraina il 122° posto su 180 nazioni prese in esame in una classifica in cui l’Italia era posizionata in un poco dignitoso 42° posto:

Lo Human Freedom Index pubblicato quest’anno congiuntamente dal Cato Institute, il Fraser Institute e il Friedrich Naumann Foundation for Freedom vede l’Ucraina al 98° posto, beh 72 posizioni più indietro rispetto all’Italia (26a).

Se ancora non bastasse per chiedersi che senso abbia per la Ue aprire le porte alla candidatura a un paese ancora così lontano dai fondamentali di democrazia, trasparenza, legalità e diritti umani, aggiungiamo le rilevazioni che appaiono nella classifica delle libertà economiche stilata dall’Economic Freedom Heritage Foundation.

Qui il risultato è ancora più imbarazzante: l’Ucraina occupa il 130° posto, dietro a paesi tra i più poveri del mondo come Niger, Mauritania e Burkina Faso mentre l’Italia è 57a.

Va un po’ meglio all’Ucraina (e un po’ peggio all’Italia) nella classifica della Libertà di Stampa redatta da Reporter Sans Frontiéres che vede quest’anno l’Ucraina 106a, dietro a Gabon e Ciad ma davanti al Burundi, mentre l’Italia relegata ad un umiliante (per una democrazia che si vorrebbe compiuta) ma indicativo dei tempi che viviamo 58° posto: dietro a Buthan, Sierra Leone e Guyana ma appena davanti a Niger e Ghana.

Reazioni balcaniche

Di fronte a tutto questo è impossibile non comprendere le sarcastiche reazioni dei leader dei Balcani Occidentali, da tempo in attesa di vedere accettata la propria candidatura. A Belgrado il presidente Aleksander Vucic ha evitato di alzare i toni ma c’è chi evidenzia che la mancata adesione serba alle sanzioni contro la Russia potrebbero aver influito sul mancato riconoscimento dello status di candidato.

Più incisivo il ministro dell’interno serbo Aleksandar Vulin. “Se per la Serbia la condizione di avanzare più rapidamente verso la Ue è quella di stare in guerra con qualcuno, allora no grazie, non ne vale la pena” ha commentato con sarcasmo.


“L’Ucraina ha ottenuto lo status di candidato pur senza rispettare gli standard che con tanta attenzione vengono applicati ai Paesi balcanici. Ha evitato alcuni decenni di pressioni, ricatti e burocrazia, nè ha dovuto penare nella lotta alla corruzione e nel rispetto dei criteri in fatto di giustizia e di riforme economiche, senza parlare della collaborazione con i tribunali che accertano i crimini di guerra”, ha detto il ministro Vulin.

“Spero che la Moldavia non abbia dovuto promettere di guerreggiare con qualcuno e che lo status di candidato lo abbiano concesso sulla parola d’onore”, ha osservato il ministro, secondo il quale se il criterio decisivo per lo status di Paese candidato o per l’avvio del negoziato è di essere in guerra, “allora la Serbia avrebbe potuto cominciare il negoziato di adesione già nel 1999, quando si trovava sotto i bombardamenti della NATO”, ha aggiunto.

“E invece sembra che tali regole non si applichino a quelli che sono stati bombardati dalla NATO, per avanzare rapidamente verso l’adesione all’Unione europea bisogna essere in guerra con la Russia”, ha concluso Vulin. Si può replicare al sarcasmo di Vulin evidenziando che la Serbia è tradizionalmente amica della Russia ma certo questo non si può affermare per altre nazioni balcaniche.

“Quello che sta accadendo ora è un problema serio e un duro colpo per la credibilità dell’Ue. Stiamo perdendo tempo prezioso che non abbiamo”, ha detto il premier macedone Dimitar Kovacevski esprimendo “il malcontento del governo e del popolo macedoni” bloccati dal veto della Bulgaria.

“Oggi sono in lutto per l’Unione europea, mi dispiace molto per loro. Abbiamo offerto l’aiuto di cui potrebbero aver bisogno”, ha dichiarato ironicamente il premier albanese, Edi Rama rinnovando l’intenzione di continuare su questa strada per entrare nell’Ue “magari il prossimo secolo”.

Conseguenze

La decisione di aprire alle candidature di Ucraina e Moldova, oltre a quella in prospettiva della Georgia, ha quindi obiettivi ben precisi che nulla hanno a che fare con l’ampliamento equilibrato, armonico e coerente della “casa comune europea”.

L’Ucraina viene premiata perché combatte la Russia e del resto può apparire comprensibile che in un’Europa i cui leader usano da quattro mesi toni bellicosi invocando “la sconfitta militare russa”, lasciando però che a combattere siano solo ed esclusivamente gli ucraini, qualcuno consideri quasi un dovere aprire le porte della Ue a Kiev.

Quanto meno per esprimere in modo concreto la riconoscenza dell’Europa verso una nazione che, a detta di molti premier e ministri delle nazioni europee (anche italiani) e di commissari Ue, combatte anche per noi frenando un’offensiva russa che non si fermerebbe e travolgerebbe tutto il Vecchio Continente, come si temeva nella prima Guerra Fredda, per nutrire gli appetiti imperiali di Putin.


Se la percezione della minaccia da Mosca è davvero questa, di fronte a così alte motivazioni sarebbe molto più efficace sul piano militare e più credibile sul piano politico e morale se l’Unione inviasse truppe europee a combattere a Severdonetsk, Kharkiv, Mikolayv.

In trincea, “spalla a spalla” con le reclute ucraine, sostenendo con i fatti e i morti in battaglia l’aspirazione ribadita anche ieri dal presidente Zelensky di “riconquistare le città che sono cadute”.

La Ue non sembra però voler essere solidale fino a questo punto con Kiev, preferisce fare la guerra con la pelle dei “candidati” ucraini pur ringraziandoli perché combattono anche per noi. Benchè in Europa nessuno sia pronto a “morire per Kiev”, le posizioni assunte rischiano di farci perdere comunque una guerra che non abbiamo neppure combattuto.

Con le nuove candidature l’Unione accelera infatti nella rotta di collisione con la Russia a cui non è sfuggito che alle ex sovietiche Moldova e Georgia verrà imposto di accettare la politica Ue di contrasto a Mosca basata sulle sanzioni. Iniziativa che, al pari dell’allargamento a Svezia e Finlandia della NATO, aumenterà a Mosca la percezione della minaccia posta dall’Occidente.

Non importa se troviamo o meno giustificate e comprensibili la valutazioni di Mosca, occorre invece chiedersi se una pesante, nuova Cortina di Ferro e una frattura con la Russia che potrebbe durare decenni coincidano con gli interessi delle nazioni e dei popoli europei.


Di certo rientra perfettamente nella strategia messa a punto da Washington e Londra che ha determinato negli ultimi anni il confronto con la Russia in Ucraina: una linea che ha contraddistinto le amministrazioni statunitensi espresse dal Partito Democratico, prima con Barack Obama e ora con Joe Biden.

L’obiettivo dichiarato anglo-americano (il 25 giugno il premier Boris Johnson ha affermato che “non è il momento di mollare, l’Ucraina può vincere e vincerà la guerra”) è stato indicato nel prolungamento del conflitto per indebolire e logorare la Russia. O addirittura sconfiggerla, come ha sostenuto Ursula von der Leyen, che però non è pronta a schierare nelle trincee del Donbass un solo battlegroup europeo per conseguire questo nobile risultato.

Difficile dire oggi se si tratti di un obiettivo realmente perseguibile e con quali tempistiche ma di certo nel frattempo è molto probabile che l’Ucraina verrà totalmente devastata e l’Europa impoverita economicamente e annullata sul piano politico se non addirittura profondamente destabilizzata a causa delle gravi conseguenze sociali che ne deriveranno in tutto il continente.

L’aver aderito su tutta la linea alle posizioni anglo-americane, oltre a compromettere ogni ipotesi di vedere finalmente la Ue come protagonista geopolitico, rischia di rendere ancora più drammatica la crisi energetica poiché Mosca potrebbe decidere di rispondere alle iniziative della Ue (tra cui va inserita anche la provocatoria decisione della Lituania di bloccare parte del traffico di merci su gomma e rotaia diretto all’énclave russa di Kaliningrad) con lo stop immediato alle forniture di gas.


Forniture che dopo oltre quattro mesi di guerra continuano paradossalmente a giungere in Europa e persino in Ucraina lungo i gasdotti che l’attraversano, guarda caso tra le poche infrastrutture ucraine finora risparmiate dal conflitto.

Accogliere l’Ucraina nella Ue benché non soddisfi nessuno dei parametri richiesti, sposterà ancora di più l’asse politico dell’Unione su posizioni ostili alla Russia sostenute apertamente, anche per ragioni storiche, da Polonia e Repubbliche Baltiche con il crescente supporto di altre nazioni mitteleuropee e balcaniche incoraggiate dagli anglo-americani.

Un contesto che accentuerà le tensioni, non solo militari, con Mosca quando l’interesse dell’Europa è invece riposto nel ridare ordine e stabilità alle sue frontiere orientali e penalizzerà ulteriormente le nazioni europee meridionali che da anni chiedono una maggiore attenzione alle sfide strategiche poste sul “Fianco Sud” caratterizzato dagli scenari in atto in Nord Africa e Sahel.

In tema di salvaguardia degli interessi europei è impossibile non rilevare che tutte le decisioni assunte dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen dall’inizio dell’offensiva russa in Ucraina hanno determinato conseguenze gravissime per la stabilità delle nazioni europee senza peraltro generare per ora riscontri evidenti circa una diminuita determinazione russa a conseguire gli obiettivi militari annunciati all’inizio della “operazione speciale”.


Foto: EU Coimmission, Visegrad Insight, Ministero della Difesa Ucraino, RvVoenkor e EPA