L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 gennaio 2022

A ripigliatevi. Solo gli statunitensi hanno interesse a recuperare l'F-35, i resti di quell'aereo farlocco

Caccia al relitto di un F-35 nel Mar Cinese
Di Emanuele Rossi | 26/01/2022 -


La marina americana sta organizzando un’operazione per recuperare il relitto di un F-35 caduto nel Mar Cinese. I timori che Pechino possa arrivare primo e carpire informazioni sul super caccia Usa

Quelle che per gli Stati Uniti erano manovre militari di valore simbolico, incrociando i dossier Ucraina e Taiwan (ambiti di confronto con Russia e Cina), si sono trasformate in una missione operativa per individuare il relitto di un F-35 caduto nel Mar Cinese Meridionale mentre stava atterrando sulla portaerei statunitense “USS Carl Vinson”. L’obiettivo della US Navy (e delle marine alleate che partecipano alla ricerca) è evitare che il resti finiscano in mani nemiche.

L’F-35 non è un semplice velivolo, ma “il nodo non-eliminabile di una rete informatica che vola”, come lo ha definito su queste colonne il generale Vincenzo Camporini, un pezzo cruciale di un sistema di difesa altamente tecnologico, anello che congiunge le alleanze americane. Qualcosa che Washington non può permettersi di lasciar finire sotto la lente dei rivali, i quali potrebbero studiarlo, carpirne le caratteristiche, riprodurle e su queste basare le proprie tecnologie.

Per esempio: con le sue caratteristiche stealth avanzatissime, l’unico aereo che può bucare lo scudo protettivo fornito dalle batterie anti-aeree S-400 è proprio il cacciabombardiere della Lockheed Martin, fornendo così un fattore di superiorità contro l’Aerial Denial A2/AD prodotta dalla Russia, di cui si è dotata anche la Cina.

L’F-35 modello C (come viene classificata le versione imbarcata) si è schiantato sulla portaerei Vinson durante le operazioni di routine di lunedì. L’aereo da guerra (il cui costo tocca 100 milioni di dollari) ha colpito il ponte di volo della portaerei e poi è caduto in mare mentre il suo pilota si eiettava. Il pilota e sei marinai a bordo della nave sono rimasti feriti. Ma mentre il danno alla Vinson è stato solo superficiale, e non ha richiesto un fermo delle operazioni, la marina statunitense ha davanti a sé il complicatissimo compito di tirare fuori il relitto dal fondale di alcune delle acque più critiche del pianeta.

Il Mar Cinese, sia nella porzione orientale che meridionale, è un bacino conteso dell’Oceano Pacifico su cui si affacciano Cina, Giappone, Vietnam, Filippine, Taiwan e diverse altre nazioni che rivendicano controlli territoriali. La ragione è che quelle acque contengono reservoir energetici e ospitano rotte commerciali da trilioni di dollari. Pechino rivendica quasi tutti i 3 milioni di chilometri quadrati come proprio territorio e ha rafforzato le sue rivendicazioni costruendo e militarizzando scogliere e isole. L’aerea è uno dei più sensibili punti di frizione del grande quadrante Indo Pacifico, dove il confronto tra Usa e Cina è più aspro.

Gli Stati Uniti, che contestano le rivendicazioni territoriali cinesi, usano schieramenti come quello della Vinson (che in queste settimane si muove in accoppiata con un’altra portaerei e due unità anfibie, e i rispettivi gruppi da battaglia) per spingere quello che la dottrina politico-strategica del Pentagono definisce “Indo-Pacifico libero e aperto”.

La US Navy sta dando scarsi dettagli sui suoi piani per il recupero. Si stanno “prendendo accordi per le operazioni” è tutto ciò che un portavoce della Settima Flotta degli Stati Uniti ha detto alla CNN. Non è stato nemmeno rivelato il punto in cui si è verificato l’incidente. Le navi della marina cinese e della guardia costiera mantengono una presenza costante nelle acque del Mar Cinese Meridionale, ed è probabile che abbiano osservato più o meno tutto live, ma nessun elemento in più può essere fornito, data la delicatezza della situazione.

È abbastanza prevedibile che la Cina cerchi di localizzare il relitto e di esaminarlo a fondo usando i sottomarini. È anche possibile, sebbene meno prevedibile, che il Partito/Stato possa rivendicare i diritti di recupero sulla base delle sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Sebbene si tratterebbe di una mossa rischiosa, che creerebbe un incidente diplomatico, la narrazione potrebbe essere già pronta: Pechino potrebbe sostenere che sta recuperando un potenziale pericolo ambientale tra quelle acque che già soffrono forme sostanziali di inquinamento.

Le stime degli esperti indicano che le navi da recupero della US Navy non saranno in zona prima di 10/15 giorni, e il recupero una volta lì potrebbe richiedere fino a 120 giorni. Chiaro che una presenza nell’area sarà garantita, sebbene non troppo ingombrante da rendere il punto di affondamento identificabile. Improbabile invece che gli Stati Uniti decidano di distruggere il relitto con un siluro o una carica esplosiva, come viene fatto spesso quando si perdono mezzi in operazioni.

Per esempio: durante l’assalto al compound di Abbottabad dove si rifugiava Osama bin Laden, uno degli elicotteri UH-60, Blackhawk modificati in versione stealth apposta per la missione, fu abbattuto e per questo fu fatto brillare prima che i Navy Seals tornassero sulla Vinson — che in quel caso faceva da base per l’operazione. In quell’occasione parti intatte della coda restarono però sul terreno, perché l’esplosione aveva lasciato comunque dei detriti, ma la missione era rischiosissima, in territorio ostile ed eseguita senza autorizzazione pakistana: sostanzialmente, meglio non si poteva fare. In questo caso le condizioni per il recupero sono migliori e poi appare quasi impossibile prendersi il rischio di lasciare intatto qualche dettaglio significativo. Ogni elemento dell’F-35 potrebbe infatti fornire informazioni troppo importanti al nemico.

Una caccia sottomarina simile fu avviata dal Giappone nel 2019, quando un F-35A si è schiantato nel Pacifico — in quel caso soli poche parti del velivolo furono recuperate, visto che al momento dell’impatto in mare la velocità era alta e l’aereo si sarebbe disintegrato. Lo scorso novembre, un F-35B britannico è precipitato al decollo dal ponte della portaerei inglese “HMS Queen Elizabeth” nel Mar Mediterraneo. Il ministero della Difesa britannico ha confermato alle agenzie di stampa all’inizio di gennaio che il relitto era stato recuperato a dicembre, dopo le preoccupazioni che l’aereo affondato potesse essere un obiettivo per l’intelligence russa.

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