L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 gennaio 2022

Euroimbecilandia traccheggia senza una vera strategia. La bilancia commerciale dell'Italia è strutturalmente attiva, abbiamo un risparmio tra i più alti al mondo e se gli euroimbecilli parlano solamente del debito pubblico è da metterli al muro dell'inconsistenza minimale dell'economia. Giornalisti attenti! Siete obbligatoriamente nel mirino fate informazione e NON PROPAGANDA IDEOLOGICA EUROIMBECILLI A PRESCINDERE

Compiti a Casa, per Bruxelles e Francoforte
Dopo trent'anni di Maastricht, venti di Euro e dieci di Fiscal Compact

28 gennaio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


E' ora di cambiare strada: quello che l'Italia doveva e poteva fare l'ha fatto. E' l'Europa che traccheggia, senza una vera strategia.

Non veniteci a fare ancora la predica sul rapporto debito/PIL dell'Italia, schizzato a livelli terrificanti per colpa della pandemia e degli aiuti concessi alle famiglie ed alle imprese. E' cresciuto come in tutti gli altri Paesi del mondo, di una ventina di punti percentuali. Partivamo dal 140% e siamo nuovamente in orbita.

Chi oggi minaccia nuovi sfracelli, il ritorno dello spread a massacrarci ha in testa un solo processo: tenere l'Italia con un costo del lavoro misero, con le imprese a farsi competizione tagliando i salari, i costi operativi e gli investimenti, schiacciandola in basso nella catena del valore.

Bisogna intendersi bene: l'Italia è uscita dal gorgo della insostenibilità dei conti con l'estero, nonostante la disciplina dell'euro che da vent'anni non consente svalutazioni, avendo 
  1. ridotto le importazioni all'osso 
  2. ed il costo del lavoro. 
  3. Dopo le mazzate fiscali, 
  4. la flessibilità del mercato del lavoro 
  5. e le riforme del sistema pensionistico, 
l'economia italiana è diventata competitiva sui mercati internazionali, ma giocando tutto al ribasso: spremendo tutto quello che c'era, dagli investimenti già fatti in passato alla forza lavoro. Il risultato positivo è che la nostra bilancia commerciale è strutturalmente attiva, e che la posizione finanziaria netta è finalmente positiva in quanto siamo per la prima volta nella storia creditori netti verso l'estero.

Il fatto negativo è che questi sacrifici hanno indebolito il sistema:

  1. dal punto di vista sociale, perché i giovani più preparati vanno all'estero per lavorare trovando lì retribuzioni assai più elevate che in Italia;
  2. dal punti di vista produttivo, perché si è interrotto il processo di crescita qualitativa e dimensionale delle imprese, sempre più rinchiuse nel core business ed attente ai costi per mantenere competitività e margini;
  3. dal punto di vista dello sviluppo, perché il risparmio ed il surplus estero sono impiegati in investimenti finanziari, troppo lontani dalle esigenze delle imprese;
  4. il sistema bancario si è spostato verso la gestione dei servizi di pagamento, lucrando soprattutto sulle commissioni, impelagato nelle insolvenze dopo la crisi e nell'accantonamento di capitale a fini prudenziali. E' una componente sempre più passiva dell'economia: quasi svogliata, non ha più la capacità di raccogliere risparmi a medio e lungo termine che vengono dirottati sui Fondi di investimento e di gestione;
  5. il bilancio pubblico è alle prese con sforzi titanici per effettuare gli investimenti del PNRR, tanto complessi da essere incomprensibili nel disegno industriale e produttivo che ne deriverebbe. Di tutti i soldi che verranno spesi, non si capisce quanti ne resteranno davvero in Italia rispetto agli acquisti di tecnologie dall'estero: rischia di essere un boomerang, una spesa che cola via da una pentola con il fondo bucato. 

Serve una riflessione profonda sui meccanismi europei, al di là delle fanfare sulla New Generation Ue, sulla transizione energetica, sull'auto elettrica:

il Fiscal Compact va riscritto di sana pianta, visto che si continua a parlare del rapporto deficit/PIL senza considerare la componente estera che assicura l'afflusso di risorse da impiegare per la crescita, o del rapporto debito/PIL che trascura l'enorme ricchezza netta del settore privato (Paolo Savona docet). Gli Stati che rispetteranno le regole, dovranno essere pienamente garantiti dalla BCE al momento delle emissioni sul mercato, assicurando che il tasso di interesse pagato sia coerente con quello fissato per i titoli a 10 anni;

il funzionamento della BCE va completamente rivisto, perché deve assicurare il finanziamento dei debiti pubblici di tutti i Paesi aderenti all'euro alle medesime condizioni

  • Lasciare andare allo sbando gli spread è una follia che nessuna Banca centrale al mondo consentirebbe. Lo spread deve essere pari a zero;
  • vanno definitivamente congelati tutti i debiti pubblici "eccezionali", sia quelli derivanti dagli interventi effettuati dopo la GCF del 2008 ed a seguito del collasso sui mercati nel biennio 2010-2012, sia quelli resisi necessari dopo la crisi sanitaria del 2020. Sono già nel portafoglio delle diverse Banche centrali nazionali dell'Eurozona: vanno trasformati in rendite irredimibili, il cui onere per interessi va retrocesso integralmente agli Stati come già ora avviene;
  • tutte le risorse ancora inutilizzate dal MES, visto che spetterà alla BCE diventare prestatore di ultima istanza, dovranno essere trasferite alla BEI cui spetta il compito di raccogliere capitali sul mercato per finanziare i progetti di investimento dei privati e quelli pubblici infrastrutturali. Ci troviamo, invece, di fronte ad un ingiustificato proliferare di soggetti e procedure europee che valutano le regole che presidiano i bilanci pubblici, la redditività e la sostenibilità degli investimenti finanziati con grant o con bond europei, e le misure di condizionalità. E' diventato un polpettone.
L'Italia ha già fatto i compiti a casa, pagando un prezzo enorme in termini di crescita e di prosperità.

Ora tocca all'Unione europea dimostrare di non essere solo un robottino che applica regole che ormai mandano tutti fuori strada.

Dopo trent'anni di Maastricht, venti di Euro e dieci di Fiscal Compact

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