L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 gennaio 2022

Draghi, lo stregone maledetto/vile affarista/coniglio mannaro, l'uomo che ha portato il caos all'interno delle istituzioni, della guerra di tutti contro tutti

Mario Draghi ha perso i poteri: il premier non è più intoccabile, fioccano le critiche


Daniele Di Mario 09 gennaio 2022

Non c'è pace per Mario Draghi. Fino a poche settimane fa il presidente del Consiglio era abituato a un coro di elogi. Praticamente non sbagliava niente: dalla gestione dell'emergenza pandemica al piano vaccinale fino al Pnrr. Brillava di luce propria, Draghi. Tutti ad applaudire il premier che metteva a cuccia i partiti e i loro leader.

Oggi la situazione è molto diversa. Gli ultimi provvedimenti legati all'emergenza Covid hanno provocato un polverone, scontentando tutti: i virologi contestano l'esiguità delle multe contro gli over 50 no vax; dirigenti scolastici, sindaci e governatori criticano la decisione di riaprire le scuole domani nonostante la curva epidemiologica continui a crescere vertiginosamente; Beppe Grillo lo attacca per aver introdotto l'obbligo vaccinale; la Lega lo incalza sul nucleare; Carlo Calenda dice chela spinta prolulsiva del governo si è arenata. E non è un caso, probabilmente, che le critiche a Draghi arrivino proprio a ridosso dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Per il premier le cose sono filate piuttosto lisce fino alla conferenza stampa di fine anno, occasione in cui ha fatto velatamente intendere di essere disponibile per il Quirinale. È a quel punto che è cominciato il gelo con i partito. Il centrodestra, per il Colle, fa quadrato attorno alla candidatura di Silvio Berlusconi, con FdI che continua a pungolare il governo (l'ultimo attacco è sull'Agenzia delle Entrate che si occuperà delle multe ai no vax) e Lega e FI che ribadiscono lealtà al governo «con Draghi premier» fino al 2023.

Con SperMario a Palazzo Chigi, quindi, non al Quirinale. Parte del M5S, dal canto suo, spinge per il Mattarella bis, spiazzando Giuseppe Conte e strizzando l'occhio alla corrente Dem di Matteo Orfini. Luigi Di Maio invece riapre il canale di dialogo con la Lega, mentre l'unico partito che apertamente si dice favorevole a eleggere Draghi nuovo Capo dello Stato è il Pd. Matteo Renzi, da par suo, sottolineala necessità di trovare una maggioranza per eleggere il Presidente della Repubblica lasciando Draghi lì dov' è ora, cioè al governo.

Schermaglie con cui i partiti cercano di riappropriarsi di quel ruolo che fino ad oggi Draghi ha oscurato. Ma il rischio è che la corsa al Quirinale finisca per indebolire comunque Draghi. Se SuperMario dovesse venire eletto al Quirinale con un'ampia maggioranza bene, ma se la sua candidatura dovesse essere impallinata o comunque risultasse divisiva tra i partiti della maggioranza, anche il governo potrebbe essere a rischio. Di qui la cautela dei partiti. Che il momento sia delicato lo si evince dai fatti.

Mercoledì scorso le nuove misure decise dal governo e approvate all'unanimità dal Cdm, dopo una serie di riunioni in cui non sono mancate tensioni e distinguo, fino alla minaccia di strappo della Lega, infine rientrata grazie alla mediazione messa in atto dal premier, non sono state spiegate con una conferenza stampa. Draghi ha preferito posticiparla a domani, in coincidenza con la riapertura di scuole e attività dopo la pausa per le festività natalizie.

Il presidente del Consiglio illustrerà il pacchetto di nuove misure restrittive, a partire dall'obbligo vaccinale per gli over 50, volute dall'esecutivo per contrastare la recrudescenza della pandemia. Inevitabile, tuttavia, che Draghi si troverà a dover rispondere alle domande anche sui due nuovi fronti aperti nel governo e con le Regioni, ovvero la situazione nelle scuole e il caro bollette, con la richiesta pressante di alcune forze di maggioranza di mettere in campo un nuovo scostamento di bilancio per liberare risorse necessarie non solo per i ristori a sostegno delle attività più colpite dalla pandemia, comparto del turismo in primis, ma soprattutto per fronteggiare il rincaro delle bollette, con FI che tramite il ministro Maria Stella Gelmini chiede al governo di fare di più per mettere in sicurezza famiglie e imprese.

Un tema che spacca la maggioranza, con la Lega che, per bocca di Matteo Salvini, continua a spingere sul nucleare di nuova generazione e Pd e M5S che invece non ne vogliono sentir parlare. Quanto al fronte scuola, il governo conferma la linea: la scuola riapre in presenza, nessuno slittamento. Nonostante le pressioni da più parti- presidi e ordine dei medici - e le ordinanze in Regioni e Comuni per ritardare il rientro in presenza a scuola, il governo tira dritto e conferma la riapertura prevista per domani. Ma cresce il caos.

Il governatore della Campania De Luca ha firmato un'ordinanza che prevede la sospensione fino al 29 gennaio. Il presidente veneto Zaia chiederà il parere del Cts. Il governo però ha già fatto sapere che è pronto a impugnare qualsiasi ordinanza che disattenda le scelte dell'esecutivo, ricordando che le misure più restrittive possono essere adottate dalle Regioni solo in zona rossa. Per la Lega servono «interventi mirati o il ritorno generalizzato in dad è soltanto questione di tempo», osserva Mario Pittoni. Per Matteo Renzi «certo, le regole studiate dal governo sulla scuola sono cervellotiche e serve più semplicità. Ma chiudere le scuole è un danno irreparabile».

Per le lezioni in presenza anche il M5s. Sulla gestione dell'emergenza Covid parla di «norme confuse e contraddittorie» Giorgia Meloni, che attacca: «Il governo imperterrito continua con la sua strategia fallimentare e a pagarne il prezzo sono solo gli italiani».

Una dialettica che, invevitabilmente, è condizionata dalla corsa al Colle e che mette nei guai Mario Draghi. Tanto per le sue eventuali ambizioni quirinalizie quanto per il suo presente (e futuro) a Palazzo Chigi.

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