L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 gennaio 2022

E non dite che non l'avevamo detto - Davanti a noi c’è l’inferno economico, fra inflazione, crisi energetica e rallentamento della crescita a livello globale. La vera garanzia del debito pubblico sono i risparmi privati degli italiani

SPY FINANZA/ Giorgetti e l’allarme sul redde rationem pronto per l’Italia
Pubblicazione: 31.01.2022 - Mauro Bottarelli
C’è ben poco da festeggiare il sacrificio di Mattarella. E piuttosto da mettere in preventivo quelli che a breve toccheranno agli italiani

Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, e il premier Mario Draghi (LaPresse)

Ogni classe politica si suicida nel modo che preferisce. Quella attuale ha scelto il peggiore. E più indegno. D'altronde, non dite che non vi avevo avvertito: sprecare tempo, spazio ed energia per seguire ossessivamente una pantomima simile rappresentava un palese esercizio di miopia. Detto fatto, la riprova. In compenso e in attesa della reazione del mercato dopo la riunione Bce di giovedì (troppo facile guardare a quella pavloviana dello spread di oggi, sia essa positiva che negativa), ora che la farsa è terminata, posso permettermi di dire la mia. Toccando gli unici due argomenti a mio avviso degni di nota nell'intera vicenda. Nemmeno a dirlo, strettamente connessi.

Primo, ricorderete come spesso io citi la frase di Alan Greenspan (Quando la situazione si fa davvero seria, il dovere di un banchiere centrale è quello di mentire) come base per ogni interpretazione di un reale punto di snodo. Bene, parafrasandolo e riferendomi all'uscita clamorosa del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, vi chiedo: quanto può essere grave la situazione, se un membro del Governo è addirittura obbligato a dire finalmente la verità? Perché dopo aver minacciato le dimissioni e chiesto un drastico tagliando all'esecutivo, il numero due (per quanto?) leghista ha parlato chiaro: davanti a noi c’è l’inferno economico, fra inflazione, crisi energetica e rallentamento della crescita a livello globale. L’inferno, signori. Quindi, c’è ben poco da festeggiare il sacrificio di Sergio Mattarella. E piuttosto da mettere in preventivo quelli – pesantissimi – che a breve toccheranno agli italiani.

D’altronde, a sua volta Clemente Mastella è stato chiarissimo e onestissimo nel delineare la realtà sottostante, interpellato al riguardo nel corso di una trasmissione tv, mi pare la maratona di Nicola Porro su Rete 4: La vera garanzia del debito pubblico sono i risparmi privati degli italiani. Casualmente, due giorni dopo Giuliano Amato, uno espertissimo sul tema, viene nominato presidente della Corte costituzionale. Non so voi, ma io ho già i brividi (anche noi). E compulso ossessivamente l’internet banking. Per questo ho il forte sospetto che Giancarlo Giorgetti non abbia parlato soltanto a suo nome, sparando quel siluro. Stante il rapporto di stretta collaborazione ed enorme stima che lo lega a Mario Draghi, quasi certamente quell'uscita – con annessa minaccia di dimissioni – è da ritenersi frutto di una strategia concordata proprio con il presidente del Consiglio. Tradotto, dopo l’ubriacatura del 6% di Pil e delle prime pagine dell’Economist, ora è giunto il momento di preparare gli italiani all'impatto con la realtà.

Secondo argomento, la colossale marcia indietro del Governo sull'obbligo di green pass base per tabaccai e negozi in generale. Silenziosa, grazie a media sempre più embedded con CTS e tele-virologi. Ma non come si conviene all'ennesima figuraccia, ovviamente. Bensì al più classico degli esercizi di dissimulazione: dire senza dire esplicitamente, fare intendere, parlare a suocera perché nuora intenda. Messo alle strette dalla minaccia di sciopero di un suo funzionario esattoriale come sono i tabaccai, il Governo ha cambiato impostazione proprio alla vigilia della mitica data di domani, 1 febbraio.

Con le prime dose crollate del 51% nell’ultima settimana, sintomo che anche il ricatto occupazionale non ha attecchito, ecco che nelle mitiche FAQ, le domande e risposte che dovrebbero chiarire limiti e obblighi contenuti nei vari Decreti, ne è comparsa una che stravolge completamente l’impostazione e libera dall’obbligo – de facto – anche il resto delle attività di vendita al dettaglio classificate come non essenziali. Ecco la farse incriminata: I titolari delle attività commerciali che non vendono beni di prima necessità, e quindi non solo i tabaccai, non devono effettuare necessariamente i controlli sul possesso del green pass base all’ingresso, ma possono svolgerli a campione successivamente all’ingresso della clientela nei locali. Tradotto, ci siamo resi conto delle saracinesche abbassate e dei locali vuoti, ci siamo resi conto di città commercialmente e turisticamente deserte come durante un vero lockdown ma non abbiamo il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato tutto. In compenso, agiamo di notte sulle FAQ, esattamente come Giuliano Amato sui conti correnti.

Ve lo vedete un negoziante che fa controlli a campione, magari all’atto del pagamento di uno scontrino da 300 euro? E se il cliente non ha il green pass, cosa fa, rinuncia a quella cifra con i chiari di luna attuali? Detto fatto, obbligo sparito.

Signori, stavolta il redde rationem è davvero alle porte. Ce lo mostrano questi due grafici, dai quali si desume quale combinato di potenziale instabilità le Banche centrali post-Qe pandemico potrebbero unire al mix letale già alle porte, tra l’altro generato proprio dalla loro operatività criminalmente onnivora: capite ora perché quei toni ultimativi da parte del ministro leghista?



Dalla crisi Lehman a oggi, le Banche centrali hanno ammassato assets nei loro bilanci per qualcosa come circa 8 trilioni di dollari. Di fatto, carta comprata dal sistema finanziario senza alcun discrimine di price discovery e fair value in cambio di liquidità costante e a tasso zero. Praticamente, il Nirvana del deficit e del leverage. Ciò che piaceva molto ad alcuni commentatori, presenti anche su queste pagine. Ora, qualcosa sta per cambiare. Giocoforza. E attenzione: non credete minimamente alla balla della Fed pronta ad alzare i tassi già a marzo e per almeno quattro volte nel corso del 2022. Non può. Altrimenti esplode il sistema. E ce lo mostra questo altro grafico relativo all’andamento del tracciatore in tempo reale del Pil Usa della Fed di Atlanta (GDPNow) per il primo trimestre di quest’anno: l’ultima rilevazione di venerdì scorso parla chiaro, +0,1%. Ovvero, contrazione ormai conclamata. Solo dieci giorni fa la prospettiva di crescita dell’economia statunitense nei primi tre mesi era stimata al +5,6% dallo stesso GDPNow. Un tracollo come intuitivamente mostrato dal grafico.


Domandina da primo anno di economia: se la crescita è virtualmente a zero e l’inflazione al 7%, qual è la prospettiva più probabile per l’economia americana nell’anno delle elezioni di mid-term? Esatto, stagflazione. E come pensate che reagirà l’Europa a questo shock, stretta fra gli Usa in allarme rosso e la Cina che deve per forza arrivare almeno al 5,5% di crescita? Il vaso di coccio tra vasi di ferro. Kaputt.

Capito perché Giorgetti ha utilizzato quel tono e quella modalità per suonare l’allarme? Capito perché, quasi certamente, la mossa era concordata con Mario Draghi? Ma se volete, festeggiate pure la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale. E guardatevi Sanremo. Magari, persino il derby anticipato alle 18 per esigenze di Mamma Rai e del suo carrozzone da cuore e amore. Poi, però, evitate di lamentarvi. Perché chi accetta ancora acriticamente, da sabato scorso è ufficialmente complice.

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